Gianmario lucini

                       Divagazione sulle mani

 

 

 

 

 

1.

 

Buona sera mie mani che vergate

il foglio giallognolo del notes,

sulle chiare ferite v’immergete

quasi frenetiche:

assorto vi osservo, da me stesso

scisse entità lacerarvi fra spine.

                                           Buona sera

di soppiatto tornata con il noto

sghembo sorriso,

sera disincanto della mia maturità

che non trova pace e scivola amara

popolata dei gemiti lontani

- di quelli condannati dall’ordine dei forti

a esistenze di secondo piano.

                                        Sfila

il cielo invernale e verdi le nubi

all’orizzonte minacciano;

caparbiamente muta la bella

guadagna il cupo dei boschi. 

                                       La brezza

che scende dai monti gelata

mi taglia il volto e consiglia

onesto e saggio tacere

- che ormai non ha più senso dire.

 

 

2

 

Mie mani, mio dono

che il ruvido il soffice sapete,

e v’accostate esatte alle cose, ai visi,

v’ostinate a edificare impossibili

scenari di bellezza e libertà che franano

al primo soffio, al battere di palpebra

di questo gigante costrutto di norme

che insetto mi chiude in una scatola

a lottare, a dibattermi

invano per tanto graffiare

la roccia, pagate l’arroganza

di ribellarvi all’arroganza della regola.

 

Libertà sempre più amara

i cani soltanto ti amano

nell’inverno ti fiutano

t’aspergono d’orina,

vanità delle mani e mia pena

 

rinchiuso in una scatola

qua e là bucata appena

per lasciarmi, di grazia, respirare

- perché i morti non possono, ancora,

produrre e consumare.