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Gianmario lucini La guerra inevitabile
Seguendo il filo della ricerca antropologica di Gregory Bateson e i più elementari concetti della psicologia sociale, tenteremo qui di riflettere sulla fenomenologia della guerra, partendo dalla tesi che la guerra non può essere evitata se non viene variato l’assetto dell’ordine politico mondiale (che potremmo, ma soltanto per una ragione di economia del discorso, identificare nell’O.N.U.) e se gli Stati più forti non cambiano le modalità di rapportarsi con gli stati più deboli. La nostra tesi è che le ragioni della guerra sono, in questo momento storico (come nel passato) insite nello stesso modello di relazioni internazionali, ossia: guerra è periodicamente inevitabile perché lo stato stesso delle cose è così congegnato da renderla inevitabile. Pertanto, le conclusioni della nostra tesi saranno che, per evitare i conflitti armati, è necessario un cambiamento antropologico fondamentale, che significa anche, dal punto di vista neurologico, l’attivazione di particolari sentieri neuronali e sinaptici che sono impossibili da attivare se non si compie una vera e propria metànoia nei fondamenti stessi del diritto internazionale e nella cultura in genere.
La violenza gentile Uno degli assiomi [1] della pragmatica della comunicazione umana, spiega che la comunicazione, per assumere le caratteristiche di scambio soddisfacente per tutti i comunicanti, deve avere le caratteristiche del riconoscimento dell’interlocutore. Questo riconoscimento si caratterizza sostanzialmente nella comprensione delle ragioni dell’altro e nel sentirsi compresi nelle proprie ragioni. Chi è in comunicazione insomma, oscilla continuamente da una posizione Up (quando è riconosciuto) e Down (quanto riconosce, accoglie, accetta, com-prende le ragioni dell’altro, oppure chiede all’altro un favore, un aiuto). Se questo non avviene, avremo di conseguenza una cristallizzazione delle posizioni, nella quale uno degli interlocutori è sempre Up e l’altro è sempre Down. Un modello del genere, protratto nel tempo, acquista caratteristiche patologiche, più o meno marcate, sino alle forme estreme del sadismo vero e proprio. Gregoey Bateson spiega questo fenomeno, che egli ha avuto modo di osservare e teorizzare nel corso di una campagna di studi presso due tribù primitive. [2] In pratica, una tribù avanzava sempre nuove pretese verso l’altra, che venivano regolarmente evase pur di evitare la lite. Ma di pretesa in pretesa la tribù dominante finì per rendere schiava l’altra tribù, senza peraltro ci fosse stata una lite grave, una guerra, o cose del genere. Da questi studi e da altre ricerche la scuola di Palo Alto, guidata da Paul Watzlawick (1968), teorizzarono l’assioma di cui si è detto – e che sinora non è stato smentito dai fatti [3]. La situazione sopra descritta si attaglia perfettamente allo status quo della politica e dell’economia mondiale. Lungi dall’allargarsi, gli spazi individuali di libertà si comprimono sempre di più, le democrazie liberali aprono sempre nuovi spazi di libertà nelle relazioni economiche ma li chiudono nelle politiche (interne ed estere) con forme nuove e sempre più sottili di autoritarismo e di controllo. Il paradigma dello “scambio” è: benessere per libertà (ti concedo benessere e ti chiedo di rinunciare a un po’ di libertà). Le stesse democrazie, che alcuni decenni or sono si caratterizzavano per forme di consenso molto più diretto, oggi si appiattiscono sul modello leaderistico, dove molti poteri sono sempre più concentrati in mano a sempre meno individui (per far fronte alla complessità e per snellire le decisioni, visto che oggi non è più possibile adottare i tempi decisionali di ieri – si dice pragmaticamente). Il trend insomma è, a fianco di un sempre maggiore benessere (parlo delle democrazie occidentali), che vistosamente supplisce a un sempre minor potere decisionale individuale e a un sempre maggior controllo di specifici organismi addetti al controllo (polizia ed esercito, più che controllo “sociale” in senso stretto), l’organizzazione di forme aggregative sociali sempre più verticali, dove i pochissimi centri di molto potere non possono essere più controllati