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Notizia su Omero |
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Parte prima - La questione "Omero"
Secondo la tradizione, basata sullo storico Erodoto, Omero nacque a Smirne, in Asia Minore, intorno al X secolo. Non era figlio di famiglia agiata e così, dopo un periodo di studi e il tentativo di darsi all’insegnamento, prese la via del commercio al seguito di un ricco mercante, recandosi un po’ ovunque nel Mediterraneo e anche in Italia. La tradizione vuole che da giovane divenisse cieco e, tornato in patria, iniziasse a comporre versi e cantarli in pubblico per guadagnarsi da vivere. Si trasferì quindi a Chio, dove compose o finì di comporre l’Iliade, dedicandosi anche all’insegnamento. In seguito, già vecchio, volle rimettersi in viaggio, ma morì in una tappa sull’isola di Io. La tradizione di Erodoto non è però la sola: noi possediamo una diecina di biografie di Omero, alcune anche in forte contrasto fra loro. Innanzittutto è incerto il periodo in cui egli visse: si spazia da avvenimenti risalenti alla guerra di Troia che egli narra nel suo poema (verso gli inizi del 12.simo secolo a.C.) sino al VII secolo. Dunque mezzo millennio. La stessa indecisione riguarda anche il suo luogo di nascita, che viene conteso a Smirne anche da Atene, da Argo e da altri luoghi. La lingua usata nei poemi, un dialetto ionico nel quale sono presenti vocaboli eolici, ci viene forse più in aiuto nell’identificare il luogo di nascita, che potrebbe essere Smirne, poiché questa città prima di entrare nella lega ionica era colonia eolica. Il nome stesso del poeta, nella lingua eolica, può significare “cieco” o “colui che compone, che mette insieme”. Le opere che oggi sono a lui attribuite, oltre a Iliade e Odissea, sono anche la Batracomicomachia (battaglia dei topi e delle rane) e il Margile (attribuito da Aristotele, un poema satirico-burlesco). La cosiddetta “questione omerica” sorse nell’età alessandrina. Alcuni studiosi, basandosi su contraddizioni esistenti fra i testi, cominciarono a sostenere che i due poemi fossero scritti da poeti diversi. Aristarco, d’accordo con gli antichi, faceva notare che le concordanze erano di gran lunga più significative delle discordanze, e che probabilmente l’Iliade era stata composta in gioventù, mentre l’Odissea doveva esser stata composta da poeta in età avanzata. In età moderna il Vico sostenne invece che Omero non fosse altro che la personificazione dell’aedo antico, di tutti i poeti di allora e che le opere altro non fossero che una raccolta di canti degli antichi greci tramandati a memoria. Altri studiosi però ribattevano a ragione che due poemi così belli e così stilisticamente coerenti non potevano essere opera di una qualche “ricucitura”, pur dotta. Oggi si tende a riconoscere la paternità di un solo artista ai due grandi poemi, i quali probabilmente erano recitati a memoria e il supporto scritto serviva soltanto per l’apprendimento e come rinforzo alla memoria dei cantori. La prima stesura sistematica è attribuita al tiranno Pisistrato che, secondo Plauto, ne affidò la cura a quattro studiosi. Il poema recitato ha sue caratteristiche proprie: spesso vi abbondano ripetizioni, che non infastidiscono l’ascoltatore, ma solo il lettore. Vi sono delle pause che però hanno un preciso riferimento: il lettore del testo scritto infatti fa le pause quando vuole, ma nel corso delle recitazioni (che duravano più giorni) si rendeva necessario un testo che fosse segnato con pause. Il testo è scritto in modo che parole e concetti vengono talvolta ripetuti, per sopperire all’affievolirsi dell’attenzione.
