Il sapore della cicuta

 di Gianmario lucini

 

 

 

 

 

 

Da poeta e da intellettuale, sono alieno dall'occuparmi di fatti politici, non perché non mi interessi la politica (anzi), ma trovo giusto quello che ebbe a dire Luigi Pareyson trent'anni or sono (si veda in Verità e interpretazione, Mursia, 1971), che l'intellettuale (egli diceva, "il filosofo") deve occuparsi di cercare la verità, non di fare politica attiva.  Compito dell'intellettuale è la ricerca del vero, da qualsiasi parte lo si possa trovare, sforzandosi di non assumere pre-giudizi.

Per questo non ho mai scritto nulla sulla politica italiana, anche nelle occasioni più nere (e in questi ultimi tempi non ne sono certo mancate), perché l'intellettuale deve poter scrivere sugli atteggiamenti, non sulle persone.  Deve potersi sentire libero di cercare la verità senza per forza di cose venire incasellato a destra o a manca.  Ma quello che sta accadendo ora nel nostro Paese ha davvero dell'inaudito, dell'incredibile e non ha a che fare né con un'ideologia di destra né con quella di sinistra - anche se di fatto è la destra, quella parte politica che intendo criticare in questa nota.  E a questo punto l'intellettuale non può più tacere, deve testimoniare la Verità anche se non ha egli certamente in mano la chiave della verità.  Quando la dignità della persona viene sfacciatamente squalificata, tacere è vigliaccheria, ignavia.

Per questo ho anche sottoscritto l'appello del giornale on line "Namir", testata che non mi vede spesso concorde rispetto alla sua linea editoriale dalla quale mi distinguo, ma in questo caso invito chi legge a sottoscrivere l'appello di Namir, perché è una voce, pur se isolata, che si leva in difesa della persona umana e della sua dignità sociale e politica(si veda in http://artenamir.interfree.it ).

Questi sono gli aspetti preoccupanti che io vedo nella politica italiana odierna:

a)   il tentativo di accreditare e rivalutare alcuni principi base dell'etica fascista: la forza bruta (specie contro gli stranieri extracomunitari), l'intolleranza (religiosa, verso i costumi diversi), la xenofobia.  E di questo vedo i più attivi paladini in Umberto Bossi e alcuni deputati della Lega Nord - così facciamo anche nomi e cognomi e vediamo cosa succede;

b)  lo scardinamento del concetto di uguaglianza e l'imbrigliamento dei quei pesi e contrappesi che in qualche modo tendevano a garantire la tutela delle persone più deboli.  Di fatto, affermare ed agire come se tutti fossero davvero  uguali e disponessero degli stessi mezzi per far valere le proprie ragioni, è di per sé un'ingiustizia;

c)  ma vi è di peggio: l'instaurazione del principio che la giustizia è una variabile dipendente dalle possibilità economiche (e qui indicherei l'Innominabile e Cesare Previti - in primis - che considero i portabandiera di una nuova casta di intoccabili, di coloro che potranno acquistare l'impunità con una serie di nuovi meccanismi giudiziari che costano molto danaro e che soltanto a pochi sono accessibili o anche, nel caso specifico, con lo strapotere economico unito allo strapotere politico).  Altro che pari opportunità.

d)   la protezione politica delle forme di corruzione.

Tutti e quattro questi aspetti, che argomenterò in seguito, esprimono a mio avviso una forma o una tendenza a un nuovo fascismo, che formalmente conserva i meccanismi della vita sociale democratica, ma nel quale, di fatto, l'equilibrio dei poteri viene compromesso e orientato verso una nuova forma di autoritarismo che si coniuga a un particolare permissivismo.  Anzi, tutti e tre i poteri (politico, esecutivo e giudiziario), di fatto vengono controllati dal potere economico.  Qualcuno potrà dire che questa è la scoperta dell'acqua calda, e che in fin dei conti non cambia assolutamente nulla dal passato, e in un certo senso dovrei dare ragione a costoro.  Ma, di fatto, se "prima" si conservava una quasi religiosa distinzione dei poteri, che in alcuni casi ha anche funzionato permettendo una parvenza di democrazia compiuta, oggi questa commistione sta pian piano insinuandosi, nelle attese comuni, come un dato di fatto e non come un'eccezione.  Ci stiamo normalizzando e risocializzando a una specie di neo-fascismo economico, che per ora, ma solo per ora, non ha ancora la brutalità di comportamenti del fascismo storico - anche se, almeno nella semantica delle affermazioni di certi leaders politici, pian piano lo stiamo vagheggiando, almeno nelle sue coreografie e nelle sue esternazioni.

 

Ma devo argomentare il perché di affermazioni tanto pesanti e, se non fossero motivate, infamanti.

