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Cinque poesie da "Nel segno di Geremia" |
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Il rigore della pioggia è un calcolo esatto che s’allunga e stende le gambe in avanti rosicchiando i riflessi - perché non resta altro che attendere -: lévati quando il cliente viene e reclama la tua grazia per un’acqua di rose che l’estate asciuga sulle mani, rimbalza il capo da finestra in finestra disegnando di carpire il segreto della scure e l’abbondanza di immense pianure. E respiri a fatica t’ingozzi del miraggio reclami il torsolo e l’avanzo rancido della volpe sulla neve. Gioisia sul trono annaspa e bofonchia, non può che ammettere l’evidenza e tacere, ma tacendo si macchia di vergogna e di pioggia dura; Gioisia vede il cliente lo sente arrivare, sente i passi, osserva ma tace non ha più il palo della salvezza piantato nel centro del corpo, non freme più la sua carne al richiamo dell’amante. Egli vecchio re del tempo vecchio annaspa ad occhi chiusi nel buio dei fasti forse stordito dal vuoto dell’evidenza.
Tu trascini la coscienza fra dubbi e maniere ma poi sei ultimo sempre a dire e il tuo suono tranquillo devasta porte e finestre perentorio fuoco del crogiolo e oro e scoria.
Fu così la trascorsa volata fra i cristalli. E prima ancora nel soffio della nebbia sussurrata all’orecchio con antica deferenza.
Ma le corsie dello spedale hanno veduto i carri della fatica e vigili sonni. C’è sempre un Faust che veglia in ogni coscienza.
Questa sera hanno detto nel quadro della chiaravisione parole, dicevano di questo e di quello nel quadro visivo delle cose e delle persone che a volte paiono cose e delle idee che tramontano nell’attimo. In tanta visione di cose e persone, di idee il mondo è stato tutto imbevuto inquadrettato illuminato dalle sette torce dei nostri sette vizi capitali che si affannano nel mondo e si spendono con solerzia ad opprimere per godere la luce che così potente sia da illuminare questo chiaro quadro della chiaravisione.
E tutti allegri nel lume quadrato che a volte si addorme e a volte scattando si sveglia parevano aver dimenticato la mestizia, annunciando e rinnegando la mestizia perché si potrebbe mesti morire e la morte dentro di noi non è più difendibile da nessun argomento.
Ma nel profondo forse dopo l’ultimo sfavillìo sul monitor è la chiara morte che ha la visione di noi e ci riflette senza fretta soppesando il quadro delle parole una ad una e decidendo il silenzio assoluto sbarramento alla diga di lacrime che deve asciugare.
Dai mille risvolti è la trappola d ardore e sofferenza se tu vai col tuo passo evitando i richiami che salgono frammisti al vapore del lago infernale del tempo, le mille pieghe del sudario che t’insegue come cosa viva. Il Re conosce bestemmie meschine inconoscibili che tu non puoi capire né ripetere il Re ha sovvertito l’ordine dei vocaboli, la lingua s’incespica e non puoi che balbutire.
Ma questa voce diversa che ti muove come un padrone si espande nel tuo centro e vince l’incertezza le ferite incrostate delle percosse si riaprono e tu ti libri rosso di sangue sui cortili muti del palazzo incenerendo le pietre con l’unico lemma che mai fu detto.
C’è nostalgia di te mia signora illustre prigioniera che giaci sotto pietre parole accartocciate, c’è nostalgia di te amore dai mille volti malati della nostra umana finitudine che non osa il coraggio dell’eterno il sonno del giusto.
Dice François da buon cattolico che non sono insensibili ma proprio stronzi nella accezione comune del termine - e per carità senza disprezzo per la persona umana - costoro passano sui cadaveri e sulle fami e sulle membra rinsecchite dei bambini passeggiando col parasole nei parchi privati; fuori il popolo puzza e s’ubriaca e si moltiplica conigliescamente brucando erba e avanzi e rifiuti, dice François - ma non l’ha mai detto veramente...
Dice che la mia interpretazione suona estremistica ma vera e ci sarebbe modo e modo per dire le cose senza offendere Iddio Padre di tutti ubbriachi e passeggiatori con il parasole. E’ così il mio amico rosso di capelli fra i capelli corvini della Bolivia, lui la mite parola in prima fila ed io la riserva che non entra mai in contatto diretto con la bestia. Direbbe François da buon padre cattolico spirituale ma anche anagrafico di Wicky senza averla procreata che tutto il fiele delle parole non ha prodotto che vittime e poveri senza parola, direbbe che la mia rabbia non è che un riflesso condizionato d’un uomo ben nutrito con qualche scrupolo e che la sostanza sta altrove in un altro mondo d’idee che non conoscerò.
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