Ma chi era il poeta, all’epoca di Omero? Certamente una figura molto importante della civiltà greca prima del logos, una figura che aveva compiti pedagogici, una figura quasi sacra. Se tentiamo un parallelo con altre civiltà contemporanee, ad esempio quella ebraica o quella mesopotamica, vediamo che la figura del poeta coincide con un qualche elemento religioso. I grandi narratori e poeti della Bibbia erano sacerdoti. La grandi opere di poesia ebraica (il libro di Giobbe, il Quhèlet, il Cantico dei cantici, gli aforismi dei profeti, i Salmi), erano anche grandi opere pedagogiche. Così vale per i testi della mitologia assira, per l’Enuma Elish, per il poema del Gilgamesh, per i grandi testi egizi. I tre elementi comuni a tutte queste opere e anche ai poemi di Omero e di Esiodo, erano tre grandi intenzioni: la pedagogia, il senso della vita e del divino, l’arte come esercizio di un’estetica del linguaggio. Con la fine dell’età classica e della grande stagione della tragedia greca e, soprattutto, con l’imporsi della cultura latina, questi tre elementi prima saldamente uniti cominciano a separarsi. Da allora non necessariamente la poesia sarà pedagogica e religiosa: si pensi ai canti di Catullo, a Orazio (forse il solo Virgilio, non a caso voluto da Dante come guida nel suo Inferno, tentò di emulare l’antica poesia nell’Eneide). Nel nostro tempo, oltre al già ricordato Dante Alighieri, pochi poeti tentarono questo particolare modo di fare poesia, ossia la poesia epica, pure in modo molto differente che in Omero. Dunque il poeta era una persona sacra, che amava e custodiva le tradizioni del sapere (che era un sapere essenziale, orientato a dare una risposta alle domande esistenziali dell’uomo), che amava la musica e il linguaggio, gli strumenti del suo mestiere di pedagogo, di sacerdote della tradizione. I Greci infatti erano molto attenti alla trasmissione della cultura e della “grecità” alle nuove generazioni, erano vigili nel controllo (ne saprà qualcosa Socrate) e rispettosi dei poeti, che trovavano sempre accoglienza e considerazione sia fra il popolo che fra i potenti. I poemi omerici però, a differenza degli altri poemi epici e religiosi del tempo, avevano alcune peculiarità che li differenziavano fortemente, pur nella comunanza degli elementi che abbiamo sottolineato. Omero infatti ha un grande senso della misura e dell’armonia - dato questo sicuramente riconducibile non tanto alla personalità di Omero, quanto alla cultura dei Greci. Omero è anche perspicace e intelligente, acuto. Non si limita a narrare qualcosa ma in un certo senso, pur rimanendo nella mentalità mitica, si adopra per cercare delle cause, per risalire a ciò che ha originato i fatti. Inoltre, se la sua poesia è una serie di episodi a mosaico, nondimeno in ogni elemento di questo mosaico è possibile intravedere la completezza di una mentalità, di una cultura che tiene costantemente di vista l’unità della realtà, cercandovi un senso, qualcosa che la tenga insieme con coerenza.
L’epos greco e i poemi omerici La poesia epica (da epos, che significa “racconto”, “parola”, “verso”) racconta vicende sia degli Dei che degli uomini, collocandole in un contesto più vasto, di natura conoscitiva e pedagogica. La poesia epica infatti non narra soltanto racconti, ma anche tradizioni, riti, miti, genealogie di stirpi, le origine mitiche di città e popoli, le strategie militari, le tecniche comunemente usate nell’artigianato, nell’agricoltura. Essa è pertanto anche il resoconto di un complesso mondo culturale, un libro di scuola (recitato) per i dotti e per i meno dotti. Si tratta dunque di una particolare poesia, una specie di scuola in versi. E per questo motivo veniva composta in modo da essere facilmente compresa e ricordata. I compositori di questi poemi erano i rapsodi (rapsodòi, ossia “poeti che cantano”), mentre gli aedi (aoidòi) erano solo dei cantori che imparavano a memoria i testi e li recitavano nelle occasioni di festa o di ritualità, presso le abitazioni dei ricchi e dei potenti ma anche