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La notte di Abramo (silloge) Edita in La Clessidra, Novi Ligure, n. 2/2002
Non si può guardare. Non siamo nati soltanto per l'orrore. Non siamo nati solo per vomitare l'anima di bocca, solamente così per spalancare ogni mattino al terrore degli occhi. Non siamo nati per essere spazzatura, una sporta di ossa ammucchiate per tappare la fessura di qualche pertugio
(Rafaél Alberti, da: Verrà il giorno Trad. di Franco Zagato)
Il buio è una punta negli occhi, in questa notte spianata della ragione:
nel buio il disgusto non vedi torcere labbra e tacere; l’infinito dorme nei globi d’occhi sempre chiusi
come a sognare l’apoteosi di futuri martìri.
E’ nostro il colore del nero che inghiotte i raggi del sole.
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Nube di polvere senza orizzonte, maestosa montagna che s’accascia ròsa da ineffabile delirio, s’è aperto un baratro amaro, nelle nostre mani:
ogni vascello in lui s’inabissa e non abbiamo un passato così certo da poterlo colmare;
ogni pensiero palpita e strema al fiato di veleno che da quel vuoto sprigiona.
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Duello di luce e di tenebra, fantastico astrarre lo strazio di carne e di sangue,
fuga vigliacca della ragione in teorie, magiche ossessioni - ma poi, così politically correct - il gioco segreto a ricomporre screzio fra morale e convenienza - o battaglia quasi ascetica fra rimorso e benessere che trova piane e logiche risposte, ben mascherate sillogismi eristici alla portata d’ogni coscienza.
Ma gli occhi che urlano sono irremovibili, il sangue che urla tinge di cupo le nostre sere e non possiamo cancellare il vero d’una storia che agonizza in abbandono fra i titoli cubitali in prima pagina - vento di notizia fra vacui pilastri d’inchiostro dove imperversa e si specchia il collettivo narciso...
Diranno di questo medioevo che è l’alba del buio appena prima che un vento d’oltremare propizi la notte.
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Siamo noi tutti intrisi da mani che ci plasmano e ci impastano, da sempre innervati da torti e ragioni che ci risucchiano in vortice e ci risputano lontano da un sentimento nostro e vero.
Siamo aquiloni che vogano nel vento della notizia, pronti a schierarci con dovizia d’argomenti dietro una bandiera - pur che una svetti nell’incerto...
Torti, ragioni, spalancate finestre dei desideri nelle stanze sgangherate delle verità
- un poco per gioco, un poco perché vorremmo morire.
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E quanti nomi, città, incerti segni di fioche mappe mentali, a percuotere l’aria, consonanti e vocali, e poi lievi svanire nel vago brusìo della notizia
quanta primizia di cadaveri ancora passati a sorte migliore - se fin che c’è vita c’è disperazione - e ragioni divorano ragioni senza ragione a valere.
Quanti giorni e notti tutti insieme stanno urlando da un profondo di secoli, parole ineffabili s’accalcano e si cancellano in unico boato;
nessuno ha mai così forte invocato il niente dopo di sé, la morte del cielo, il silenzio della polvere sui nomi e i segni dell’uomo
- città morenti nell’era che non sa come nascere.
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Chi ti dirà il tuo nome quando l’ultimo se ne sarà fuggito? Chi ti dirà l’opposto di quello che dici per ricordarti d’essere vivo? Che fantasmi vedrai baluginare nel sole fra macerie? Chi potrà chiederti acqua e pane, ricordarti d’avere mani? Che occhio ti potrà riflettere, mente custodirti nel buio, quale sorriso potrà ridarti il sorriso?
Perché mai così profondo l’odio che ti strema e fa estrema la tua assenza?
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E allora non rimpiangere la vita che veloce se ne fugge: getta pure la coppa bevuta alle tue spalle: il tempo sarà di chi resta a giocare giochi funesti.
Lo sguardo dei poveri non s’alza alle nubi di vendetta che s’addensano nei gesti dei potenti: sono un popolo, i poveri, trasversale e senza terra, senza voce.
Ad essi tocca il macello fatti a pezzi da parole perdute.
Ninna nanna
Viviamo il tempo del buio: dormi dunque, creatura della notte. Lontano dorme nella polvere di strade e di macerie un altro figlio. Lontano coglieranno i primi fiori per occhi che non videro mai fiori:
Ma presso te il silenzio della luna, il vagito dei gatti in amore, occhi che spiano ansiosi ogni minima ruga che t’increspi la fronte, figlio dei forti e dei perfetti che scrivono la storia.
Dormi, creatura della notte e delle sue trame; fortunato sfortunato figlio del benessere; crescerai non sapendo il dolore, senza privarti di nulla - com’è giusto che sia per tutti - né saprai guardare negli occhi la rabbia degli affamati senza tremare d’angoscia. - solenne eredità che ti ha lasciato il maestoso novecento, peso tremendo da portare sotto il sole.
Eppure non è altra speranza che le tue fragili dita d’alabastro, o vagito che riporta all’origine al vero sentimento del tempo.
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