Una devianza leggera
(Silloge inedita)
con nota di Ermanno Guantini
Poesia in prosa
«Lei è un deviante» esordisce il tale
che ha sbirciato appena le mie cose,
«un disadattato, un piagnisteo, un male
sociale, altro che scrittore» - così crede
di capire - «non c’è verso di sfondare
con questa roba – e poi, la poesia...».
Esco stonato da quella casa.
Un ragazzino gioca. Mi fa male il capo
- sarà per tutti quegli sfondamenti -.
Mi avvio tranquillo per l’aria rosata
della sera e fra me e me ripenso,
a questo poetare-macchina-da-guerra,
- teste sfasciate da versi guerrieri.
O forse poesia non è che alchimia,
erba che si coltiva e si distilla
con l’arte delle antiche fattucchiere,
le strategie, i trucchi del mestiere...
Critici su Internet
Certo, fa chic apparire su Internet
giocare un po’ a sfottò
con i moderni dèi minori,
rincoglioniti, già alla frutta
un secolo fa
- o forse mai nati, chissà... -
non calanti e grevi un motto calare un botto
su crème caramel di noie postprandiali,
citare sentenze morali e perentorie
in salsa ironica e sciroppo di squalifica.
Chissà che non siano ologrammi
pazzie di versi e parole
che da sole si impressero sul monitor.
Chiamano l’amico grande poeta
e il grande poeta nemico
con quella smania d’emergere, rampare,
edera, fagiolo fatato verso l’alto, verso il gelo
della notorietà, azzurri e lievi
esempi di moderna ascesi
d’una scrittura aurea, eroica,
populista...
Elegiaca
Appena dopo inizierà il loro declino
inutili cose ammassate negli anni
inganni di carta e di legno
che mi foste sostegno, scaffali di parole
al mio esistere virtuale;
e qualche verso di poeta minore
a dire d’un dolore confuso e monocorde
nel barbaro tempo della gioia obbligatoria
dell’ironia petulante di fine novecento.
Finiranno alla discarica, al riciclo, al macero,
vi stamperanno sopra attricette discinte,
sorrisi ingessati, pettegoli commenti
allo zucchero filato della sottocultura.
Tutto fa suo, il crogiolo del tempo.
Presenza
Sta come inerte, accoccolata
godendosi un raggio di sole che spiove
all’alba, ti guarda, vivente passare le giornate
oscillando come il ragno sulla tela. Adagio
si muove quando è vuota la casa.
Fa l’annoiata, l’ospite muta
gioca a fare l’ombra, tesse
e ritesse paure e silenzi, ti seduce
la sua assente presenza.
Forse un giorno, in una strana luce
di pioggia e di sole nella sera
ti batterà alla spalla sorridendo appena
- e sarà un ricominciare
un parlare perduto nel preciso
istante del primo vagire.
Prima vere
Tra questi cupi pensieri
mi accorgo di cercare aria nuova;
rileggo i poeti letti a scuola
i versi divorati in gioventù;
l’aria è sempre quella, di nuovo c’è soltanto
il non rendere conto per parafrasi
un dispiegare il verso senza mezzi termini
che corra libero, svelato nel suo vento.
Il resto è solo chiacchiera che non serve a niente.
Topoi nevrotici
Il vento fa oscillare anche i lampioni
oggi, e leva polvere e cartacce.
Ho nelle braccia un torpore – dottore
mi prescriva qualcosa, sciroppo, ormoni...
****
Ho veduto una primula nell’erba
secca e gelata dell’anno passato:
nulla è cambiato, tutto è già accaduto
e si ripeterà nei secoli, in eterno.
****
Poeti menagramo, professori
d’ottimismo e filosofia spiccia:
il marzo è umidiccio, piove. Scricchiola,
sbattendo porte e finestre, l’inverno.
****
Il cuore è già nell’estate ma nubi
e pioggia ci richiamano al reale:
il tempo è un’ombra che piomba sui sogni
e li scompiglia al vento. Il tempo è male.
****
Sembrava tutto così chiaro e bello
quando spuntava in mattino infantile
sui visi ancora segnati dal sonno
un giorno di vacanza – intero, senza scuola.
****
Era giovane giugno, ed ora è vecchio
- quanto più vecchio tanto più si specchia
nel lusso delle rose, nei colori
contraffatti d’un contraffatto amore...
****
Dall’afa mi difendo come posso
con poco addosso, quiete, condizionatori.