nelle piazze. Essi viaggiavano di città in città cantando i loro poemi imparati a memoria, accompagnandosi con uno strumento a corda nella fase più arcaica (si trattava di un canto recitativo, adatto alla ritualità). Ed è logico che viaggiassero poiché, non essendo diffusa la scrittura, ognuno di loro non poteva imparare a memoria oltre un certo numero di versi: il loro viaggiare quindi garantiva ai greci, ghiotti di poesia, sempre nuovo materiale poetico da ascoltare. Presso i Greci la poesia epica fiorì praticamente dall’età micenea (circa dal 1.400 a.C al 1.200 a.C.) e quindi presso le colonie nei secoli successivi, fin quando la diffusione della scrittura e il fiorire della prosa, impose, per così dire, alla poesia altre finalità e scopi diversi dalla trattazione e dal racconto, che potevano essere fatti meglio scrivendo in prosa. Verso l’VIII secolo compare la scrittura, ma la tradizione aedica e rapsodica continuò ad essere orale, recitata, fino a quando, intorno al Vº secolo, divenne più comune l’uso della scrittura e il commercio dei libri. Se alcuni poemi erano scritti, ciò serviva soltanto per lo studio a memoria, per il “mestiere” dell’aedo. Non sappiamo con matematica certezza dunque se davvero Omero “scrisse” i poemi o se li compose: facciamo però fatica a credere che, una mente anche allenate come quelle tipica degli antichi, potesse inventare e ricordare oltre 27.000 versi, ma forse non è poi così inverosimile. Fatto sta che degli antichi poemi epici noi possediamo soltanto l’Iliade e l’Odissea, il che fa ragionevolmente supporre che già dall’VIII secolo possa risalire la loro scrittura su papiri e anche a questo si debba la loro sopravvivenza, anche se non possiamo essere certi di questo. La lingua con la quale i due poemi furono composti è un dialetto ionico, con evidente presenza di altri elementi linguistici eolici e micenei, il verso è rituale, sacrale, ieratico. I dialetti ellenici più importanti, fino al regno di Alessandro Magno, erano cinque: lo ionico-attico (Eubea e Asia Minore), l’eolico meridionale (Cipro), l’eolico settentrionale (Tessaglia, Beozia, Lesbo), dorico settentrionale (Grecia centrale), Dorico meridionale (Peloponneso, tranne l’Arcadia e colonie greche d’occidente). La diversità delle lingue però non impedì che il genere epico, come tutti gli altri, fosse canonizzato in tutte queste lingue (anche qui troviamo dunque traccia di un intenso scambio culturale fra i diversi popoli ellenici). Anzi, non era neppure infrequente che un poeta appartenente ad un determinato ceppo linguistico scrivesse opere in un altro dialetto, per esempio alcune composizioni di Pindaro, Simonide e Bacchilide. Potremmo quasi pensare che ogni lingua avesse una particolare caratteristica poetica da tutti riconosciuta in un particolare genere, un po’ come capitava nella musica gregoriana dove ad ogni “modo” musicale corrispondeva una particolare intonazione dei contenuti verbali che la musica doveva accompagnare. Il rapsodo, l’uomo di cultura, conosceva molto bene gli altri dialetti e se ne serviva in modo flessibile, usandoli secondo i suoi scopi. La poesia epica, dal punto di vista filosofico, rappresenta un riferimento importante perché il materiale che tratta e soprattutto il modo di trattarlo, è illuminante per comprendere il passaggio dal mito al lògos, la temperie culturale che, tramite un lungo processo, porterà alla comparsa delle prime espressioni del lògos intorno al VIº secolo. Essa infatti rappresenta anche una forma arcaica di riflessione (soprattutto in Esiodo), una evidente risposta a domande (perché gli uomini debbono soffrire e morire, perché esiste il mondo, gli Dei, ecc.), presente anche nelle tradizioni non greche, ma qui particolarmente accentuate e soprattutto più inserite nel contesto sociale, meno oppresse da un possesso sacerdotale (come ad esempio in Mesopotamia o in Egitto) che di fatto ne impediva il naturale sviluppo. Non solo dunque i contenuti stessi della poesia epica (enciclopedici, didascalici, oltre che religiosi) ma