G. lucini

Note sulla sofistica


     

        

         

      

      

        

Abbiamo ereditato nel linguaggio stesso, dal patrimonio della filosofia greca, alcuni termini che sono entrati nell'uso comune, ad esempio amore platonico (che poi è tutt'altro dal significato che gli attribuiamo correntemente), sofista, sofismo.  Quando si dice sofista si esprime, nel gergo comune, la connotazione negativa di una persona che non ha una "vera" conoscenza o una "vera" scienza, uno che spacca i capelli in quattro senza dire nulla di realmente importante. C'è qualcosa di vero in tutto questo, ma per capirlo meglio, bisogna fare riferimento alla storia e alla filosofia greca - ed il riferimento su questo capitolo della filosofia greca è molto importante, specie ai nostri giorni, poiché sembra che un analogo ma ben peggiore fenomeno culturale, amplificato dalla potenza dei mezzi di comunicazione di massa, pervada tutti i campi del sapere e dei comportamenti, ad iniziare dalla politica.

     

La filosofia delle origini aveva posto l'accento sul problema dell'essere, della natura.  Dovremmo parlare qui di Parmenide, che non abbiamo ancora trattato, per capire quanto il problema dell'essere, che in sostanza coincideva con il problema del fondamento della verità e dello stesso mondo, fosse importante.  I primi filosofi venivano chiamati fisici, perché si occupavano innanzittutto della physis, della natura.  In altri termini, la prima filosofia greca si incentra sulla comprensione di ciò che è il principio naturale del mondo, l'arché.  Ma la filosofia a un certo punto si rende conto che c'è un problema che è ancora più profondo della comprensione della natura, ed è la comprensione dell'uomo stesso.  La sofistica, con tutti i suoi aspetti negativi, rappresenta un passo fondamentale nella storia della filosofia, e segna appunto un passaggio, uno spostamento dell'asse di interesse, dalla natura all'uomo.  Questa evoluzione del pensiero si collega strettamente all'evoluzione storica e sociale della Grecia.

Come in tutte le società antiche, la base strutturale, il cemento sociale e politico è l'aristocrazia.  Áristos significa "il migliore": aristocrazia quindi, "il governo dei migliori".  Le forme sociali primordiali non sono mai le democrazie.  All'inizio abbiamo sempre l'emergere delle, élites dominanti, presso ogni popolo e civiltà.  La democrazia verrà dopo, con l'evoluzione sociale ed economica.  La Grecia segue, come tutte le società (che sono arrivate alla democrazia), appunto questo percorso.

Intorno al V secolo A.C. si verifica una crisi dell'aristocrazia.  Le condizioni economiche cambiano, il popolo acquista maggior potere economico e quindi politico.  Noi possiamo verificare, durante il periodo della sofistica e per tutto il periodo in cui visse Platone, questa crisi dell'aristocrazia e questa lotta fra aristocrazia e popolo: l'aristocrazia perde sempre più privilegi e si afferma il potere sostenuto dal popolo.  Probabilmente al giorno d'oggi saremmo molto cauti a definire questa trasformazione un passaggio alla "democrazia": non significa infatti che gli ateniesi del V secolo fossero di colpo uguali davanti alla legge (presupposto basilare per poter parlare di "democrazia", tanto più che esisteva la schiavitù e mille "gradi" e status diversi fra questa e il cittadino in grado di poter esercitare i suoi diritti - e, ricordiamo, "cittadino" era colui la cui famiglia risiedeva da almeno 3 generazioni ad Atene).  Ma, rispetto all'accesso alle cariche pubbliche per diritto di casta, questo era pure un grande passo in avanti, poiché tutti - donne e schiavi a parte - potevano, in qualche modo salire la scala sociale.

Tutti partecipavano alla discussione collettiva e perciò sorse il problema di come preparare molti cittadini, che per la prima volta si accostavano alla scena politica, a partecipare a questa discussione, ad esporre le loro idee, le loro teorie, i loro progetti all'assemblea popolare.  Erano infatti gente che non aveva mai parlato in pubblico e quindi non sapeva farlo.  Qui entra in gioco l'insegnamento di alcuni filosofi che, piuttosto che proseguire sulla "vecchia" linea speculativa della ricerca dell'arché, si piegano alle "esigenze di mercato" e scelgono di insegnare l'arte della retorica, del "parlar bene", del mettere a frutto la cultura (quello che altrove abbiamo definito historya) per il raggiungimento dei propri scopi personali, del successo in pubblico.  Fenomeno che, a nostro avviso, non è più cessato da allora in poi nella storia della filosofia e anche nel '900 un grande filosofo come Luigi Pareyson dedica una sua opera fondamentale, Verità e interpretazione, proprio alla difesa della filosofia contro alcune deformazioni e devianze dalla sua natura, che già troviamo nell'atteggiamento dei maestri Sofisti.

