|
Sette poesie instabili |
|
Quando turbine di neve volteggia poiana su per il cielo bianco siamo pesci che vagano nel mare senza zenit e nadir, gravità o direzione. Quando turbina la neve in alto alla via stretta sei come l’uccello che s'acquatta nel cespuglio e trema dell’eterno. E l’inverno altri paesaggi riserva, taluni colorati; riserva scatole cinesi sorvegliate a vista – il loro liquore è un segreto veleno che da cinquecent’anni sedimenta - e forse dal principio del tempo le cose stanno così.
***
La neve ha l’occhio lustro dei bambini ma poi si accascia sui campi mitragliata dalla piova maligna: si odono colpi – qualcuno picchia alla bara dell’inverno - sagome sghembe vanno per via senza età né radici.
Il male di questo paesaggio è l’insania che bussa alla porta della piazza innevata nel mattino.
E’ un altro mondo, ma non c’è pausa.
C’è un filo che unisce indissolubilmente questi canti che s’odono questi ribrillii e il canto della morte che vola proprio oggi da qualche parte con ali arroventate.
***
Se il fiume d’inverno mi esplode in volto il deserto sulle rive cammino e sbavo schiuma di sete. E lo berrei goccia a goccia con tutte le cartacce le poltiglie, le plastiche, i cani morti pur di non perennemente strisciare in questa totale aridità. Ma poi ecco l’acqua s’increspa, si sbianca l’aria nella brina – ma non c’è modo d’urlare, non esce dalla bocca alcun grido animale.
***
Risuona nel piombo del cielo un grido di neve e porta nell’aria lo screzio d’un vecchio argomento lasciato cadere nella città rintanata in covili di luce catartica fine e paradosso.
Se invece di tanto strisciare tentassimo un passo pur goffo sedando col gesto di sempre un’atavica sete di miracoli, con volto disteso, sorriso avveduto del bugiardo che scivola sul mondo come l’acqua chiara fra l’erba dei fossi frenando parole che dette...
***
Vorrei raccontare nei versi d’un mondo che accanto mi scorre e io fuori di lui, gegenstand,
ma ignoro parole che sappiano il senso di festa infinita, di enorme buffet assaltato da folle esose e mai sazie.
Non sto certo a guardare: anch’io allungo la mano, arraffo dolci bocconi.
E altra folla viene – vorrei fondere parole d’acciaio e farmene corazza.
***
O forse sarebbe più onesto affermare ch’è solo pazzia codesta dei versi e rinviare il tutto al silenzio del dopo, fingere d’essere un poco caduto in impaccio della ragione e defilarsi piano col passo del gatto caduto dal cornicione.
Oh, non sarebbe la fine d’un sogno, neppure l’inizio di verità più matura: tutto fluirebbe nel fiume eracliteo come tutta scorre placida appagata l’acqua della vita con le verità sottaciute che s’incarnano nel passo della gente ingravidata di sogni impossibili.
E questa pazzia che invoco e maledico non è cosa mia – e negando la dico.
***
Lento cammino dall’alba al tramonto sulla pianura correndo appresso al sole che muta e come noi invecchia nella finitudine stellare; fiotto di vita che scorre e mai pare scemare - a volte s’attarda e s’appoggia al silenzio del cielo di neve che spia dall’alto come a sorprenderci infinitamente inani -
così si dispiega il tragitto fra l’essere e il nulla del vero, vestito di scaglie tremando all’impatto dell’occhio che striscia nell’ombra sempre più in ombra mentre già smontano in fretta la scena, spengono i suoni e torna a fluire ogni cosa dopo un lieve sussulto
come quando trasecola fibra di cuore se la voce scandisce chiaro il nostro nome.
|