anche le figure del rapsodo e dell’aedo, in antitesi a quelle degli scribi e dei sacerdoti di corte in altre civiltà, hanno svolto un ruolo chiave nella civiltà greca nella maturazione di questo passaggio dalla mentalità del mito a quella filosofica. L’Iliade e l’Odissea, non sono soltanto dei testi poetici, come si diceva, ma molto di più. Le scienze umane, in particolare l’etno-antropologia, la storia, l’archeologia, la sociologia, sono immensamente debitrici ad Omero, per molti aspetti. Non vogliamo qui enumerarli, poiché non è questo il contesto. Il merito di Omero come poeta sta senza dubbio nella bellezza delle opere che ha scritto, una bellezza che non ha mai cessato di stupire e che è la vera ragione della loro conservazione. Della sterminata produzione del suo tempo infatti, ben poco ci è giunto, se non per titoli e frammenti. Ma la bellezza del verso, porta anche con sé alcune importanti conseguenze sul piano culturale. Se infatti tutti i greci amavano la poesia di Omero e ne subivano il fascino, ciò significa che la poesia di Omero ha svolto una importante funzione di unificazione culturale, o perlomeno un rafforzamento di tale processo già naturalmente in atto nella società ellenica. La lingua omerica, amata da tutti, per forza di cose definì un campo semantico comune a tutti i Greci, un universo simbolico inteso da tutti allo stesso modo. Orbene, questa omogeneità del campo semantico della cultura greca, fu un terreno indispensabile allo sviluppo della filosofia greca, così nuova e difficile da comprendere rispetto alla cultura del mito, ma che non sarebbe potuta essere compresa se non vi fosse stato questo lavoro preliminare sul linguaggio e sui significati che il linguaggio veicola. Credo che questo sia un importante merito, sul piano linguistico, della poesia omerica: la poesia infatti seduce, incanta, canta-dentro, fa riflettere, crea consenso intorno a un determinato campo semantico, ed essendo la poesia a quel tempo la forma più importante e forse unica del sapere dotto, è ragionevole supporre che abbia svolto anche questa importante funzione. E rappresenta, tra l’altro, un argomento a favore della tesi “unionista” dei due poemi, che cioé Omero ne fosse l’unico compositore di tutti e due i poemi.
La “questione omerica”. La “questione omerica, cui abbiamo già accennato, ha diviso già dall’antichità i lettori di Omero in “unitari” e “analitici”, coloro che sostengono con diverse argomentazioni che fu Omero colui che scrisse i due poemi, e coloro che lo negano. Sembra infatti impossibile ad alcuni, che un solo poeta possa aver composto questi due straordinari capolavori, e questo per diverse ragioni, che però non hanno mai convinto. Un’agenzia di stampa di qualche anno fa che ho trascritto da “Internet” (non ricordo da quale sito) recita: Bologna 27 dicembre - "Iliade": torna in ballo la "questione omerica", ovvero, la discussione sull'effettiva paternità di Omero dell'opera letteraria. A far di nuovo ragionare sul grande poema è l'ipotesi di Simonetta Nannini, docente di letteratura e paleografia greca all'università di Bologna che avrebbe individuato per la prima volta tre diverse fasi nella stesura della celebre opera. Secondo la teoria in un primo momento gli episodi creati dai vari "aedi" avrebbero preso forma oralmente (prima fase). Successivamente (seconda fase) sarebbero state scelte alcune scene incentrate sul tema dell'assedio di Troia. Infine (terza fase), il poema avrebbe acquisito una forma del tutto nuova e caratterizzata da una concezione particolare della morte su influenza di un letterato (Omero?). Per dare forza all'ipotesi, la dottoressa Nannini indica in "L'Epopea di Gilgamesh", un poema della Mesopotamia, una struttura costruita in modo molto simile (anch'essa composta da tre fasi) e che potrebbe aver influenzato la genesi de "L'Iliade". La figura di Achille avrebbe subito le stesse vicende del poema e sarebbe proprio l'eroe greco il massimo simbolo di unificazione dell'opera sotto il segno della "perdita": prima