1 . Divagazioni grigioazzurre
Ci sono giorni dai risvegli strani. Le cose sono tutte al loro posto lo sguardo va da quelle alle mie mani. Nella mente c’è un angolo riposto che funziona ma dolorosamente. L’anima impercettibile leggera più di quanto già fu di quanto era sembra staccarsi dalla sua persona a se stessa vacante.
(Gabriella Leto – da L’ora insonne)
1 PremonizioneIl mondo di un ragno è relativo, essenziale trama che avvolge un soffio vitale, che vibra ad ogni minimo contatto in sincronia col tutto. Sta in agguato il ragno e paziente accumula veleno, si tiene in esercizio per il gran momento - quella sorta di scatto rabbioso che muta quel lento e mistico ritmo creaturale in ritmo di tragedia primordiale.
2 Poesia della rosaCammini nel sole nuovo dell’estate; ti vedi camminare corrucciato fra aliene strade alienato. La vita - pensi – è scontento che si espia ruga dopo ruga, pazzia per pazzia sempre correndo senza nulla fare.
E intanto il profumo di rose da un viale ti distoglie; lo sguardo sollevi dal selciato morto, dai rifiuti sparsi d’una civiltà finita – seguiteranno altri passi a camminare; ma intanto il gioco è scoperto, palese l’inganno.
3. PaesaggioQuiete d’un meriggio azzurro agostano nel brulichìo acceso dei verdi e degli ocra per intendere la poca cura che abbiamo per le cose. Passiamo un rivo d’acqua morta
ci inoltriamo in sentieri chiusi dalle fronde e sulle sponde dell’Adda stiamo ad ascoltare lo zirlare del tordo, lo sciacquìo dell’onde tranquille che vanno morendo verso il mare.
Ma il cielo è come avvelenato nel fragore intenso dei colori. Giunge un treno pigramente da Milano; sferraglia e tu spazientisci, minacci con la mano.
Andiamo adagio sull’argine terroso. Dalla lontana pianura Padana un vento molesto rattiene odori di benzene e di catrame.
4 SeraleNelle vetrine appannate a novembre tutto il crudele candore dei sogni. Si passeggia aridi e bambini canticchiando cantilene con gli occhi aggrappati dal buio a quelle luci e un’ombra di pena ci tradisce il passato.
Ci salverà dal cinismo dei poeti un Dio scolpito fra l’omega e lo iota nostro partigiano - il migliore che l’occidente abbia mai creato.
S’avvicina il Natale il giorno della beffa più feroce di quest’era bambina che pende dalla croce e come un grande specchio riflette bagliori di bombe e di vetrine.
5 PausaChiudiamo gli occhi a ogni colore oggi e un poco pensiamo alle cose che si pensano soltanto in solitudine, - angolo d’un angolo arcaico di mente non ancora dissacrato dal frenetico carosello di parole che ci inebriano, in uno spazio angusto ci costringono.
Chiudiamo gli occhi e gustiamo la carezza del sole sulle palpebre in questo mare di luce che da secoli attende...
6 NovembrinaNell’orto invecchiato di novembre le foglie cadute stanno marcendo nell’umidore di un velo di pioggia e muore con loro il ricordo dell’estate.
In alto brillano cachi, pupille di un altro sole, fra l’ossa di rami irraggiungibili ponti verso un domani confuso di grigio e d’azzurro. Distilla
questo silenzio segreti, intuizioni...
7 TelegiornaleUno l’ho veduto ripreso di sfuggita arrogante e sinistro passare, occupare di sé lo specchio del televisore ed imboccare chissà quale porta o via - per l’inferno -. L’altro invece ha grigio il volto e lo sguardo da cadavere; predica suicidi e non si decide mai a crepare; corroso da un rancore disperato. fabbrica bombe umane. Troppe giovani vite immolate alla lascivia dei vecchi che dissipa nell’odio gli ultimi suoi giorni.
Non vale tanto strazio il culo largo e invadente di Sharon o la barba caprina del folle in carrozzella: gli ultimi dèi sono già morti da tempo, fatti a pezzi dai cannoni dei preti talebani
- non c’entrano gli dèi in tutto questo, non c’entrano gli dèi.
