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Rifacimenti satirici dai lirici greci |
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Avvertenza dell’autore
Questi scritti, non aspirano ad essere presi sul serio sul versante lirico (o anti-lirico, come si preferisce) – qualche velleità l‘avrebbero invece sul piano politico-culturale, ma senza pesantezza. L’autore si rende conto che massacrare i lirici greci non migliora la politica ma tuttavia non ha resistito a una feroce voglia dissacratoria (della politica piuttosto che della letteratura) della quale chiede venia (allo spirito poeti massacrati e non ai politici). I bersagli della satira spesso non sono indicati con nome o cognome, ma non si avrà difficoltà ad immaginare a chi gli epigrammi siano rivolti. Il lettore voglia perdonare questo peccato, di cui peraltro non riesco ancora a vergognarmi, nato da un cervello surriscaldato su esempio dei surriscaldamenti estivi della politica italiana, e dimenticare, se può, queste innocenti scemenze quando vedrà il prossimo telegiornale – se però riesce ancora a vederne uno che possa definirsi tale. L’edizione dei lirici presa qui a riferimento è edita dalla Garzanti (1976), a cura di Umberto Albini e con la traduzione di Gennaro Perrotta. Inutile soggiungere che questi “rifacimenti” cercano di conservare la versione dal greco di Perrotta, cambiando quei versi che permettono di distorcere il senso e consentire il “rifacimento” satirico. La sigla “D”, seguita da un numero, sta per “Dihel”, lo studioso che ha eseguito una catalogazione dei frammenti e il numero sta per il numero dell’ordinamento.
Prologo (Archiloco, D. 66))
... una cosa cerco di far bene ricambiare con cattive parole chi di parole cattive ci avvelena.
Tentativo di imitazione
Forgiàti in stile austero austeramente s’ingozzano di polenta e casöla - così si nutrono di simboli.
(Mimnermo, D. 2) [Coro dei politici]
Noi siamo come carta, cartaccia di stagione che la stampa riempie complici i colpi di sole e l’ignoranza: fiato corto, come giornali viviamo alle spalle dei fresconi e neppure sappiamo se sia bene o male. Intorno stanno gli imbecilli: bramiscono alcuni lodi sperticate, altri sopportano zitti. Così dura in politica la notorietà, quanto un giorno di festa. E se stasera non sono sul telegiornale le sparo grosse e così mi faccio notare.
(Alceo, D63)
O voce macha, gran naso viola, melodia di vinaccia.
(Mimnermo, D. 1)
Senza un po’ di soldi che è mai la vita, la gioia? C’io muoia se perdo il portafogli l’amore segreto che mi porto anche a letto: questo il senso della vita, averne di più degli altri uomini, delle altre donne...
(Archiloco, D. 1)
Servo io sono dell’ometto, signore dell’etere, e mi son care le cene alla villa di Arcore.
(Archiloco, D.2)
Impastata è la polenta nel paiolo, nel boccale il vino che m’impasta, al boccale io m’aggrappo quando parlo.
(Archiloco, D.15)
Figo varesotto che agli occhi ti offri delle lombarde senator villoso, speranza delle tarde.
(Archiloco, D.7)
Silvio, i tristi detti commentando, nessun cittadino feste godrà e simposi, in nessuna città: tutti lasciò interdetti la loquela del senatore. E gonfi di stupore ora sono i nostri cuori. Ma il buon Dio, amico, per simili estremi casi un rimedio consiglia, la virile pazienza. Oggi è lui, domani sei tu a sparare cazzate: noi un po’ ci si sganascia e un po’ si finge d’indignarci. E tu sparale ancora più grosse, noi tutto si sopporta, stoici, a metà fra riso e pianto .
(Archiloco, D.18)
S’erge sul palco, fa la figura dell’asino d’una selva selvaggia incoronato. Bello non è, ma è desiderabile, per taluni amabile come sono quelli che trovi belli perché stanno in mezzo ai brutti.
(Archiloco, D.22)
Del ricco Silvio non bramo i tesori e di Casini non sento gelosia, non desidero grande signoria: ma un senatùr è pur sempre un senatùr.
(Archiloco, D.26)
Puzzava di vino, di feccia, di grappa, neppure uno scemo l’avrebbe votato.
