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Krisis
Prologo
Sta bene. S’è scritto quel che umano era scrivere, un po’ con rabbia, un po’ di fretta col pianto agli occhi ridendo per vivere nostro malgrado;
ma fu in un’altra vita. Scende oggi delle alture un silenzio più stranito a sera, quando toccano campane che serrano lontane come allora quella domanda incolore che opprime si allunga e si contorce, baluginare d’immagini, gesti, impalpabili omissioni.
E ogni sera, ogni sera ci raggira la beffa del rimosso ogni sera lo stesso lamento quasi per fede o magia o mania così potente da sollevare il mondo tutto al ritmo d’un verso
noi che dentro ad esso siamo e un poco fuori a respirare un’aria di periferia non avremo più scampo, più via, non avremo più lampo negli occhi o voce, se questa non tace
se non comprimeremo i flautati e i falsetti coi pugni serrati dentro la gola, e altra voce non s’incarni e un agire s’affanni a dissipare gli eterni fantasmi che gemono a sera.
Ocra
Ti risveglia improvvisa l’aria dell’autunno nell’incanto di un borgo di montagna: un vento perenne fruscia fra i castagni; batte lontano un rumore di antiche faccende - così umane, magicamente assorte nello scorrere del tempo senza cura di tempo e senza pena -
come una tregua tra il vivere e il morire, un lungo saluto prima di partire per una meta incerta nell’ansia sofferta e pur serena del primo viaggio - solo, ancor bambino dalla casa puntando l’infinito cielo e l’orizzonte.
Marzo
E il vento ci risveglia battendo alle finestre, urlando un lamento nel cielo terso di fine inverno, traendo seco una deriva di dolore - dal quale pur ora siamo emersi cogitabondi ed ebbri a questa luce che fonde sugli occhi.
É un urlo che nasce da un abisso e scivolando dai tetti s’imbotra nelle vie, il pianto di un dio abbandonato da suo padre e da sua madre che chiede un po’ di pane.
Se vai nella natura in questo vento in questa luce ascolta quella voce che dentro ci tormenta e che respira, come respira il vento.
Lamentazione
Vedi come il fuoco divora fino all’osso la linfa nostra, il nostro sangue crepitando in pioggia di faville vola via,
vedi addensata di nubi l’angoscia nel cielo, e l’arrossa e l’annera; ci graffia l’anima e il centro del nostro amore maciulla,
così che ogni estate un poco d’eterno muore coi boschi d’Italia, di noi stessi un poco trasmuta e diventiamo più vecchi, più smorti, più spettri fra i neri spettri che levano braccia nere a invocare pietà o vendetta, all’occhio del cielo - mesto e sereno.
Animistica
Avessi almeno il cuore della pietra, quella segreta docilità dello stare immobile nell’ere e savio e paziente a una lenta forza che la plasma e sempre uguale la trasmuta,
o il cuore dell’albero che scruta il mistero dell’abisso e della terra, che si protende con fede alle stelle nell’uovo delle stagioni – da sempre voce del vento, sua ancia e strumento che canta la danza di Dio nelle selve -;
o il cuore dell’animale generoso che riceve e dà senza nulla chiedere e senza pensare, chiaro nella gioia e nel dolore il suo tenero dire, essenziale la sua rabbia, il suo amore...
Ma tu hai cuore di vento e pensiero che scruta altri mondi, e ti scempi mai sazio di te, ti crei e distruggi nel divenire d’uggia, nel vivere scontento...
(senza titolo)
Ora non vale volgersi indietro e rammentare se quel guardare è mito che rincuora un poco la mente infiacchita e amara
o viatico a improbabile futuro che, inani, pur nostro sentiamo, - ma senza volto, senza cuore, senza mani
spiriti puri, astratti teoremi dentro calcoli ignoti -; che vale dire quello che fummo, quasi celebrare
un rito con parole amare o ira se il grande male poi ci sta dinnanzi appena oltre l’uscio del tramonto,
se già il cielo ritrema d’un sole non più buono – poi che d’un fiato l’ozono in cinquant’anni ci siamo bevuto –
se già le sconvolte stagioni ogni orrore menano, mali striscianti che dilagano e brandiscono spade,
spietati cavalieri dell’Apocalissi dal nome scialbo – diossina, cianuro ossido, benzene, radiazione - ?
Beate quelle che non hanno partorito altra carne, a questo sordido banchetto del passato che il futuro divora...
Week End
Poi all’improvviso ti senti sbalzato via da ogni tua cosa, nella strada rovente come se una mina deflagrasse a te vicina (e anche tu deflagri come in un sogno funesto) ed eccoti in auto, nel collettivo rito che ci attorce uni e ci divisa a piacimento, frizione freno in deliquio di fremiti e sudore, pigiando con l’angoscia di giungere mai a quell’azzurra meta scelta tanto per scegliere, per riposare, ritemprare, rinascere più adatti all’apparato produttivo, al ruolo che ci fa vivi e ci dà voce nella piccola agorà che ci compete...
