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Gianmario luciniControcanto(notturno, 2001)
Smettete di cercare la morte con gli errori della vostra vita, e di attirarvi la rovina con le opere delle vostre mani (Sap. 1,12)
Che ha da ridere la notte, da chiassare - anima divelta, sconvolta dal vuoto dei più vuoti desideri?
E a quale occaso la luna decade gozzovigliando fra comignoli e cimase, nell’ubbia nebbiosa ti assale?
La notte ha finestre aperte e chiuse, misteri che vorremmo penetrare. Ma non so più che canzone cantare.
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Non più mani, non più dita per segnare il mondo di simboli, stringere un volto, benedirlo.
Siamo solo menti di protesi meccaniche che cigolando urlano una pena svuotata; e questo dubbio che ci sradica contandoci le ossa, vibra nella notte senza fremiti e senza notte per la città che non conosce un solo attimo di vero.
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Non più corpi ma otri di vento, non più passo per quel camminamento felice d’orizzonte in orizzonte entro l’angustia del limite
soltanto questo stare indecidibile orfani d’infinito.
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Che ha da dire oggi questo cielo di nuvole cupe? Non dice più nulla a noi disincantati figli della tecnica il suo buio.
Sono forse per sempre tramontati i cieli che ci sussurravano all'orecchio parole di fidi compagni nell’età del primo vagire?
E’ questo il sogno che incombe al mattino dell’ultimo giorno?
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E le cose, con quale sguardo ci vedono, le cose? Anch’esse scorrono nel tempo dagli occhi nostri chiamate alla vita, per un breve evocate
e l’uomo porta seco il loro anelito, ne fa cura che naviga nel tempo; poi le abbandona nel rigido inverno del suo calcolo e trasmutano, esse, ai sensi che le ignorano senza pietà e senza fremito.
L’uomo questo dio che fa nascere e fa morire - ingenua scienza arroganza che t’alzi nel vento sospeso aquilone sull’abisso altissima appari...
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Questa pioggia non piove più acqua e brucia i fiori del pesco, le gemme dei larici ingiallite, asfittiche, nate già morte.
Un mesto fradicio coro d’uccelli s’appoggia alla bruma della sera e pigola piano - unica voce che ancora si levi, difesa accorata stremata
e non questo lieve dolore di parole che già svanisce all’aria della notte.
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Non sono che un ritmo scarnito le parole inzaccherate da un dolore tardo e forse inopportuno per dire nella notte la pena per la notte.
Non è più voce la voce e il respiro si divora nel sibilo dell’ore che si inseguono nello specchio degli occhi, si dileguano lasciandoci invissuti spettatori d’antiche vanità.
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Né i gesti sono più gesti ma incerto annaspare della mente, fra ricordi che non ebbero mai forma. Non vuole il cuore assordato riconoscerli fra tanti traditi giuramenti giurati in tempi felici per giurare e spergiurare lievi e innocenti. Sui volti occasionali della notte a volte li puoi leggere scritti nel copione d’una banale tragedia collettiva.
Ed tu dentro ad essa ti trascini recitando un poco in disparte sulla scena
nel ruolo del corifeo che commenta la morte dell’eroe l’orrore del destino... |