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Lamentazioni per l'essere |
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(Silloge integrale - 2003)
Nota
La decisione di dedicare questa silloge a Sergio Marcianò mi fornisce l'occasione per inserirle sul sito in versione integrale. La dedica di queste 32 brevi liriche a Sergio Marcianò non vuole essere una indicazione generica: Don Sergio, con la sua musica, esprime il "maestosum et trememdum" del trascendente ma in senso gioioso e festoso, mentre qui si esprime la sofferenza della ragione, non tanto in senso fideistico in quanto la trascendenza non è mai negata ma è pacificamente sottintesa ed anzi spesso esplicitamente ribadita, ma piuttosto in senso mistico, dove l'Essere è inteso come Colui-che-sfugge, in maniera simile ad Heidegger quando scrive sulla Verità-Aletheia - solo che qui Essere e Nulla, in un certo senso, sono la stessa Entità. Si tratta pertanto di concezioni della Trascendenza da due punti di vista molto diversi ma forse complementari: l'uno contemplativo e "immediato" o anche "intuitivo", l'altro filosofico e mediato dalla ricerca e dal vuoto del dubbio (horror vaqui?), ma il tema è identico.
A Sergio Marcianò, musicista valtellinese che con la sua musica ci parla dell’Essere
E tu non puoi rispondere non puoi...
Condizionata onnipotenza sei...
Pretendere altro è vano. (D.M. Turoldo, Canti Ultimi)
1
Sbarro porte e finestre, serro fuori le voci che insidiano il silenzio. Ho un bisogno di pazzia che si stagli all’orizzonte come isola deserta e inospitale: non aprirò mai più la porta, non dirò parola oltre ciò ch’é stato scritto.
2
La massa ha preso possesso della casa, non c’è dignità nemmeno in solitudine. Il via vai della strada si riversa sopra i mobili, c’è polvere sui libri, pozzanghere all’ingresso, il vento gira sulla soglia in turbini cupi roteando dicerìe, menzogne, foglie secche.
3
Il fiato del male ha chiuso il mio sonno stamane. Il risveglio mi pesa: uscire nel mattino che sbianca, nel sole che dissolve il ritmo notturno del sangue in rovinosa permanenza, nel grido che leva ogni cosa che vedi, - le case, le vie... -
baratro che tenta le speranze. Il mondo è capovolto, la maschera ben salda sul volto dei potenti. Al povero il rito della supplica, il mugugno, la vigliacca ritirata in territori inospitali, il fuoco dal cielo, le statue di sale.
4
Oh il volto d’autunno che sbianca nel sole le montagne di brina mentre cala dal nord il vento di maestrale... (mi stringo nel sibilo e Tu volteggi in alto su questo baratro, come il corvo imperiale che plana, rincorre la sua ombra...).
5
Fa freddo la notte e spira dalle nubi un alito di cane. Solo con la mia morte rinchiuso nel bunker del rifugio invernale ascolto il frastuono dell’acqua che scalpita a valle lontana come il tempo che m’avvolge
e in lui disperso, dissolto dal nulla mi lascio permeare fin che regge il respiro e l’occhio sconfina nel buio. Ho trovato i segnali nel crepuscolo. Una linea di sangue tingeva i crinali. La nebbia delle abetaie era il tuo volto.
(Rifugio Mambretti, 20 settembre)
6
Da sempre ti cerco e ignoro il mio cercare. E’ l’ora di zittire il gorgo che implode.
Io sono occhi e membra scorticate che s’afferrano all’orlo dell’abisso. Tu sei gelato nella storia, crocefisso a un’idea e non ascolti la nenia dei morti, lo scricchiolìo del fondamento che si sgretola.
Te ne stai oltre il segno, Dio da sempre disperso e ritrovato.
7
Nel cielo chiaro dell’autunno fra betulle mormori un canto: il mio canto, il mio niente disciolto nel tuo Nulla.
La mia vita frantumata in passi gira in tondo: luoghi riemergono, vecchi sogni. Se fossi vento pronuncerei il tuo Nome.
8
Ti vorrei dire mentre tinge la tua ala di cupo la valle e sibila il camoscio; ma la voce è fioca, s’affloscia sulla sua ombra il corpo: risale
dai profondi un dubbio, mi preme alla roccia e torno alla materia. Fossi tu a dirmi ed io dal sentiero abbandonarmi al suono del fonema...
9
Il tuo volto è la festa dei boschi, l’erba ingiallita, i rossi mirtilleti, avanti il gelo, l’azzurro che rapisce, la tua pupilla è il nero della roccia.
Camminarti così sul corpo, risalirti come formica il cuoio dei calzari, e poi precipitare scosso da un fremito ignaro che mi scuote quando un gemito
porta il vento - dolore senza origine.
