Gianmario Lucini

da: Apocrifo (inediti, 1984 - 2000)


  

 

  

 

 

  

Canzone del principe Qohèlet

  

Io ero con te ancor prima del tuo tempo

e t’ho evocato dallo spiro del nulla

suono di voce e anima d’argilla

quando girava  il vento su se stesso e si perdeva

nell’abisso il suo lamento;

e dunque mia parte tu sei

cura della mia cura e mia unica voce

che mi risvegli al mattino e mi riscaldi

- mi sono giocato irrimediabilmente,

ho dato infinito per infinito amore -.

 

L’assenza del nulla a quel tempo creavo

sciogliendo la mia voce sugli abissi

verbo per verbo, parola per parola

verso colloqui

prima che l’attimo abitasse nel tempo

 

tutto fu fatto irripetibile evento

ciò che è fatto da sempre

fissato alla radice d’ogni evento

e sua fine imperscrutabile,

velato palpitare di parola

che dice e non dice e nulla aggiunge

al primo verbo, all’ultima sua tenebra.

 

Infinita è la trama dei passi dell’uomo, infinito

il vento che li segue e li precede; da sempre

tutto è saputo ogni istante ogni mosca

che esausta preme alle chiuse finestre

vita sperando nel gelo d’inverno

 

e tutti i volti hanno già riso e tutti pianto

prima ancora d’ogni parola,

prima che tutto ciò che accade sia

d’amore e libertà ogni esile stagione...

 

E dunque non ha senso dirmi: ti amo,

e ancora: ti amo,

ambiguità di verbo frantumato

ridetto d’altre labbra in altri tempi

e sempre male

- tragico d’umano che vive in ogni amore.

 

Perciò l’usato tradimento lavi

dal mio sepolcro coprendomi d’oro

- sangue di Dio sangue della storia -

e vaga assente il tuo sentire sulle note

svilite d’un lamento in sé conchiuso.

 

Ero con te molto prima del tuo tempo

in altre voci, nei sogni

di chi ti generò leggendo nelle stelle 

grandiosi presagi;

 

con te paziente nell’attesa udivo

le parole che avresti ripetuto

con l’arroganza ingenua della prima volta

e l’eco loro udivo, sperduta

per abissali oscurità;

 

e ti ho visto nascere e morire

curare e ferire, tacere,

di nuovo parlare, odiare nel mio Nome

e nel mio Nome benedire, assolvere

e condannare

- intanto il sole

cade nel mare al finire d’ogni giorno

e la tua vita è piuma nell’aria che vola

fra le spire del vento che gira,

e gira e non fa che girare

volgendo ai luoghi da cui provenne...

 

Non ti resta da volere quel che resta

di un sogno che declina

poiché l’attimo nell’attimo si figge e più non torna

il tempo andato dalla sua rovina

 

volendo quel che resta da volere

come foglia rifluita dall’inverno

che al vento d’aprile si lasci andare

dall’ansie d’addii liberata

verso il destino suo...

 

 

Canto degli inizi

  

Ti fu dato un trono occasionale

certa umanità nell’incerto

fra folla e folla, alle sue feste, alle sue brame,

e un registro col quale modulare

parole, silenzi e la Tua asperità.

 

A questo fosti votato

da un coro d’Angeli

quando si schiuse dopo il prologo il sipario;

a questo cielo abitato da antichi fantasmi

di un Dio maschio - suo figlio e messaggero.

 

Eri già nei loro sguardi che brillavano

nella notte al fuoco dei bivacchi

- vi sorrideva il mattino del mondo

e atavica ferocia sognava apocalissi.

 

Crescesti nel ventre di uomini oscuri

senza volere infanzia e adolescenza

come si addice a un Dio,

forgiato dal silenzio

al saluto degli amici, al segreto

scrutare di tua madre...

 

 

Canzone umana di Giuseppe

  

Questa d’amarti sublime follia

vita viverti accanto

amare tuo figlio il tiranno gentile

            - io, maggiordomo del sublime

            e falegname del retrobottega -

nell’oblio di me che trascende

il mio stesso silenzio

            - né canterà poeta uno soltanto

            dei baci che mi devi…

  

Ignota mia vita compressa

fra il tuo amore silente e il mio ruolo

di uno che reciti il proemio e appaia

in una scena o due

e venga poi murato nel silenzio. Ma io

il tuo tepore di donna bramavo

in un mistico delirio fra le mie braccia

di te saziarmi e dello stesso sogno

sereno d’ogni gente popolana - avrei

per te varcato i confini del mare

sfidato il fuoco, il turbine del male

che brucia nell’aria del secolo vile

 

per un solo momento negli occhi

vederti di me un desiderio

e della mia mitezza

che sgorga da un biblico canto,

 

amore che mai mi cingesti

d’una passione, una brama...

 

 

Rapsodia di Natale

 

Per Via Del Museo la folla risale

spende Natale in pompa e tredicesima

- folla intruppata che sé medesima

di luce abbaglia

oscura plebaglia in tono maggiore.  Muore

non ancora nato un Signore;

 

oltre il muro dei frati;

la desolata

pia madre lo prega col freddo

e lustro suo sguardo di cera

amaro specchio a pene di fiamme votive

- luci disperse dei tremuli sogni

che a sé richiama la sera e compone...

 

***

 

L’ultima luce è spenta nella chiesa

e crepitando tornano gli arredi usati

al loro gelido silenzio.  L’ultima

vecchia se ne va biascicando orazioni

il passo trascina nella neve.

