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Frammento per il principe |
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Mi offende, principe, la tua mediocrità - ti vedo ombra rapida fuggire nell’ombra strisciare e d’improvviso guizzare circonfusa di effimera gloria sapere di sapere che non t’innalza dalla terra che già invade la tua bocca devastata -. Mi fa paura l’oziosa domanda e questo di lei girare e girare senza mai trovare il centro scivolando sulle nostre miserie con occhio di luce maligna
sapienza di sapienza che s’attorce e s’avvita nella durezza delle cose, incapace di sollevare il basto che grava rischiarare l’inquieto il pensiero che non vuole sperare.
Mi ferisce, Qohèlet, la desolazione della sapienza, spirito che insorge contro natura – in quel chiamarsi fuori da ogni bene e da ogni male inutile lanterna che pencola al vento nelle notti del deserto. Qohèlet mia metafora e vizio e scontento amore come vento che non posa mai nell’inutile fatica e si lamenta per i secoli dei secoli nel tempo.
Eppure sono estati e sono inverni in questo vagare austero e disperato occhi di bambini e l’aurora gloriosa della giovinezza: non tutto è perduto finché canta la vita nel grembo delle madri e fiorisce un sospiro d’amore per i campi arsi dal fuoco delle bombe. Resiste il sorriso del mondo e la morte non vince.
***
Mi vince, Qohèlet, questa tua arroganza che dal nulla ci redime e ci innalza puro sentire alla soglia di Dio e lo scuote l’obbliga a farsi lampo e a baluginare un solo istante fra sonno e coscienza alle soglie del maggio che canta e rivela i cieli eterni e l’incostanza di là dai loro limiti.
Si sciolgono le pietre al tuo canto si comprime l’immenso nel segno muto del verso, la voce dilegua nel vento che in vortice gira e tutto dentro sé rapisce e riscaglia nell’attimo viaggio fuga e ritorno lo sguardo fisso a sostenere in levità l’onnipotenza.
(Non fosti tu la prima voce sgorgata dal niente? Noi siamo solo guardiani di porci nutriti d’avanzi e di ghiande).
Poi viene la sera e tutto si confonde nel suono della polvere e si spande nell’aria il lamento ineffabile degli astri. Sui corpi passi scivolano i giorni senza dolore e senza domande l’attimo ci inghiotte nella breve metafora della sua cadenza metallica e trascinati dal vento iniziamo a danzare girare girare finché il cuore non scoppia di noia e tristezza negli occhi ai morenti... Lascia ch’io scriva questa tragedia minima con voci un po’ afone in versi dissolti che muoiono lontano mal decantati nel tempo che arzigogola ghirigori sulla pagina bianca.
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