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Notizia su Omero (2) |
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Parte seconda - Cosmogonia, teogonia e teofania nei poemi omerici
In questa seconda parte cercheremo di esemplificare, attraverso la lettura di alcuni brani dei primi canti dell’Iliade, quella mentalità mitica di cui più volte abbiamo accennato, con una certa libertà espositiva e pur senza pretese di sistematicità. Il poema di Omero è una importantissimo tramite per capire il pensiero mitico, non solo perché è scritto da una mente eccezionalmente colta che è formata in questa mentalità, ma anche perché dai racconti possiamo intuire l’atteggiamento dei greci di quel tempo nei confronti degli Dèi, della morte, della giustizia, di ciò che è considerato bene e male, pio o empio. Verificheremo quindi nei fatti l’enorme importanza attribuita alla religione dai greci e come tutto della loro civiltà, dal fenomeno meno significativo ai grandi temi della spiritualità e della storia, abbia in qualche modo origine mitico-religiosa. Da questo punto di vista, i poemi omerici rappresentano quindi quello che per un credente cristiano può essere la Bibbia, ma insieme anche un testo “scientifico” o meglio, "sapienziale", una fonte di ispirazione per le norme sociali, un criterio di giudizio degli avvenimenti collettivi e individuali e persino la “spiegazione” motivazione di fenomeni intrapsichici, come ad esempio il sogno. Nulla avviene per volere degli uomini, se non in seconda battuta: i grandi protagonisti dei poemi Omerici, sia dell’Iliade che dell’Odissea sono, in ultima analisi, gli Dei e i conflitti fra ciò che essi rappresentano, senza comunque mai formulare giudizi di merito sui loro comportamenti (come farà invece la filosofia, ad iniziare da Senofane). Vedremo quanto nei greci sia profondamente radicato questo rispetto quasi tabù per gli Dei, basato soprattutto sul timore della loro potenza misteriosa.
a) Gli Dei Zeus è colui che, in ultima analisi, tira le fila di tutta l’impalcatura dell’Iliade. Nella versione da noi usata, quella del Monti che troviamo presso molte case editrici (e anche in rete), Zeus è sempre chiamato con suo corrispondente latino: Giove - il Monti infatti non conosceva la lingua greca e si servì della traduzione latina dell’Iliade e di altre traduzioni in diverse lingue moderne (il Foscolo lo chiama, con disprezzo, “il traduttor dei traduttor d’Omero”) ma, a parte le cattiverie, quella del Monti è senza dubbio la traduzione più prestigiosa che la letteratura italiana possa vantare dell’Iliade. Già nei primi versi del poema il ruolo essenziale di Giove è anticipato a chiare lettere da Omero, quando dice: e di cani e d'augelli orrido pasto lor salme abbandonò (così di Giove l'alto consiglio s'adempìa) (Il., I, 5-7). L’”alto consiglio”, ispirato anche dalla Ninfa Tetide, viene esposto nel secondo libro, quando Giove Manda un sogno ingannatore ad Agamennone. É quindi Giove anche dispensatore dei sogni, tramite i quali incoraggia, spaventa, consiglia e fuorvia gli uomini perché ciò che egli decreta abbia seguito. Giove è quindi in stretta relazione con la mente (Atena, la Dea della saggezza, nascerà infatti dal cervello di Giove), e d’altra parte le più importanti divinità dei pantheon antichi erano venerati per la loro sapienza, ad esempio Marduk, il protagonista dell'Enuma Elish). Questa relazione è estesa alle più misteriose attività della mente, che per gli antichi erano quelle più profondamente legate agli aspetti simbolici: Ma via; qualche indovino interroghiamo, o sacerdote, o pure interprete di sogni (ché da Giove anche il sogno procede), (Il, I, 81-84) e quindi anche agli indovini più prestigiosi e più “pubblici” (anche se Apollo è più esplicitamente patrono degli indovini), come il mitico Calcante a cui più volte i capi Achéi si rivolgono per interpretare i momenti più bui, per risolvere i problemi più insolubili. E non sempre i consigli di questi indovini