Gianmario lucini

                       Silloge in ascolto

 

 

 

 

 

Maestra di enigmi

Affermate che basta una parola

E quella sola che nessuno ha

Lei che trasvola via dalla memoria

Lucciola albale e falena

E nera spina di pena

 

G. Giudici, Salutz, 1986

 

 

 

 

Ho molto da dire – il banale

che potrei tacere – e a volte lo dico

come il poeta,

tronco e vado a capo

se il fiato mi manca

per viltà o per vezzo – dillo

tu che sei avvezzo

all’eloquio dei corpi e delle mani

in battere e levare di metronomo

che scandisce il motivo dell’esistere

- alla parola la briga di insistere

battere l’aria prima che l’ingravidi

il buio del crepuscolo.

 

 

***

 

Il silenzio era un tempo una condanna

ma ora pare sia la salvezza

- sono parole che giacciono mute

se le pronunci ti sei condannato.

 

 

***

 

Ho molto da dire: il cervello

è come una stanza in allarme

ogni parola vi si agita, preme

fa ressa per uscire dal pertugio

troppo stretto – e la vince uno scontento

che non ha sembiante e l’indugio

muta in paralisi.

                            Non trovo

ritmo né rima in questa prosa

irta e faticosa che taglio con cesure

a caso dove posa per un poco

il respiro, vincendo la paura

d’essere indegno fiato,

 

-  parola che passeggia nel creato

con licenza d’uccidere o guarire.

 

 

***

 

Vuoi udire che suono, una musica?

l’arrancare del respiro che ròsica

aria al conato pneumatico?

piccole afasie concertate

con sapienti geometrie spiegate a parata?

Non c’è più tempo per le delizie dell’estetica:

di sotto i passi divora ogni sostegno

la grande bestia impoetica;

precipitiamo nell’incomunicabile

nello stralunamento schizofrenico

da dove con diversa

fortuna si guaiola

                              - ognuno per sé

come appena prima di nascere o morire.

 

 

***

 

Ho molto da dire – prendi appunti –

Ma ignoro se questo mio morire

poco a poco mi sia ben chiaro

in mente, se sia o no presente

in questo dire la coscienza d’un inizio

e d’una fine – come sappiamo

per sicuro da coloro che ancora

ogni notte ci scrivono

dal profondo aldilà

- se ancora c’è notte -.

                                  Ho molto

da dire ma il verso s’increspa

di nostalgie importune, ubbie e croste

di passati sanguinanti deliri

di gioventù.

                   Come farò

a scuotermi di dosso tanta pena

a tornare al mio dire più sereno?

- Gracchia anche oggi un concerto di nacchere

nei campi di sterminio...

 

 

***

 

Che vuoi udire da me, perché mi cerchi

nei più quartieri alti?

Io sono la vecchia menzognera

che canticchia nei postriboli

sulle bocche dei poveri

illusi di vincere

la morte:

ho tutto da dire ma nulla

- sono più leggera del niente

impegnata a sorridere, ammiccare,

sopravvivere

almeno simulacro dentro un mito.

 

 

***

 

Cavami fuori con forza, costringimi

in lunghe catene di fonemi

di accenti, di rime, riversami

sul bianchissimo shock della carta

riciclata del notes, configgimi

Cristo alla croce ed io

starò lì cantando le agonie

le ubbie e le malinconie

d’una grande civiltà che ha perduto

con leggerezza ogni occasione,

 

- il capo volto all’indietro e sul volto

quale illuminata meraviglia

che spiana le rughe ai morenti.

 

 

***

 

Parola ingenua e colpevole

non posso sopravvivere nel tempo

al naufragio del disincanto: mi scuoto,

sovverto, agito catene,

mi scaglio contro il muro

della prigione,

evitare la tortura voglio - e al vaniloquio

eleggere il suicidio di ragione.

 

***

 

 

Era di un dio il mio canto, dentro me

si muovevano fedi di dèi

e la prima luce, il primo

respiro dell’amore.

                              Dormivo

a mezz’aria fra umano e divino

quando si chiamavano per nome

le stelle,

ero vento e soffiavo lo spirito nel mondo

e indagavo l’eterno

 

- ma oggi agonizzo allo strazio

dei corpi e chino il capo

sulla storia che rovina.

 

 

***

 

Ho cantato il vento e la luce

gli spazi del mare, le alture

silenziose, i profondi

abissi dell’umano

ho parlato con Dio nella sua lingua

ma ora è il tempo del declino

dei simboli caduti, di rovine

semantiche – pietraie

di noi indolenziti e dell’esilio

dei sogni che ci perseguita.

 

Il tempo dei re che pascolavano

le greggi sull’isole di Grecia

fu quello il mio tempo

il convivio, il teatro.

 

 

***

 

La pace sui campi brinati

è il sogno di sempre.  Ritorno

dal grande viaggio e sono esausta.

Mi sono smarrita nel bianco

spietato della ragione:

non ho più ombre,

rilievi.

            Il solo

verbo è uno sguardo d’amore di bestia

se torna l’era dell’uomo

all’infanzia.

 

***

 

E’ come se l’antica vicenda

profetizzi il mio futuro

- salire in alto, al cielo

conquistarlo e poi schiantare

alle carezze d’una nube estiva,

 

follia lieve che vola lontano

al confine fra finito e infinito.