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da: "Voce in falsetto" |
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inedito in elaborazione
Vorrei un giorno alto e profondo senza voci e senza abbagli quattro spogli muri e d'intorno un'orchestra di silenzio
- in un grande acquario nuoterebbe il mondo variopinto a me di fronte e riscoprendomi animale potrei a colpo d'umore distillarne il senso
starmene fuori sepolto nel vento alla deriva satellite nostalgico.
Ho cuore di pietra corpo di nuvola quando il brusìo del mondo mi solletica; mi piace vagare fuori dal tempo vedermi annegare dentro in suo ventre come un naufrago s'annega per placidi abissi;
spossato e fatto cosa senza nesso con le cose mi concedo alla deriva di misteriose correnti paziente nell'attesa
senza far niente.
Tra i tanti spazi e le occasioni di mezza età mi sono ritagliato un perenne oscillare per tentativi di gaudio
- lo scenario è davvero incantevole l'atmosfera leggiera l'evento perfetto a celebrare il rito della felicità eterna nel finito mio piccolo borghese che arranca sospirando fine mese.
Simulacri, ologrammi diletto dell'occhio e verità capovolte immusonite. Veloce il tutto corre e scivola via nella sera e nella notte: cassato il tempo dispersi sensi immagini spettri si muovono plettri su corde di vento
se provi a stringere il niente liquido degli anni che cola solenne fra le dita.
Un oggetto da nulla che luccica un lustrino un coltello un riflesso nell'acqua un baleno nell'occhio il giorno che passa effimero giace serale sul desco fra stoviglie in disordine e il rombo incessante di parole indistinte - abituale sottofondo pararmonico per sopravvivere al niente.
Non parlano le cose stanno lì ci guardano esistere sonnecchiano nella quiete un po' retorica degli spazi chiusi senza giudicare ci ammoniscono per quel nostro chiassoso passare il tragitto breve nostra violenza e loro mitezza che si accascia esalando l'anima alla brina di novembre le cose nostre che non ci appartengono
- passeranno ad altre mani, ad altre vite portandoci in esse metafore del grido che torna all'origine.
Mi sono disperso nube novembrina nel rumore del traffico della pianura padana dopo i monti di Lecco verso Milano dove l'occhio si tuffa nel grido strozzato dei giganti di cemento
qui sciolgo la briglia allo scontento che mi duole sotto la pelle per questi cieli rabbuiati dalla polvere del nostro sfinimento alla ricerca di un palpito d'umano un battito cardiaco soltanto un segno che aggiorni la diagnosi
- coma da infelicità rimossa.
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