10
Mi hai fatto deserto rovente, che aspetti a spazzarmi via con la tua onda?
Perché mi ami con tanto struggimento così che mi struggo e ritremo al solo Nome di vento?
Conficco lo sguardo nella tua ombra e tu affondi gli artigli nel mio ventre: diversamente uguali in un cupo bagliore di cielo infinito i nostri infiniti
desideri - così che pietà non basti alla tua e mia debolezza; tendere questo legame che ci separa; spendere i giorni dell’essere nella nostalgia?
11
Non è mio il tuo nome, non esce da me fiato che ti comprenda: io sono il nulla chiamato alla vita, tu sei il Nulla che plasma la pietra;
io non so di luoghi che ti comprendano, tu non comprendi i luoghi che ti sanno, ogni strada mi porta via da te, al luogo dove tu attendi il mio vagare.
12
Tu sei, nel mio scambio col mondo fiato e nutrimento - nel passo che incespica, mano che s’avvinghia ad ogni gioia, ad ogni patimento.
Così, mi sento vivo solo se ricordo che Tu ti perdi in me aria bruciata, soltanto se so che il tuo occhio mi scruta - epokè del giudizio, inizio del mio mondo.
Ho tutto ciò che sai: la mia morte nascosta chissà dove, la vita silenziosamente altrove - in te è già finita: tu sei la sorte.
13
E appari a volte dentro l’aurora, sorridi come un antico dio pagano vestito di quella ingenua freschezza che emana dal capo dei bambini
ma poi ti dissolvi nella nebbia delle ore, t’imbotri nel mio abisso malato: invano lo colmi e io lo rivuoto, spezzi il pane, celebri la festa.
Senza spada al fianco a volte non ti conosco.
14
E mentre scrivo la storia della lieve favilla del mio niente entro lo spazio immenso del tuo Nome impronunciabile, mi faccio attimo e delirio, strappo alla tua notte un placido sostare alla brezza dei campi, m’innesto nel tuo tronco e spengo la mia sete.
E non scendessi mai da questo monte a calpestare antiche certezze.
15
C’era una bruma fra i picchi e le alture: era il tuo fiato che annunziava la frescura della sera e mi tingeva il volto dell’ultimo sole insanguinato. I suoni della notte mi dolevano nel petto. Ero lo struggimento del masso che attende il sollevarsi della montagna l’attimo che ingloba l’infinito e passa inghiottito da suo nome – Tu eri appollaiato fra gli alberi al chiaro della luna ma tutto di me nel buio vacillava...
16
C’è una parte di me oltre gli oceani oltre ne nubi che vedo, una parte ferita nel suo centro ed urla contro il tuo volto una cattiveria antica e in te si discioglie amara onda potenza contro onnipotenza, grido contro vuoto. Tu muori. Negli occhi l’innocenza dell’animale, il colore della foresta.
Mi preme dirti questo avanti il giudizio prima di ogni pentimento ultimo, nell’ora che l’ore ha visto finire senza decidere senza tagliare.
C’è una parte in me che spera e dispera, un cuore, una paura. E fugge, s’arresta, ti vede immobile nel tuo procedere mansueto nel tempo che è in te e ti comprende; ti parla e tu cammini muto e t’avvicini, sempre più lontano...
17
A volte prima del sonno parlo nel buio al tuo silenzio. Ti fai mia voce e rispondi nel buio con la mia domanda. Il tarlo mi divora e mi precipita nell’attimo ipnagogico; mi chiamano voci non so se di vivi o di morti, angeli o demoni o mondi che fremono nell’ombra; le voci dei massacrati da un silenzio di terra pronunciano il tuo nome impronunciabile.
Mi risveglia un battere di cuore e di spavento nel buio indifferente.
Ma se odo i canti, i salmi, l’insondabile allegria che esplode nella notte allora il sonno mi vince e nel sonno ogni voce s’estingue.
18
Te ne stai rannicchiato sull’arida morena e gemi. Intorno soltanto il vento ha voce e ti trafigge da parte a parte lo sguardo dei morenti, l’angoscia dei poveri, l’arroganza dei potenti;
eppure lo sai ignudo e debole questo simulacro che generasti dalla folle notte e più non ti conosce.
Amore ti nasce morto dalle mani nel vuoto che tradisce neppure un’emozione.
19
Sarò senza occhi, bocca di terra non ti potrò più chiamare,
ma tu incessante mi parlerai dal tuo Nulla mi dirai
l’unica parola che apre il tuo vuoto e dentro me tremeranno le epoche,
diventerò pulviscolo, aroma del pane in un mattino d’inverno,
sarà come fosse sempre stata resurrezione.
20
Parlami da dentro la nube non importa se tutto rimbomba
e fuggono via corvi e coturnici, non importa se poi sarò solo a ripercorrere vecchi scenari
- in questo ti rassomiglio.
