|
Silloge in ascolto
|
|
Maestra di enigmi Affermate che basta una parola E quella sola che nessuno ha Lei che trasvola via dalla memoria Lucciola albale e falena E nera spina di pena
G. Giudici, Salutz, 1986
Ho molto da dire – il banale che potrei tacere – e a volte lo dico come il poeta, tronco e vado a capo se il fiato mi manca per viltà o per vezzo – dillo tu che sei avvezzo all’eloquio dei corpi e delle mani in battere e levare di metronomo che scandisce il motivo dell’esistere - alla parola la briga di insistere battere l’aria prima che l’ingravidi il buio del crepuscolo.
***
Il silenzio era un tempo una condanna ma ora pare sia la salvezza - sono parole che giacciono mute se le pronunci ti sei condannato.
***
Ho molto da dire: il cervello è come una stanza in allarme ogni parola vi si agita, preme fa ressa per uscire dal pertugio troppo stretto – e la vince uno scontento che non ha sembiante e l’indugio muta in paralisi. Non trovo ritmo né rima in questa prosa irta e faticosa che taglio con cesure a caso dove posa per un poco il respiro, vincendo la paura d’essere indegno fiato,
- parola che passeggia nel creato con licenza d’uccidere o guarire.
***
Vuoi udire che suono, una musica? l’arrancare del respiro che ròsica aria al conato pneumatico? piccole afasie concertate con sapienti geometrie spiegate a parata? Non c’è più tempo per le delizie dell’estetica: di sotto i passi divora ogni sostegno la grande bestia impoetica; precipitiamo nell’incomunicabile nello stralunamento schizofrenico da dove con diversa fortuna si guaiola - ognuno per sé come appena prima di nascere o morire.
***
Ho molto da dire – prendi appunti – Ma ignoro se questo mio morire poco a poco mi sia ben chiaro in mente, se sia o no presente in questo dire la coscienza d’un inizio e d’una fine – come sappiamo per sicuro da coloro che ancora ogni notte ci scrivono dal profondo aldilà - se ancora c’è notte -. Ho molto da dire ma il verso s’increspa di nostalgie importune, ubbie e croste di passati sanguinanti deliri di gioventù. Come farò a scuotermi di dosso tanta pena a tornare al mio dire più sereno? - Gracchia anche oggi un concerto di nacchere nei campi di sterminio...
***
Che vuoi udire da me, perché mi cerchi nei più quartieri alti? Io sono la vecchia menzognera che canticchia nei postriboli sulle bocche dei poveri illusi di vincere la morte: ho tutto da dire ma nulla - sono più leggera del niente impegnata a sorridere, ammiccare, sopravvivere almeno simulacro dentro un mito.
***
Cavami fuori con forza, costringimi in lunghe catene di fonemi di accenti, di rime, riversami sul bianchissimo shock della carta riciclata del notes, configgimi Cristo alla croce ed io starò lì cantando le agonie le ubbie e le malinconie d’una grande civiltà che ha perduto con leggerezza ogni occasione,
- il capo volto all’indietro e sul volto quale illuminata meraviglia che spiana le rughe ai morenti.
***
Parola ingenua e colpevole non posso sopravvivere nel tempo al naufragio del disincanto: mi scuoto, sovverto, agito catene, mi scaglio contro il muro della prigione, evitare la tortura voglio - e al vaniloquio eleggere il suicidio di ragione.
***
Era di un dio il mio canto, dentro me si muovevano fedi di dèi e la prima luce, il primo respiro dell’amore. Dormivo a mezz’aria fra umano e divino quando si chiamavano per nome le stelle, ero vento e soffiavo lo spirito nel mondo e indagavo l’eterno
- ma oggi agonizzo allo strazio dei corpi e chino il capo sulla storia che rovina.
***
Ho cantato il vento e la luce gli spazi del mare, le alture silenziose, i profondi abissi dell’umano ho parlato con Dio nella sua lingua ma ora è il tempo del declino dei simboli caduti, di rovine semantiche – pietraie di noi indolenziti e dell’esilio dei sogni che ci perseguita.
Il tempo dei re che pascolavano le greggi sull’isole di Grecia fu quello il mio tempo il convivio, il teatro.
***
La pace sui campi brinati è il sogno di sempre. Ritorno dal grande viaggio e sono esausta. Mi sono smarrita nel bianco spietato della ragione: non ho più ombre, rilievi. Il solo verbo è uno sguardo d’amore di bestia se torna l’era dell’uomo all’infanzia.
***
E’ come se l’antica vicenda profetizzi il mio futuro - salire in alto, al cielo conquistarlo e poi schiantare alle carezze d’una nube estiva,
follia lieve che vola lontano al confine fra finito e infinito.
|