Gianmario lucini

1 . Divagazioni grigioazzurre

 

Ci sono giorni dai risvegli strani.

Le cose sono tutte al loro posto

lo sguardo va da quelle alle mie mani.

Nella mente c’è un angolo riposto

che funziona ma dolorosamente.

L’anima impercettibile leggera

più di quanto già fu di quanto era

sembra staccarsi dalla sua persona

a se stessa vacante.

 

(Gabriella Leto – da L’ora insonne)


  

 

      

1            Premonizione

Il mondo di un ragno è relativo, essenziale

trama che avvolge un soffio vitale,

che vibra ad ogni minimo contatto

in sincronia col tutto.  Sta in agguato

il ragno e paziente accumula veleno,

si tiene in esercizio per il gran momento

- quella sorta di scatto rabbioso che muta

quel lento e mistico ritmo creaturale

in ritmo di tragedia primordiale.

  

    

2            Poesia della rosa

Cammini nel sole nuovo dell’estate;

ti vedi camminare corrucciato

fra aliene strade alienato.  La vita

- pensi – è scontento che si espia

ruga dopo ruga, pazzia per pazzia

sempre correndo senza nulla fare.

   

E intanto il profumo di rose da un viale

ti distoglie; lo sguardo sollevi

dal selciato morto, dai rifiuti sparsi

d’una civiltà finita – seguiteranno

altri passi a camminare; ma intanto

il gioco è scoperto, palese l’inganno.

  

3.            Paesaggio

Quiete d’un meriggio azzurro agostano

nel brulichìo acceso dei verdi e degli ocra

per intendere la poca cura che abbiamo

per le cose.  Passiamo un rivo d’acqua morta

 

ci inoltriamo in sentieri chiusi dalle fronde

e sulle sponde dell’Adda stiamo ad ascoltare

lo zirlare del tordo, lo sciacquìo dell’onde

tranquille che vanno morendo verso il mare.

   

Ma il cielo è come avvelenato nel fragore

intenso dei colori.  Giunge un treno

pigramente da Milano; sferraglia e tu

spazientisci, minacci con la mano.

     

Andiamo adagio sull’argine terroso.

Dalla lontana pianura Padana

un vento molesto rattiene

odori di benzene e di catrame.

   

4            Serale

Nelle vetrine appannate a novembre

tutto il crudele candore dei sogni.

Si passeggia aridi e bambini

canticchiando cantilene con gli occhi aggrappati

dal buio a quelle luci

e un’ombra di pena ci tradisce il passato.

   

Ci salverà dal cinismo dei poeti

un Dio scolpito fra l’omega e lo iota

nostro partigiano

- il migliore che l’occidente

abbia mai creato.

    

S’avvicina il Natale

il giorno della beffa più feroce

di quest’era bambina che pende dalla croce

e come un grande specchio riflette

bagliori di bombe e di vetrine.

   


  

5            Pausa

Chiudiamo gli occhi a ogni colore

oggi e un poco pensiamo alle cose

che si pensano soltanto in solitudine,

- angolo d’un angolo arcaico di mente

non ancora dissacrato dal frenetico

carosello di parole che ci inebriano,

in uno spazio angusto ci costringono.

   

Chiudiamo gli occhi e gustiamo

la carezza del sole sulle palpebre

in questo mare di luce che da secoli

attende...

  

6            Novembrina

Nell’orto invecchiato di novembre

le foglie cadute stanno marcendo

nell’umidore di un velo di pioggia

e muore con loro il ricordo dell’estate.

   

In alto brillano cachi, pupille

di un altro sole, fra l’ossa di rami

irraggiungibili ponti verso un domani

confuso di grigio e d’azzurro.  Distilla

   

questo silenzio segreti, intuizioni...

    

7            Telegiornale

Uno l’ho veduto ripreso di sfuggita

arrogante e sinistro passare, occupare

di sé lo specchio del televisore

ed imboccare chissà quale porta o via

- per l’inferno -. 

L’altro invece

ha grigio il volto e lo sguardo da cadavere;

predica suicidi e non si decide

mai a crepare;

corroso da un rancore disperato.

fabbrica bombe umane.

Troppe

giovani vite immolate alla lascivia dei vecchi

che dissipa nell’odio gli ultimi suoi giorni.

     

Non vale tanto strazio

il culo largo e invadente di Sharon

o la barba caprina del folle in carrozzella:

gli ultimi dèi sono già morti

da tempo, fatti a pezzi

dai cannoni dei preti talebani

  

- non c’entrano gli dèi in tutto questo,

non c’entrano gli dèi.