erano teneri, anzi, certe volte potrebbero sembrare alla nostra mentalità feroci e inumani, come nel caso di Ifigenia, la figlia di Agamennone sacrificata per propiziare la navigazione verso Ilio, ma questo sentimento “etico” che noi avvertiamo non può essere avvertito dall’uomo omerico, poiché la vita per lui è un qualcosa che in un certo senso non ha molto valore, perché il vero valore sta nel ricordo, in ciò che uno è stato e le gesta per cui egli viene ricordato. In epoca classica questo sentimento infatti cambia radicalmente, sotto l’influsso della filosofia. Lo si vede ad esempio il passo di Eschilo (il pio Eschilo, che anche nei Persiani dà prova di squisita pietà umana, come rileva un breve saggio di Letizia Lanza pubblicato su questo sito): Le preghiere e le suppliche al padre non curano e l’età verginale i prìncipi bramosi di battaglie. E ai servi il padre dopo la preghiera impose sollevarla come una capra sull’altare, caduta nei pepli, aggrappata con l’anima al suolo, frenando nella bocca splendida la voce, non imprechi alle case violento morso muto. Versando le vesti, spume di croco, a terra ella colpisce ognuno dei sacrificatori con la freccia di pietà dagli occhi, pari a imagine viva, e voleva invocarlo, lei che sovente cantava ai festini del padre e, vergine, della sua pura voce onorava benigna al terzo calice l’inno, pregando felice il destino. Quel che seguì non ho veduto né dico.(Eschilo, Agamennone, Coro I) In questa struggente e stupenda descrizione ben si intravvede il giudizio di Eschilo affidato sapiente uso delle metafore, degli aggettivi, dei richiami al desiderio di vivere. In Omero non possiamo trovare nulla di così esplicito, anche nei momenti di dolore cupo e struggente, un dolore che viene sempre soltanto descritto e mai commentato, poiché avviene per volontà divina. Ma tu la prigioniera al Dio rimanda, ché più larga n'avrai tre volte e quattro ricompensa da noi, se Giove un giorno l'eccelsa Troia saccheggiar ne dia. (Il, 171-174) Per volontà di Giove e solo per sua volontà Ilio sarà distrutta, e questo i Greci lo sanno molto bene: dunque, a nulla serve recriminare. Attenersi alle leggi di Giove nel combattere e nel vivere, è quindi indispensabile per ottenere la vittoria. Non sarebbe dunque sufficiente propiziarsi il solo Giove e farla finita con gli altri Dei? Ma questo è un pensiero logico, razionale, non una pensiero mitico. L’uomo omerico vive la complessità della vita in modo molto emotivo, è impensabile per lui che la molteplicità dei fatti e degli avvenimenti possa essere racchiusa in un solo Dio che riesca a comprendere e fare sintesi di ciò che noi chiameremmo “il divenire”. Giove invece è colui che fa sintesi degli avvenimenti e dà un senso, una direzione a tutte le passioni degli uomini e degli Dei. Egli è rappresentato da Omero come un indeciso, che parteggia per l’uno o per l’altro dei Numi a seconda delle informazioni che riceve. Pronto a infiammarsi, a commuoversi, ad adirarsi, ma anche paterno e sollecito, protettore, roccia. Viene raffigurato come un re, un capo, Rifulse alfin la dodicesma aurora, e tutti di conserva al ciel gli Eterni fean ritorno, ed avanti iva il re Giove. (Il, I, 654-656) Dalla sua posizione di preminenza egli deve esercitare un controllo, una mediazione, deve tenere insieme la comunità dei Numi con la santa pazienza o con metodi più spicci, a seconda del momento. La storia che gli uomini vivono trova un corrispettivo nella psicologia di Zeus e a seconda di cosa pensa Zeus gli avvenimenti prendono questa o quella piega. Se Zeus infatti è colui che darà la vittoria ai Greci, non esita a lanciare i suoi fulmini contro le schiere degli Achei, dopo aver valutato il fato delle due schiere nemiche: Ma quando ascese a mezzo cielo il sole, alto spiegò l'onnipossente Iddio l'auree bilance, e due diversi fati di sonnifera morte entro vi pose, il troiano e l'acheo. Le prese in mezzo, le librò, sollevolle, e degli Achivi il fato dechinò, che