La prima affermazione trova riscontro nelle bestiali affermazioni di Umberto Bossi (intervista al Corriere della Sera del 16 giugno - se ben ricordo la data), laddove dice (è cronaca su tutti i quotidiani di questi giorni) che i clandestini vanno in ogni modo fermati, anche usando i cannoni della marina militare.  L'affermazione è così becera che non è commentabile sul piano culturale perché non trova riscontro in nessuna espressione del pensiero occidentale, se si esclude quello fascista.  Si vaglino pure le posizioni dei movimenti di pensiero di questi ultimi 20 secoli: nulla del genere è mai stato accreditato da nessuna ideologia - se non nel Mein Kampf di Adolf Hitler.  Poi Bossi dice di ricredersi, ma ricredendosi rincara la dose, è meno grossolano ma ideologicamente più insidioso.  Voglio dire che questo suo ricredersi rafforza il concetto anziché sconfessarlo.  Simili affermazioni, che pure sono state sconfessate da quasi tutti i leader politici, non cadono però nel vuoto.  In qualche modo aprono una breccia, indicano una strada, additano un obiettivo a un'aggressività che pur si alimenta di scontenti a volte legittimi, ma che non ha mai trovato una motivazione teorica per esprimersi.  Quello che Bossi fa, è di fornire una idea, una linea teorica, e soprattutto un oggetto sul quale scaricare un malcontento in sé a volte legittimo.  Egli poi si ritrae, cercando di mantenere comunque le sue posizioni, e intanto altri accoliti (leggi ad esempio Calderoli) ne raccolgono lo spunto e rincarano la dose. Quando un leader politico addita una simile via, propone di conseguenza un obiettivo che si regge su una (pur opinabile) verità.  La verità affermata fra le righe è che gli stranieri sono l'origine dei nostri mali sociali: è legittimo e giusto difendersi da questo male, l'obiettivo è quello di annientare il male con ogni mezzo, compreso l'assassinio.  In questo modo viene, nel significato profondo del messaggio, proposto a un certo seguito politico un obiettivo, che può essere raggiunto seguendo una serie di criteri, impiegando dei metodi e degli strumenti operativi concreti.  In questo modo, ancora, il leader cerca di tenere unito con uno scopo, un'escatologia, i suoi seguaci, dal momento che solo uno scopo, pur lontano nel tempo e fosse pur anche utopico, può salvare dalla disgregazione: senza scopi nessuna organizzazione sta in piedi.  E siccome le politiche sostenute da Bossi in questi ultimi due anni non hanno avuto nessun successo, egli cerca così di salvare dalla disgregazione il suo elettorato, e lo fa con la nota spregiudicatezza e miopia morale.  Mi spiego: di fatto, una volta entrato o di riffe o di raffe questo concetto nell'opinione pubblica, accolto o non accolto che sia, in ogni caso è un oggetto che fa parte della politica e che statisticamente trova una sua nicchia di accoglienza.  Statisticamente infatti, anche la peggior sciocchezza che qualcuno mette in campo nella cultura e nella vita sociale, trova sempre una certa accoglienza, pur minoritaria che sia.  E di simili oggetti non abbiamo proprio bisogno, anche se minoritari (ma non mi illudo molto sull'esiguità di questa minoranza).  La grande responsabilità morale di Umberto Bossi è quella dunque di usare la sua figura politica, dotata di indubbio carisma, per costruire una mentalità xenofoba e fascista, che identifica nella violenza un metodo legittimo di operare, perché egli non è capace di trovare un altro metodo, avendo fallito su tutti i fronti.  Il fascismo e il nazismo usarono esattamente la stessa strategia: fomentare la xenofobia per coprire gli insuccessi e la corruzione.

La seconda affermazione, è che si sta appiattendo il concetto di "uguaglianza" in una formula linguistica che non trova nessuna corrispondenza nella realtà.  Noi infatti non siamo tutti uguali.  C'è chi, ad esempio, può permettersi uno stuolo di principi del foro per difendersi e c'è chi deve accontentarsi del demotivato avvocato d'ufficio.  C'è chi può assoldare un'agenzia di investigazioni per costruire alibi e prove false e c'è chi non può costruirsi una linea di difesa perché non può permettersi di pagare una investigazione che lo scagioni.  C'è chi conosce tutti i trucchi del mestiere e c'è chi, per mille ragioni, non ha neppure la cultura sufficiente per capire cosa gli sta accadendo.  C'è chi dall'interno di un carcere può manovrare tutti i traffici che vuole e persino minacciare i giudici e chi non riceve una visita neppure dal suo avvocato difensore.  C'è chi deve fare gli straordinari non retribuiti per mantenere il posto di lavoro e chi impunemente assume manodopera senza assicurazioni sociali.  E così dicendo.  Ci sono gli strati sociali, più deboli: donne anziani, bambini, disoccupati, emarginati, ecc.  Per tutte queste categorie di persone la nostra legislazione aveva cercato sinora di creare dei contrappesi, delle opportunità ad hoc, che bilanciassero questa debolezza.  Ora tutto questo è in lenta ma costante fase di erosione.  Il principio è che siamo tutti uguali e, beffardamente, qualcuno ribalta anche la situazione affermando di essere "più uguale di altri" perché eletto dal popolo (da quale popolo? da quanto popolo? per quale scopo, per essere "più uguale" lui o perché il popolo sia garantito nella sua uguaglianza?  Ma è inutile: la goliardia cinica e irresponsabile di chi afferma simili sciocchezze, non potrebbe neppure capire queste obiezioni...).  Questa goliardia fatta di battute cazzute e grossolane, è tipica del fascismo storico: sono battute a cui segue la risata degli sciocchi e insieme il loro consenso.

