Trittico mediatico

di Gianmario Lucini


   

 

  

  

  

         

Che ci faccio io qui lei mi chiede

con quella goffaggine rotonda e tricheca che ammicca

sottende sottintesi che non stanno sotto

ma soprattutto cappello politico premessa

all’essere al divenire al fluire

di qualche soldo mal speso da una certa ragioneria

alle mie tasche:

sono qui per fare spettacolo della mia

falsa umanità di umana falsità

per falsificare il vero e verificare il falso

così con noncalanza

riscaldato dal tepore di un albergo squillante

a smargiassare

ultimo avanzo di plebe spettacolare da lanciare

in alto sul baraccone

che non teme di gridare in faccia al mondo il plagio

che tutto ingloba e ingloba il grido

stesso nel suo medesimo gridare

grido plebeo comprato dalla macchina

per fare musica

alle orecchie di plebei.

     

      

     

Chissà se siete ancora alla sinistra

compagni discreti e chiacchierini che sgombrate

le nostre sere...

quanto a me non ho più mani o direzioni: a volte

mi protendo all’alto a volte al nadir

del mio centro distrutto

e rovisto nel mio ventre se un avanzo d’umore

che non sia fiele...

Ora avete finalmente degni avversari

o rossi intellettuali

voi che pensate fra le pieghe dei giornali

il mondo del possibile che sguscia via

in questo piatto azzeramento di pareri e di tempi

in questo sciatto mercato di volti e di parole

si dia inizio alle danze

una a me una a te nel quadrato rondò

del palinsesto

noi siamo fuori dallo spettacolo in un mondo mesto

che s’interroga e freme

compagni e camerati che ragionevolmente avete

ponderato e soppesato ogni argomento

così razionali mentre il ventre grida

e si torce di spavento a tanta leggerezza

a tanta pochezza d’argomenti di fronte al disastro

che incombe...

 

 

                                    a B.B.

 

Ricordati di santificare le feste

vecchio prete che mai giovane conobbi

e mi sei apparso da qualche oltretomba ora che anche

la destra politica reclama

un’equità di sapienza.  Ricorda

che sei già morto dentro che ami la morte

più della tua vita stessa

nelle tue maschie ragioni che hanno mani

solide mani

che cullano il corpo di Cristo e bocca

che nel suo nome sparge veleno e vendetta

preventiva.

Oh io non sono un uomo di fede

sono plebe

sono ventre che scalpita e freme

se vede Dio nascondere il volto nel suo mantello nero

e mi lascio un po’ andare

a un guaìto animale

che gli uomini di fede non possono comprendere

così eterei

nella loro possanza.

Guaisco già ora per il male che tutti sanno

per coloro che periranno nella strage per coloro

che sopravviveranno smarriti e conquistati

da questa insana brama e non voglio

sentire ragioni.  Avremo

diversi occhi poi

gonfi di pianto e di peccato

e sarai tu ad assolverci

per quel dio nero evocato dalle stragi

duro a morire

duro.