Luglio milanese
Ogni volta che vi torno la ritrovo più malata la vecchia Milano tossicchia afasica sputacchia fra i veleni e urlante e cigolante fibrilla e trema in un sordo continuo boato che mi permea e m’intride, ogni molecola mi scioglie, osso per osso mi fa vibrare, come un torturato alla graticola.
Vecchia Milano della canicola spietata di luglio: - e chi mai l’arresta? - quando si va ciondolando penitenti l’occhio all’agenda degli appuntamenti - o quali colpe mai da scontare, o tremenda sequela d’errori da espiare...
Corre sempre Milano, corre sul suo scheletro storto e rugginoso, corre nel sole e nella nebbia nel ventre bianco di straniti sottosuoli, rincorre un già mancato appuntamento - eterna perdente alla fantastica gara che lei soltanto volle.
E intanto corre per altri binari altra vita più accorta, più silente che l’osserva: sarà l’impercettibile morte che anno dopo anno ne muta la natura o può essere ormai che nessuno si conosce e si saluta e sola giga perenne sia questo vibrare, ballare, procedere spediti come se una meta avesse qualcuno indicata - ma lontana e in altro tempo e luogo con il vasto d’un deserto da passare, un condottiero balbuziente e quarant’anni di manna e di tormenti tra vampate di zolfo e scorpioni.
In veranda
Un sole al tramonto, un tabacco dal gusto secco, inglese, una giga bachiana una fresca veranda dove un lieve scompiglio di refoli batte, - lontano un gracchiare di cornacchia e il lamento di un cane alla catena.
Questo borghese ristoro, oblio della pena usata m’era dovuto - credo – e lo trangugio come acqua pura nel vespro di campane.
(A molti non è dato abbandonare l’occhio ad alcuna meraviglia il semplice vivere per vivere, il diritto d’ubbriacarsi d’un cielo, sereno fra foglia e foglia).
A compieta
La nostra sera già da tempo è cominciata. La luna adagio sale all’orizzonte di un’attesa senza nome: chi attendevamo non s’è degnato disciogliere un colloquio sulla nostra soglia; sono fuggiti altri, come prede, e torneranno forse come cacciatori portando sul volto una maschera di luna che trema là in alto inchiodata a un profilo di cimasa - altro non trema, neppure il vento poc’anzi così spavaldo.
La natura ci legge dentro l’anima ci interroga con segni muti ed eloquenti: - dovremmo avere allora un altro cuore per stare con diritto nel suo ventre e senza orrore alcuno, senza scandalo.
In memoriam
Odi questi colpi di martello nella notte echi che si frangono miste a sciabordii sfilacciate dal buio e dalla sabbia - echi di sabbia, di sonno, sognando allegre le nubi nell’aperto mare.
Ma chi risponde tornerà alla vergogna della luce, a tutto l’arido pianto che la vita in un sol drappo ricuce, per stenderlo all’ultimo corale del dramma sul feretro pianto:
non ora, non oggi che la coscienza dondola pura a correnti di mare e si fa sabbia degli abissi. Geme là in alto a raffiche il vento e solleva insormontabili onde: qui nella calma
e quasi lieta agonia, nel silenzio, non è altro che tela dipinta una volta e per sempre.
Severomorks. Lacrima il cielo, tacciono squadrati i palazzi. I marinai come formiche s’affacendano fra i ruderi d’un giorno d’agosto. A brevi squadre escono e accigliati commentano di quella nera madre assonnata e muta nel mare di Barens. Per la strada un brivido di vento rammenta l’inverno, la neve ai davanzali l’antico calore d’un’osteria fuorimano.
Non vale tutta questa pena il sapersi vivi o mezzi morti (un nome, il mio, il tuo può essere inciso su una lapide lustra al suono di meste fanfare), non vale il mio, il tuo sereno amore una vicenda d’onnipotenza. A Severomorks la mente ha il colore del blu e del nero, prua impiantata nella sabbia d’un fondale non sa che pensare. Forse
non è finito ancora o forse ancora deve cominciare un rito di sole che tramonta e si lamenta incredulo davanti al suo male.
L’ultimo volo del “Concorde”
... e intanto fende l’aria fredda sotto l’ali dell’ultimo volo Parigi New York: fuori il sole brilla, i lenti litorali
di Francia sfilano, un caldo choc d’azzurro appena annuvolato avvampa nella mente dello stranito viaggiatore,
il suo cuore si tuffa e divaga nel suo stesso infinito di pensieri e, punto disperso nelle ceneri dell’era
forse prega o forse ascolta, pur se non vuole, quel ronzio, quel frinire che insiste e un poco lo rincuora;
Sotto di lui l’infinito degli uomini sopra di lui l’infinito sgomento che non osa guardare – lui, risibile
niente che lo sfida e che lo vince – e fra questi tracciando una linea di candidi vapori nel tramonto
perpetuo, il Concorde, dalla fulminea forma rapace lo porta, lo conduce di luce in luce nel suo ventre forte
e lustro d’acciaio, lo tiene sospeso nell’ansia leggera e un poco ebbra, dalla vecchia
sera europea alla nuova sera americana.
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