Gianmario lucini

                       Frammento per il principe

                               

 

 

 

 

Mi offende, principe, la tua mediocrità

- ti vedo ombra rapida fuggire

nell’ombra strisciare e d’improvviso guizzare

circonfusa di effimera gloria

sapere di sapere che non t’innalza dalla terra

che già invade la tua bocca devastata -.  Mi fa

paura l’oziosa domanda e questo di lei

girare e girare senza mai trovare il centro

scivolando sulle nostre miserie con occhio

di luce maligna

 

sapienza di sapienza che s’attorce e s’avvita

nella durezza delle cose, incapace

di sollevare il basto che grava

rischiarare l’inquieto il pensiero

che non vuole sperare.

 

Mi ferisce, Qohèlet, la desolazione

della sapienza, spirito che insorge

contro natura – in quel chiamarsi fuori

da ogni bene e da ogni male

inutile lanterna che pencola al vento

nelle notti del deserto.  Qohèlet

mia metafora e vizio e scontento

amore come vento che non posa

mai nell’inutile fatica e si lamenta

per i secoli dei secoli nel tempo.

 

Eppure sono estati e sono inverni

in questo vagare austero e disperato

occhi di bambini e l’aurora

gloriosa della giovinezza: non tutto

è perduto finché canta

la vita nel grembo delle madri e fiorisce

un sospiro d’amore per i campi

arsi dal fuoco delle bombe.

                                            Resiste

il sorriso del mondo e la morte non vince.

 

***

 

Mi vince, Qohèlet, questa tua arroganza

che dal nulla ci redime e ci innalza

puro sentire alla soglia di Dio e lo scuote

l’obbliga a farsi lampo e a baluginare

un solo istante fra sonno e coscienza

alle soglie del maggio che canta e rivela

i cieli eterni e l’incostanza

di là dai loro limiti.

 

Si sciolgono le pietre al tuo canto

si comprime l’immenso nel segno

muto del verso, la voce dilegua

nel vento che in vortice gira

e tutto dentro sé rapisce e riscaglia

nell’attimo viaggio fuga e ritorno

lo sguardo fisso a sostenere in levità

l’onnipotenza.

           

(Non fosti tu la prima voce

sgorgata dal niente?

Noi siamo solo guardiani di porci

nutriti d’avanzi e di ghiande).

 

Poi viene la sera e tutto si confonde

nel suono della polvere e si spande

nell’aria il lamento ineffabile degli astri.

Sui corpi passi scivolano i giorni

senza dolore e senza domande

l’attimo ci inghiotte nella breve metafora

della sua cadenza metallica

e trascinati dal vento iniziamo a danzare

girare girare finché il cuore non scoppia

di noia e tristezza negli occhi ai morenti...

Lascia ch’io scriva questa tragedia

minima con voci un po’ afone

in versi dissolti che muoiono lontano

mal decantati nel tempo che arzigogola

ghirigori sulla pagina bianca.