Gianmario lucini

Controcanto

(notturno, 2001)


  

  

 

  

Smettete di cercare la morte con gli errori della vostra vita,

e di attirarvi la rovina con le opere delle vostre mani

          (Sap. 1,12)

 

  

 

 

 

Che ha da ridere la notte, da chiassare

- anima divelta, sconvolta

dal vuoto dei più vuoti desideri?

 

E a quale occaso la luna decade

gozzovigliando fra comignoli e cimase,

nell’ubbia nebbiosa ti assale?

 

La notte ha finestre aperte e chiuse,

misteri che vorremmo penetrare.

Ma non so più che canzone cantare.

 

***

 

Non più mani, non più dita

per segnare il mondo di simboli,

stringere un volto, benedirlo.

 

Siamo solo menti di protesi meccaniche

che cigolando urlano una pena

svuotata;

e questo dubbio che ci sradica

contandoci le ossa,

vibra nella notte senza fremiti

e senza notte

per la città che non conosce

un solo attimo di vero.

 

***

 

Non più corpi ma otri di vento,

non più passo per quel camminamento

felice d’orizzonte in orizzonte

entro l’angustia del limite

 

soltanto questo stare indecidibile

orfani d’infinito.

 

***

 

Che ha da dire oggi questo cielo

di nuvole cupe?  Non dice

più nulla a noi disincantati

figli della tecnica il suo buio.

 

Sono forse per sempre tramontati

i cieli che ci sussurravano all'orecchio

parole di fidi compagni

nell’età del primo vagire?

 

E’ questo il sogno che incombe

al mattino dell’ultimo giorno?

 

***

 

E le cose, con quale

sguardo ci vedono, le cose?

Anch’esse scorrono nel tempo

dagli occhi nostri chiamate alla vita,

per un breve evocate

 

e l’uomo porta seco il loro anelito,

ne fa cura che naviga nel tempo;

poi le abbandona nel rigido

inverno del suo calcolo

e trasmutano, esse,

ai sensi che le ignorano

senza pietà e senza fremito.

 

L’uomo questo dio che fa nascere

e fa morire - ingenua scienza

arroganza che t’alzi nel vento

sospeso aquilone sull’abisso

altissima appari...

 

***

 

Questa pioggia non piove più acqua

e brucia i fiori del pesco,

le gemme dei larici ingiallite,

asfittiche, nate già morte. 

 

Un mesto fradicio

coro d’uccelli s’appoggia alla bruma

della sera e pigola piano

- unica voce che ancora si levi,

difesa accorata

stremata

 

e non questo lieve dolore di parole

che già svanisce all’aria della notte.

  

***

   

Non sono che un ritmo scarnito

le parole inzaccherate da un dolore

tardo e forse inopportuno

per dire nella notte la pena per la notte.

  

Non è più voce la voce e il respiro si divora

nel sibilo dell’ore che si inseguono

nello specchio degli occhi, si dileguano

lasciandoci invissuti

spettatori d’antiche vanità.

  

***

   

Né i gesti sono più gesti ma incerto

annaspare della mente, fra ricordi

che non ebbero mai forma.  Non vuole

il cuore assordato riconoscerli fra tanti

traditi giuramenti

giurati in tempi felici

per giurare e spergiurare lievi e innocenti.

Sui volti occasionali della notte

a volte li puoi leggere scritti nel copione

d’una banale tragedia collettiva.

 

Ed tu dentro ad essa ti trascini recitando

un poco in disparte sulla scena

  

nel ruolo del corifeo che commenta

la morte dell’eroe

l’orrore del destino...