Gianmario lucini

                       Tipi e riti (da "L'uomo provvisorio")

 

 

 

 

  

Fatto di sangue [1])

 

Questo certo non l’avevo messo in conto.

E’ tutto così violento... e il poliziotto

- buon diavolo, padre di famiglia, lì in parte

davanti a quel corpo coperto di sangue

la testa schiacciata dal camion

“che sopravveniva”, scrive sul verbale

qualche minuto dopo il fattaccio,

complice la nebbia la neve che fitta cadeva...

 

E’ come un fiore rosso sull’abito di nozze

così di lontano, fra i merletti della sposa

o sua bocca eccitata – e come un occhio blu

nel bianco la tuta trapassata dal coltello...

Dio che macello...

 

E noi disposti a vedere, dire, patire

inauditi patimenti

sconvolta la mente dal terrore

aggrappati al televisore

come aggrappati all’ultima speranza...

- questo certo non l’avrei messo in conto...

 

 

Buoni  propisiti [2]

 

Non penso sia un ladraccio il piccoletto

ma gli affari suoi se li sa fare

e almeno qualche briciola

dovrebbe pur cadere

dal suo desco – questo era il tacito

accordo elettorale.

 

Ma così non va, non c’è più morale

non c’è più l’affare nemmeno nel male

si lascia vivere per vivere

ma poi succede che si muore

alla deriva di questa grande fiera

occidentale

senza motivo per piangere o per ridere.

 

Rimetteranno il ticket sui medicinali

del diabete...

 

Sono e non sono

ho fatto un lungo sogno

(al prossimo giro

non vado più a votare).

 

 

Sulla fortuna [3]

 

Prima o poi arriverà questa fortuna

cagna

tentare, interpretare, questo il segreto,

una sommetta discreta, costante

goccia su goccia come stalattite

e stalagmite che un giorno

fra miliardi di giorni s’incontreranno:

è normale, è certezza,

cifra su cifra che implode

produce un lampo

nel cristallo del calcolo

 

- l’attimo,

e trionfa il meccanismo.

 

  

Nostalgia

 

Giornali, tabacchi, bar

della stazione, fotografo

sviluppo rapido in un’ora

fuori servizio taxi

orologiaio orafo

cartoleria banca articoli religiosi

zaino gonfio di libri - scogliosi

pronunciata -.  S’è placata la fiumana

invadente delle sette e trenta;

bevi il cappuccino e tenta la sorte

col gratta e vinci

 

- lo so che mi manchi mentre si spegne

l’ultima insegna nel sole del mattino.

 

 

Due rughe di pensamento

 

Ogni prezzo gonfia a dismisura

ci toglieranno la mutua, la pensione

le quattro palanche di misura

messe via per la vecchiaia

e le disgrazie... – si sa, le disgrazie

non mancano mai...

 

E quei poveretti... che ci puoi fare?

Dicono bombe intelligenti...

mi sono fatto un’idea personale

è tutto un giro – lo ammettono

anche i giornali più seri -  E’ scaltro

l’ometto, cavalca le tigri, lui,

scafato ad ogni finzione: nel sacco

lo mette senz’altro,

quell’altro.

 

Se poi ha davvero ordigni micidiali

che spruzzano veleni e malattie dove cascano

per un tot di chilometri

bubboni, vesciche e non lasciano

che terra inaridita, crepata dove un sole

irreale gonfia cadaveri, che fare?

E’ dura rischiare, rosicare

un osso senza polpa e poi nemmeno quello

se ci tolgono pensioni, se un folle

ci vuol gassare, se riderà la jena

su questa grande civiltà in pericolo

- che fare?


 

 ***

 

E poi facciamola finita

con questa menata sulla manodopera:

son loro che li vogliono

con quella smania di produrre

inquinare

loro hanno fabbriche – a noi

povera gente rapine e terrore

gente che ti piomba in casa e “su le mani” e

se tenti un verbo tanto per dire t’impiomba:

li han voluti loro, se li tengano

ben serrati nelle baracche

e fuori dai coglioni

come noi quando s’andava in Belgio o in Germania

senza tante pretese sull’integrazione.

