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Visione 12 poesie - marzo 2003 *)
Dedica al secolo XX
Non sentirmi tuo debitore è mia spina e mio vanto. Se mi volgo e ti vedo annusare l’acqua morta del tuo pianto, non mi sommuove un sentire sodale: amore e odio verso dei versi nel bicchiere.
Fatica d’esserti nato nel grembo, inutile ad empire il tuo niente - lo spiro del non senso che libertà divora ed ogni altra ipotesi estranea all’ossessione tua di macchina.
Cambiare aria, mente cambiare, procedere spedito e senza indugio a conquistare i giorni che mi restano - avessi insieme quest’ira e intatta una partita ancora da giocare…
(1999)
Dove mai saranno i giusti se le radici del mondo tremano se la terra stolida palla di vapori sonnecchia nella sua metamorfosi?
Non sono essi le donne sterili gli eunuchi fedeli delle buone fatiche: hanno procreato mostri immortali generazioni ingiuste.
Ti ho cercato Dio immagine e somiglianza che veleggiavi nero sull’acqua primordiale ma ti hanno dato alito di male, parole per dare vita e per dare mattanza.
Giocando a non capire cose fra cose senza cura ascoltiamo l’ultimo canto del gallo nell’ultimo mattino.
Calò infine la cappa del buio – il nero delle sette idre voraci e delle sette torri – uccelli rapaci lo solcavano stridendo. T’avvinghiavi al mio braccio, viticcio ancor carico di sole; dentro quel buio navigava il fuoco il disco dell’astro che mima l’occhio torvo di Dio. Mi chiedevi così avvinghiata al mio braccio una ragione per questo sogno senza risveglio, il volto nero luceva di lacrime rosse e si levava da lontano l’urlo dei morti come voce d’un’orchestra di buccine, il passo dei morti picchiava alla porta scarponi ferrati, calci di fucile.
Fosti tu la prima a tacere smembrata dalla luce del mattino - glabro, senza colori e senz’acqua un tavoliere immenso di rovine – dentro di me rievocavo il tuo spavento l’angelo che ti spezzò le braccia, il lieve scorato lamento. Il sole s’abbatte ora su un paesaggio inanimato nella sua luce nera procediamo passo dopo passo a una meta lontana di là dal fumo, di là dalla caligine verso una conca fiorita che nessuno ha ancora veduto. Ritagli di giorni saranno il nostro giaciglio.
Ci sono ancora luoghi, ancora giorni?
Il giorno è un torrente di fiaccole sagome l’abitano nere e deformi la vista ci inganna. Tutti insieme sibilano i proiettili e mente nell’alba rovente la preghiera del fedele.
Nei desideri del mondo dolcemente dondola un “viva la muerte” canticchiato sulle culle.
Può essere paura di sopravvivere sentire il peso del corpo sprofondare nel tempo come un Pequod nel mare imbizzarrito da un fantasma indefinito emerso dai profondi.
Ci sono ancora luoghi? Ancora giorni?
Le fronde degli abeti hanno figliato quest’anno una rossa morte di gemme; i pesci del lago sono incanutiti, digrignano denti le rondini e volando radenti strappano gli occhi ai giovani pulcini, ai cani, ai bambini;
il fiume quest’anno porta a ritroso l’acqua del mare e mostri mai veduti hanno invaso la campagna, circondata la città, l’hanno assediata - con tutti i suoi soldati ben saldi sulle gambe e il mitra fra le braccia.
Piangi l’anno del secco, l’anno salato l’ultimo anno della miseria prole innocente della notte senza più cortili e senza pace, senza ombra di cortili da animare con le tue strida di gabbiano...
Quando piove ora la pioggia sfrigolando sull’asfalto dei viali s’arroventa e vapora; poi il vento ne fa nuvola che invade le case e bagna il sorriso dei vecchi e dei morenti d’un colore amaro – e la tua vita stinge in un dolore che neppure sai descrivere...
Ho ascoltato le voci dei saggi ho percorso ogni strada da percorrere ho pregato un Dio che dicono onesto ho mentito alla morte, così come si deve mentire, per la vita: mi dissero che questo sarebbe bastato fino all’ultimo giorno.
Perché dunque questo sibilo? Chi sibila e perché? Non sarà forse l’aspide che in bocca mi dorme e cerca il mio cuore?
(1999)
Potessi starmene in disparte e come roccia dormire sotto la neve, né bere né magiare né altro scambiare con questo delirio di rabbia e di terrore, senza nemmeno respirare, senza dare né avere vanità d’oggetti e di parole.