dalla base elettorale e a volte neppure dalla magistratura o da organismi democratici di controllo che dovrebbe fungere da garanzia dell’eguaglianza. Le democrazie occidentali insomma, per certi versi, assomigliano molto di più alle democrazie antiche, quella di Atene ad esempio, dove la partecipazione del dèmos al potere non era certo il voto alle donne, agli iloti, alle famiglie più povere. Magari non in teoria avviene questo, ma certo nei fatti (vedi la diffusa tendenza a disertare le urne elettorali), com’è un fatto che la maggiore potenza del mondo esprima l’uomo politicamente più potente del mondo, eletto però da poche diecine di milioni di individui. La democrazia occidentale assomiglia non certo alla favola che ci raccontavano a scuola (democrazia = partecipazione del popolo, decisioni prese a maggioranza, partecipazione, giustizia sociale, uguaglianza, ecc.): queste cose nella realtà non esistono, sono luoghi comuni, leggende metropolitane, così come luogo comune era il concetto di “dittatura del proletariato” o di “comunismo” negli stati marxisti. La democrazia, se non è capace di diventare realtà concreta e funzionante, rimane ideologia, concetto vuoto. La democrazia occidentale permette lo spazio al confronto, solo se si hanno i mezzi economici per acquistare questo spazio. E questo deriva da un concetto di libertà che è mal posto: la libertà diventa infatti oppressione se non si parla anche di pari opportunità. Se ho mezzi per esprimere il mio punto di vista e il mio avversario non ne ha, è ovvio che vincerà il mio punto di vista. Se ho mezzi economici per imporre un prezzo di compravendita, è chiaro che chi fa affari con me diventerà sempre più povero. E, a ben vedere, non è tanto “colpa” del modello democratico se accade tutto questo, ma piuttosto di un concetto male inteso di libertà, principalmente da quel movimento di pensiero che possiamo individuare nel neoliberismo, la dottrina economica (ma anche sociale) che, interpretando a modo suo la tendenza omeostatica delle spinte e controspinte economiche e sociali, predica a gran voce la libertà di agire come e quando si vuole, entro un quadro di regole, beninteso, che però sono espressione, per le ragioni dette sopra, degli stessi gruppi di potere. Non è vero pertanto che il mercato si regola da solo, che la politica è espressione della volontà popolare, che ognuno può liberamente far valere i propri punti di vista: questi sono tutti fenomeni controllati non da un volere democratico, ma da élites economiche dominanti. Ebbene, tutto questo è la violenza, pur gentile, che ha finora garantito, in ogni situazione, panem et circenses, ma non può definirsi libertà, democrazia, pluralismo, giustizia, uguaglianza e quant’altro. E’ la situazione in sé che è violenta e che genera al suo interno forme depressive (suicidi, tossicodipendenze, alcolismo, solitudine, emarginazione, ecc.) e reattive (terrorismo, devianza sociale, delinquenza, ecc.). Nelle forme depressive potremmo intravvedere il soggiacere a un meccanismo sado-masochistico, nelle forme reattive potremmo intravvedere un meccanismo di straniamento oligofrenico, di psicopatia, di schizofrenia. Il modello qui descritto non vale ovviamente solo nel caso dei rapporti fra singole persone, ma anche nei rapporti internazionali, fra stati “sovrani”.
La paura che sta dietro Saddam Hussein, per rapportare il discorso alla guerra attuale, è un reattivo, entra nella seconda tipologia di comportamenti: sadico nella politica interna e deviante (oligofrenico) nella politica internazionale. Ed è pertanto stato trattato come l’attuale modello di relazioni prevede, da deviante, ossia non è mai stato riconosciuto. Non solo, ma col fenomeno delle sanzioni economiche, gli Stati forti lo hanno, de facto, identificato con il popolo e il popolo iracheno (in parte almeno) si è identificato con lui, ma perché erano gli occidentali stessi, in ultima analisi, a volerlo. Per colpire Saddam si è colpito il popolo, prima con le sanzioni, poi con la guerra, proprio in nome del popolo, della democrazia. Questo è paradossale e incredibile, così come paradossale e incredibile è il fatto che le élites economiche degli Stati democratici, le stesse che ora lo