 

Altro che dialogo multietnico e razziale,

abitazione, scuola, moschea, ospedale:

vogliamo essere un paese normale

comandare a casa nostra, nel bene e nel male.

 


***

 

Ci sono mille ragioni indubitabili

per dubitare

chi è – per dire – quel tizio sull’autobus?

Intanto

quell’aria troppo disinvolta, gli occhiali scuri

- occhi che ti vedono senz’essere veduti -

e poi quella mano magra e nervosa

quell’ammicco

o tic o pensieri che pensano

veloci per non lasciarsi intuire...

Non sai come potrà mai finire

con un tipo così strano...

 

Meglio godersi il paesaggio che scorre

neutralmente dal finestrino.

 


***

  

C’è una forza aliena

che mi trascina

e io trascino il passo dietro lei

che sale il baricentro, il tessuto miofasciale,

si pianta nella nuca fissa avanti

verso il tramonto.  Così lentamente

gravato d’ignoto mi tocco

gli occhi e le guance, quel che rimane

del volto distrutto da una storia di morte

nostra animale

e mi fa male, mi fa

guaire questa inconsistenza,

questa insistenza della carne che svapora

via da me e il pensiero che volge

sempre indietro dolendo

d’una nevrosi che m’avvolge

e mi consola.

 

Tutto mi preme sulle spalle,

ricurvo come Atlante

sollevo bolle di nulla.

 

 

***
 

Eh sì, con tutto quel trambusto

quel via vai sino a notte inoltrata...

 

la polizia è stata chiamata

più volte (ma che vuole –

diceva il giovanotto con accendo del sud –

senza prove, che mai possiamo fare?)

 

E notte dopo notte sempre quel trambusto

quel calpiccìo da basso, quel brusìo,

chissà che faranno, cosa diranno...

 

E adesso lei è incinta – povero figlio.

 

La pioggia ticchetta sul tetto

della mansarda.  La città cade

in deliquio. 

                   (Sentirsi

vigliacchi per aver udito).

 


***

  

Neppure pensarlo, uscire a sera

quando l’aria s’imbruna e brillano i neon

in questa Milano, città fuorimano

dell’Europa,

 

dove un tempo coppiette d’amorosi

il pensionato con la sua bianca vecchietta

appesa al braccio se ne andava

a farsi un caffè sul Naviglio o all’osteria

più fresca di via Vitruvio...

 

oggi non si vede polizia

dopo le cinque di sera... si vive

assediati... quel bianco degli occhi

lampeggia nel buio, ti scruta... Dio

fa che non accada, non accada,

uscire nel buio della sera allo scoperto,

nudi come vermi sulla strada

dove occhi ci scrutano...

 


***

  

Ho lavorato, lavorato come un pazzo

ho diritto alla bistecca, alla balera

il sabato sera; esigo rispetto,

lo straordinario fuori busta, il posto

che mi spetta, né più né meno

dopo tanta fatica, senza neppure

un giorno di sciopero o di mutua.

 

Fate vobis, io non so nulla

di statuti e articoli diciotto

mi sono rotto di questa politica

che parla difficile

di buonisti, comunisti, preti, bulli

professori ecologisti e la congrega

di mangiapane che invocano sventure

 

vivo il mio sballo del sabato sera

la notte sfavillante della giovinezza

eterna, la sublime mescolanza

di festa pasticche e morale calvinista.

 


        Intervista

  

M’ama, non m’ama... a letto

talvolta mi salta ancora addosso

con una specie di violenza; lava i piatti

gioca coi ragazzi

esce soltanto il mercoledì sera

vede la partita cogli amici

e lavora, lavora, lavora

lo hanno avanzato di grado

mi porta al mare d’estate

m’ha regalato una mimosa

all’otto di marzo.

 

Che voglio dalla vita?  Non saprei

un uomo con cui parlare

che mi ami davvero con passione

tutto per me, sia sicuro

senza ombra di dubbio...

