Gianmario lucini

                        Lamentazioni per l'essere

                                  (Silloge integrale - 2003)

 

 

 

 

Nota

 

La decisione di dedicare questa silloge a Sergio Marcianò mi fornisce l'occasione per inserirle sul sito in versione integrale.  La dedica di queste 32 brevi liriche a Sergio Marcianò non vuole essere una indicazione generica: Don Sergio, con la sua musica, esprime il "maestosum et trememdum" del trascendente ma in senso gioioso e festoso, mentre qui si esprime la sofferenza della ragione, non tanto in senso fideistico in quanto la trascendenza non è mai negata ma è pacificamente sottintesa ed anzi spesso esplicitamente ribadita, ma piuttosto in senso mistico, dove l'Essere è inteso come Colui-che-sfugge, in maniera simile ad Heidegger quando scrive sulla Verità-Aletheia - solo che qui Essere e Nulla, in un certo senso, sono la stessa EntitàSi tratta pertanto di concezioni della Trascendenza da due punti di vista molto diversi ma forse complementari: l'uno contemplativo e "immediato" o anche "intuitivo", l'altro filosofico e mediato dalla ricerca e dal vuoto del dubbio (horror vaqui?), ma il tema è identico.

 


 

A Sergio Marcianò, musicista valtellinese

che con la sua musica ci parla dell’Essere

 

 

 

 

E tu non puoi rispondere

non puoi...

 

Condizionata onnipotenza sei...

 

Pretendere altro è vano.

  (D.M. Turoldo, Canti Ultimi)

 

 

1

 

Sbarro porte e finestre, serro

fuori le voci che insidiano il silenzio.

Ho un bisogno di pazzia che si stagli all’orizzonte

come isola deserta e inospitale:

non aprirò mai più la porta, non dirò

parola oltre ciò ch’é stato scritto.

 

2

 

La massa ha preso possesso della casa,

non c’è dignità nemmeno in solitudine.

Il via vai della strada si riversa sopra i mobili,

c’è polvere sui libri, pozzanghere all’ingresso,

il vento gira sulla soglia in turbini cupi

roteando dicerìe, menzogne, foglie secche.

 

 

3

 

Il fiato del male ha chiuso il mio sonno

stamane.  Il risveglio mi pesa: uscire

nel mattino che sbianca, nel sole

che dissolve il ritmo notturno del sangue

in rovinosa permanenza, nel grido

che leva ogni cosa che vedi, - le case, le vie... -

 

baratro che tenta le speranze.

Il mondo è capovolto, la maschera

ben salda sul volto dei potenti.  Al povero

il rito della supplica, il mugugno,

la vigliacca ritirata in territori inospitali,

il fuoco dal cielo, le statue di sale.

 

 

4

 

Oh il volto d’autunno che sbianca nel sole

le montagne di brina mentre cala

dal nord il vento di maestrale...

(mi stringo nel sibilo e Tu volteggi in alto

su questo baratro, come il corvo imperiale

che plana, rincorre la sua ombra...).

 

 

5

 

Fa freddo la notte e spira dalle nubi

un alito di cane.  Solo

con la mia morte rinchiuso nel bunker

del rifugio invernale ascolto

il frastuono dell’acqua che scalpita a valle

lontana come il tempo che m’avvolge

 

e in lui disperso, dissolto

dal nulla mi lascio permeare

fin che regge il respiro e l’occhio

sconfina nel buio.

Ho trovato i segnali nel crepuscolo.

Una linea di sangue tingeva i crinali.

La nebbia delle abetaie era il tuo volto.

 

                                          (Rifugio Mambretti, 20 settembre)

 

 

6

 

Da sempre ti cerco e ignoro il mio cercare.

E’ l’ora

di zittire il gorgo che implode.

 

Io sono occhi e membra scorticate

che s’afferrano all’orlo dell’abisso.

Tu sei gelato nella storia, crocefisso

a un’idea

                e non ascolti

la nenia dei morti, lo scricchiolìo

del fondamento che si sgretola.

