Gianmario lucini

 

Visione

12 poesie - marzo 2003 *)

 

 

 

 

 

 

Dedica al secolo XX

 

Non sentirmi tuo debitore

è mia spina e mio vanto.

Se mi volgo e ti vedo annusare

l’acqua morta del tuo pianto,

non mi sommuove un sentire sodale:

amore e odio verso

dei versi nel bicchiere.

 

Fatica d’esserti nato nel grembo,

inutile ad empire il tuo niente

- lo spiro del non senso

che libertà divora ed ogni altra ipotesi

estranea all’ossessione tua di macchina.

 

Cambiare aria, mente cambiare,

procedere spedito e senza indugio

a conquistare i giorni che mi restano

- avessi insieme quest’ira e intatta

una partita ancora da giocare…

 

                     (1999)



 

 

Dove mai saranno i giusti

se le radici del mondo tremano

se la terra stolida palla di vapori

sonnecchia nella sua metamorfosi?

 

Non sono essi le donne sterili

gli eunuchi fedeli delle buone fatiche:

hanno procreato mostri immortali

generazioni ingiuste.

 

Ti ho cercato Dio immagine e somiglianza

che veleggiavi nero sull’acqua primordiale

ma ti hanno dato alito di male, parole

per dare vita e per dare mattanza.

 

Giocando a non capire

cose fra cose senza cura

ascoltiamo l’ultimo canto del gallo

nell’ultimo mattino. 

 



 

 Calò infine la cappa del buio – il nero

delle sette idre voraci e delle sette torri –

uccelli rapaci lo solcavano stridendo.

T’avvinghiavi al mio braccio, viticcio

ancor carico di sole;

dentro quel buio navigava il fuoco

il disco dell’astro che mima l’occhio

torvo di Dio.  Mi chiedevi

così avvinghiata al mio braccio una ragione

per questo sogno senza risveglio, il volto

nero luceva di lacrime rosse e si levava

da lontano l’urlo dei morti

come voce d’un’orchestra di buccine,

il passo dei morti picchiava alla porta

scarponi ferrati, calci di fucile.

 

Fosti tu la prima a tacere

smembrata dalla luce del mattino

- glabro, senza colori e senz’acqua

un tavoliere immenso di rovine –

dentro di me rievocavo il tuo spavento

l’angelo che ti spezzò le braccia, il lieve

scorato lamento.  Il sole

s’abbatte ora su un paesaggio inanimato

nella sua luce nera procediamo

passo dopo passo a una meta lontana

di là dal fumo, di là dalla caligine

verso una conca fiorita che nessuno

ha ancora veduto.  Ritagli

di giorni saranno il nostro giaciglio.

 



 

 

Ci sono ancora luoghi, ancora giorni?

 

Il giorno è un torrente di fiaccole

sagome l’abitano nere e deformi

la vista ci inganna.  Tutti

insieme sibilano i proiettili e mente

nell’alba rovente la preghiera del fedele.

 

Nei desideri del mondo dolcemente

dondola un “viva la muerte”

canticchiato sulle culle.

 

Può essere paura di sopravvivere

sentire il peso del corpo sprofondare

nel tempo come un Pequod nel mare

imbizzarrito da un fantasma indefinito

emerso dai profondi.

 

Ci sono ancora luoghi?  Ancora giorni?

 



 

 

Le fronde degli abeti hanno figliato

quest’anno una rossa morte di gemme;

i pesci del lago sono incanutiti,

digrignano denti le rondini

e volando radenti strappano gli occhi

ai giovani pulcini, ai cani, ai bambini;

 

il fiume quest’anno porta a ritroso

l’acqua del mare e mostri mai veduti

hanno invaso la campagna, circondata

la città, l’hanno assediata

- con tutti i suoi soldati

ben saldi sulle gambe e il mitra fra le braccia.

 

Piangi l’anno del secco, l’anno salato

l’ultimo anno della miseria

prole innocente della notte

senza più cortili e senza pace,

senza ombra di cortili da animare

con le tue strida di gabbiano...

 

Quando piove ora la pioggia

sfrigolando sull’asfalto dei viali

s’arroventa e vapora; poi il vento

ne fa nuvola che invade le case

e bagna il sorriso dei vecchi e dei morenti

d’un colore amaro

– e la tua vita stinge in un dolore

che neppure sai descrivere...

 

Ho ascoltato le voci dei saggi

ho percorso ogni strada da percorrere

ho pregato un Dio che dicono onesto

ho mentito alla morte, così

come si deve mentire, per la vita:

mi dissero che questo sarebbe bastato

fino all’ultimo giorno.

 

Perché dunque questo sibilo?

Chi sibila e perché?  Non sarà forse

l’aspide che in bocca mi dorme

e cerca il mio cuore?

 

                      (1999)



 

 

Potessi starmene in disparte e come roccia

dormire sotto la neve,

né bere né magiare

né altro scambiare

con questo delirio di rabbia e di terrore,

senza nemmeno respirare, senza dare

né avere

vanità d’oggetti e di parole.