Butto il re di cuori; il calcolatore
mi dice: hai vinto, sei davvero un asso.
****
Cerco la neve eterna dei ghiacciai
e vi cammino sopra – ramponi e piccozza -.
Procedo a dorso chino sino in vetta.
Neve non tocco, siedo, fumo, ridiscendo.
****
L’aria tersa, la luce che declina,
sono aria e luce di un tempo passato,
un tempo che ci fiuta, compassati,
col cuore già nel gelo decembrino.
Sensazione
Oggi soffia una bufera di dolore
in qualche luogo di questa terra
e l’autunno esplode colori
di sangue e di vita che muore.
E’ solo un estraneo che passa fischiettando
un’aria d’opera, come ce n’è tante
- colonne sonore per ogni momento.
Block notes
C’è come un vizio di forma
fra l’ombre nere e il verde squillante
alle sette e trenta del mattino
e a mente ne scrivi note d’archivio
fedelmente – l’auto che ronza
fra cento auto ronzanti e frulli d’uccelli
sui rami al parcheggio del Vecchio Macello,
la figura snella d’una donna che dispare
lontano, odore di caffè e di benzene,
un uomo col cane al Parco dei Caduti.
Ségnati bene in mente, scrivi
con diligenza l’eguale differenza
con invisibile mano e poi dimentica, getta
ciò che hai scritto in una stanza segreta
sempre aperta e sempre chiusa, l’incerta
visione di quel che appare e dispare,
l’intermittente pulsare di cuore e cemento
sangue che vuole e non vuole,
mente che rode...
Migliaia di giorni sono compressi
in grumi di versi su fogli immaginari;
ma non v’è altro da dire, non detto;
- si rimane lì muti
fin che cala il sipario.
I versi migliori del Lucini sono quelli impoetici. La sua presunta certezza, che non esista alchimia più sottile di un verso teso, sottile, scevro da ogni tipo di folgorazione
della parola, rende la sua poesia im-mediata , vicina.
Che questo sia poi un inganno, un infingimento di verosimiglianza, per confondere i lettori, questa è altra storia; la poesia c’è e traspare nella necessità di scandire visioni e sensazioni.
Proprio dove l’autore si avvicina quanto più, ad una presunzione di realtà, il suo dire ci appare più diretto. Svelato. A qualche reduce di tonanti sperimentazioni, i suoi canoni formali potranno sembrare, dunque, tradizionali, desueti: si sbaglia.
Proprio perché a Lucini non interessa una direttrice (lui de-via, appunto), non interessano balenanti strategie linguistiche, ci si può muovere consapevolmente, nell’ ermeneutica del testo, cogliendo i risvolti più sottili. Ci si può perdere, con la certezza di ritrovarsi. Ma il suo non è minimalismo. Anzi.
Quando non scivola in solipsismi descrittivi, nei suoi testi vibrano personaggi sferzanti, umbratili; scivolano colori inquieti, reali appunto.
Sereniane ascendenze?
Dice. Vuole dire, l’autore; vorrebbe dire ancor di più, ma ben sa, il rischio:
[…] Il resto è solo chiacchiera che non serve a niente.
****
Lucini non è uno stratega. Egli non vuole s-fondare ( … non c’è verso di sfondare…) ma s-tonare dal coro univoco, dei baroni e delle fattucchiere della vera poesia (le sempiterne avanguardie e le immarcescibili gerarchie)
Il giudizio di chi deve giudicare sembra lasciarlo, giocosamente indifferente. Ma il rischio è la solitudine. La solitudine del “deviante”.
E’ una voce generosa, melanconica, che rischia talvolta il baratro di una noia angusta. Dove si annida la vera poesia, dunque? Il dubbio permane:
[…] O forse poesia non è che alchimia,
erba che si coltiva e si distilla
con l’arte delle antiche fattucchiere,
le strategie, i trucchi del mestiere...
Cosa resta dunque?
Ci sono loro, […] i rincoglioniti dèi minori, critici secolari, rampanti- rampicanti che chiamano […] l’amico, grande poeta e il grande poeta, nemico. Ci sono loro. Tronfi di citazioni e di schicchere.
Qui l’ironia si fa acuminata, salace. Nella grande abbuffata della (sotto) cultura, ancora fin de siècle, rimarrà forse il vanto, per l’autore, dell’Apparizione, accanto a loro. O alla loro frigida versione telematica. Si vedrà.
Il tempo, […] tutto fa suo.