di Gianmario lucini
Avviso al lettore
Non si cerchi in queste strofe tracce della filosofia di Nietzsche - non è questo lo scopo, peraltro problematico, della scrittura di questo poemetto. Sono impressioni personali, e un omaggio al filosofo nel centenario della morte (il poemetto è stato scritto nella primavera dell'anno 2000 e terminato nell'estate).
Non c’è abbastanza religione nel mondo, anche solo
per distruggere le religioni.
( Umano, troppo umano – 123)
Ecco, ignoro da quale idea o luogo
a questo gioco o impostura venni
se è danza la mia dell’orso ammaestrato
o del goffo tricheco in amore; mi sfugge
quel lento risveglio dal nulla mia tomba
e culla e finzione. Senza maschera sono
in preda al cupo nudo silenzio
entro il quale una voce soltanto
rimbomba.
Ch’io sia un grido scagliato dall’imo
all’acme – di cosa non so – un sorriso
cretino un pianto lagnoso inerme
inchiodato all’eterno altrimenti
un sogno che tenti l’impossibile
sognarsi di là da ogni barriera
un uomo che era e non sarà degno
di sé, forse, ma vivo, non privo
di salvezza...
Se tu volessi parlare Silenzio
dal monte rovesciarti alla pianura
alla sicura scorza, ai sedimenti
d’una ragione incrostata che smorza
ogni istanza di vita, ardimento
per Te disciolto impeto nel vento
che muove l’essente al divenire,
Tu solo saresti senza nome e pur vivo
ritorno.
Non ha padri né madri il mondo; lune
e soli non l’hanno generato
ma un nome solo forse un grande fato
che si rimorde e non desiste mai
e dentro ad esso ogni nome si perde
e perdendosi ritrova la sua origine
sempre vivo e sempre morto nel tempo
- ambiguo Dio che si sdoppia e si maschera
tremando -.
Oh, voleste voi strattonarlo per la manica
obbligarlo all’impossibile suicidarlo
entro i ranghi improbabili della logica
e della falsa pietà del potere facile
a lasciarsi andare ad ogni vento a cadere
ad ogni ipocrita lamento del sussistere.
Ma Egli vi morì fra le mani,
anamnesi e diagnosi sconvolse. Egli
imprevedibile.
Necessità e tecnica aguzzano l’ingegno
e l’arte d’arrangiarsi per capitoli
sommari e nell’incerto
di nuove vacue stelle navigare,
rinavigare uno specchio di mare
senza fine sortita e sempre in tondo
- sempre l’orizzonte sta d’intorno
senza porti nella notte nemica
vita.
Prendi ad esempio il vecchio e vuoto senso
risali al suo ambiguo e vigliacco
agire dei primordi: vedi come
si rimorde tremando e come pazzo
di terrore il mondo tutto di bava
imbrigli nei suoi nessi e lo inchiodi
a un tributo d’amore a un dovere
che tutto snatura, che nella frode
stravolge
la primordiale grazia delle cose,
le strazi e le snaturi. Oscura
realtà fu allora chiamata la terra
dall’essere in guerra contro se stesso.
Ossa del mondo sparse dalla logica
frantumate in tabù dogmi
per un’insana brama di dominio
del cuore e delle menti degli uomini
- ... metafisica ...-
E dopo i grandi macelli venne
la boria della scienza, la sua empia
tracotanza a ereditarne la natura,
più organica più ironica più dura
rivela un’altra fede che s’arrende
e che rimanda a un vago futuro
d’onnipotenza – misera e boriosa
serva sciocca della tecnica – chi mai
le crede?
II
Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa
azione? Non dobbiamo anche noi diventare dèi,
per apparire almeno degni di essa?
(da La gaia scienza, 125)
Quanto a me, sono conscio dei miei sogni
del mio destino non mi lagno. Sento
d’eternità un vento. Salvezza
non chiedo. Allegro e triste percorro
il folle mio cammino vagabondo.
Fra il biondo mare di Rapallo, il cupo
azzurro di Sils-Maria la mia
vita elabora il lutto per l’uccisa
laida verità
- non svelarla fu mia cura e tormento,
porre l’accento sull’ara finta
della dipinta e fredda sua immagine
di un al-di-qua che strepita nel cavo
tamburo del suo niente. Ma ne vado
come un fanciullo che l’addita e ride
a crepapelle spostando le montagne
con un battere di mani. Io sono
fui sempre sarò.
Io sono il mondo autentico la vita
il positivo il negativo tutto
dentro di me sorgivo nasce cresce
a una stessa radice abbarbicato
sulla sponda del fiume di Eraclito.
Nelle vene ho il senso del tragico
e non mi prostro davanti al tuo Bene:
ho franto i ceppi le rozze catene
della morale.
Ciò ch’è stato negato è affermato
ciò ch’era morto rinasce. La posta
del gioco sta in codesto capovolgere
trasvalutare, sanare il conflitto
fra un vero acritico e un vero da decidere
incidere con forza nella storia
- vittoria oltreumana dell’inutile
sulla falsità degli idoli e feccia
della ragione.
E sono dentro il mio giudizio. Sono
il vizio e la virtù dell’occidente
cuore che sente il male e non lo sente.
Ecco dal monte scendere il fanciullo
e trastullarsi con parole, ancora
parole dopo tanto dire – le sole
difese dalla morte e dal dolore :
è lei la prima che vibra nel sole
lo esplode.
E’ un volto di sole che rinomina le cose
e ghiaccio posa su esse lo sguardo
avvampandole. Flette ciglia ghiacce
e non adombra grinza per sorridere
o per piangere il suo volto – ritorto
cuore groppo malato: lo conosci,
che ti sedusse prima d’ogni cappio,
canzone che ti scoppia nelle viscere
nostalgica -
è il Dio fatto a pezzi e ricomposto
nella maschera impassibile e truce
della vittoria. Beve Egli la luce
mentre tu l’aborrisci denudato
inane corpo innanzi allo splendore
delle cose al frinire impercettibile
del caos; labile difesa avanzi,
cattiva coscienza, arroganza - Hybris
tua essenza –
Nella sera del mio tempo m’inoltro,
nella tua sera mi spengo. Soltanto
una musica lascio estrema scienza
e linea all’orizzonte senza limite.
Alla sera del mio tempo si sgretola
la cupola del cielo si libera
nel nuovo siderale canto
- spira che su se stessa si ravvolge, vento
che su se stesso gira...
(agosto 2000)