Gianmario lucini

                        Sette poesie instabili

 

 

 

 

 

 

Quando turbine di neve volteggia poiana

su per il cielo bianco siamo

pesci che vagano nel mare

senza zenit e nadir, gravità o direzione.

Quando turbina la neve in alto alla  via

stretta sei come l’uccello che s'acquatta

nel cespuglio e trema dell’eterno. 

                                            E l’inverno

altri paesaggi riserva, taluni colorati; riserva

scatole cinesi sorvegliate a vista – il loro

liquore è un segreto veleno

che da cinquecent’anni sedimenta - e forse

dal principio del tempo le cose stanno così.

 

 ***

 

 

La neve ha l’occhio lustro dei bambini

ma poi si accascia sui campi mitragliata dalla piova

maligna: si odono colpi – qualcuno

picchia alla bara dell’inverno - sagome sghembe vanno

per via senza età né radici.

 

Il male di questo paesaggio è l’insania che bussa

alla porta della piazza innevata nel mattino.

 

E’ un altro mondo, ma non c’è pausa.

 

C’è un filo che unisce

indissolubilmente

questi canti che s’odono

questi ribrillii

e il canto della morte che vola

proprio oggi

da qualche parte

con ali arroventate.

 

 ***

 

 

Se il fiume d’inverno mi esplode in volto il deserto

sulle rive cammino e sbavo schiuma di sete. 

E lo berrei goccia a goccia con tutte le cartacce

le poltiglie, le plastiche, i cani morti pur di

non perennemente strisciare in questa totale aridità.  Ma poi

ecco l’acqua s’increspa, si sbianca

l’aria nella brina – ma non c’è modo d’urlare, non esce

dalla bocca alcun grido animale.

 

 ***

 

 

Risuona nel piombo del cielo un grido di neve

e porta nell’aria lo screzio d’un vecchio argomento

lasciato cadere

nella città rintanata in covili di luce

catartica fine e paradosso.

 

Se invece di tanto strisciare tentassimo un passo pur goffo

sedando col gesto di sempre un’atavica sete

di miracoli, con volto disteso,

sorriso avveduto

del bugiardo che scivola sul mondo come l’acqua

chiara fra l’erba dei fossi

frenando parole

che dette...

 

 ***

 

 

Vorrei raccontare nei versi d’un mondo che accanto mi scorre

e io fuori di lui, gegenstand,

 

ma ignoro parole che sappiano il senso di festa infinita,

di enorme buffet assaltato da folle esose e mai sazie.

 

Non sto certo a guardare: anch’io

allungo la mano, arraffo

dolci bocconi.

 

E altra folla viene – vorrei

fondere parole d’acciaio

e farmene corazza.

 

 ***

 

 

O forse sarebbe più onesto affermare ch’è solo pazzia

codesta dei versi

e rinviare il tutto al silenzio del dopo,

fingere d’essere un poco caduto in impaccio della ragione

e defilarsi piano col passo del gatto

caduto dal cornicione.

 

Oh, non sarebbe la fine d’un sogno, neppure

l’inizio di verità più matura:

tutto fluirebbe nel fiume eracliteo come tutta scorre

placida appagata l’acqua della vita

con le verità sottaciute che s’incarnano

nel passo della gente ingravidata

di sogni impossibili.

 

E questa pazzia che invoco e maledico

non è cosa mia – e negando la dico.

 

 ***

 

 

Lento cammino dall’alba al tramonto sulla pianura

correndo appresso al sole che muta

e come noi invecchia

nella finitudine stellare;

fiotto di vita che scorre e mai pare scemare

- a volte s’attarda e s’appoggia al silenzio del cielo

di neve che spia dall’alto come a sorprenderci

infinitamente inani -

 

così si dispiega il tragitto fra l’essere e il nulla

del vero, vestito di scaglie tremando all’impatto

dell’occhio che striscia nell’ombra

sempre più in ombra mentre

già smontano in fretta la scena, spengono i suoni

e torna a fluire ogni cosa

dopo un lieve sussulto

 

come quando trasecola fibra di cuore

se la voce scandisce chiaro il nostro

nome.