 

Te ne stai oltre il segno, Dio

da sempre disperso

e ritrovato.

 

 


 

7

 

Nel cielo chiaro dell’autunno

fra betulle mormori un canto:

il mio canto, il mio niente

disciolto nel tuo Nulla.

 

La mia vita frantumata in passi

gira in tondo: luoghi

riemergono, vecchi sogni.  Se fossi

vento pronuncerei il tuo Nome.

 

 

8

 

Ti vorrei dire mentre tinge la tua ala

di cupo la valle e sibila il camoscio;

ma la voce è fioca, s’affloscia

sulla sua ombra il corpo: risale

 

dai profondi un dubbio, mi preme

alla roccia e torno alla materia.

Fossi tu a dirmi ed io dal sentiero

abbandonarmi al suono del fonema...

 

 

9

 

Il tuo volto è la festa dei boschi,

l’erba ingiallita, i rossi mirtilleti,

avanti il gelo, l’azzurro che rapisce,

la tua pupilla è il nero della roccia.

 

Camminarti così sul corpo, risalirti

come formica il cuoio dei calzari,

e poi precipitare scosso da un fremito

ignaro che mi scuote quando un gemito

 

porta il vento - dolore senza origine.

 

 

10

 

Mi hai fatto deserto rovente, che aspetti

a spazzarmi via con la tua onda?

 

Perché mi ami con tanto struggimento

così che mi struggo e ritremo

al solo Nome di vento?

 

Conficco lo sguardo nella tua ombra

e tu affondi gli artigli nel mio ventre:

diversamente uguali in un cupo bagliore

di cielo infinito i nostri infiniti

 

desideri - così che pietà non basti

alla tua e mia debolezza; tendere

questo legame che ci separa; spendere

i giorni dell’essere nella nostalgia?

 

 

11

 

Non è mio il tuo nome, non esce da me

fiato che ti comprenda:

io sono il nulla chiamato alla vita,

tu sei il Nulla che plasma la pietra;

 

io non so di luoghi che ti comprendano,

tu non comprendi i luoghi che ti sanno,

ogni strada mi porta via da te, al luogo

dove tu attendi il mio vagare.

 

 

12

 

Tu sei, nel mio scambio col mondo

fiato e nutrimento

- nel passo che incespica, mano che s’avvinghia

ad ogni gioia, ad ogni patimento.

 

Così, mi sento vivo solo se ricordo

che Tu ti perdi in me aria bruciata,

soltanto se so che il tuo occhio mi scruta

- epokè del giudizio, inizio del mio mondo.

 

Ho tutto ciò che sai: la mia morte

nascosta chissà dove, la vita

silenziosamente altrove

- in te è già finita: tu sei la sorte.

 

 

13

 

E appari a volte dentro l’aurora,

sorridi come un antico dio pagano

vestito di quella ingenua freschezza

che emana dal capo dei bambini

 

ma poi ti dissolvi nella nebbia delle ore,

t’imbotri nel mio abisso malato:

invano lo colmi e io lo rivuoto,

spezzi il pane, celebri la festa.

 

Senza spada al fianco a volte

non ti conosco.

 

 

14

 

E mentre scrivo la storia della lieve

favilla del mio niente entro lo spazio

immenso del tuo Nome impronunciabile,

mi faccio attimo e delirio, strappo

alla tua notte un placido sostare

alla brezza dei campi, m’innesto

nel tuo tronco e spengo la mia sete.

 

E non scendessi mai da questo monte

a calpestare antiche certezze.

 

 

15

 

C’era una bruma fra i picchi e le alture:

era il tuo fiato che annunziava la frescura

della sera e mi tingeva il volto

dell’ultimo sole insanguinato.  I suoni

della notte mi dolevano nel petto.  Ero

lo struggimento del masso che attende

il sollevarsi della montagna

l’attimo che ingloba l’infinito e passa

inghiottito da suo nome – Tu eri

appollaiato fra gli alberi al chiaro della luna

ma tutto di me nel buio vacillava...