Ad una ad una le anime rincasano

bianche e contente

nell’umido calore dei loro appartamenti.

 

***

 

Mai possedette case, oro

gli fu già dato quanto basta.  Mai

tenne banchetti o per la gloria sua

furono sgozzati capponi o capretti

- profanate vite là sui ganci

della macelleria.

 

Suo padre vestiva dimesso; sua madre

era figlia d’umile gente - serena

badava alla casa, ai suoi cari fino a sera

quando all’ultimo incendio lo sguardo si perde

all’orizzonte e il cuore

s’eleva a preghiera...

 

***

 

Non ode più il suo primo vagire

fra bianche sete e broccati

al boato dell’organo al fumo

nero dei ceri benedetti, fra pelli

di nobili animali mattati, ori esibiti

o nel soffuso degli interni a mezzanotte

quando volano i tappi d’un vino poco vero,

mitragliano i cristalli, tìnnano gli argenti

 

fra i tonfi, i bòtti nel semplice mistero

di quella notte prima…

 

***

 

Se ne sta guardiano a consumate scale

dove salgono e scendono le insonni puttane,

se ne sta in una laida caserma

dove scruta il cielo notturno e morta

di sonno va la sentinella,

 

o seduto fra antichi adolescenti

consumando crack col bicchiere fra i denti

nella bisunta discoteca.  Se ne fugge poi

sul primo mattino alla periferia gelata

dove un tizio ubriaco muore di freddo e leva

la mano ancora come a dire o maledire

fantasmi.  Se ne va per i fatti suoi

nelle sue visioni assorto. 

 

(Dove sarete voi

se ignoro anch’io dove dunque mi sia?

chi vi ha indotto fra l’omega e lo iota

ad ammazzare la vera notte mia?)

 

  

Nobis natus

  

Piange una voce di stelle bambine

dal fondo d’una via

lacrime scorrono, stille,

profeti innocenti

d’un dolore globale

essenziale.

 

Si piega la notte d’intorno

a quella musica,

primo vagito del mondo.

 

                        Qualcuno

è nato al pianto e noi

beviamo il suo canto

che vizzi noi siamo ormai e inariditi

se vita non ci è data

per altra vita

 

nuova che intenda

già nel ventre il boato del mondo

voglia d’origine

                        evento

che scinda la storia, la scuota.

 

Suo padre s’incista nel nulla,

sua madre è nel vento

figlia e sorella

del suo lamento,

ma Tu sei carne di bambino

essere divino, segno

di questo nostro lieve trasmutare.

 

Spalanca gli occhi e non vede.  Stringe

fragili artigli ai tuoi capelli e sorride

come sorride innocenza

al cospetto della vita

e della morte…

  

    

Elegia di Natale 

                                                                        (A Maria B.)

Ombra di pena che stringe; vedi

che sia un caso, un momento,

un improvviso

evento ipocondria del dicembre

- ipocrita nenia decembrina,

buoni sentimenti

dovuta agàpe e profusa con abile regia - o forse

malinconia di neve che s’annuncia

e tiranneggia un sentire… Ma se dentro

la nebbia di me contemplo

soltanto un soffrire intendo; mi vedo

clown obeso in un circo allegro e triste

fra le miserie allegre del nostro tempo

- un poco dentro e un poco fuori dalla regola

piegando il collo come un vecchio cigno

che dorme in uno stagno d’acqua morta -

intriso di folla lucente che viene

e va e si colora

in scie di neon alle vetrine, a lustrini, a insegne

che ribrillano e dissipano fame

di sguardi e di bene; mi vedo

andare solo contro il mostro del Natale,

i riti, i feticci, il non detto

perché così si conviene - Natale

rotto e consumato

ad ogni perfido gioco…

  

Perciò «non è questo» – mi dici - «non è questo

il senso il contesto l’intenzione…».

Ma io comprendo questo tuo soccombere

all’imboscata

perché ti volli e t’amo

mia gioia o tristezza che permani

in dimidiato senso

confitto nel tempo e senza

in esso radice

alcuna,

al pigolio di ciaramelle e cornamuse

che macellano il cuore,

ai presepi, ai riti, 

alla bontà d’un giorno soltanto, 

per un Dio stremato e senza casa…

  

E dunque perché mi rimbomba in capo un’ossessione

di dorica toccata, un organo feroce, il Kyrie

della Grande Messa in si minore

mentre noi si mercanteggia

nell’atrio del tempio?

 (sfila intanto su un fantastico schermo

la processione degli uccisi

fra scheletri di case e di rami

occhi di bambini

dove una luce d’odio s’imprime).

   

Ma se a te piace me ne sto qui senza nulla dire

felicità fingendo - un poco irato

contro la follia divina che alla sera

del giorno sesto creò i poeti;

  

attenderò che tutto questo passi

e zittisca e cessi d’insultarmi.

  

  

Assolo di Erode

  

E tutti quelli al di sotto dei due

fateli a pezzi con metodo e cura

con rigorosa ferocia il segreto

di aliene vite che opprimono i sogni

miei di supremo potente si tronchi

mentre essi guarderanno

con occhi immensi - urlando

le madri urla d’animali.

    

Oltre il recinto del palazzo ove il mondo si sfalda

non altro che folla sono i volti.

Perciò le mie mani sono mani ordinarie

d’un ordinario re d’un secolo qualunque,

mani che plasmano i giorni e provvedono mattanza,

roventi deserti da dissodare, abbondanza…

   

(il popolo è fecondo

- s’accoppiano a sera e fanno figli

per la tua gloria e nostra

Israël).