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Shérazade
Tutto
quello che la tua mano è capace di fare, (Qohèlet)
Oggi, il sedici di marzo le radici del mondo seccano al vento le fondamenta del tempio divelte sorridono al sole denti di pietra; il pazzo s'erge contro la pazzia da un monte gelato sempre più solo. Si gela nel sole di primavera. Shérazade morta che cammina accese fiaccole segnali alla finestra ma il tinello era un luogo tiepido a volte abitato da sguardi d'amanti a volte imbrattato da avanzi di macello. Shérazade amava il suo tiranno divorato dal rancore per lui cantò un poema mille notti figgendo gli occhi nei suoi occhi illusa di placarlo, di guarirlo: è il suo terrore il solo tradimento il suo sgomento è nuovo dolore.
Dì, anche stamane bevesti al bar un cappuccino tutto italiano al guinzaglio stava il tuo cane e con lui senza pensare - è domenica d'ozio latino - fra uno sniffo e l'altro di benzene benedicesti il sole sulle palpebre proprio là nel giardino pubblico fra cartacce e resti di fiaccole. I tuoi occhi non sanno scrutare la notte.
Shérazade non sa ormai cosa fare imbavagliata da un doppio legame di follia e parole: per la prima volta la vedo disarmata di fiabe piangere lacrime nere. E tutto questo assomiglia a un'altra storia ma è così che il vento fa rabbrividire e l'erba nuova è un'erba di tragedia.
Non c'è più tempo per tornare; in alto il vento scompliglia la neve.
***
Canta, canta Shérazade ormai non puoi altro che cantare per tre giorni soltanto e poi morire e risorgere bianca nel deserto bianca come l'ossa sotto il sole nero delle rocce fra carcasse e rottami ti aggirerai con la tua grazia antica e la tua fede che mai si ribella a consolare gli spiriti morti a portare per loro sul capo un'anfora d'acqua
sarai per noi la nenia increduta e l'eco dei canti dell'infanzia sarai per noi sempre giovane e bella a volte madre a volte prostituta del tiranno per amore
per solo amore destinata alla notte.
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