traboccando percosse in terra, e balzò l'altro al cielo. Tonò tremendo allor Giove dall'Ida, e un infocato fulmine nel campo avventò degli Achei, che stupefatti a quella vista impallidîr di tema. (Il., VIII, 86-97) Giove è infatti il dispensatore di giustizia: la sintesi che egli opera si tramuta in una decisione che fa pendere la bilancia della giustizia da una parte o dall’altra, in modo da risolvere ogni indugio. Così sarà per il povero Ettore nel corso del combattimento con Achille, e di fronte a ciò anche Apollo, pur a malincuore, non fa più nulla per il suo protetto Ettore. ... Ma venuti entrambi la quarta volta alle scamandrie fonti, l'auree bilance sollevò nel cielo il gran Padre, e due sorti entro vi pose di mortal sonno eterno, una d'Achille, l'altra d'Ettorre: le librò nel mezzo, e del duce troiano il fatal giorno cadde, e vêr l'Orco dechinò. Dolente Febo allora lasciollo in abbandono; ed al Pelìde fattasi vicina, sì Minerva parlò: diletto a Giove inclito Achille, or sì che giunto io spero il momento in che noi su queste rive, spento alla fine il bellicoso Ettorre, d'alta gloria andrem lieti. (Il., XXII, 267-282) Da quel momento la sorte del fuggitivo Ettore è definitiva, egli non può più essere sorretta da nessun Nume e viene lasciato campo aperto all’inferocito Achille, straziato dalla rabbia e dal dolore per la morte di Patroclo. E su questa orribile solitudine incrudisce il sarcasmo di Minerva che attizza ancor più l’ira dell’eroe. Passioni divine antropomorfizzate che hanno un senso proprio entro questa cornice: lo stesso sarcasmo sarebbe stato orribile e blasfemo se la bilancia del fato avesse favorito le sorti di Ettore. Se il mito omerico potesse essere decontestualizzato dalla civiltà che lo produsse e volessimo gettarci in interpretazioni psico-sociologiche del comportamento degli Dei, potremmo dire che siamo di fronte a un gruppo particolare di personaggi che in qualche modo è costretto a vivere insieme e soffocare le rivalità reciproche e le gelosie perché il lasciarle esplodere sarebbe dannoso per tutti. Questo gruppo di esseri superiori pertanto pensa bene di proiettare le sue rivalità in un gruppo inferiore e far combattere a quello le sue rivalità, misurando il danno inferto all’avversario col danno inferto su chi lo rappresenta. E questo ci sembrerebbe orribile, come orribile ci sembra la lotta fra cani o la battaglia fra i galli che in certi contesti ancora sono fonte di divertimento e di sfida. Ma non è così: le stesse azioni sono malvagie o buone a seconda di come la volontà dei Numi, ma soprattutto di Giove, si manifesta; il medesimo comportamento può essere empio o pio: dipende da qualcuno che sta sopra gli uomini e da cui la loro sorte dipende senza condizioni. Il bene insomma è la stessa cosa del male, ma non sta all'uomo determinarne la valenza e la natura.. Questo pacifico Dio, questo re grande e buono è in realtà dunque il più misterioso fra i numi, il più tremendo e nasconde questa sua caratteristica sotto un’aria potente ma bonaria. Come in questa descrizione: Giove alla reggia s'avviò. Rizzârsi tutti ad un tempo da' lor troni i numi verso il gran padre, né veruno ardissi aspettarne il venir fermo al suo seggio, ma mosser tutti ad incontrarlo. Ei grave si compose sul trono. (Il, I, 706-711 Giunone in un certo senso è l’antitesi di Giove: passionale, irascibile, vendicativa, gelosa, poco ponderatrice. La sua direzione è sempre costante e decisa, la sua idea è sempre sostenuta con determinazione e caparbietà: non soffre delle indecisioni del marito. Unica fra gli Dei, osa assalirlo di petto, forte della sua condizione di moglie: ... E già sapea Giuno il fatto del Dio; ch'ella veduto in segreti consigli avea con esso la figlia di Nerèo, Teti la diva dal bianco piede. Con parole acerbe così dunque l'assalse: e qual de' numi tenne or teco consulta, o ingannatore? (Il., I, 711-717) É anch’essa una bellezza dell’Olimpo, la bellezza della maturità e anche della fecondità. Scrive Ungaretti in una sua poesia che ne fulmina con brevi ed essenziali tratti il carattere burrascoso: Tonda quel tanto che mi dà tormento, La tua coscia distacca di sull’altra