(Archiloco, D.67)
Fassino, Fassino mio, emaciato dalle sconfitte sul campo, sorgi, il senatore striglia, furente prendilo di petto; non mandarci più di corpo quando parli e scendi in campo. E se vinci le amministrative datti un po’ di contegno, se le perdi, non incolpare Bertinotti o un altro brocco. E gioisci delle gioie, addolorati dei mali, ma non troppo: sai che non reggi al confronto con D’Alema.
(Archiloco, D.60)
Non mi piace un presidente che sorride a bocca larga tutto tronfio e ridanciano ai colleghi fa le corna; e per me sia pure un nano, abbia pur le gambe torte, ma non la memoria corta quando spartisce la torta.
(Archiloco, D.64)
Non ha fama né rispetto fra i concittadini chi non ha grano; ma piuttosto di chi è in grana il favore cerchiamo noi che siamo scafati: il peggio è sempre per i poveri cristi.
(Archiloco, D.70)
Ora è il Silvio che comanda, la fa lui da padrone, tutto è in mano a Berlusconi – e a me, che ne viene?
(Archiloco, D.71)
Oh, potessi avere il grano di Silvio!
(Ipponatte, D. 24a)
Silvio, Silvietto, caro al mio partito, figlio della politica, ho un gran bisogno, ti supplico. Qualche carica a Pierfranco e magari una medaglia dona, e una regione, un’importante amministrazione e qualche milione di euro: toglierli potrai sempre a Buttiglione...
(Ipponatte, D 25)
A me non hai dato mai una milionata rimedio alla mia assenza di carisma, né mi hai levato dai piedi quell’impiastro di Tremonti perché i Maroni non mi scoppino.
(Ipponatte)
Custoditemi la poltrona, voglio pestare l’occhio a Buttiglione. So colpire con due mani; e non sbaglio quando pesto.
(Ipponatte, D.79)
Oh se avessi la DC prima di Casini e Martinazzoli...
(Ipponatte, D. Archiloco 79)
..... sbattuto dalle ondate. E sul Gargano, intirizzito, ignudo, gentilmente lo prendano quei di rifondazione, che hanno aria nel capo - soffrirà molti mali a discutere con Bertinotti – e fischi a josa lo sotterrino; e arricci i baffetti, parlando a tentoni com’è solito, sfinito, davanti al microfono sfigurato di vergogna. Così vorrei vedere chi ha offeso e tradito la promessa elettorale – tempo al tempo...
(Saffo, D. 2)
A me sembra sfigato e come un ciuco l’uomo che siede a te dinanzi, ed ode da vicino le ignobili scemenze e le panzane tuo pane quotidiano. E subito nel petto si arresta il mio cuore: se io ti vedo solo un istante vorrei prendere a sberle il tuo ebete faccione. Mi si secca la gola, ed una rabbia sottile mi pervade le membra, e più non vedo, ho il fumo negli occhi romban gli orecchi. Freddo sudore m’inonda, e più ti vedo più mi girano, più velenoso d’una serpe mi sento, e non mi sembrerebbe vero averti fra le mani. Ma sopportare quasi tutto si può...
(Saffo, D 4)
Intorno al suo faccione gli altri volti vengono segati dal primo piano, quando egli, pieno, su ogni argomento spara scemenze. ...ignobili...
(Saffo, Lobel-Page 2)
Vieni per me da Sondrio a questa bella villa, dov’è tutto così leggiadro esentasse, dove odora la campagna di acido solfidrico. Fresca una legge, una nuova magagna da fare; in fondo in fondo poca cosa nel tutto; a rincoglionire gl’italiani penso io. E l’etere dove viaggiano i segnali televisivi sia tutto in mano mia: idea entrata in capo già a tutti gli idioti italioti. Togli dalle palle la tassa che m’offende e dolcemente a caratteri d’oro scrivi, amico, tu che sai scrivere: “in pace lasciatemi lavorare”.
(Saffo, D. 13)
Il cuore si è gelato alle colombe parla il mite De Martino...
(Saffo, D.25)
O Cipride, o Nereidi, pesto e sgonfio ritorni in nanetto dall’Europa e quante cose nel suo cuore brama non gliene vada una. E gli errori che ha fatto, tutti li paghi, sia inviso agli alleati, tormentato dai nemici, e a noi più non giunga la sua voce. E partecipe sia della sua sfiga Fini, Bossi e coloro che tormentano i nostri amari giorni e ci importunano sadicamente corrucciando...