 

 

16

 

C’è una parte di me oltre gli oceani

oltre ne nubi che vedo, una parte ferita

nel suo centro ed urla

contro il tuo volto una cattiveria antica

e in te si discioglie amara onda

potenza contro onnipotenza, grido contro vuoto.

Tu muori.  Negli occhi

l’innocenza dell’animale, il colore

della foresta.

 

Mi preme dirti questo avanti il giudizio

prima di ogni pentimento ultimo, nell’ora

che l’ore ha visto finire

senza decidere

senza tagliare.

 

C’è una parte in me che spera e dispera, un cuore,

una paura.  E fugge, s’arresta, ti vede

immobile nel tuo procedere mansueto

nel tempo che è in te e ti comprende;

ti parla e tu cammini muto

e t’avvicini, sempre più lontano...

 

 

17

 

A volte prima del sonno parlo

nel buio al tuo silenzio.

Ti fai mia voce e rispondi

nel buio con la mia domanda.

Il tarlo mi divora e mi precipita

nell’attimo ipnagogico; mi chiamano

voci non so se di vivi o di morti,

angeli o demoni o mondi che fremono

nell’ombra;

                    le voci dei massacrati

da un silenzio di terra pronunciano

il tuo nome impronunciabile.

 

Mi risveglia un battere di cuore

e di spavento nel buio indifferente.

 

Ma se odo i canti, i salmi, l’insondabile

allegria che esplode nella notte

allora il sonno mi vince

e nel sonno ogni voce s’estingue.

 

 

18

 

Te ne stai rannicchiato sull’arida morena

e gemi.  Intorno

soltanto il vento ha voce e ti trafigge

da parte a parte lo sguardo dei morenti,

l’angoscia dei poveri,

l’arroganza dei potenti;

 

eppure lo sai ignudo e debole

questo simulacro che generasti dalla folle

notte e più non ti conosce.

 

Amore ti nasce

morto dalle mani

nel vuoto che tradisce

neppure un’emozione.

 

19

 

Sarò senza occhi, bocca di terra

non ti potrò più chiamare,

 

ma tu incessante mi parlerai

dal tuo Nulla mi dirai

 

l’unica parola che apre il tuo vuoto

e dentro me tremeranno le epoche,

 

diventerò pulviscolo, aroma del pane

in un mattino d’inverno,

 

sarà come fosse sempre stata

resurrezione.

 

 

20

 

Parlami da dentro la nube

non importa se tutto rimbomba

 

e fuggono via corvi e coturnici,

non importa se poi sarò solo

a ripercorrere vecchi scenari

 

- in questo ti rassomiglio.

 

 

21

 

E’ così grande la mia colpa

che non oso neppure parlartene.

 

Ma tu non sei toccato: la mia arroganza

colpisce me solo, mi dissolve, mi strazia

di nostalgia. 

                        Tu piangi

il mio pianto che non vuole sgorgare,

soffri per me che ignoro di soffrire

fin che gli incanti brevi

baluginando mi drogano.

 

Ma più mi sconvolge e mi rimorde

la tua morte

l’annullarti nell’immutata

costanza dell’Essere.

 

E precipito nel vuoto.

 

 

22

 

Sei stregato dal mio male, te n’avvolgi

avvolto dal sudario tremi

di freddo e di paura.

 

Di là dal muro la mia voce, nella notte.

 

Di là vorrei che tu dormissi

eternamente come un mito primordiale

che scorre nel sangue come un sentimento.

 

Ti vorrei nume da invocare

con danze e rituali.

 

Ma tu sei vivo e sprilli sangue,

sei devastato dalla fame e dalle bombe,

sei rapinato della vita poco a poco

fin che durerà il nostro infinito.

 

Oh mia grandezza e miseria

mio impossibile vederti

mentre srotoli la pietra e te ne vai

piagato e sofferente...

 

 

23

 

Io non so cosa valgono i pensieri

e cosa vale un brivido fra i capelli:

sono una lupa magra e famelica

anima e terra mescolati dallo sputo.

