Gianmario lucini

                       da: "Voce in falsetto"

                                inedito in elaborazione

 

 

 

 

 

 

Vorrei un giorno alto e profondo

senza voci e senza abbagli

quattro spogli muri e d'intorno

un'orchestra di silenzio

 

- in un grande acquario nuoterebbe il mondo

variopinto a me di fronte

e riscoprendomi animale potrei

a colpo d'umore distillarne il senso

 

starmene fuori sepolto nel vento

alla deriva

satellite nostalgico.

 

 

 

Ho cuore di pietra corpo di nuvola

quando il brusìo del mondo mi solletica;

mi piace vagare fuori dal tempo

vedermi annegare dentro in suo ventre

come un naufrago s'annega

per placidi abissi;

 

spossato e fatto cosa senza nesso

con le cose mi concedo alla deriva

di misteriose correnti

paziente nell'attesa

 

senza far niente.

 

 

 

Tra i tanti spazi e le occasioni

di mezza età mi sono ritagliato

un perenne oscillare

per tentativi di gaudio

 

- lo scenario è davvero incantevole

l'atmosfera leggiera l'evento

perfetto a celebrare il rito

della felicità eterna nel finito

mio piccolo borghese

che arranca sospirando fine mese.

 

 

 

Simulacri, ologrammi

diletto dell'occhio

e verità capovolte immusonite.  Veloce

il tutto corre e scivola

via nella sera e nella notte:

cassato il tempo dispersi

sensi immagini

spettri si muovono plettri

su corde di vento

 

se provi a stringere il niente

liquido degli anni

che cola solenne fra le dita.

 

 

 

Un oggetto da nulla che luccica

un lustrino un coltello un riflesso

nell'acqua un baleno nell'occhio

il giorno che passa

effimero giace serale sul desco

fra stoviglie in disordine e il rombo

incessante

di parole indistinte

- abituale sottofondo pararmonico

per sopravvivere al niente.

 

 

 

Non parlano le cose stanno lì

ci guardano esistere sonnecchiano

nella quiete un po' retorica degli spazi chiusi

senza giudicare ci ammoniscono

per quel nostro chiassoso passare

il tragitto breve

nostra violenza e loro mitezza

che si accascia esalando

l'anima alla brina di novembre

le cose

nostre che non ci appartengono

 

- passeranno ad altre mani, ad altre vite

portandoci in esse metafore

del grido che torna all'origine.

 

 

 

Mi sono disperso nube novembrina

nel rumore del traffico

della pianura padana

dopo i monti di Lecco verso Milano

dove l'occhio si tuffa nel grido

strozzato dei giganti di cemento

 

qui sciolgo la briglia allo scontento

che mi duole sotto la pelle

per questi cieli rabbuiati dalla polvere

del nostro sfinimento

alla ricerca di un palpito d'umano

un battito cardiaco soltanto

un segno che aggiorni la diagnosi

 

- coma da infelicità rimossa.