21
E’ così grande la mia colpa che non oso neppure parlartene.
Ma tu non sei toccato: la mia arroganza colpisce me solo, mi dissolve, mi strazia di nostalgia. Tu piangi il mio pianto che non vuole sgorgare, soffri per me che ignoro di soffrire fin che gli incanti brevi baluginando mi drogano.
Ma più mi sconvolge e mi rimorde la tua morte l’annullarti nell’immutata costanza dell’Essere.
E precipito nel vuoto.
22
Sei stregato dal mio male, te n’avvolgi avvolto dal sudario tremi di freddo e di paura.
Di là dal muro la mia voce, nella notte.
Di là vorrei che tu dormissi eternamente come un mito primordiale che scorre nel sangue come un sentimento.
Ti vorrei nume da invocare con danze e rituali.
Ma tu sei vivo e sprilli sangue, sei devastato dalla fame e dalle bombe, sei rapinato della vita poco a poco fin che durerà il nostro infinito.
Oh mia grandezza e miseria mio impossibile vederti mentre srotoli la pietra e te ne vai piagato e sofferente...
23
Io non so cosa valgono i pensieri e cosa vale un brivido fra i capelli: sono una lupa magra e famelica anima e terra mescolati dallo sputo.
C’è un dolore che m’incurva, mi segna il passo e la voce la nostalgia che a volte ritrovo nell’occhio inquieto dell’animale.
24
Anche le pietre di questo muro a secco hai contato – gli uomini che li edificarono hai edificato, i loro armenti, la mesta allegria dei loro sguardi –
così ti trovo quassù come antico genio di questo luogo abbandonato ad ascoltare il vento di settembre che annulla distanze fra quel ch’é stato e il suo destino.
E io che non sapevo dove fosse la tua casa – vi entro accarezzo l’architrave e i muri che nel silenzio dei pascoli cantano di notte quando le pietre risplendono alla luna.
(Alpe Sulghera, settembre 2003)
25
Dicono finita la tua era, vano il tuo estremo patire e il grido all’ora nona gli uomini increati, figli del nuovo sterile sidereo
e tu nascondi il volto nel mantello canti per loro la nenia che accompagna il suicida
- ma per un solo giusto danzerai per sempre all’aurora nei giardini e nelle piazze.
26
Se non ti vedo dall’ombra mi curi se non cado è perché mi sostieni;
ti cercavo nella casa e stavi fra le rupi della montagna padre del silenzio e madre del Verbo nel fischiare acuto della marmotta nel richiamo del camoscio.
Mi volto e vedo fra l’erba secca l’orma che hai lasciato inseguendomi.
27
Mi leverò domani con il volto di chi ha veduto
pronuncerò il distacco dall’effimero, mi porterò corpo ed anima su un’altura ed offrirò la gola alla tua zanna come il lupo al signore del branco.
Non sarò sacrificato da mia madre - ma non oso scrutare la tua mente.
28
Tu mi vuoi perfezione o Grande Illuso... Io posso soltanto sorprendermi debolmente protestare poi lasciarmi travolgere, contaminare dal tuo insano furore
- fuori da questa follia domina la morta perfezione della ragione.
29
Il tuo Verbo è il mio sangue versato sull’arida collina in compagnia di ladroni;
il tuo Verbo è la frustata che mi sveglia nel sonno bagnato di sudore;
il tuo Verbo è il solo medicamento al caparbio disfacimento di me con le mie stesse mani.
30
Scuotimi dunque, non concedere tregua alla mia brama di nulla - lontano da te dall’immenso Nulla del tuo Nome – insegnami a sciogliermi in te come la pioggia si discioglie felice nel suo mare,
ed avrò tempo di cantare fino a intonare il canto più vero - il canto per te in questa nostra sera.
31
Questa volta no, non te ne andrai. Ti tratterrò qui con insistenza, ti incatenerò al mio tavolo.
- Tu non puoi apparire e appena una luce pur fioca s’indovina spegnerti nel nulla...
... lo so, vorremmo essere sempre in cima al monte, vederti trasfigurare, mille vite vivere e poterti esplorare,
Abisso...
ma un minuto, un minuto soltanto, cosa mai ti costa, padrone del tempo?
non lo diremo ad alcuno, sarà il nostro segreto - se pur avremo ancora vita poi.
32
Sono esausto dopo tanto lottare con te signore delle antinomie sono bronzo svuotato e suono ad ogni colpo che mi percuote,
il mio lamento si rifrange nel tuo vuoto e mi ritorna in forma di domanda e paradosso; io non so cosa vuoi che già non sappia volere: amore, bellezza,
ma sopra ogni cosa nel silenzio dei profondi vedermi passare nel tempo sostare nella tua notte, favilla che in alto si libra e si spegne Essere nel Nulla.
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