vogliono morto, abbiano continuato a fare affari con lui. Una politica internazionale intelligente si sarebbe messa Down, avrebbe non certo imposto sanzioni ma aiutato economicamente, con canali ONU, la popolazione irachena. Lo scambio culturale con gli iracheni (che sono un popolo straordinario) avrebbe facilitato l’innesco di una forma di reazione alla dittatura, e comunque avrebbe tolto acqua al mulino agli argomenti di Saddam, impedendogli di acquisire un così forte consenso popolare, che è molto superiore a quello che aveva Mussolini in Italia (l’Italia infatti ha espresso una robusta reazione partigiana, mentre in Iraq non si intravvede l’ombra di un movimento idealmente motivato). Non solo, ma probabilmente avrebbe sbilanciato lo stesso raìs. L’atteggiamento che sta dietro al comportamento di Saddam è la paura. La paura di perdere il potere, che gli ha fatto compiere orribili delitti che forse ancora non conosciamo del tutto. La paura sta anche dietro il comportamento degli americani, dopo l’attacco dell’11 settembre. L’americano si sente spiato, odiato, minacciato. La stampa americana, in questo periodo, è un’enorme fucina di notizie paranoiche, la maggior parte fasulle, ma che alimentano una sempre maggiore insicurezza nell’americano medio. Paradossalmente certe notizie, in anni passati, mai sarebbero trapelate, ma ora vengono fatte trapelare (è una scelta democratica? potrebbe esserlo, ma certo non lo è se gli argomenti contrari non trovano il minimo spazio di espressione). Quando nessuno dei due contendenti vede riconosciuta e rispettata la sua paura, allora il conflitto non può che accadere. Si procede a un’escalation simmetrica, prima fatta di dichiarazioni sempre più minacciose, poi si passa ai fatti, a piccoli passi. Il meccanismo è quello di non poter tollerare una situazione Down. Chi si sente in Down vuole risalire allo stato Up, prevalere, e pertanto minaccia, si muove contro, cerca di avere ragione di. Ma l’altro non sta certo a guardare e reagisce a sua volta con una mossa che lo riporta Up. E così via, sino a quando non resta altra alternativa che far fuori fisicamente (in questo caso) l’altro. Pertanto, la situazione di squilibrio è già insita nello stato delle cose, per il semplice fatto che uno dei due è più potente dell’altro, economicamente, militarmente. La situazione in sé, come si diceva, è portatrice di conflitto. Lo si deduce dal fatto che non è ancora terminata la guerra con l’Iraq e già si parla di guerra contro Siria, Ciad, Iran, Corea del Nord, Libia... Sembra un ragionamento da pazzi scatenati quello che si sta facendo con molta serietà in questi giorni: ragionamento che troviamo in qualsiasi giornale, in qualsiasi rubrica televisiva, persino nelle chiacchiere al bar. Ma, dal punto di vista della real politik, è un ragionamento molto sensato. Non esiste infatti altra strada per liberare l’occidente da queste paure, a meno che, come azzardavo nella premessa, non si abbandoni questo approccio relazionale e gli Stati non operino una vera e propria metànoia nel modo di rapportarsi. Non abbiamo altra via, se vogliamo evitare la guerra, di riconoscere gli Stati canaglia cosiddetti (già il termine con cui li si definisce è conflittuale, offensivo, non certo il più adatto alla comunicazione efficace). Il come può essere studiato opportunamente, adattandolo agli strumenti diplomatici e politici, ma certo è che sono sempre i più forti a dover riconoscere (ossia “mettersi Down”), se intendono evitare il conflitto, per il semplice fatto che la situazione “in sé” già li pone “Up” senza far nulla e senza che essi neppure lo vogliano, a meno che (e qui è il nodo antropologico fondamentale) sia già insita nell’ideologia del più forte l’idea di far fuori (certo, passo per passo, con una escalation simmetrica simile a quella appena osservata nel caso dell’Iraq) l’avversario. E tale sembrerebbe, nella sua struttura essenziale, l’idea di guerra preventiva. Peraltro, l’assunto che ci sta dietro (“o fai come ti dico o ti faccio fuori”) corrisponde all’assoluta non-volontà di cambiare le relazioni internazionali e di depotenziare il già insignificante ONU – che a questo punto sarebbe davvero un Ente inutile, almeno politicamente.