Dilati la tua furia un’acre notte! (da “La fine di Crono”, poesia del 1931)
Tetide implora a Giove il famoso “alto consiglio” in favore di Achille, e suscita le ire di Giunone, che parteggia per i troiani. Ella non se la prende con Teti, ma col marito (e in ogni caso, non sempre si comporta così...), ferita dal fatto che egli stia dalla parte avversa più ancora del fatto che la parte avversa cerchi di scavalcarla. Giove ovviamente non può prendere le parti di nessuno, e dunque cerca di barcamenarsi, cerca di tenere insieme quel piccolo esercito di sentimenti antropomorfizzati che sono gli Dei dell’Olimpo. La sua responsabilità sembra a volte opprimerlo e riempirlo di pensieri (ancora l’elemento psicologico), poiché il tempo stesso è suo: Già del gran Giove il nono anno si volge da che giungemmo, e già marciti i fianchi son delle navi, e logore le sartie (Il., II, 175-177) Ma la causa dei mali non è cercata negli Dei, anche se dal racconto omerico apparirebbe il contrario. Gli Dei sono visti come coloro che puniscono il male, come si intuisce da questa preghiera che gli Achei e i Troiani levano a Zeus prima della sfida fra Paride e Aiace (sfida che avrebbe definito per sempre il ritorno di Elena ad Argo, in caso di vittoria di Menelao, o la fine dell’assedio in caso di vittoria di Paride) e dalla preghiera di Menelao prima di scagliare per secondo la lancia contro Paride:: Ettore allora primamente e Ulisse misurano la lizza. Indi le sorti scosser nell'elmo a chi primier dovesse l'asta vibrar. L'un campo intanto e l'altro le mani alzando supplicava al cielo, e qualche labbro bisbigliar s'udìa: Giove padre, che grande e glorïoso godi in Ida regnar, quello de' due, che tra noi fu cagion di sì gran lite, fa che spento precipiti alla cupa magion di Pluto, ed una salda a noi amistà ne concedi e patti eterni. (Il., III, 414-425) ... ... Allor secondo coll'asta alzata Menelao si mosse così pregando: Dammi, o padre Giove, sovra costui che m'oltraggiò primiero, dammi sovra il fellon piena vendetta. Tu sotto i colpi di mia destra il doma sì che il postero tremi, e a non tradire l'ospite apprenda che l'accolse amico. Disse, e l'asta avventò, la conficcò dell'avversario nel rotondo scudo.(Il., III, 457-466) Venere verrà in aiuto di Paride, che viene trascinato a viva forza da un Menelao fuori di sé verso le schiere degli Achei (la scena è davvero singolare): Così fremendo, addosso all'inimico con furor si disserra: alla criniera dell'elmo il piglia, e tragge a tutta forza verso gli Achivi quel meschino, a cui la delicata gola soffocava il trapunto guinzaglio che le barbe annodava dell'elmo sotto il mento. E l'avrìa strascinato, e a lui gran lode venuta ne sarìa; ma del periglio fatta Venere accorta i nodi sciolse del bovino guinzaglio, e il vôto elmetto seguì la mano del traente Atride. Aggirollo l'eroe, e fra le gambe lo scagliò degli Achei, che festeggianti il raccolsero. Allor di porlo a morte risoluto l'Atride, alto coll'asta di nuovo l'assalì. Di nuovo accorsa lo scampò Citerea, che agevolmente il poté come Diva: lo ravvolse di molta nebbia, e fra il soave olezzo dei profumati talami il depose. (Il., III, 483-503) E non è Venere che viene incolpata dal poeta di qualche scorrettezza, non sono i lacci che si spezzano sotto lo sforzo di Menelao, ma è Paride che fugge per codardia: questo sarà il giudizio successivo della stessa Elena. Questa è la visione delle cose dell’uomo omerico, né può essere diversa. Non esiste il caso per quegli uomini: gli Dei non possono compiere nulla che sia riprovevole - neppure quelli tremendi come le Erinni. Giove è dunque invocato come dispensatore di Giustizia e la giustizia, si sa, è un fatto di pensiero, di mente, di ponderazione, non semplicemente di meccanica applicazione di schemi più o meno convenzionali. ... Il