Gianmario lucini

La notte di Abramo

                 (silloge)


Edita in La Clessidra, Novi Ligure, n. 2/2002

  

   

   

 

   

Non si può guardare.

Non siamo nati

soltanto per l'orrore.

Non siamo nati solo

per vomitare l'anima di bocca,

solamente così per spalancare

ogni mattino al terrore degli occhi.

Non siamo nati

per essere spazzatura,

una sporta di ossa ammucchiate

per tappare la fessura di qualche pertugio

                

 (Rafaél Alberti, da: Verrà il giorno

                   Trad. di Franco Zagato)

   

   

Il buio è una punta negli occhi,

in questa notte spianata

della ragione:

   

nel buio il disgusto non vedi

torcere labbra e tacere;

l’infinito dorme nei globi

d’occhi sempre chiusi

   

come a sognare l’apoteosi

di futuri martìri.

   

E’ nostro il colore del nero

che inghiotte i raggi del sole.

  

***

  

Nube di polvere senza orizzonte,

maestosa montagna che s’accascia

ròsa da ineffabile delirio,

s’è aperto un baratro amaro,

nelle nostre mani:

  

ogni vascello in lui s’inabissa

e non abbiamo un passato così certo

da poterlo colmare;

  

ogni pensiero palpita e strema

al fiato di veleno

che da quel vuoto sprigiona.

   

***

   

Duello di luce e di tenebra,

fantastico astrarre lo strazio

di carne e di sangue,

   

fuga vigliacca della ragione

in teorie, magiche ossessioni

- ma poi, così politically correct -

il gioco segreto a ricomporre

screzio fra morale e convenienza

- o battaglia quasi ascetica

fra rimorso e benessere

che trova piane e logiche risposte,

ben mascherate sillogismi eristici

alla portata d’ogni coscienza.

   

Ma gli occhi che urlano sono irremovibili,

il sangue che urla tinge di cupo

le nostre sere

e non possiamo cancellare il vero

d’una storia che agonizza in abbandono

fra i titoli cubitali in prima pagina

- vento di notizia fra vacui pilastri

d’inchiostro

dove imperversa e si specchia

il collettivo narciso...

   

Diranno di questo medioevo

che è l’alba del buio

appena prima che un vento d’oltremare

propizi la notte.

   

***

     

Siamo noi tutti intrisi da mani

che ci plasmano e ci impastano,

da sempre innervati da torti e ragioni

che ci risucchiano in vortice

e ci risputano lontano

da un sentimento nostro e vero.

   

Siamo aquiloni che vogano nel vento

della notizia,

pronti a schierarci con dovizia

d’argomenti dietro una bandiera

- pur che una svetti

nell’incerto...

    

Torti, ragioni, spalancate

finestre dei desideri

nelle stanze sgangherate 

delle verità

   

- un poco per gioco, un poco

perché vorremmo morire.

    

***

    

E quanti nomi, città, incerti

segni di fioche mappe mentali,

a percuotere l’aria, consonanti e vocali,

e poi lievi svanire nel vago

brusìo della notizia

    

quanta primizia di cadaveri ancora

passati a sorte migliore

- se fin che c’è vita c’è disperazione -

e ragioni divorano ragioni

senza ragione a valere.

     

Quanti giorni e notti tutti insieme stanno urlando

da un profondo di secoli,

parole ineffabili s’accalcano

e si cancellano in unico boato;

     

nessuno ha mai così forte invocato

il niente dopo di sé, la morte

del cielo, il silenzio della polvere

sui nomi e i segni dell’uomo

    

- città morenti nell’era

che non sa come nascere.

     

***

     

Chi ti dirà il tuo nome

quando l’ultimo se ne sarà fuggito?

Chi ti dirà l’opposto

di quello che dici

per ricordarti d’essere vivo?

Che fantasmi vedrai baluginare

nel sole

fra macerie?

Chi potrà chiederti acqua e pane,

ricordarti d’avere mani?

Che occhio ti potrà riflettere, mente

custodirti nel buio,

quale sorriso

potrà ridarti il sorriso?

   

Perché mai così profondo

l’odio che ti strema

e fa estrema la tua assenza?

     

***

     

E allora non rimpiangere la vita

che veloce se ne fugge:

getta pure la coppa bevuta

alle tue spalle:

il tempo sarà di chi resta

a giocare giochi funesti.

   

Lo sguardo dei poveri

non s’alza alle nubi di vendetta

che s’addensano nei gesti dei potenti:

sono un popolo, i poveri,

trasversale e senza terra,

senza voce.

     

Ad essi tocca il macello

fatti a pezzi da parole perdute.

     

    

                 Ninna nanna

   

Viviamo il tempo del buio:

dormi dunque, creatura della notte.

Lontano dorme nella polvere

di strade e di macerie un altro figlio.

Lontano coglieranno i primi fiori

per occhi che non videro mai fiori:

    

Ma presso te il silenzio della luna,

il vagito dei gatti in amore,

occhi che spiano ansiosi

ogni minima ruga che t’increspi

la fronte, figlio dei forti

e dei perfetti che scrivono la storia.

   

Dormi, creatura della notte

e delle sue trame; fortunato

sfortunato figlio del benessere;

crescerai non sapendo il dolore,

senza privarti di nulla

- com’è giusto che sia

per tutti -

né saprai guardare negli occhi

la rabbia degli affamati

senza tremare d’angoscia.

- solenne eredità che ti ha lasciato

il maestoso novecento,

peso tremendo da portare sotto il sole.

   

Eppure non è altra speranza

che le tue fragili dita d’alabastro,

o vagito che riporta all’origine

al vero sentimento del tempo.