8 L’uomo al silicioGiacca e cravatta, capo rasato, magrissimi, sportivi, belli ombrosi, sguardo sbiancato che e non si posa mai sulle cose o altri volti o sguardi, sfuggente magrezza che scivola via nel sole, nell’ombra del centro, in palazzi che covano dentro anime al silicio, parole che fuggono anch’esse sui monitor come branchi di pesci nell’oblò d’un sottomarino inabissato; emaciata magrezza del potere finanziario alla conquista del tempo alla conquista d’un niente di numeri e cadaveri:
hanno mani magrissime e grondano sangue, sguardi glaciali d’antichi mercenari ma ignorano la smorfia del dolore, né a loro importa di che rabbia, che livore di terribili meduse sonnecchi nel perenne ron ron del disco fisso, nello zirlare di stampanti laser...
9 L’uomo provvisorioE non si cura di se stesso, del suo seme: lo spegne nel sangue, nella fame, gli fa suggere l’uranio impoverito, gli avvelena l’acqua, il pane - ma vuole protrarre la sua vita oltre il tempo come a prolungare un tormento...
Sembra giunto alla fine del suo ciclo, sembra chiudersi il cerchio - non rinnega tuttavia i millenni d’una brama nera e senza occhi: ragione fatta mito di sé, assoluta fede nel futuro, chiusa logica di un calcolo glaciale
(non ci sarà altro Dio all’infuori di lei).
10 DistrazioneOsservo l’avvento della primavera: fa il suo dovere. Riveste il mattino di giovani colori, si stende supina come una bella sotto il sole e spera forse uno sguardo, un desiderio. Ma l’uomo non ha più occhi per vederla, sospira ormai - né più respira - ripone l’uomo accosto all’altro i suoi giorni, fra le dita li rigira come denari scaduti e come un dio rinnegato si dispera prigioniero nel suo tempo – questo male misterioso dell’uomo occidentale...
11 DivagandoLe notti sono certo cambiate. La luce elettrica sempre più frange declivi e vallate. Con essa avvampò la mia strana giovinezza: un’ansia di animale in gabbia, che vede girare un vortice di mondo e pensa cupo. Non mi sento ancora conciliato con questo tutto senza alcun contorno: ira, odio, amore che diviene senza frutto e lento decade, cadendo dentro il manto desolato del niente. Non mi sento sangue di questo sangue, della sua terra terra, me ne sto in disparte alieno e scontento fantasticando un’aria, un cibo, un’acqua che mai più saranno, un cuore capace di amare ciò che resta ancora di un primitivo umano sgretolato.
No, non mi sono ancora conciliato.
12 Due momenti estivi1.Il tempo vola a ritroso. L’estate - dici – è per sempre finita. La nostra vita non conosce più stagioni: si va a caso nel dubbio di quel ch’è bello, di quello ch’é buono,
si va pigri e sonnolenti, scontenti fabbricando strumenti di felicità fra cadaveri di neonate verità; ma tutto questo non giova alla vita, all’estate - caricatura esangue, avvilita.
Il tempo se n’è andato, per sempre: dovresti gioirne - l’hai sempre accusato di trasformismo, di aver manipolato nessi e sentimenti -. Ma sai che mente anche questo nuovo tempo che giunge
quatto quatto, lineare, senza più estate e primavere ma una perenne ubbiosa maturità di giorni, calcolati punto decimale su punto decimale senza bene né male da discernere
- solo un perenne discutere entro una logica senza più radici nella terra ma nel vento, nel desiderio di potenza -. Per questo rimpiangi il tempo del cronometro – leale avversario.
e ti senti defunto in questo morto fluire di nuovi riti e liturgie scandite dal nuovo campionato di calcio da sfilate di moda, dai saldi di fine inverno e fine estate.
Non sei pronto ad essere iniziato a un al di qua sereno e regolare: ti lasci andare al temporale estivo e senti la pioggia ostile parlare di quel tempo forse perduto, forse mai posseduto
un sogno forse, azzurro nel grigio divenire.
2.Dimmelo tu, l’affanno secretato nell’esibire sorrisi, allo struscio della morte che si aggira nell’estate, che panico muove fianchi e garretti nel blu elettrico di prima serata, dopo l’elenco degli orrori che inchioda a una smorfia la bella giornalista;
dillo tu quante risate a cuore vuoto ancora rideremo per uno scemo film americano che ci consacra eterni adolescenti, dèi minori sedotti dalle chiacchiere di un vecchio Dioniso ubriaco - mentre Zeus in preda all’Alzheimer scaglia a casaccio i suoi fulmini letali.
La morte non sarà che il più lieve il meno crudele dei mali.
Siamo soltanto maschere felici in una commedia di pena - tutti lo sanno, nessuno lo dice o se lo dice è cacciato dalla scena.
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