(Saffo, D.27a + Lobel-Page 16)
A chi il cavaliere a chi Fini o Bossi, ad altri sembra Buttiglione il figo più strafigo della terra. Io, il più bello credo sia il rospetto: ognun m’intende. D’Alema, che tutti i deputati vinse nella bellezza, abbandonò la sinistra che allora era forte e conquistò il governo al suo partito né Prodi e Amato ricordò mai più: la fame di potere lo travolse nella folle corsa. .............................................................. .............................................................. E così del cinese io rammento ch’è fuori gioco. Di lui vorrei veder l’occhio sbilenco, un po’ più aperto sulle idee concrete più che i vecchi tormentoni ideologici e il populismo.
(Saffo, D.36)
.................................................... Io ti prego, da me subito vieni o prode Prodi e tenace ciclista, volano ancora Desiderio e Amore a te d’intorno. Tanto sei fico: la tua stazza stessa conturba chi la guarda; io ne gioisco. Ed egli stesso se l’è legata al dito il fico di Puglia. ..............................................................
(Saffo, D 40-41)
Di lui s’innamorò Bossi, un giorno lontano. ........................................ Era un borghesuccio piccino e senza idee.
(Saffo, D.42)
Fra i morsi d’una dura gogna io porrò la tua riforma quando si vedrà ch’è una bufala.
(Saffo, D.58)
Sconfitto tu sarai. E non sarà di te memoria mai, né futuro rimpianto: tu non cogli il destro per filartela in tempo, ma di certo vagherai nel limbo della politica e lì svolazzerai insieme ai nostri peggiori ricordi.
(Saffo, D.61)
Quale zotico bifolco t’ha sedotto vestito d’una zotica maglietta che neppure si cambia di domenica o alle feste comandate?
(Saffo, D.94)
Tramontata è la destra sparita è la sinistra. Ci han messo nel guano da tempo: è tempo: io fo il cane sciolto.
(Saffo, D.100)
Sarai anche simpatico ma i tuoi amici sceglili più saggi. Non potrai mai sperare che ti voti fin che li hai d’intorno.
(Saffo, D.120)
Berlusca, tutto riporti, che disperse le brame di D’Alema riporti Prodi dall’Europa, - riporta Ciampi giù dal fico.
(Alceo, D.39)
Ora bevete tutti, ubbriacatevi, magari a forza: s’è dimesso Scajola. (Stefani) (Castelli) (.....)
(Alceo, D.46)
Smarrito son io dai conti pubblici per certi versi va tutto a rotoli; per altri va a fondo. Noi nel mezzo del guano ci toccherà sfangarlo
brontolando un po’, come di solito. Già il liquame arriva fino al collo, che basta un’ondetta per sommergerci: siamo laceri, stanchi delusi.
Ci han proprio rotto...
(Alceo, D.52)
Si acquattarono come i picciotti quando appare il vecchio padrino.
(Alceo, D54)
Di bronzo la faccia risplende. Adorna per lui di creme provvide è tutta, e le ciocche imbefanite debitamente ritinte ondeggiano al vento - che gran capo, e che portento! Un tavolo con un drappo azzurro ripara da occhi indiscreti una pedana di legno che lo rialza un poco e alla sua brevità fa da protesi; ricurvo, per deferenza, Fini siede per terra. E qui comincia a sparare facendosi da tutti molto compatire. - ah, questo dimenticare non possiamo sguardo di Fini quando in risposta a Schulz...
(Alceo, D.73)
Bevi, bevi e ubriacati, amico con me. Credi tu forse quando avrai votato da qualche parte che la vinca credi tu che vedrai una buona volta fare politica come si deve? Amico non vagheggiare mai l’impossibile. Il Breve, erede di Mascella che tra i dittatori è uno dei peggio diceva pure un giorno che avrebbe cambiato le regole. Ma, pur avido com’è, due volte, per volere della sorte lo mandammo al governo, il Quirinale varcò, dolori immensi con le sue leggi ad hoc da lassù ci diede da patire, e non solo Scajola e Tremonti. Ma i pensieri tristi scacciamo finché a votare andiamo. Bisogna stavolta ancora votare, turandosi il naso come diceva quel grande reazionario.
