da: Apocrifo (inediti, 1984 - 2000)
Io ero con te ancor prima del tuo tempo
e t’ho evocato dallo spiro del nulla
suono di voce e anima d’argilla
quando girava il vento su se stesso e si perdeva
nell’abisso il suo lamento;
e dunque mia parte tu sei
cura della mia cura e mia unica voce
che mi risvegli al mattino e mi riscaldi
- mi sono giocato irrimediabilmente,
ho dato infinito per infinito amore -.
L’assenza del nulla a quel tempo creavo
sciogliendo la mia voce sugli abissi
verbo per verbo, parola per parola
verso colloqui
prima che l’attimo abitasse nel tempo
tutto fu fatto irripetibile evento
ciò che è fatto da sempre
fissato alla radice d’ogni evento
e sua fine imperscrutabile,
velato palpitare di parola
che dice e non dice e nulla aggiunge
al primo verbo, all’ultima sua tenebra.
Infinita è la trama dei passi dell’uomo, infinito
il vento che li segue e li precede; da sempre
tutto è saputo ogni istante ogni mosca
che esausta preme alle chiuse finestre
vita sperando nel gelo d’inverno
e tutti i volti hanno già riso e tutti pianto
prima ancora d’ogni parola,
prima che tutto ciò che accade sia
d’amore e libertà ogni esile stagione...
E dunque non ha senso dirmi: ti amo,
e ancora: ti amo,
ambiguità di verbo frantumato
ridetto d’altre labbra in altri tempi
e sempre male
- tragico d’umano che vive in ogni amore.
Perciò l’usato tradimento lavi
dal mio sepolcro coprendomi d’oro
- sangue di Dio sangue della storia -
e vaga assente il tuo sentire sulle note
svilite d’un lamento in sé conchiuso.
Ero con te molto prima del tuo tempo
in altre voci, nei sogni
di chi ti generò leggendo nelle stelle
grandiosi presagi;
con te paziente nell’attesa udivo
le parole che avresti ripetuto
con l’arroganza ingenua della prima volta
e l’eco loro udivo, sperduta
per abissali oscurità;
e ti ho visto nascere e morire
curare e ferire, tacere,
di nuovo parlare, odiare nel mio Nome
e nel mio Nome benedire, assolvere
e condannare
- intanto il sole
cade nel mare al finire d’ogni giorno
e la tua vita è piuma nell’aria che vola
fra le spire del vento che gira,
e gira e non fa che girare
volgendo ai luoghi da cui provenne...
Non ti resta da volere quel che resta
di un sogno che declina
poiché l’attimo nell’attimo si figge e più non torna
il tempo andato dalla sua rovina
volendo quel che resta da volere
come foglia rifluita dall’inverno
che al vento d’aprile si lasci andare
dall’ansie d’addii liberata
verso il destino suo...
Ti fu dato un trono occasionale
certa umanità nell’incerto
fra folla e folla, alle sue feste, alle sue brame,
e un registro col quale modulare
parole, silenzi e la Tua asperità.
A questo fosti votato
da un coro d’Angeli
quando si schiuse dopo il prologo il sipario;
a questo cielo abitato da antichi fantasmi
di un Dio maschio - suo figlio e messaggero.
Eri già nei loro sguardi che brillavano
nella notte al fuoco dei bivacchi
- vi sorrideva il mattino del mondo
e atavica ferocia sognava apocalissi.
Crescesti nel ventre di uomini oscuri
senza volere infanzia e adolescenza
come si addice a un Dio,
forgiato dal silenzio
al saluto degli amici, al segreto
scrutare di tua madre...
Questa d’amarti sublime follia
vita viverti accanto
amare tuo figlio il tiranno gentile
- io, maggiordomo del sublime
e falegname del retrobottega -
nell’oblio di me che trascende
il mio stesso silenzio
- né canterà poeta uno soltanto
dei baci che mi devi…
Ignota mia vita compressa
fra il tuo amore silente e il mio ruolo
di uno che reciti il proemio e appaia
in una scena o due
e venga poi murato nel silenzio. Ma io
il tuo tepore di donna bramavo
in un mistico delirio fra le mie braccia
di te saziarmi e dello stesso sogno
sereno d’ogni gente popolana - avrei
per te varcato i confini del mare
sfidato il fuoco, il turbine del male
che brucia nell’aria del secolo vile
per un solo momento negli occhi
vederti di me un desiderio
e della mia mitezza
che sgorga da un biblico canto,
amore che mai mi cingesti
d’una passione, una brama...
Per Via Del Museo la folla risale
spende Natale in pompa e tredicesima
- folla intruppata che sé medesima
di luce abbaglia
oscura plebaglia in tono maggiore. Muore
non ancora nato un Signore;
oltre il muro dei frati;
la desolata
pia madre lo prega col freddo
e lustro suo sguardo di cera
amaro specchio a pene di fiamme votive
- luci disperse dei tremuli sogni
che a sé richiama la sera e compone...
***
L’ultima luce è spenta nella chiesa
e crepitando tornano gli arredi usati
al loro gelido silenzio. L’ultima
vecchia se ne va biascicando orazioni
il passo trascina nella neve.
Ad una ad una le anime rincasano
bianche e contente
nell’umido calore dei loro appartamenti.
