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Divagazione sulle mani |
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1.
Buona sera mie mani che vergate il foglio giallognolo del notes, sulle chiare ferite v’immergete quasi frenetiche: assorto vi osservo, da me stesso scisse entità lacerarvi fra spine. Buona sera di soppiatto tornata con il noto sghembo sorriso, sera disincanto della mia maturità che non trova pace e scivola amara popolata dei gemiti lontani - di quelli condannati dall’ordine dei forti a esistenze di secondo piano. Sfila il cielo invernale e verdi le nubi all’orizzonte minacciano; caparbiamente muta la bella guadagna il cupo dei boschi. La brezza che scende dai monti gelata mi taglia il volto e consiglia onesto e saggio tacere - che ormai non ha più senso dire.
2
Mie mani, mio dono che il ruvido il soffice sapete, e v’accostate esatte alle cose, ai visi, v’ostinate a edificare impossibili scenari di bellezza e libertà che franano al primo soffio, al battere di palpebra di questo gigante costrutto di norme che insetto mi chiude in una scatola a lottare, a dibattermi invano per tanto graffiare la roccia, pagate l’arroganza di ribellarvi all’arroganza della regola.
Libertà sempre più amara i cani soltanto ti amano nell’inverno ti fiutano t’aspergono d’orina, vanità delle mani e mia pena
rinchiuso in una scatola qua e là bucata appena per lasciarmi, di grazia, respirare - perché i morti non possono, ancora, produrre e consumare.
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