Gianmario lucini

                    Cinque poesie da "Nel segno di Geremia"

 

 

 

 

 

 

 

Il rigore della pioggia è un calcolo esatto che s’allunga

e stende le gambe in avanti rosicchiando i riflessi

- perché non resta altro che attendere -: lévati

quando il cliente viene e reclama la tua grazia

per un’acqua di rose che l’estate asciuga sulle mani,

rimbalza il capo da finestra in finestra

disegnando di carpire il segreto della scure

e l’abbondanza di immense pianure.

E respiri a fatica

t’ingozzi del miraggio

reclami il torsolo e l’avanzo

rancido della volpe sulla neve.

Gioisia sul trono annaspa e bofonchia, non può

che ammettere l’evidenza e tacere, ma tacendo

si macchia di vergogna e di pioggia dura; Gioisia

vede il cliente lo sente arrivare, sente i passi, osserva ma tace

non ha più il palo della salvezza piantato nel centro

del corpo, non freme

più la sua carne al richiamo dell’amante.  Egli

vecchio re del tempo vecchio annaspa

ad occhi chiusi nel buio dei fasti

forse stordito dal vuoto

dell’evidenza.

 

 

 

 

Tu trascini la coscienza fra dubbi e maniere ma poi sei ultimo sempre a dire

e il tuo suono tranquillo devasta porte e finestre perentorio

fuoco del crogiolo e oro e scoria.

 

Fu così la trascorsa volata fra i cristalli.

E prima ancora nel soffio della nebbia

sussurrata all’orecchio con antica deferenza.

 

Ma le corsie dello spedale hanno veduto i carri

della fatica e vigili sonni.  C’è sempre

un Faust che veglia in ogni coscienza.

 

 

 

 

Questa sera hanno detto nel quadro della chiaravisione parole,

dicevano di questo e di quello nel quadro visivo delle cose

e delle persone che a volte paiono cose e delle idee

che tramontano nell’attimo.  In tanta

visione di cose e persone, di idee il mondo è

stato tutto imbevuto inquadrettato illuminato

dalle sette torce dei nostri sette vizi capitali che si affannano

nel mondo e si spendono con solerzia ad opprimere per godere la luce

che così potente sia da illuminare questo chiaro quadro della chiaravisione.

 

E tutti allegri nel lume quadrato che a volte si addorme

e a volte scattando si sveglia parevano aver dimenticato

la mestizia, annunciando e rinnegando la mestizia perché

si potrebbe mesti morire e la morte

dentro di noi non è più difendibile

da nessun argomento.

 

Ma nel profondo forse dopo l’ultimo sfavillìo sul monitor è la chiara

morte che ha la visione di noi e ci riflette

senza fretta soppesando il quadro delle parole

una ad una e decidendo il

silenzio

assoluto sbarramento

alla diga di lacrime

che deve

asciugare.

 

 

 

 

Dai mille risvolti è la trappola d ardore e sofferenza

se tu vai col tuo passo evitando i richiami che salgono

frammisti al vapore del lago infernale del tempo,

le mille pieghe del sudario che t’insegue

come cosa viva.  Il Re

conosce bestemmie meschine inconoscibili

che tu non puoi capire né ripetere

il Re ha sovvertito l’ordine dei vocaboli,

la lingua s’incespica e non puoi che balbutire.

 

Ma questa voce diversa che ti muove come un padrone

si espande nel tuo centro e vince l’incertezza

le ferite incrostate delle percosse si riaprono

e tu ti libri rosso di sangue sui cortili

muti del palazzo incenerendo le pietre

con l’unico lemma che mai fu detto.

 

C’è nostalgia di te mia signora illustre prigioniera

che giaci sotto pietre parole accartocciate,

c’è nostalgia di te amore dai mille volti malati

della nostra umana finitudine che non osa

il coraggio dell’eterno

il sonno del giusto.

 

 

 

 

Dice François da buon cattolico che non sono insensibili

ma proprio stronzi nella accezione comune del termine - e

per carità senza disprezzo per la persona umana - costoro

passano sui cadaveri e sulle fami e sulle membra rinsecchite dei bambini

passeggiando col parasole nei parchi privati; fuori il popolo

puzza e s’ubriaca e si moltiplica conigliescamente

brucando erba e avanzi e rifiuti, dice François

- ma non l’ha mai detto veramente...

 

Dice che la mia interpretazione suona estremistica ma vera

e ci sarebbe modo e modo per dire le cose senza offendere Iddio

Padre di tutti ubbriachi e passeggiatori con il parasole.

E’ così il mio amico rosso di capelli fra i capelli corvini

della Bolivia, lui la mite parola in prima fila

ed io la riserva che non entra mai in contatto

diretto con la bestia.  Direbbe

François da buon padre cattolico spirituale ma anche anagrafico

di Wicky senza averla procreata che tutto il fiele

delle parole non ha prodotto che vittime e poveri

senza parola, direbbe

che la mia rabbia non è che un riflesso condizionato

d’un uomo ben nutrito con qualche scrupolo

e che la sostanza sta altrove in un altro mondo

d’idee che non conoscerò.