dell'onore, quindi dell'amico Patroclo e infine della propria vita A sostegno della tesi analitica, già avanzata da Erodoto nel Vº secolo, vi sono argomentazioni di non poco conto. Sono infatti rintracciabili nell’Iliade, parti evidentemente più antiche, che con maggiore difficoltà sono state inserite nel racconto. Vi sono inoltre nei poemi alcune incongruenze, alcune discordanze: ma tali ragioni non riescono comunque a spiegare la sostanziale unitarietà delle opere e i pretesti evidenziati non costituiscono vere obiezioni di fondo, capaci di dimostrare una tesi alternativa a quella unitaria. Se il poema fosse una raccolta di testi preesistenti, non sarebbe possibile individuare quella uniformità di campo semantico di cui abbiamo detto sopra, a meno di supporre che non siano stati i poemi uno degli elementi di unificazione culturale dei greci ma che, viceversa, l’unificazione culturale dei greci già preesistente avrebbe permesso un semplice assemblaggio di testi, magari con qualche limatura qua e là, ad opera di Omero. Probabilmente i Greci non devono ad Omero questa ricerca di unità, d’altra parte resa naturale da una loro comune origine etnica, ma vi sono elementi per ragionevolmente ipotizzare che Omero con i suoi poemi contribuì a renderla un obiettivo di fondo della cultura greca. Tuttavia considerando l’essenza della poesia, si ha difficoltà a propendere per la tesi analitica: ogni composizione infatti ha una sua personalità, che è impressa dalla personalità del poeta e dall’uso che egli sa fare del materiale culturale e linguistico. Se è possibile avere dei dubbi nell’attribuzione di un frammento, talvolta anche di notevole estensione, diventerebbe però impossibile avere dei dubbi sulla personalità di chi scrive due poemi i cui canti oscillano da un numero di 600 versi a 1.100/1.200 verso ognuno. Sarebbe infatti la stessa poesia ad evidenziare nella sua intima struttura lessicale e semantica l’impossibilità di attribuire i poemi ad uno stesso autore. E questo fatto non accade solo in poesia, ma praticamente in tutte le attività di scrittura, anche le meno dotte: per esempio quando un giornale cambia direttore o un fumetto cambia autore. La poesia dunque non è una pentola prodotta in serie che è sempre la stessa anche se cambia l’operaio alla pressa o il direttore della fabbrica. Non è per inscenare battute o paradossi, ma è evidente che è impossibile ad oltre una ventina di poeti, senza neppure il telefono a disposizione per scambiarsi quattro idee in merito, scrivere tutti allo stesso modo e, per di più, raccontando fatti perfettamente concatenati: neppure con il computer si riesce a produrre qualcosa di simile. Per assurdo: potremmo anche tentare un esperimento del genere, che ne so, a mettere insieme un canto dell'Orlando Furioso con uno della Gerusalemme Liberata (che non sono poi neppure così lontani nel tempo): c'è da impazzire a far quagliare due anime poetiche in una terza, unitaria come in Omero, che sarebbe quella di colui che fa l'esperimento: meglio, appunto come a mio parere ha fatto Omero, tenere la trama del racconto e comporre da sé, ex novo, i versi. Potrebbe essere invece credibile, come alcuni sostengono, che Omero si sia servito a larghe mani di un materiale in versi, cantato dagli aedi, per comporre le sue opere. Infatti, dicono costoro, alcuni temi e racconti potrebbero risalire alla metà del secondo millennio, mentre alcuni frammenti dell’Iliade (il poema più antico fra i due) sarebbero databili nel IX secolo. Se questo sia vero o no non cambia comunque il senso della tesi “unitaria” dei due poemi, saldamente fondata su elementi linguistici, semantici, narrativi, stilistici, ecc. É evidente che è proprio la guerra contro Troia il nucleo centrale dell’Iliade, il motivo di sottofondo che orienta tutti gli atti e i fatti degli eroi greci e Troiani: certo, “di Achille l’ira funesta” apre il primo canto e la stessa invocazione alla Musa; e potremmo anche concedere che la prima intenzione di Omero fosse quella di cantare solo le vicende di