 


***

  

[Lo vedi sfilare questo campionario

di esseri finti e lamentosi

ti vedono come un alieno

arraffano ogni cosa senza freno

senza dignità consumano, stravaccano

davanti al televisore

non leggono un poeta non leggono

un giornale vivono animali

in cattività né si riproducono

né hanno più voglie.

 

E  il poeta senza più parole

parla a se stesso con accento morto

dice cose vuote nel vuoto delle cose

e gioca anch’egli in questa cupa festa.]

 


***

 

Senti l’ego vociare nel sole di luglio

parole salate incrudire nei riverberi

d’un caldo che cuoce i cervelli.

Manca l’acqua sulla pelle.

 

L’Italia si adagia russando come una vecchia

discinta vaneggia nel sonno

si culla nei mari pigri e assorti

dell’oblìo. 

Non un alito di vento

non si muove tendaggio.

Nubi vengono e vanno.  S’affaccia

la luna sul greto riarso

dei torrenti e brilla

sull’ultima neve degli ultimi ghiacciai.

 

Questi i colori del tempo: il bianco

il nero, il canto del gufo

a notte quando stremate

rane cercano frescura.

 

 

Ritratto dell'innominabile [4]

 

Quel che dissi e non dissi

dissi di non averlo detto

pertanto lo ridissi e lo ritrattai

ridicendolo.

 

(Osserva il mio sorriso enigmatico

un increspamento tirabaci

al lato dell’occhio satanico:

ho sconvolto l’ordine magmatico

delle coscienze,

oso sfidare gli interpreti

con la saggezza della demenza

rubata ad altri).

 

Io sono il prototipo ineffabile,

dell’italiota quintessenza.


 

 ***

 

E’ così profondo il mio vizio così antico

che non ne trovo traccia nei ricordi.

Venni al mondo già finito, mi dico

con la pipa in bocca, un caffè forte

a portata di voglia, una poltrona

dove allungarmi come un grasso gatto

infiacchire di diabete

e di senilità precoce,

 

dormo poco e quel poco lo dormo

davanti al televisore

- mio rifugio e salvezza, miei occhi

sul mondo che non oso più guardare.

 

Nato così, con le spalle

ricurve sotto il peso delle colpe

non saprei di che cosa m’accusare

sbuffando fiato e inquieto da nari

da bocca avvelenata;

il mio stomaco è una fogna,

sola autentica cura che m’affanni,

il conto in banca che non quadra mai

mia suprema metafisica.

 

Sono l’uomo occidentale

nato da coito naturale,

che cammina scontento verso il male.

 


***

  

E poi ci sono le savane e le jene

che a volte rincorrono le prede:

al grosso mammifero scoppia il cuore

l’ultimo sguardo è per l’azzurro indifferente.

 

Oh correre fin che s’invecchia

convinti da un vecchio trucco,

correre scrutando sempre all’orizzonte

pericoli in agguato...

 

Mi sono adagiato in una fossa

di tempo e nel nero delle origini

combatto la mia guerra privata

- il cielo è impazzito, l’aria s’è gelata.

 

 

***

 

Di là dal muro l’orto e di là dall’orto

stanze in penombra sospirano al tocco del pendolo

suona musica sommessa, parlotta

il televisore

nelle notti e nei giorni che ingrigiscono

filtrando fra gli scuri su mobilio e pareti;

riti brevi e precisi dal primo caffè

all’ultimo addio al giovane mondo

 

- sarà così il nostro tempo estremo

nel tempo cittadino,

scaglia dentro scaglia nel congegno

che glissa perfetto sul vuoto che l’attornia?

o sarà un lungo attimo di meraviglia

scomposto, imprevedibile,

che ci vede Ulisse, Giona, popolo vagante

nel deserto di fame, di sete, di estreme

domande?

 


Note:


[1] )            Apparsa su www.fieralingue.it

[2]              Apparsa anche su www.fieralingue.it

[3] )            Apparsa anche su www.fieralingue.it

[4]              Ho il sospetto che nominarlo porti sfiga.