Gianmario lucini

                          Rifacimenti satirici dai lirici greci

 

 

 

 

Avvertenza dell’autore

 

Questi scritti, non aspirano ad essere presi sul serio sul versante lirico (o anti-lirico, come si preferisce) – qualche velleità l‘avrebbero invece sul piano politico-culturale, ma senza pesantezza.  L’autore si rende conto che massacrare i lirici greci non migliora la politica ma tuttavia non ha resistito a una feroce voglia dissacratoria (della politica piuttosto che della letteratura) della quale chiede venia (allo spirito poeti massacrati e non ai politici).  I bersagli della satira spesso non sono indicati con nome o cognome, ma non si avrà difficoltà ad immaginare a chi gli epigrammi siano rivolti.

Il lettore voglia perdonare questo peccato, di cui peraltro non riesco ancora a vergognarmi, nato da un cervello surriscaldato su esempio dei surriscaldamenti estivi della politica italiana, e dimenticare, se può, queste innocenti scemenze quando vedrà il prossimo telegiornale – se però riesce ancora a vederne uno che possa definirsi tale.

L’edizione dei lirici presa qui a riferimento è edita dalla Garzanti (1976), a cura di Umberto Albini e con la traduzione di Gennaro Perrotta.  Inutile soggiungere che questi “rifacimenti” cercano di conservare la versione dal greco di Perrotta, cambiando quei versi che permettono di distorcere il senso e consentire il “rifacimento” satirico.  La sigla “D”, seguita da un numero, sta per “Dihel”, lo studioso che ha eseguito una catalogazione dei frammenti e il numero sta per il numero dell’ordinamento.

 


 

Prologo (Archiloco, D. 66))

 

... una cosa cerco di far bene

ricambiare con cattive parole chi di parole cattive ci avvelena.

 
 

 

Tentativo di imitazione

 

Forgiàti in stile austero

austeramente s’ingozzano

di polenta e casöla - così

si nutrono di simboli.


 

 

            (Mimnermo, D. 2)   [Coro dei politici]

 

Noi siamo come carta, cartaccia di stagione

che la stampa riempie complici i colpi di sole

e l’ignoranza: fiato corto, come giornali viviamo

alle spalle dei fresconi e neppure sappiamo

se sia bene o male.  Intorno stanno gli imbecilli:

bramiscono alcuni lodi sperticate,

altri sopportano zitti.  Così dura in politica

la notorietà, quanto un giorno di festa.

E se stasera non sono sul telegiornale

le sparo grosse e così mi faccio notare.


 

 

            (Alceo, D63)

 

O voce macha,

gran naso viola,

melodia di vinaccia.


 

 

            (Mimnermo, D. 1)

 

Senza un po’ di soldi che è mai la vita, la gioia?

C’io muoia se perdo il portafogli

l’amore segreto che mi porto anche a letto:

questo il senso della vita, averne di più

degli altri uomini, delle altre donne...


 

 

            (Archiloco, D. 1)

 

Servo io sono dell’ometto, signore dell’etere,

e mi son care le cene alla villa di Arcore.


 

 

            (Archiloco, D.2)

 

Impastata è la polenta nel paiolo,

nel boccale il vino che m’impasta,

al boccale io m’aggrappo quando parlo.


 

 

            (Archiloco, D.15)

 

Figo varesotto che agli occhi ti offri delle lombarde

senator villoso, speranza delle tarde.


 

 

            (Archiloco, D.7)

 

Silvio, i tristi detti commentando, nessun cittadino

feste godrà e simposi, in nessuna città:

tutti lasciò interdetti la loquela del senatore.

E gonfi di stupore ora sono i nostri cuori.

Ma il buon Dio, amico, per simili estremi casi

un rimedio consiglia, la virile pazienza.

Oggi è lui, domani sei tu a sparare cazzate:  noi

un po’ ci si sganascia e un po’ si finge d’indignarci.

E tu sparale ancora più grosse, noi tutto

si sopporta, stoici, a metà fra riso e pianto .


 

 

            (Archiloco, D.18)

 

S’erge sul palco, fa la figura dell’asino

d’una selva selvaggia incoronato.

Bello non è, ma è desiderabile,

per taluni amabile come sono quelli

che trovi belli perché stanno in mezzo ai brutti.


 

 

            (Archiloco, D.22)

 

Del ricco Silvio non bramo i tesori

e di Casini non sento gelosia,

non desidero grande signoria:

ma un senatùr è pur sempre un senatùr.


 

 

            (Archiloco, D.26)

 

Puzzava di vino, di feccia, di grappa,

neppure uno scemo l’avrebbe votato.


 

 

            (Archiloco, D.67)

 

Fassino, Fassino mio, emaciato dalle sconfitte sul campo,

sorgi, il senatore striglia, furente prendilo di petto;

non mandarci più di corpo quando parli e scendi in campo.

E se vinci le amministrative datti un po’ di contegno,

se le perdi, non incolpare Bertinotti o un altro brocco.

E gioisci delle gioie, addolorati dei mali,

ma non troppo: sai che non reggi al confronto con D’Alema.


 

 

            (Archiloco, D.60)

 

Non mi piace un presidente che sorride a bocca larga

tutto tronfio e ridanciano ai colleghi fa le corna;

e per me sia pure un nano, abbia pur le gambe torte,

ma non la memoria corta quando spartisce la torta.


 

 

            (Archiloco, D.64)

 

Non ha fama né rispetto fra i concittadini chi non ha grano;

ma piuttosto di chi è in grana il favore cerchiamo

noi che siamo scafati: il peggio è sempre per i poveri cristi.


 

 

            (Archiloco, D.70)

 

Ora è il Silvio che comanda, la fa lui da padrone,

tutto è in mano a Berlusconi – e a me, che ne viene?


 

 

            (Archiloco, D.71)

 

Oh, potessi avere il grano di Silvio!


 

 

            (Ipponatte, D. 24a)

 

Silvio, Silvietto, caro al mio partito,

figlio della politica, ho un gran bisogno, ti supplico.

Qualche carica a Pierfranco e magari una medaglia

dona, e una regione, un’importante amministrazione

e qualche milione di euro: toglierli

potrai sempre a Buttiglione...


 

 

            (Ipponatte, D 25)

 

A me non hai dato mai una milionata

rimedio alla mia assenza di carisma,

né mi hai levato dai piedi quell’impiastro

di Tremonti perché i Maroni non mi scoppino.


 

 

            (Ipponatte)

 

Custoditemi la poltrona, voglio pestare l’occhio a Buttiglione.

So colpire con due mani; e non sbaglio quando pesto.


 

 

            (Ipponatte, D.79)

 

Oh se avessi la DC prima di Casini e Martinazzoli...


 

 

            (Ipponatte, D. Archiloco 79)

 

..... sbattuto dalle ondate.

E sul Gargano, intirizzito, ignudo,

gentilmente lo prendano

quei di rifondazione, che hanno aria nel capo

- soffrirà molti mali

a discutere con Bertinotti –

e fischi a josa lo sotterrino;

e arricci i baffetti, parlando a tentoni

com’è solito, sfinito,

davanti al microfono sfigurato di vergogna.

Così vorrei vedere

chi ha offeso e tradito la promessa

elettorale – tempo al tempo...


 

 

            (Saffo, D. 2)

 

A me sembra sfigato e come un ciuco

l’uomo che siede a te dinanzi, ed ode

da vicino le ignobili scemenze

                                    e le panzane

tuo pane quotidiano.  E subito nel petto

si arresta il mio cuore: se io ti vedo

solo un istante vorrei prendere a sberle

                                    il tuo ebete faccione.

Mi si secca la gola, ed una rabbia

sottile mi pervade le membra,

e più non vedo, ho il fumo negli occhi

                                    romban gli orecchi.

Freddo sudore m’inonda, e più ti vedo

più mi girano, più velenoso d’una serpe

mi sento, e non mi sembrerebbe vero

                                    averti fra le mani.

Ma sopportare quasi tutto si può...


 

 

            (Saffo, D 4)

 

Intorno al suo faccione gli altri volti

vengono segati dal primo piano,

quando egli, pieno, su ogni argomento

                                    spara scemenze.

...ignobili...


 

 

            (Saffo, Lobel-Page 2)

 

Vieni per me da Sondrio a questa bella

villa, dov’è tutto così leggiadro

esentasse, dove odora la campagna

                                    di acido solfidrico.

Fresca una legge, una nuova magagna

da fare; in fondo in fondo poca cosa

nel tutto; a rincoglionire gl’italiani

                                    penso io.

E l’etere dove viaggiano i segnali

televisivi sia tutto in mano mia:

idea entrata in capo già a tutti gli idioti

                                    italioti.

Togli dalle palle la tassa che m’offende

e dolcemente a caratteri d’oro scrivi,

amico, tu che sai scrivere: “in pace

                                    lasciatemi lavorare”.


 

 

            (Saffo, D. 13)

 

Il cuore si è gelato alle colombe

parla il mite De Martino...


 

 

            (Saffo, D.25)

 

O Cipride, o Nereidi, pesto e sgonfio

ritorni in nanetto dall’Europa

e quante cose nel suo cuore brama

                                    non gliene vada una.

E gli errori che ha fatto, tutti li paghi,

sia inviso agli alleati, tormentato

dai nemici, e a noi più non giunga

                                    la sua voce.

E partecipe sia della sua sfiga

Fini, Bossi e coloro che tormentano

i nostri amari giorni e ci importunano

                                    sadicamente

corrucciando...


 

 

            (Saffo, D.27a + Lobel-Page 16)

 

A chi il cavaliere a chi Fini

o Bossi, ad altri sembra Buttiglione

il figo più strafigo della terra.

                                    Io, il più bello

credo sia il rospetto: ognun m’intende.

D’Alema, che tutti i deputati vinse

nella bellezza, abbandonò la sinistra

                                    che allora era forte

e conquistò il governo al suo partito

né Prodi e Amato ricordò mai più:

la fame di potere lo travolse

                                    nella folle corsa.

..............................................................

..............................................................

E così del cinese io rammento

                                    ch’è fuori gioco.

Di lui vorrei veder l’occhio sbilenco,

un po’ più aperto sulle idee concrete

più che i vecchi tormentoni ideologici

                                    e il populismo.


 

 

            (Saffo, D.36)

 

....................................................

Io ti prego, da me subito vieni

o prode Prodi e tenace ciclista,

volano ancora Desiderio e Amore

                                    a te d’intorno.

Tanto sei fico: la tua stazza stessa

conturba chi la guarda; io ne gioisco.

Ed egli stesso se l’è legata al dito

                                    il fico di Puglia.

..............................................................


 

 

            (Saffo, D 40-41)

 

Di lui s’innamorò

Bossi, un giorno lontano.

........................................

Era un borghesuccio

piccino e senza idee.


 

 

            (Saffo, D.42)

 

Fra i morsi d’una dura gogna

io porrò la tua riforma

quando si vedrà ch’è una bufala.


 

 

            (Saffo, D.58)

 

Sconfitto tu sarai.

E non sarà di te memoria mai,

            né futuro rimpianto:

tu non cogli il destro per filartela

            in tempo, ma di certo

vagherai nel limbo della politica

            e lì svolazzerai

insieme ai nostri peggiori ricordi.


 

 

            (Saffo, D.61)

 

Quale zotico bifolco t’ha sedotto

vestito d’una zotica maglietta

che neppure si cambia di domenica

o alle feste comandate?


 

 

            (Saffo, D.94)

 

Tramontata è la destra

sparita è la sinistra.

Ci han messo nel guano da tempo:

è tempo: io fo il cane sciolto.


 

 

            (Saffo, D.100)

 

Sarai anche simpatico

ma i tuoi amici sceglili più saggi.

Non potrai mai sperare

che ti voti fin che li hai d’intorno.


 

 

            (Saffo, D.120)

 

Berlusca, tutto riporti, che disperse le brame di D’Alema

riporti Prodi dall’Europa,

- riporta Ciampi giù dal fico.


 

 

            (Alceo, D.39)

 

Ora bevete tutti, ubbriacatevi,

magari a forza: s’è dimesso Scajola.

                                             (Stefani)

                                             (Castelli)

                                             (.....)


 

            (Alceo, D.46)

 

Smarrito son io dai conti pubblici

per certi versi va tutto a rotoli;

per altri va a fondo.  Noi nel mezzo

del guano ci toccherà sfangarlo

 

brontolando un po’, come di solito.

Già il liquame arriva fino al collo,

che basta un’ondetta per sommergerci:

siamo laceri, stanchi delusi.

 

Ci han proprio rotto...


 

 

            (Alceo, D.52)

 

Si acquattarono come i picciotti

quando appare il vecchio padrino.


 

 

            (Alceo, D54)

 

Di bronzo la faccia risplende.

Adorna per lui di creme provvide

è tutta, e le ciocche imbefanite

debitamente ritinte ondeggiano al vento

- che gran capo, e che portento!

Un tavolo con un drappo azzurro

ripara da occhi indiscreti una pedana

di legno che lo rialza un poco

e alla sua brevità fa da protesi;

ricurvo, per deferenza, Fini siede per terra.

E qui comincia a sparare

facendosi da tutti molto compatire.

- ah, questo dimenticare non possiamo

sguardo di Fini quando in risposta a Schulz...


 

 

            (Alceo, D.73)

 

Bevi, bevi e ubriacati,

amico con me.  Credi tu forse

quando avrai votato

da qualche parte che la vinca

credi tu che vedrai

una buona volta fare politica

come si deve?  Amico

non vagheggiare mai l’impossibile.

            Il Breve, erede di Mascella

che tra i dittatori è uno dei peggio

            diceva pure un giorno

che avrebbe cambiato le regole.

Ma, pur avido com’è,

due volte, per volere della sorte

            lo mandammo al governo,

il Quirinale varcò, dolori immensi

            con le sue leggi ad hoc

da lassù ci diede da patire, e non solo

Scajola e Tremonti.  Ma i pensieri tristi

scacciamo finché a votare

andiamo.  Bisogna stavolta ancora

votare, turandosi il naso

come diceva quel grande reazionario.


 

 

            (Alceo, D.91)

 

Non devi mai vendergli l’anima:

a nulla è giovato farlo riprovare

o Mastella: non cedere all’illusione

di cambiarlo andando al governo.


 

 

            (Alceo, D.94 + Bergk 39)

 

Bagna di vino l’ugola:

sorge la stella compiuto ha il suo giro.

Afosa è la stagione:

tutte le cose per l’arsura han sete.

Dalle foglie risuona

della cicala dolcemente il canto:

di sotto le ali spande

il suo fitto frinire, or che la fiamma

del sole tutto avvolge

e tutto inaridisce sulla terra.

E l’Italia dà i numeri

e i cervelli son tutti fumanti

e i politici le sparano grosse:

dissecca Siro a loro la lingua in bocca.


 

 

            (Alceo, 103)

 

Di Bertinotti e Di Pietro figlio,

l’animo tu incanti dei fanciulli

girotondo di protesta.


 

 

            (Alceo, D.135)

 

Che uccello è il celoduro

venuto dalle selve bergamasche

a Roma?  Solo una gallina

un po’ strana che canta và pensiero.


 

 

            (Anacreonte, D.3)

 

Di Tremonti io sono innamorato

per Tremonti io farei follie,

Tremonti io vagheggio.


 

 

            (Anacreonte, D.4)

 

Berlusca, che hai lo sguardo di falchetto

io ti cerco, e tu non m’ascolti:

non sai che tu reggi il mòccolo

a me e Tremonti.


 

 

            (Anacreonte, D.5)

 

Nuovamente il Berlusca dalla pelata d’oro

mi getta una palla avvelenata:

mi invita a scambiare

una legge fasulla

con due altre uguali.

Questa – è la Legge Gasparri –

gli aumenta il potere, ch’è tanto:

e a me questo gioco a tre carte m’incanta.


 

 

            (Anacreonte, D.6)

 

Già siamo al semestre italiano

gonfie le pive ne ha tutta Europa;

cupamente strepitano

selvagge le destre.


 

 

            (Anacreonte, D.32)

 

Per i miei detti, per i miei lazzi

tutti mi amano gl’imbecilli:

come una gazza so parlare

e come gazze sanno ascoltare.

 

 

            (Anacreonte, D.79)

 

Nuovamente dici e non fai

sei al governo e non governi.


 

 

            (Alcmane, D.58)

 

Dormono i papaveri più alti

della sinistra

e gli elettori e le molte

amministrazioni comunali

nella fanga più nera tutti,

i fieri capitani

e i grandi ammutinati

che hanno improvvisato girotondi

fanno ancora lo gnorri:

Prodi si sforza

invano di ripescarli dal coma.


 

 

            (Alcmane, D.94)

 

Più non lo reggo D’Alema, amici del centro sinistra,

al vederlo m’abbuia la vista, ma se parla, se parla...

mi cammina sui nervi mi fa girare i maroni

fatelo tacere, è più noioso ancora di Veltroni.


 

 

            (Stesicoro, D.11)

 

Non è vero questo racconto:

tu non volevi appoggiare l’Ulivo

ma tu volevi appoggiarti all’Ulivo.

 
 

 

            (Stesicoro, 12)

 

Allontana da te, o Prodi, D’Alema;

vuol solo farsi gli affaracci suoi.

Un centrosinistra vero

è una cosa troppo seria.


 

 

            (Stesicoro, D.15)

 

Gli parve in sogno che venisse Fini

capo della cabina di regia;

ma poi Fini divenne Bossi, il guastafeste.


 

 

            (Ibico, 6)

 

A primavera il biondo Castagnetti

bevuto un cicchetto con Marini

            decise di appoggiare

            la linea del Santo Padre

critica verso soluzioni militari

nelle questioni internazionali.

Ma poi bisogna vedere sin quando

durerà il proposito

e già qualche cedimento sembra profilarsi

qualche distinguo in nome

della real politik degli aiuti

umanitari in cambio di un quota

            dell’affare del secolo.


 

 

            (Ibico, D.7)

 

Il boss languidamente

si sotto le ciglia buffe

mi punta nuovamente,

e mi butta con mille incantamenti

            un osso da spolpare

            senza polpa.

Io tremo quando si avvicina

perché ci vede poco e se nella sua precoce vecchiezza

non butta ma mi batte un osso in testa, che figura faccio?


 

 

            (Simonide, D.5)

 

Dei morti alla politica

è infame l’agire; il fatto è questo:

non riforme, ma repressione;

non libertà, se non per loro.

Questa nuovo politica fa già la ruggine

buttiamola giù, non c’è tempo da perdere.

La magagna ha scelto per compagna

la politica italiana.

Il piccoletto in testa, re delle ciance:

e tutti gli altri a seguire: a casa,

a casa in eterno.