Achille. Ma da qui ad attribuire all’intero corpus dell’opera questa finalità c’è troppa discrepanza: se davvero il poema avesse avuto per oggetto le vicende di Achille, metà dell’Iliade non avrebbe senso, sarebbe una vicenda di contorno troppo prolissa, che sposta il focus della narrazione. Ed è così appunto perché il focus della narrazione è un altro. E poi, che ragione avrebbe di chiamarsi, ormai da tremila anni Iliade e non Achilleide? Sembra poco credibile un qualcosa di simile da parte degli antichi, e, d’altra parte, il personaggio di Achille sparisce dall’Iliade dal secondo al nono libro, e rimane sullo sfondo dal decimo, fino al diciottesimo libro. E, infine, pur dando credito alla tesi del “rimaneggiamento” da parte di Omero di epopee già preesistenti (e personalmente ritengo questa ipotesi in parte ragionevole), bisogna pur riconoscere che tale “rimaneggiamento” sarebbe qualcosa di troppo importante per essere, appunto, soltanto un “rimaneggiamento”. Possiamo dire che Sinleqinnini fece questa operazione con il Gilgamesh, ossia che egli “sistemò” un racconto già preesistente, un mito che era cresciuto nel tempo con apporti che vanno dal terzo millennio fino al suo tempo, ma questa è operazione assai diversa, poiché Sinleqinnini aveva a disposizione un racconto organico già sommariamente ma segnatamente strutturato e soltanto da sistemare, già scansionato nel tempo e nello spazio; Omero invece avrebbe dovuto ricucire insieme fatti e racconti che non avevano nessun filo narrativo che li univa: da una parte la guerra di Troia, dall’altre le vicende di Achille, dall’altra ancora il suo particolare obiettivo di esprimere una particolare visione della morte (ipotesi che, ritengo, difficilmente sostenibile, soprattutto se si pensa alla natura della poesia epica e allo scopo dell’arte nelle popolazioni primitive - non dimentichiamo che i greci di Omero sono politicamente allo stato tribale ed è impensabile che l’arte - in tale contesto assolva a una funzione propositiva, ma solo a una funzione celebrativa, esprimendo dei contenuti, specie se religiosi che, in qualche modo, ognuno già conosce e che si aspetta vengano espressi dall’artista). Possiamo dunque ragionevolmente supporre che Omero attingesse a piene mani da racconti precedenti, ma per un progetto che egli aveva chiaro in testa: raccontare la guerra di Troia, che è storicamente avvenuta nel dodicesimo secolo e la cui memoria infervorava ancora l’animo dei greci. Possiamo anche supporre che egli, da uomo colto, conoscesse l’epopea di Gilgamesh e avesse una sua particolare sensibilità per il tema della morte. Ma per una serie di ragioni molto più evidenti, è ragionevole anche supporre che Omero avesse un obiettivo, che cioè volesse compiere questa impresa appunto dare un contributo all’unificazione culturale della grecità: non si capisce infatti perché i Greci erano così uniti contro i nemici esterni se non fosse stata loro preoccupazione proprio il favorire le condizioni che facevano scattare questa unità: Omero, da uomo colto, potrebbe aver fatto di questa preoccupazione il motivo per la composizione dei due poemi. Non dobbiamo pensare infatti che quei popoli, anche se primitivi, non fossero avveduti e abili politicamente, la loro debolezza militare sicuramente era motivo di preoccupazione politica e sociale più diffusa di quanto non si possa credere e lo dimostra la velocità con cui essi creavano e disfacevano le loro alleanze. Lo dimostra inoltre, la straordinaria abilità politica dei loro governanti e la stessa natura della pòlis greca. Inoltre, l’epos che emerge dai poemi non presenta affinità così evidenti al Gilgamesh tanto da indurre la supposizione che proprio questo poema ispirasse in un certo senso la composizione dell’Iliade e, d’altra parte, così argomentando, si è poco coerenti con la tesi analitica. La comunanza di alcuni episodi potrebbe anche essere ricondotta ad altri miti greci, per esempio il mito dei Dioscuri, o meglio, potrebbe trattarsi di semplici casualità: nel caso dei