 

Gravato dal vuoto che dentro mi esplode

echi di pianti bambini

non ho che il volto affilato di Dio

il volto afflitto degli amici

e un vento secco che viene dal deserto...

 



 

  

Non trovo parole rotonde per dire

dell’astio acquattato nelle coscienze

 

il nemico è volto alieno, ghigno che si beffa

delle tue paure e lo sfidi e t’accanisci

come bambino che sfida la notte

dal suo lettino che fluttua nel buio.

 

La penna scrive, mi pesa, non trovo

visioni in soluzioni finali dell’evento

che in se stesso si conficca e si divora

chiamando a sé come buco nero

gli anni futuri.

 

Vorrei essere allora l’alito del vento

portare in alto il lamento degli uomini

che sono e saranno e altrove fuggire.

 

             (settembre 2002)



 

 

Dice che bisogna guerreggiare

la biondina masticando chewig gum

che s’ha da fare quel che s’ha da fare

con l’orrore messo in conto

prezzo da pagare.

 

Don Ciotti si batte sulla fronte

dice che lì vivaddio c’è qualcosa

che dovrebbe funzionare

ma che s’inceppa di fronte al comando

della bigotta religio democratica

e sconsolato come madre tradita

volge gli occhi miti all’infinito

orizzonte né può darsi pace.

 

Cronache già viste, immagini

ancor giovani nel nostro ricordo

- non ha più nulla da dire, la storia.

 

             (settembre 2002)


 

 

Quando l’ultimo sole se ne sarà fuggito

attendimi, non scivolare

sola nel buio

non gridare con gli occhi quando l’artiglio

ti verrà incontro sull’ultima soglia.

 

Sta cheta, attendi, lasciati dormire

copriti il volto coi capelli, ascolta

ancora una volta il richiamo stolto

dell’amore che se ne va al suo morire.

 

Recita un verso che dalla memoria

dell’infanzia risalga, un’aria

lieve e serena: e questa storia di follia

nell’attimo ti sarà chiara.

 

Sono già qui per liberarci

angeli con le bombe e con le con spade:

come angeli volando fuggiremo

via da queste macerie.

 

E ti direi d’un giorno aperto di vento e d’azzurro

se avessi parole.  Ti splende

la luna sulla pelle d’alabastro,

il nostro lucido terrore ci confonde

nell’agonia tranquilla della notte.  Stringiamo

frammenti d’infinito fra le mani:

vedrai, lo sentiremo sorridere

un giorno, forse domani...

 


 

  

Sono aperte le finestre sulla strada,

le fruga il silenzio dell’alba.

 

Le finestre sono cuori protesi

desideri sfiniti che si perdono

in una scena di città metafisica.

 

Il vento è gonfio di sabbia

e soffia forte

porta le voci dei morti

e l’eco delle bombe.

 

Il deserto ha conquistato il nostro letto

e dunque fuggiamo nel deserto.

 

Non colpiteci dall’alto

non colpiteci dal basso

noi camminiamo sul crinale di una duna

levando monconi di braccia.

 


 

 

Su un giocattolo “Made in U.S.A.”   **)

 

Premi un pulsante, piccolo dio

dell’umano vero e l’uomo sussulta;

premilo ancora e l’occhio sanguigno

s’appanna; il gioco continua

 

e un fioco lamento metallico,

dalla magica scatola uscirà,

si mischierà al tuo gridìo di bambino

quel rantolo caino, disarticolato.

 

Mio piccolo dio, sta lontano dal male,

non lo toccare: premi solo il pulsante

una, due, tre volte e all’istante

l’avrai dissolto, espiato nella morte,

 

- il grande male, l’incubo del nulla...

 

                                (1999) 


 

 

Scenderà il silenzio dopo la stilla

di sangue hollywoodiano in primo piano

per un “The End” di maniera

- così saluta la telecamera

paesi devastati dal categorico

imperativo alla libertà democratica... –

 

Oh paesi di ciechi esseri e muti

che incrociano al buio di misteriose paure

l’ultima battaglia

 

sulle terre riarse, sulle pietre

roventi, sui ruderi dell’era...

 

Oh paesi ricchi di poveri soldati

al soldo della patria

paterno amore che vi vuole immolati

a radici d’un qualche passato...

 

Accendete, accendete un desiderio

riconoscibile

un fuoco rubato alla casa di Zeus

povere smarrite potenze ctonie,

 

un poco di saggio animale

in questa torva follia razionale.

 

 

NOTE
 


* )    Alcune poesie sono state scritte nel 1999 e nel settembre del 2002

**)     Nel 1999 in USA andava di moda regalare ai ragazzini il giocattolo dell’esecuzione capitale.  Il pupazzo mimava la morte del condannato alla sedia elettrica.  Gioco di alto contenuto morale e di alta educazione democratica, se si deve giudicare dal successo commerciale.