Sette preludi per il massacro


   di Gianmario lucini

      

 

        

 

 

 

       

   

E’ come un urlo dormiente

questo vasto silenzio.  Stelle

i tuoi occhi, pacata

voce di ruscello il tuo pianto.  Ascolto

il cavo nulla ripenso

al giorno finito, ai sensi

eterizzati che annaspavano,

a misteriose parole che dormivano

fra i rumori conosciuti della vita.

  

Ho un lieve moto di disgusto

mentre il cielo mi cade addosso

schiacciandomi.

  

***

  

Davvero eri Tu quella notte?

Non era luogo per deporti

panno per coprirti

tepore umano di corpi?

  

E com’era la notte, piovevano bombe

o il chiasso dei vivi squassava le tenebre?

  

Avevi già in mente pensieri,

deserti da varcare,

lamenti da comprendere,

rughe di saggezza?

  

***

    

Da dove viene questa gente nella notte

da quale rifugio, baracca,

da quale spiazzo spazzato dai venti,

dai confini di quale deserto?

     

Sono tutti a pezzi, monchi,

storpi, bevitori di vino,

all’occasione selvatici, invissuti,

braccati dal nulla e dal destino

sepolti in fretta dalla storia futura

in poca terra che l’erba ricopre,

rovo, pietra...

  

Che fai tu: li vedi

o sei visto?  Riposi

o l’ansia della notte ti tormenta?

   

Lontano ci dicono che lenta

avanza una strage

che siederà il mondo a un altro banchetto,

che benedetti da Dio

sono pazzi e tiranni,

ma nessuno risponde ormai: siamo canne

piegate in balìa d’un impeto

d’acqua, di vento...

     

***

   

Li vedi, Tu, dalla tua paglia?

Ti chiamano

sanno già chi Tu sia.

Di notte assassini e di giorno cristiani

dalle loro fortezze ti sentono

dissociano

convengono

parole stilano che volano nell’etere

seminano panico.

   

Ti colpirà una scheggia di bomba?

Ti spezzerà una raffica di mitra?

E il silenzio di tua madre

spossata

tremerà su di te come trema colomba

quando l’ombra del nibbio s’avventa?

 

Questa notte sembri troppo fragile

e noi troppo colmi di disgusto:

facciamola finita con questa

attesa che ci dissipa e ci sfibra:

chiudi gli occhi un istante

prova dunque un istante a dormire,

morire...

   

***

   

Pur così fragile sei così feroce

artiglio di tigre che affonda

nella carne malata di Gerusalemme,

ne segna le porte, ne offusca la luce

    

- di lei stomaco, altare, pupilla

di Dio -.  Ma Betlemme è ben oltre la porta

troppo lontana perché il canto della morte

fermi un’estrema umana favilla

  

di sdegno o almeno di pietà.

I capitani si sono raccolti

intorno al re, si soffia nei corni

d’una strisciante smania d’omertà.

  

***

  

Da oggi abiterò dentro la mia mano.  Suonate

trombe d’argento, angeli, chiamate

la luna d’argento, stupite

la notte d’argento.  Respira

nell’aria la parola degli scettici

il verbo degli interpreti che limano e smussano

certe asperità; già sussurrano

al vento una distesa ragione

una frase noncalante, moncone

avanzo di frase perduta

dalla bisaccia d’un ignoto viandante;

già si allarmano, già corrono ai ripari,

erigono fortezze di logica e di dubbi

martellanti ritornelli, muri

a proteggere l’umano

dal mio ambiguo veleno

- che indugia sulle piaghe, le risquarcia

marchiando a fuoco petto, labbra e fronte -;

io non ho muro che dal male mi ripari

mi lascio attraversare

acqua di Silohe

da ogni speranza, disperazione.

Suonate, angeli, suonate

l’Apocalissi è cominciata:

si squarciano i cieli come ferita

- qualcosa forse oscillerà

nel ristagno.

   

 ***

    

Di qual colore era il tuo vagito?

Pianto d’umano che risuona

a raccontare un destino,

pianto di Dio che s’aggira

fra le rovine del tempio? 

E come potremo saperti?

Ascolta queste trombe, questi timpani

questi ruggiti che t’offrono

fedeltà, ascolta l’esegeta

finalmente renderti giustizia

riconoscerti Dio di stragi e di terrore

come a un Dio si conviene.

Ascolta e non vagire

piccolo erede della nostra notte,

ascolta, sorridi, non pensare: sappiamo,

ora siamo di Te compenetrati:

Tu non dicevi il Verbo che dicevi

Tu sei la verità di noi compenetrata:

noi ti saremo braccia e logica e giustizia

di Te colmeremo deserti, orizzonti

perché sei il nostro dio vuoto

che colma il vuoto della sua eco.

Con un lieve cenno del capo

stabiliremo un’intesa

ti lasceremo volare, planare

nostro signore rapace

colmare precipizi, monti spianare

e finalmente avremo la pace.

   

                                                      Natale 2002