giusto Giove può differire ei sì, ma non per certo obblïar la vendetta; e caro un giorno colle lor teste, colle mogli e i figli ne pagheranno gli spergiuri il fio. (Il., IV, 193-197) ... il giusto Giove bugiardi non aiuta: chi primiero l'accordo vïolò, pasto vedrassi di voraci avoltoi (Il., IV, 283-286) La sua parola è definitiva e, di fronte a tutto quel darsi da fare degli altri Dei per far pendere le sorti della guerra in favore dell’una o dell’altra parte, come fa ad esempio Minerva ... Ma la feroce Palla, di Giove glorïosa figlia, discorrendo le file inanimava gli Achivi, ovunque li vedea rimessi. (Il., IV, 651-654) in ultima analisi lascia il tempo che trova: è la giustizia di Giove il vero potere e ciò che regge gli schemi religiosi di interpretazione degli avvenimenti. Abbiamo scritto che gli Dei sono antropomorfizzati. Un buon esempio di sentimenti umani attribuiti agli Dei e descritti nei loro comportamenti, lo possiamo trovare nella richiesta che Achille fa a Teti di intervenire presso Giove in suo favore , e la risposta che Tetide gli dà. Ma tu che il puoi, tu al figlio tuo soccorri, vanne all'Olimpo, e porgi preghi a Giove, s'unqua Giove per te fu nel bisogno o d'opera aitato o di parole. Nel patrio tetto, io ben lo mi ricordo, spesso t'intesi glorïarti, e dire che sola fra gli Dei da ria sciagura Giove campasti adunator di nembi, il giorno che tentâr Giuno e Nettunno e Pallade Minerva in un con gli altri congiurati del ciel porlo in catene; ma tu nell'uopo sopraggiunta, o Dea, l'involasti al periglio, all'alto Olimpo prestamente chiamando il gran Centìmano, che dagli Dei nomato è Brïarèo, da' mortali Egeóne, e di fortezza lo stesso genitor vincea d'assai. Fiero di tanto onore alto ei s'assise di Giove al fianco, e n'ebber tema i numi, che poser di legarlo ogni pensiero. Or tu questo rammentagli, e al suo lato siedi, e gli abbraccia le ginocchia, e il prega di dar soccorso ai Teucri, e far che tutte fino alle navi le falangi achee sien spinte e rotte e trucidate. Ognuno lo si goda così questo tiranno; senta egli stesso il gran regnante Atride qual commise follìa quando superbo fe' de' Greci al più forte un tanto oltraggio. E lagrimando a lui Teti rispose: Ahi figlio mio! se con sì reo destino ti partorii, perché allevarti, ahi lassa! Oh potessi ozioso a questa riva senza pianto restarti e senza offese, ingannando la Parca che t'incalza, ed omai t'ha raggiunto! Ora i tuoi giorni brevi sono ad un tempo ed infelici, ché iniqua stella il dì ch'io ti produssi i talami paterni illuminava. E nondimen d'Olimpo alle nevose vette n'andrò, ragionerò con Giove del fulmine signore, e al tuo desire piegarlo tenterò. (Il., I, 513-541) Il sogno, lo stratagemma che Giove usa per venire incontro ai desideri di Achille, è un altro importante elemento della cultura mitica. E così il segno, l’avvenimento strano, misterioso. L’indovino, colui che interpreta i segni, nella mitologia antica occupa un posto di preminenza. Ad esempio il tebano Tiresia, che Ulisse incontrerà nell’Ade, unico fra le ombre a conservare la sua capacità divinatoria, che svela ad Ulisse l’inimicizia di Poseidone ma nello stesso tempo lo rassicura circa l’esito del suo viaggio di ritorno in patria; l’eroe, prima di concedere alle anime dell’Ade di nutrirsi del sangue delle vittime sacrificali (l’archetipo del sangue, si ricorda, è la vita: da qui l’importanza del sacrificio per le anime dell’Ade), vuole sentire il responso di Tiresia. Per questo motivo snuda il brando e non permette a nessun trapassato di avvicinarsi al sangue e ai doni sacrificali. Poi compare fra le anime Tiresia ... Levossi al fine l’alma Tebana di Tiresia e ratto mi riconobbe, e disse: uomo infelice perché del sole abbandoni i raggi, ne dimore inamabili de’ morti scendesti a visitar? Da questa fossa ti scosta, e torci in altra parte il brando, sì ch’io beva del sangue, e il ver ti narri. (Od., XI, 121-129)
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