 

C’è un dolore che m’incurva,

mi segna il passo e la voce

la nostalgia che a volte ritrovo

nell’occhio inquieto dell’animale.

 

 

24

 

Anche le pietre di questo muro a secco

hai contato –  gli uomini

che li edificarono hai edificato,

i loro armenti, la mesta

allegria dei loro sguardi –

 

così ti trovo quassù come antico

genio di questo luogo abbandonato

ad ascoltare il vento di settembre che annulla distanze

fra quel ch’é stato e il suo destino.

 

E io che non sapevo

dove fosse la tua casa – vi entro

accarezzo l’architrave

e i muri che nel silenzio dei pascoli cantano

di notte

quando le pietre risplendono alla luna.

 

                          (Alpe Sulghera, settembre 2003)

 

 

25

 

Dicono finita la tua era,

vano il tuo estremo patire

e il grido all’ora nona

gli uomini increati, figli del nuovo

sterile sidereo

 

e tu nascondi il volto nel mantello

canti per loro la nenia

che accompagna il suicida

 

- ma per un solo giusto

danzerai per sempre all’aurora

nei giardini e nelle piazze.

 

 

26

 

Se non ti vedo dall’ombra mi curi

se non cado è perché mi sostieni;

 

ti cercavo nella casa e stavi fra le rupi

della montagna

padre del silenzio e madre del Verbo

nel fischiare acuto della marmotta

nel richiamo del camoscio.

 

Mi volto e vedo fra l’erba secca l’orma

che hai lasciato inseguendomi.

 

 

27

 

Mi leverò domani con il volto

di chi ha veduto

 

pronuncerò il distacco dall’effimero,

mi porterò corpo ed anima

su un’altura

ed offrirò la gola alla tua zanna

come il lupo al signore del branco.

 

Non sarò sacrificato da mia madre

- ma non oso scrutare la tua mente.

 

 

28

 

Tu mi vuoi perfezione o Grande Illuso...

Io posso soltanto sorprendermi

debolmente protestare

poi lasciarmi travolgere, contaminare

dal tuo insano furore

 

- fuori da questa follia

domina la morta perfezione

della ragione.

 

 

29

 

Il tuo Verbo è il mio sangue

versato sull’arida collina

in compagnia di ladroni;

 

il tuo Verbo è la frustata

che mi sveglia nel sonno

bagnato di sudore;

 

il tuo Verbo è il solo medicamento

al caparbio disfacimento

di me con le mie stesse mani.

 

30

 

Scuotimi dunque, non concedere tregua

alla mia brama di nulla

- lontano da te dall’immenso

Nulla del tuo Nome –

insegnami a sciogliermi in te come la pioggia

si discioglie felice nel suo mare,

 

ed avrò tempo di cantare

fino a intonare il canto più vero

- il canto per te

in questa nostra sera.

 

 

31

 

Questa volta no, non te ne andrai.

Ti tratterrò qui con insistenza, ti incatenerò al mio tavolo.

 

- Tu non puoi apparire e appena una luce

pur fioca s’indovina spegnerti nel nulla...

 

... lo so, vorremmo essere

sempre in cima al monte, vederti trasfigurare,

mille vite vivere e poterti esplorare,

 

Abisso...

 

ma un minuto, un minuto soltanto,

cosa mai ti costa, padrone del tempo?

 

non lo diremo ad alcuno,

sarà il nostro segreto

- se pur avremo ancora vita

poi.

 

 

32

 

Sono esausto dopo tanto lottare

con te signore delle antinomie

sono bronzo svuotato e suono

ad ogni colpo che mi percuote,

 

il mio lamento si rifrange nel tuo vuoto e mi ritorna

in forma di domanda e paradosso;

io non so cosa vuoi che già non sappia

volere: amore, bellezza,

 

ma sopra ogni cosa nel silenzio dei profondi

vedermi passare nel tempo

sostare nella tua notte, favilla

che in alto si libra e si spegne

Essere nel Nulla.