***
gli fu già dato quanto basta. Mai
tenne banchetti o per la gloria sua
furono sgozzati capponi o capretti
- profanate vite là sui ganci
della macelleria.
Suo padre vestiva dimesso; sua madre
era figlia d’umile gente - serena
badava alla casa, ai suoi cari fino a sera
quando all’ultimo incendio lo sguardo si perde
all’orizzonte e il cuore
s’eleva a preghiera...
***
Non ode più il suo primo vagire
fra bianche sete e broccati
al boato dell’organo al fumo
nero dei ceri benedetti, fra pelli
di nobili animali mattati, ori esibiti
o nel soffuso degli interni a mezzanotte
quando volano i tappi d’un vino poco vero,
mitragliano i cristalli, tìnnano gli argenti
fra i tonfi, i bòtti nel semplice mistero
di quella notte prima…
***
Se ne sta guardiano a consumate scale
dove salgono e scendono le insonni puttane,
se ne sta in una laida caserma
dove scruta il cielo notturno e morta
di sonno va la sentinella,
o seduto fra antichi adolescenti
consumando crack col bicchiere fra i denti
nella bisunta discoteca. Se ne fugge poi
sul primo mattino alla periferia gelata
dove un tizio ubriaco muore di freddo e leva
la mano ancora come a dire o maledire
fantasmi. Se ne va per i fatti suoi
nelle sue visioni assorto.
(Dove sarete voi
se ignoro anch’io dove dunque mi sia?
chi vi ha indotto fra l’omega e lo iota
ad ammazzare la vera notte mia?)
Piange una voce di stelle bambine
dal fondo d’una via
lacrime scorrono, stille,
profeti innocenti
d’un dolore globale
essenziale.
Si piega la notte d’intorno
a quella musica,
primo vagito del mondo.
Qualcuno
è nato al pianto e noi
beviamo il suo canto
che vizzi noi siamo ormai e inariditi
se vita non ci è data
per altra vita
nuova che intenda
già nel ventre il boato del mondo
voglia d’origine
evento
che scinda la storia, la scuota.
Suo padre s’incista nel nulla,
sua madre è nel vento
figlia e sorella
del suo lamento,
ma Tu sei carne di bambino
essere divino, segno
di questo nostro lieve trasmutare.
Spalanca gli occhi e non vede. Stringe
fragili artigli ai tuoi capelli e sorride
come sorride innocenza
al cospetto della vita
e della morte…
(A Maria B.)
Ombra di pena che stringe; vedi
che sia un caso, un momento,
un improvviso
evento ipocondria del dicembre
- ipocrita nenia decembrina,
buoni sentimenti
dovuta agàpe e profusa con abile regia - o forse
malinconia di neve che s’annuncia
e tiranneggia un sentire… Ma se dentro
la nebbia di me contemplo
soltanto un soffrire intendo; mi vedo
clown obeso in un circo allegro e triste
fra le miserie allegre del nostro tempo
- un poco dentro e un poco fuori dalla regola
piegando il collo come un vecchio cigno
che dorme in uno stagno d’acqua morta -
intriso di folla lucente che viene
e va e si colora
in scie di neon alle vetrine, a lustrini, a insegne
che ribrillano e dissipano fame
di sguardi e di bene; mi vedo
andare solo contro il mostro del Natale,
i riti, i feticci, il non detto
perché così si conviene - Natale
rotto e consumato
ad ogni perfido gioco…
Perciò «non è questo» – mi dici - «non è questo
il senso il contesto l’intenzione…».
Ma io comprendo questo tuo soccombere
all’imboscata
perché ti volli e t’amo
mia gioia o tristezza che permani
in dimidiato senso
confitto nel tempo e senza
in esso radice
alcuna,
al pigolio di ciaramelle e cornamuse
che macellano il cuore,
ai presepi, ai riti,
alla bontà d’un giorno soltanto,
per un Dio stremato e senza casa…
E dunque perché mi rimbomba in capo un’ossessione
di dorica toccata, un organo feroce, il Kyrie
della Grande Messa in si minore
mentre noi si mercanteggia
nell’atrio del tempio?
(sfila intanto su un fantastico schermo
la processione degli uccisi
fra scheletri di case e di rami
occhi di bambini
dove una luce d’odio s’imprime).
Ma se a te piace me ne sto qui senza nulla dire
felicità fingendo - un poco irato
contro la follia divina che alla sera
del giorno sesto creò i poeti;
attenderò che tutto questo passi
e zittisca e cessi d’insultarmi.
E tutti quelli al di sotto dei due
fateli a pezzi con metodo e cura
con rigorosa ferocia il segreto
di aliene vite che opprimono i sogni
miei di supremo potente si tronchi
mentre essi guarderanno
con occhi immensi - urlando
le madri urla d’animali.
Oltre il recinto del palazzo ove il mondo si sfalda
non altro che folla sono i volti.
Perciò le mie mani sono mani ordinarie
d’un ordinario re d’un secolo qualunque,
mani che plasmano i giorni e provvedono mattanza,
roventi deserti da dissodare, abbondanza…
(il popolo è fecondo
- s’accoppiano a sera e fanno figli
per la tua gloria e nostra
Israël).