Dioscuri, ad esempio esiste addirittura un insospettabile mito Maya che presenta elementi di forte somiglianza. Riepilogando, a favore della tesi dell’unitarietà delle opere, stanno elementi di tipo strutturale e soprattutto linguistico. A favore della tesi analitica vi sono diverse ragioni, coma la presenza di alcuni passi sicuramente più antichi e inseriti a fatica nell’Iliade, alcune incongruenze, modi di esprimersi, ecc. Personalmente ritengo che nessuna delle tesi abbia possibilità di accreditarsi oggettivamente, ma che tutte e due presentino aspetti degni di considerazione. L’ipotesi più ragionevole è, a mio avviso, che un rapsodo molto dotto, intorno all’VIII secolo, pensò di unificare in un insieme organico vari temi aedici. Egli inserì questi racconti in una poderosa struttura da lui creata, l’Iliade, capace di contenerli in un insieme organico e significativo. Questa struttura sottende alcune intenzioni: dal punto di vista religioso Omero mirava a rendere evidente la dipendenza del mondo degli uomini da quello degli Dei e descriverli come semplici esecutori dei loro disegni. Dal punto di vista sociale Omero voleva significare la grande comunanza di tradizioni che univa i Greci. Dal punto di vista politico-militare volle mettere in scena l’esigenza di una unità politica (l’unione dei Greci è la loro forza, la divisione invece li rende inermi davanti al nemico). Per raggiungere questo scopo egli si servì di un materiale mitico e di racconti noti a tutti, ma per la maggior parte rielaborandolo in maniera radicale, con uno sforzo e un risultato ammirevoli, in una lingua facilmente comprensibile, capace di ottenere l’adesione emotiva ed affettiva e l’entusiasmo dei greci del tempo. Tali racconti erano in parte patrimonio della civiltà grande micenea, che la civiltà dorica assorbì intorno al decimo secolo e con la quale probabilmente mescolò tradizioni e miti. Omero si servì di questo materiale in maniera creativa e libera per i suoi scopi, adattando diversi racconti alle sue esigenze ed affidando probabilmente questo materiale alla neonata scrittura greca. Mille ipotesi si potrebbero dunque fare sulla genesi dei due poemi, ma probabilmente possediamo troppo pochi elementi per accreditarne una qualsiasi. A noi ciò che sta più a cuore è la ricerca di quegli elementi che innescarono quella temperie culturale che portò alla invenzione del lògos, e i poemi omerici, in questa loro opera di unificazione culturale, certamente furono un fattore culturale decisivo di tale innesco. Soprattutto l’Odissea che, sotto l’apparenza di una narrazione di miti di secondo ordine ed eventi fantastici di cui era pregna la cultura greca (maghi, ciclopi, la potenza degli elementi naturali, ninfe, ecc.), traccia un vivace profilo dell’intelligenza greca, caratterizzata da curiosità, sete di conoscere, gusto della sfida, astuzia e freddezza davanti ai fenomeni della natura, capacità di porsi domande, comportamenti guidati da ragionamento e ponderazione in base a fatti conosciuti. Questi tratti particolari, incarnati da Ulisse, sono gli elementi strutturali del poema, più che la vicenda in sé, la storia, che è sempre una storia di rivalità fra Dei dove l’uomo è soltanto strumento. Il vero “peccato” di Ulisse infatti è l’inganno che genera il dubbio: l’inganno mette in forse la realtà delle cose e non può essere accettato perché insinua il dubbio, la possibilità che il mondo possa essere diverso da com’é. C’è bisogno dunque di una spiegazione anche all’inganno, di una sua riconducibilità al controllo degli Dei, di un mito che faccia apparire l’inganno e il dubbio anch’essi opera degli Dei e regolati da una giustizia (Dike) superiore: che l’uomo non creda di poter ingannare e dubitare, di creare impunemente una realtà diversa da quella che gli Dei stabiliscono, e se lo fanno, è chiaro che comunque debbono avere l’appoggio di un qualche potente Dio per evitare l’annientamento, per evitare che l’uomo possa sfidare la volontà degli Dei.
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