Gianmario lucini

Krisis

 

 

 

 

 

 

Prologo

 

Sta bene.  S’è scritto

quel che umano era scrivere,

un po’ con rabbia, un po’ di fretta

col pianto agli occhi ridendo

per vivere nostro malgrado;

 

ma fu in un’altra vita.  Scende oggi

delle alture un silenzio più stranito

a sera, quando toccano campane

che serrano lontane come allora

quella domanda incolore che opprime

si allunga e si contorce,

baluginare d’immagini, gesti,

impalpabili omissioni.

 

E ogni sera, ogni sera ci raggira

la beffa del rimosso

ogni sera lo stesso lamento

quasi per fede o magia o mania

così potente da sollevare

il mondo tutto al ritmo d’un verso

 

noi che dentro ad esso siamo e un poco fuori

a respirare un’aria di periferia

non avremo più scampo, più via,

non avremo più lampo negli occhi

o voce, se questa non tace

 

se non comprimeremo i flautati e i falsetti

coi pugni serrati dentro la gola,

e altra voce non s’incarni

e un agire s’affanni a dissipare

gli eterni fantasmi che gemono a sera.

 

 

           Ocra

 

Ti risveglia improvvisa l’aria dell’autunno

nell’incanto di un borgo di montagna:

un vento perenne fruscia fra i castagni;

batte lontano un rumore

di antiche faccende - così umane,

magicamente assorte nello scorrere del tempo

senza cura di tempo e senza pena -

 

come una tregua tra il vivere e il morire,

un lungo saluto prima di partire

per una meta incerta

nell’ansia sofferta e pur serena

del primo viaggio - solo, ancor bambino

dalla casa puntando l’infinito

cielo e l’orizzonte.

 

 


           Marzo

 

E il vento ci risveglia battendo alle finestre,

urlando un lamento nel cielo

terso di fine inverno,

traendo seco una deriva di dolore

- dal quale pur ora siamo emersi

cogitabondi ed ebbri

a questa luce che fonde sugli occhi.

 

É un urlo che nasce da un abisso

e scivolando dai tetti s’imbotra nelle vie,

il pianto di un dio abbandonato

da suo padre e da sua madre

che chiede un po’ di pane.

 

Se vai nella natura in questo vento in questa luce

ascolta quella voce che dentro ci tormenta

e che respira, come respira il vento.

 

 


           Lamentazione

 

Vedi come il fuoco divora fino all’osso

la linfa nostra,

il nostro sangue crepitando in pioggia

di faville vola via,

 

vedi addensata di nubi l’angoscia

nel cielo, e l’arrossa e l’annera;

ci graffia l’anima e il centro

del nostro amore maciulla,

 

così che ogni estate un poco d’eterno

muore coi boschi d’Italia,

di noi stessi un poco trasmuta

e diventiamo più vecchi,

più smorti, più spettri

fra i neri spettri che levano braccia

nere a invocare pietà

o vendetta, all’occhio del cielo

- mesto e sereno.

 

 


           Animistica

 

Avessi almeno il cuore della pietra,

quella segreta docilità dello stare

immobile nell’ere e savio e paziente

a una lenta forza che la plasma

e sempre uguale la trasmuta,

 

o il cuore dell’albero che scruta

il mistero dell’abisso e della terra,

che si protende con fede alle stelle

nell’uovo delle stagioni – da sempre

voce del vento, sua ancia e strumento

che canta la danza di Dio nelle selve -;

 

o il cuore dell’animale generoso

che riceve e dà senza nulla chiedere

e senza pensare,

chiaro nella gioia e nel dolore

il suo tenero dire, essenziale

la sua rabbia, il suo amore...

 

Ma tu hai cuore di vento e pensiero

che scruta altri mondi, e ti scempi

mai sazio di te, ti crei e distruggi

nel divenire d’uggia,

nel vivere scontento...

 

 


           (senza titolo)

 

Ora non vale volgersi indietro e rammentare

se quel guardare è mito che rincuora

un poco la mente infiacchita e amara

 

o viatico a improbabile futuro

che, inani, pur nostro sentiamo,

- ma senza volto, senza cuore, senza mani

 

spiriti puri, astratti teoremi

dentro calcoli ignoti -; che vale

dire quello che fummo, quasi celebrare

 

un rito con parole amare o ira

se il grande male poi ci sta dinnanzi

appena oltre l’uscio del tramonto,

 

se già il cielo ritrema d’un sole

non più buono – poi che d’un fiato l’ozono

in cinquant’anni ci siamo bevuto –

 

se già le sconvolte stagioni

ogni orrore menano, mali striscianti

che dilagano e brandiscono spade,

 

spietati cavalieri dell’Apocalissi

dal nome scialbo – diossina, cianuro

ossido, benzene, radiazione - ?

 

Beate quelle che non hanno partorito

altra carne, a questo sordido banchetto

del passato che il futuro divora...

 

 


           Week End

 

Poi all’improvviso ti senti sbalzato

via da ogni tua cosa, nella strada rovente

come se una mina deflagrasse a te vicina

(e anche tu deflagri come in un sogno

funesto) ed eccoti in auto,

nel collettivo rito che ci attorce

uni e ci divisa a piacimento,

frizione freno in deliquio di fremiti

e sudore, pigiando con l’angoscia

di giungere mai a quell’azzurra meta

scelta tanto per scegliere,

per riposare, ritemprare, rinascere

più adatti all’apparato produttivo,

al ruolo che ci fa vivi e ci dà voce

nella piccola agorà che ci compete...