Gravato dal vuoto che dentro mi esplode echi di pianti bambini non ho che il volto affilato di Dio il volto afflitto degli amici e un vento secco che viene dal deserto...
Non trovo parole rotonde per dire dell’astio acquattato nelle coscienze
il nemico è volto alieno, ghigno che si beffa delle tue paure e lo sfidi e t’accanisci come bambino che sfida la notte dal suo lettino che fluttua nel buio.
La penna scrive, mi pesa, non trovo visioni in soluzioni finali dell’evento che in se stesso si conficca e si divora chiamando a sé come buco nero gli anni futuri.
Vorrei essere allora l’alito del vento portare in alto il lamento degli uomini che sono e saranno e altrove fuggire.
(settembre 2002)
Dice che bisogna guerreggiare la biondina masticando chewig gum che s’ha da fare quel che s’ha da fare con l’orrore messo in conto prezzo da pagare.
Don Ciotti si batte sulla fronte dice che lì vivaddio c’è qualcosa che dovrebbe funzionare ma che s’inceppa di fronte al comando della bigotta religio democratica e sconsolato come madre tradita volge gli occhi miti all’infinito orizzonte né può darsi pace.
Cronache già viste, immagini ancor giovani nel nostro ricordo - non ha più nulla da dire, la storia.
(settembre 2002)
Quando l’ultimo sole se ne sarà fuggito attendimi, non scivolare sola nel buio non gridare con gli occhi quando l’artiglio ti verrà incontro sull’ultima soglia.
Sta cheta, attendi, lasciati dormire copriti il volto coi capelli, ascolta ancora una volta il richiamo stolto dell’amore che se ne va al suo morire.
Recita un verso che dalla memoria dell’infanzia risalga, un’aria lieve e serena: e questa storia di follia nell’attimo ti sarà chiara.
Sono già qui per liberarci angeli con le bombe e con le con spade: come angeli volando fuggiremo via da queste macerie.
E ti direi d’un giorno aperto di vento e d’azzurro se avessi parole. Ti splende la luna sulla pelle d’alabastro, il nostro lucido terrore ci confonde nell’agonia tranquilla della notte. Stringiamo frammenti d’infinito fra le mani: vedrai, lo sentiremo sorridere un giorno, forse domani...
Sono aperte le finestre sulla strada, le fruga il silenzio dell’alba.
Le finestre sono cuori protesi desideri sfiniti che si perdono in una scena di città metafisica.
Il vento è gonfio di sabbia e soffia forte porta le voci dei morti e l’eco delle bombe.
Il deserto ha conquistato il nostro letto e dunque fuggiamo nel deserto.
Non colpiteci dall’alto non colpiteci dal basso noi camminiamo sul crinale di una duna levando monconi di braccia.
Su un giocattolo “Made in U.S.A.” **)
Premi un pulsante, piccolo dio dell’umano vero e l’uomo sussulta; premilo ancora e l’occhio sanguigno s’appanna; il gioco continua
e un fioco lamento metallico, dalla magica scatola uscirà, si mischierà al tuo gridìo di bambino quel rantolo caino, disarticolato.
Mio piccolo dio, sta lontano dal male, non lo toccare: premi solo il pulsante una, due, tre volte e all’istante l’avrai dissolto, espiato nella morte,
- il grande male, l’incubo del nulla...
(1999)
Scenderà il silenzio dopo la stilla di sangue hollywoodiano in primo piano per un “The End” di maniera - così saluta la telecamera paesi devastati dal categorico imperativo alla libertà democratica... –
Oh paesi di ciechi esseri e muti che incrociano al buio di misteriose paure l’ultima battaglia
sulle terre riarse, sulle pietre roventi, sui ruderi dell’era...
Oh paesi ricchi di poveri soldati al soldo della patria paterno amore che vi vuole immolati a radici d’un qualche passato...
Accendete, accendete un desiderio riconoscibile un fuoco rubato alla casa di Zeus povere smarrite potenze ctonie,
un poco di saggio animale in questa torva follia razionale.
NOTE * ) Alcune poesie sono state scritte nel 1999 e nel settembre del 2002 **) Nel 1999 in USA andava di moda regalare ai ragazzini il giocattolo dell’esecuzione capitale. Il pupazzo mimava la morte del condannato alla sedia elettrica. Gioco di alto contenuto morale e di alta educazione democratica, se si deve giudicare dal successo commerciale. |