   

8            L’uomo al silicio

Giacca e cravatta, capo rasato,

magrissimi, sportivi, belli ombrosi,

sguardo sbiancato che e non si posa

mai sulle cose o altri volti o sguardi,

sfuggente magrezza che scivola via

nel sole, nell’ombra del centro,

in palazzi che covano dentro

anime al silicio, parole

che fuggono anch’esse sui monitor

come branchi di pesci nell’oblò

d’un sottomarino inabissato; emaciata

magrezza del potere finanziario

alla conquista del tempo

alla conquista d’un niente di numeri e cadaveri:

 

hanno mani magrissime e grondano sangue,

sguardi glaciali d’antichi mercenari

ma ignorano la smorfia del dolore,

né a loro importa di che rabbia, che livore

di terribili meduse sonnecchi

nel perenne ron ron del disco fisso,

nello zirlare di stampanti laser...

     

9            L’uomo provvisorio

E non si cura di se stesso, del suo seme:

lo spegne nel sangue, nella fame,

gli fa suggere l’uranio impoverito,

gli avvelena l’acqua, il pane

- ma vuole protrarre la sua vita oltre il tempo

come a prolungare un tormento...

     

Sembra giunto alla fine del suo ciclo,

sembra chiudersi il cerchio - non rinnega

tuttavia i millenni d’una brama nera

e senza occhi: ragione

fatta mito di sé, assoluta

fede nel futuro, chiusa

logica di un calcolo glaciale

    

(non ci sarà altro Dio

all’infuori di lei).


    

10            Distrazione

Osservo l’avvento della primavera:

fa il suo dovere.  Riveste il mattino

di giovani colori, si stende supina

come una bella sotto il sole e spera

forse uno sguardo, un desiderio.  Ma l’uomo

non ha più occhi per vederla, sospira

ormai - né più respira - ripone

l’uomo accosto all’altro i suoi giorni,

fra le dita li rigira

come denari scaduti

e come un dio rinnegato si dispera

prigioniero nel suo tempo – questo male

misterioso dell’uomo occidentale...

    

11            Divagando

Le notti sono certo cambiate.  La luce

elettrica sempre più frange

declivi e vallate.  Con essa

avvampò la mia strana giovinezza: un’ansia

di animale in gabbia, che vede

girare un vortice di mondo e pensa

cupo. Non mi sento ancora conciliato

con questo tutto senza alcun contorno:

ira, odio, amore che diviene

senza frutto e lento decade,

cadendo dentro il manto desolato

del niente.  Non mi sento sangue

di questo sangue, della sua terra terra,

me ne sto in disparte alieno e scontento

fantasticando un’aria, un cibo, un’acqua

che mai più saranno, un cuore

capace di amare ciò che resta ancora

di un primitivo umano sgretolato.

    

No, non mi sono ancora conciliato.

   

12            Due momenti estivi

                   1.

Il tempo vola a ritroso.  L’estate

- dici – è per sempre finita.  La nostra

vita non conosce più stagioni:

si va a caso nel dubbio

di quel ch’è bello, di quello ch’é buono,

      

si va pigri e sonnolenti, scontenti

fabbricando strumenti di felicità

fra cadaveri di neonate verità;

ma tutto questo non giova alla vita, all’estate

- caricatura esangue, avvilita.

   

Il tempo se n’è andato, per sempre:

dovresti gioirne - l’hai sempre accusato

di trasformismo, di aver manipolato

nessi e sentimenti -.  Ma sai che mente

anche questo nuovo tempo che giunge

    

quatto quatto, lineare, senza più estate

e primavere ma una perenne ubbiosa

maturità di giorni, calcolati

punto decimale su punto decimale

senza bene né male da discernere

      

- solo un perenne discutere

entro una logica senza più radici

nella terra ma nel vento, nel desiderio

di potenza -.  Per questo rimpiangi

il tempo del cronometro – leale avversario.

    

e ti senti defunto in questo morto fluire

di nuovi riti e liturgie scandite

dal nuovo campionato di calcio

da sfilate di moda, dai saldi

di fine inverno e fine estate.

    

Non sei pronto ad essere iniziato

a un al di qua sereno e regolare:

ti lasci andare al temporale estivo e senti

la pioggia ostile parlare di quel tempo

forse perduto, forse mai posseduto

   

un sogno forse, azzurro nel grigio divenire.

 

                      2.

Dimmelo tu, l’affanno secretato

nell’esibire sorrisi, allo struscio

della morte che si aggira nell’estate,

che panico muove fianchi e garretti

nel blu elettrico di prima serata,

dopo l’elenco degli orrori

che inchioda  a una smorfia la bella giornalista;

     

dillo tu quante risate

a cuore vuoto ancora rideremo

per uno scemo film americano

che ci consacra eterni adolescenti,

dèi minori sedotti dalle chiacchiere

di un vecchio Dioniso ubriaco

- mentre Zeus in preda all’Alzheimer

scaglia a casaccio i suoi fulmini letali.

    

La morte non sarà che il più lieve

il meno crudele dei mali.

  

Siamo soltanto maschere felici

in una commedia di pena

- tutti lo sanno, nessuno lo dice

o se lo dice è cacciato dalla scena.