 

La nota vicenda del processo a Previti, gli interventi legislativi ad hoc per impedire il processo di Milano, non sono che l'inizio di questa restaurazione del malcostume.  La ragione della recente normativa di impunità per le figure istituzionali infatti, non sta in piedi, per molti motivi.  Per me cittadino, ad esempio, crea più angoscia il fatto che a governare il Paese sia un uomo forse corrotto (ma non potrò mai saperlo), piuttosto che un uomo che quasi sicuramente è corrotto ma che può essere anch'egli perseguito dalla Legge.  Che dà la vera stabilità alle istituzioni, non è l'impunità, ma la certezza che esse sono regolate da una norma trasparente.  Quando si dice "il potere nelle mani del popolo", si intende anche questo.  Se non è possibile perseguire un ipotetico reo, il potere non è più nelle mani del popolo che lo esprime anche attraverso l'organismo giudiziario e non soltanto attraverso quello politico.  La norma perde il suo aspetto di imparzialità perché viene in qualche modo inevasa.  Si dà inizio alla creazione di una nuova casta (Parini, dove sei? esci fuori dalla tomba e scrivi un altro poema...), perché una volta rotto il principio, poi altre figure, non meno rappresentative del "popolo" potrebbero farsi avanti e chiedere l'estensione del privilegio a loro stesse: il capo dell'opposizione ad esempio adducendo come pretesto (valido, a rigore) che lo squilibrio di "status" fra lui e il leader della parte avversa, è un aspetto che lede l'uguaglianza formale e condiziona il voto,  e che di fatto mette in mano ai suoi avversari un'arma troppo potente: nel corso di uno scontro elettorale ad esempio, egli potrebbe essere inquisito e perseguito, mentre un Presidente della Camera o del Senato o del Consiglio che gli fosse rivale, di fatto sarebbe intoccabile.  Per vincere le elezioni basta candidare un intoccabile e incastrare l'avversario in un processo, concreto o campato in aria che sia, basta spararle grosse insomma e dare la stura ai veleni, che il resto viene da sé.  Per simili ragioni potrebbero chiedere l'estensione di questo diritto alle loro figure, i leader dei diversi partiti, dai maggiori ai minori.  Basterebbe così creare un nuovo partito di un centinaio di mafiosi per rendere un capo mafia di fatto intoccabile.  Insomma, non si può muovere questo sassolino senza pensare che prima o poi non crolli l'intero colosso.

 

Come intellettuale e come poeta, sono allarmato per tutto questo, perché trovo in questi aspetti della recente politica tutto ciò che ho sempre combattuto in nome di un umanesimo che trova le sue radici nella migliore tradizione occidentale, laica e cristiana.  Tutto questo sconfessa un punto di arrivo, che già non sarebbe poi così avanzato, per affermare brutalmente le ragioni della violenza e della forza che si traducono in una sostanziale ingiustizia e disprezzo per la persona.

Insomma, oggi assistiamo all'evento dell'economia che acquista la politica (a questo alludevo sopra, in questo stesso scritto).  Se la democrazia deve essere la nostra forma di governo, allora facciamola seriamente e con competenza, altrimenti la si chiami nuova oligarchia ma si finisca di prenderci in giro.  I poteri nella società infatti, non sono soltanto tre (politico, legislativi, esecutivo), ma quattro.  Di fatto è così.  Anche il potere economico è di fatto normativo perché crea non tanto delle norme scritte ma comportamenti obiettivi regolati da norme non scritte - non ce n'è bisogno - anzi de-regolati, al di fuori da ogni controllo.  E ha un peso determinante nella vita sociale, anzi, è il potere economico e finanziario quello che oggi ha obiettivamente più forza per condizionala, e appunto per questo è ancora e deve essere per il futuro, contenuto da una serie di norme al di sopra di lui.  Se il potere economico e quello politico coincidono, queste norme spariranno (ossia, l'economia detterà le leggi della politica e non viceversa) e avremo quella libertà ingiusta e senza controllo che da tante parti viene sbandierata come il massimo della civiltà.  Se il potere politico e quello economico di fatto coincidono, torniamo per forza di cose a un regime oligarchico ed è un falso ideologico chiamarlo democrazia.  E' vero, c'è libertà di movimento, di parola.  Ma anche Socrate aveva la libertà di parola e di movimento, ed era certo l'intellettuale più in vista del suo tempo.  Io non voglio fare la fine di Socrate, né per fatto né per metafora.  E credo che nessuno, né di destra né di sinistra, si auguri di bere la cicuta e starsene zitto per sempre.