(Alceo, D.91)
Non devi mai vendergli l’anima: a nulla è giovato farlo riprovare o Mastella: non cedere all’illusione di cambiarlo andando al governo.
(Alceo, D.94 + Bergk 39)
Bagna di vino l’ugola: sorge la stella compiuto ha il suo giro. Afosa è la stagione: tutte le cose per l’arsura han sete. Dalle foglie risuona della cicala dolcemente il canto: di sotto le ali spande il suo fitto frinire, or che la fiamma del sole tutto avvolge e tutto inaridisce sulla terra. E l’Italia dà i numeri e i cervelli son tutti fumanti e i politici le sparano grosse: dissecca Siro a loro la lingua in bocca.
(Alceo, 103)
Di Bertinotti e Di Pietro figlio, l’animo tu incanti dei fanciulli girotondo di protesta.
(Alceo, D.135)
Che uccello è il celoduro venuto dalle selve bergamasche a Roma? Solo una gallina un po’ strana che canta và pensiero.
(Anacreonte, D.3)
Di Tremonti io sono innamorato per Tremonti io farei follie, Tremonti io vagheggio.
(Anacreonte, D.4)
Berlusca, che hai lo sguardo di falchetto io ti cerco, e tu non m’ascolti: non sai che tu reggi il mòccolo a me e Tremonti.
(Anacreonte, D.5)
Nuovamente il Berlusca dalla pelata d’oro mi getta una palla avvelenata: mi invita a scambiare una legge fasulla con due altre uguali. Questa – è la Legge Gasparri – gli aumenta il potere, ch’è tanto: e a me questo gioco a tre carte m’incanta.
(Anacreonte, D.6)
Già siamo al semestre italiano gonfie le pive ne ha tutta Europa; cupamente strepitano selvagge le destre.
(Anacreonte, D.32)
Per i miei detti, per i miei lazzi tutti mi amano gl’imbecilli: come una gazza so parlare e come gazze sanno ascoltare.
(Anacreonte, D.79)
Nuovamente dici e non fai sei al governo e non governi.
(Alcmane, D.58)
Dormono i papaveri più alti della sinistra e gli elettori e le molte amministrazioni comunali nella fanga più nera tutti, i fieri capitani e i grandi ammutinati che hanno improvvisato girotondi fanno ancora lo gnorri: Prodi si sforza invano di ripescarli dal coma.
(Alcmane, D.94)
Più non lo reggo D’Alema, amici del centro sinistra, al vederlo m’abbuia la vista, ma se parla, se parla... mi cammina sui nervi mi fa girare i maroni fatelo tacere, è più noioso ancora di Veltroni.
(Stesicoro, D.11)
Non è vero questo racconto: tu non volevi appoggiare l’Ulivo ma tu volevi appoggiarti all’Ulivo.
(Stesicoro, 12)
Allontana da te, o Prodi, D’Alema; vuol solo farsi gli affaracci suoi. Un centrosinistra vero è una cosa troppo seria.
(Stesicoro, D.15)
Gli parve in sogno che venisse Fini capo della cabina di regia; ma poi Fini divenne Bossi, il guastafeste.
(Ibico, 6)
A primavera il biondo Castagnetti bevuto un cicchetto con Marini decise di appoggiare la linea del Santo Padre critica verso soluzioni militari nelle questioni internazionali. Ma poi bisogna vedere sin quando durerà il proposito e già qualche cedimento sembra profilarsi qualche distinguo in nome della real politik degli aiuti umanitari in cambio di un quota dell’affare del secolo.
(Ibico, D.7)
Il boss languidamente si sotto le ciglia buffe mi punta nuovamente, e mi butta con mille incantamenti un osso da spolpare senza polpa. Io tremo quando si avvicina perché ci vede poco e se nella sua precoce vecchiezza non butta ma mi batte un osso in testa, che figura faccio?
(Simonide, D.5)
Dei morti alla politica è infame l’agire; il fatto è questo: non riforme, ma repressione; non libertà, se non per loro. Questa nuovo politica fa già la ruggine buttiamola giù, non c’è tempo da perdere. La magagna ha scelto per compagna la politica italiana. Il piccoletto in testa, re delle ciance: e tutti gli altri a seguire: a casa, a casa in eterno.
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