Il nuovo disordine mondiale Così come si profila, l’ipotesi di un “nuovo” ordine mondiale (ossia, l’unica superpotenza che fa il poliziotto del mondo) non può, per le ragioni sopra dette, risolvere definitivamente il problema del terrorismo, né costituire alcun ordine. L’America sarà sempre più odiata e isolata, gli americani sempre più minacciati, insicuri, frustrati, infelici, i poveri sempre più poveri e sempre più coscienti delle grandi ingiustizie planetarie, sempre più reattivi e aggressivi (ne va infatti della sopravvivenza: quando un animale si sente minacciato nella sua sopravvivenza attacca: non c’è ragione che tenga, neppure per l’animale-uomo). Qualcuno ha scritto che avremo davanti 30 anni di guerra, ma costui è un ottimista (la “guerra dei trent’anni”, nel ventunesimo secolo: non suona anche questo come una pazzia? La pazzia della ragione?). Né saremo più felici degli americani noi stessi europei: la Siria è vicina, e così la Libia: sono guerre alle porte di casa. C’è anche da dire che guerre di questa portata necessiterebbero di ingenti risorse, sempre più sottratte ai più deboli. E certo l’America finirà col chiedere la parcella che sinora non ha chiesto, proprio perché non poteva chiederla (ha deciso infatti da sola, con l’Inghilterra e la Spagna, di entrare in guerra). Se noi europei dovessimo accettare questa logica del “nuovo ordine”, dovremmo aumentare almeno del 10% il prelievo fiscale per far fronte alla guerra. Il che provocherebbe un forte indebolimento della middle class con conseguenti destabilizzazioni, scontenti sociali, impoverimento delle fasce più deboli, ecc. Questo è logicamente prevedibile, lo vedrebbe anche un bambino. Pertanto, mi pare che non possiamo permetterci di non cambiare, non possiamo accogliere la logica (aberrante e mostruosa) di questo cosiddetto “nuovo ordine”, che non ha nessun carattere di civiltà nella sua formulazione e poggia esclusivamente sull’argomento della forza (e della paura che ci sta dietro). E tutto questo a prescindere dagli effetti concreti di una simile scelta (destabilizzazioni di equilibri politici già precarissimi, specie nell’area medio-orientale, morti e massacri, distruzioni, inquinamento, rancore e odio, divisioni sempre più profonde fra i popoli e le culture – abbiamo un esempio in itinere: il rapporto fra palestinesi e israeliani). Non possiamo pertanto prendere questa strada, a meno di volere, con conoscenza di causa, votarci al disastro.
Cambiare prospettiva La metànoia di cui si parlava sopra, è pertanto l’unica prospettiva possibile e ragionevole. Significa, nella sostanza, governare un processo di revisione dei rapporti internazionali (e non lasciarlo allo stato delle cose, che abbiamo visto in sé conflittuale), nel quale le ragioni di tutti (di TUTTI) siano prese in considerazione e venga elaborato un modello di scambio nel quale (appunto perché scambio e non rapina) ognuno esca con un vantaggio, oppure un piccolo sacrificio a fronte di un enorme vantaggio. Scambio infatti, significa ricevere ma anche dare (o anche, riconoscere ed essere riconosciuto): è impossibile che sia scambio quando non si dà nulla. Abbiamo bisogno per questo di una nuova regola internazionale che smascheri l’ipocrisia del concetto di libertà così come lo intende il neo-liberalismo, e tuteli invece l’equilibrio dei soggetti, concedendo più potere laddove il potere difetta (un po’ come nella nostra legislazione del lavoro, quando si considerano le parti in causa, datore di lavoro e lavoratore, asimmetrici dal punto di vista del potere e dello status, operando una specie di compensazione laddove si renda necessario). Occorre infine dare vita a un modello che tenga conto anche (o forse soprattutto) della solidarietà e della gratuità, basato pertanto non su regole o su equità formale, ma sul concetto di dono, di regalo, di cura, di inter-esse genuino per l’altro, di empatia - credo che su questo punto le donne avrebbero molto da insegnare alla politica. Solo così, credo, potremo uscire da questo marasma che si annuncia epocale e paradossalmente sono proprio gli studiosi americani di scienze umane coloro che forniscono a questa prospettiva solide basi argomentative. Solo così potremo togliere acqua al mulino della guerra, che macina cadaveri: non c’è bisogno di guerra se si attuano questi principi. Forse non saremo “felici” come recita un diritto della costituzione americana, ma a ben vedere neppure gli americani, oggi, sono molto felici. E noi neppure.
[1] ) “Assioma” della comunicazione: regola che non può essere dimostrata né smentita. In questo modo hanno definito i ricercatori del Mental Research Institute di Palo Alto, cinque regole basilari per la comunicazione efficace. [2] ) Si rimanda al testo di G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi [3] ) P. Watzlawick, J. Beawin, D.D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio |