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Sette preludi per il massacro
E’ come un urlo dormiente questo vasto silenzio. Stelle i tuoi occhi, pacata voce di ruscello il tuo pianto. Ascolto il cavo nulla ripenso al giorno finito, ai sensi eterizzati che annaspavano, a misteriose parole che dormivano fra i rumori conosciuti della vita.
Ho un lieve moto di disgusto mentre il cielo mi cade addosso schiacciandomi.
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Davvero eri Tu quella notte? Non era luogo per deporti panno per coprirti tepore umano di corpi?
E com’era la notte, piovevano bombe o il chiasso dei vivi squassava le tenebre?
Avevi già in mente pensieri, deserti da varcare, lamenti da comprendere, rughe di saggezza?
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Da dove viene questa gente nella notte da quale rifugio, baracca, da quale spiazzo spazzato dai venti, dai confini di quale deserto?
Sono tutti a pezzi, monchi, storpi, bevitori di vino, all’occasione selvatici, invissuti, braccati dal nulla e dal destino sepolti in fretta dalla storia futura in poca terra che l’erba ricopre, rovo, pietra...
Che fai tu: li vedi o sei visto? Riposi o l’ansia della notte ti tormenta?
Lontano ci dicono che lenta avanza una strage che siederà il mondo a un altro banchetto, che benedetti da Dio sono pazzi e tiranni, ma nessuno risponde ormai: siamo canne piegate in balìa d’un impeto d’acqua, di vento...
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Li vedi, Tu, dalla tua paglia? Ti chiamano sanno già chi Tu sia. Di notte assassini e di giorno cristiani dalle loro fortezze ti sentono dissociano convengono parole stilano che volano nell’etere seminano panico.
Ti colpirà una scheggia di bomba? Ti spezzerà una raffica di mitra? E il silenzio di tua madre spossata tremerà su di te come trema colomba quando l’ombra del nibbio s’avventa?
Questa notte sembri troppo fragile e noi troppo colmi di disgusto: facciamola finita con questa attesa che ci dissipa e ci sfibra: chiudi gli occhi un istante prova dunque un istante a dormire, morire...
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Pur così fragile sei così feroce artiglio di tigre che affonda nella carne malata di Gerusalemme, ne segna le porte, ne offusca la luce
- di lei stomaco, altare, pupilla di Dio -. Ma Betlemme è ben oltre la porta troppo lontana perché il canto della morte fermi un’estrema umana favilla
di sdegno o almeno di pietà. I capitani si sono raccolti intorno al re, si soffia nei corni d’una strisciante smania d’omertà.
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Da oggi abiterò dentro la mia mano. Suonate trombe d’argento, angeli, chiamate la luna d’argento, stupite la notte d’argento. Respira nell’aria la parola degli scettici il verbo degli interpreti che limano e smussano certe asperità; già sussurrano al vento una distesa ragione una frase noncalante, moncone avanzo di frase perduta dalla bisaccia d’un ignoto viandante; già si allarmano, già corrono ai ripari, erigono fortezze di logica e di dubbi martellanti ritornelli, muri a proteggere l’umano dal mio ambiguo veleno - che indugia sulle piaghe, le risquarcia marchiando a fuoco petto, labbra e fronte -; io non ho muro che dal male mi ripari mi lascio attraversare acqua di Silohe da ogni speranza, disperazione. Suonate, angeli, suonate l’Apocalissi è cominciata: si squarciano i cieli come ferita - qualcosa forse oscillerà nel ristagno.
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Di qual colore era il tuo vagito? Pianto d’umano che risuona a raccontare un destino, pianto di Dio che s’aggira fra le rovine del tempio? E come potremo saperti? Ascolta queste trombe, questi timpani questi ruggiti che t’offrono fedeltà, ascolta l’esegeta finalmente renderti giustizia riconoscerti Dio di stragi e di terrore come a un Dio si conviene. Ascolta e non vagire piccolo erede della nostra notte, ascolta, sorridi, non pensare: sappiamo, ora siamo di Te compenetrati: Tu non dicevi il Verbo che dicevi Tu sei la verità di noi compenetrata: noi ti saremo braccia e logica e giustizia di Te colmeremo deserti, orizzonti perché sei il nostro dio vuoto che colma il vuoto della sua eco. Con un lieve cenno del capo stabiliremo un’intesa ti lasceremo volare, planare nostro signore rapace colmare precipizi, monti spianare e finalmente avremo la pace.
Natale 2002 |