 

 


Luglio milanese

 

Ogni volta che vi torno la ritrovo più malata

la vecchia Milano tossicchia

afasica sputacchia fra i veleni

e urlante e cigolante fibrilla

e trema in un sordo continuo

boato che mi permea e m’intride,

ogni molecola mi scioglie, osso

per osso mi fa vibrare,

come un torturato alla graticola.

 

Vecchia Milano della canicola

spietata di luglio: - e chi mai l’arresta? -

quando si va ciondolando penitenti

l’occhio all’agenda degli appuntamenti

- o quali colpe mai da scontare, o tremenda

sequela d’errori da espiare...

 

Corre sempre Milano, corre

sul suo scheletro storto e rugginoso,

corre nel sole e nella nebbia

nel ventre bianco di straniti sottosuoli,

rincorre un già mancato appuntamento

- eterna perdente alla fantastica gara

che lei soltanto volle.

 

                                 E intanto corre

per altri binari altra vita

più accorta, più silente che l’osserva:

sarà l’impercettibile morte

che anno dopo anno ne muta la natura

o può essere ormai che nessuno

si conosce e si saluta

e sola giga perenne sia questo vibrare,

ballare, procedere spediti come se una meta

avesse qualcuno indicata

- ma lontana

e in altro tempo e luogo

con il vasto d’un deserto da passare,

un condottiero balbuziente

e quarant’anni di manna e di tormenti

tra vampate di zolfo e scorpioni.

 

 


           In veranda

 

Un sole al tramonto, un tabacco

dal gusto secco, inglese,

una giga bachiana una fresca veranda

dove un lieve scompiglio di refoli batte,

- lontano un gracchiare di cornacchia

e il lamento di un cane alla catena.

 

Questo borghese ristoro, oblio della pena

usata m’era dovuto

- credo – e lo trangugio

come acqua pura nel vespro di campane.

 

(A molti non è dato abbandonare l’occhio

ad alcuna meraviglia

il semplice vivere per vivere, il diritto

d’ubbriacarsi d’un cielo,

sereno fra foglia e foglia).

 

 


A compieta

 

La nostra sera già da tempo è cominciata.

La luna adagio sale

all’orizzonte di un’attesa senza nome:

chi attendevamo non s’è degnato

disciogliere un colloquio sulla nostra soglia;

sono fuggiti altri, come prede,

e torneranno forse come cacciatori

portando sul volto una maschera di luna

che trema là in alto

inchiodata a un profilo di cimasa

- altro non trema, neppure il vento

poc’anzi così spavaldo.

 

La natura ci legge dentro l’anima

ci interroga con segni muti ed eloquenti:

- dovremmo avere allora un altro cuore

per stare con diritto nel suo ventre

e senza orrore alcuno, senza scandalo.

 

 


           In memoriam

 

Odi questi colpi di martello nella notte

echi che si frangono miste a sciabordii

sfilacciate dal buio e dalla sabbia

- echi di sabbia, di sonno, sognando

allegre le nubi nell’aperto mare.

 

Ma chi risponde tornerà alla vergogna

della luce, a tutto l’arido pianto

che la vita in un sol drappo ricuce,

per stenderlo all’ultimo corale

del dramma sul feretro pianto:

 

non ora, non oggi che la coscienza

dondola pura a correnti di mare

e si fa sabbia degli abissi.  Geme

là in alto a raffiche il vento e solleva

insormontabili onde: qui nella calma

 

e quasi lieta agonia, nel silenzio,

non è altro che tela dipinta

una volta e per sempre.

 

Severomorks.  Lacrima il cielo,

tacciono squadrati i palazzi.

I marinai come formiche s’affacendano

fra i ruderi d’un giorno d’agosto.  A brevi

squadre escono e accigliati commentano

di quella nera madre assonnata

e muta nel mare di Barens. 

Per la strada un brivido di vento

rammenta l’inverno, la neve ai davanzali

l’antico calore d’un’osteria fuorimano.

 

Non vale tutta questa pena

il sapersi vivi o mezzi morti

(un nome, il mio, il tuo

può essere inciso su una lapide lustra

al suono di meste fanfare), non vale

il mio, il tuo sereno amore

una vicenda d’onnipotenza.  A Severomorks

la mente ha il colore del blu e del nero,

prua impiantata nella sabbia d’un fondale

non sa che pensare.  Forse

 

non è finito ancora o forse

ancora deve cominciare

un rito di sole che tramonta e si lamenta

incredulo davanti al suo male.

 


L’ultimo volo del “Concorde”

 

... e intanto fende l’aria fredda sotto l’ali

dell’ultimo volo Parigi New York:

fuori il sole brilla, i lenti litorali

 

di Francia sfilano, un caldo choc

d’azzurro appena annuvolato avvampa

nella mente dello stranito viaggiatore,

 

il suo cuore si tuffa e divaga

nel suo stesso infinito di pensieri

e, punto disperso nelle ceneri dell’era

 

forse prega o forse ascolta,

pur se non vuole, quel ronzio, quel frinire

che insiste e un poco lo rincuora;

 

Sotto di lui l’infinito degli uomini

sopra di lui l’infinito sgomento

che non osa guardare – lui, risibile

 

niente che lo sfida e che lo vince –

e fra questi tracciando una linea

di candidi vapori nel tramonto

 

perpetuo, il Concorde, dalla fulminea

forma rapace lo porta, lo conduce

di luce in luce nel suo ventre forte

 

e lustro d’acciaio, lo tiene

sospeso nell’ansia leggera

e un poco ebbra, dalla vecchia

 

sera europea alla nuova

sera americana.