La sofistica ebbe una forte diffusione, proprio perché furono gli stessi cittadini greci che chiesero maestri di retorica, persone che insegnassero a parlare.  La vera virtù divenne quindi la retorica, la capacità di difendere il proprio punto di vista, a prescindere che fosse corretto o non corretto.  Non era importante allora quello che si aveva da dire, ma come lo si diceva.  Vale a dire che la verità (che allora era ancora metafisicamente una e non relativa) non coincideva con il pensiero, ma con modo, con lo strumento linguistico  a cui si ricorreva per esporre il pensiero.

La pòlis dunque va in crisi e sono gli ampliamenti degli orizzonti culturali che portano a questa crisi e a un tentativo panellenico.  Si verificano movimenti tendenti ad una unificazione anche politica di questa grande area culturale di lingua greca.  I risultati sul piano dell'ethos sono inevitabili.  Anche nel nostro tempo, quando le città erano ancora chiuse, vigevano le "virtù antiche", nel momento in cui arrivò il benessere e la gente incominciò a viaggiare arrivò quella che si si suol definire la crisi dei valori.  La Grecia di questo inizio del V. secolo passa attraverso questa grande crisi di valori.  Abbiamo una grande attenzione per l'uomo, ma questo, paradossalmente, coincide con  risultato di questa crisi: segno dunque che questo interesse era in se stesso viziato da una mancanza di senso.  Il soggettivismo attraversa sempre i grandi cambiamenti culturali e di vita.  I grandi temi si perdono perché l'attenzione viene introvertita sull'individuo e la sua ricerca di felicità viene confusa con la sola ricerca di benessere.  Il sofista appare ed emerge in questo clima culturale, per cui, per certi aspetti, è il risultato ma nello stesso tempo il motore di questa crisi e rappresenta, per la prima volta nella storia e in modo modernissimo, questo rapporto problematico fra la società e intellettuale.  La sua funzione, in un certo senso, è quella di svegliare la crisi, e allo stesso tempo di alimentarla.  Diventa quindi un paradigma, quasi la coscienza stessa di questa crisi. 

Parlando del movimento sofistico occorre aver chiaro una cosa.  Non si intende una scuola di pensiero: fu invece un movimento.  Diciamo che una scuola è composta da un insieme di pensatori che non solo si dedicano agli stessi problemi, ma in linea di massima li risolvono anche con gli stessi strumenti e le stesse modalità, arrivando più o meno alle stesse conclusioni.  I sofisti sono invece un gruppo di pensatori che, per certi aspetti, possono essere accomunati, ma ciascuno di loro sviluppa del tutto autonomamente un suo pensiero filosofico.  Ogni maestro sofista dà delle soluzioni ai problemi che affronta filosoficamente, che talvolta sono diametralmente opposte a quelle di un altro maestro.

     

Tanti fattori concorrono al sorgere di un movimento filosofico.  Possiamo riunire i fattori che hanno causato l'origine della sofistica, in due gruppi:  a) la sofistica nasce per ragioni filosofiche e b) per ragioni sociali e politiche.  In realtà le due questioni si intrecciano continuamente.  La sofistica, dal punto di vista filosofico, presenta un certo sviluppo rispetto alle teorie precedenti, nasce proprio come una reazione a una filosofia che non è più capace di trovare soluzioni alternative e che si impianta su una questione di fondo (dell'essere) che ormai sembra irrisolvibile.  I Sofisti sono fondamentalmente i primi che si rendono conto che non era possibile risolvere il problema della natura, di trovare l'arché e l'origine del mondo, come avevano tentato i fisici jonici, i pitagorici e gli eleati.  Se fosse stato possibile all'uomo trovare una soluzione per questo problema, la si sarebbe dovuta trovare da tempo.  Il fatto che fino ad allora non fosse stata trovata, indicava ai sofisti la necessità di cambiare prospettiva: prima di affrontare il problema del mondo era allora necessario affrontare il problema dell'uomo; prima di rispondere alle domande sul mondo, occorreva sapere quali sono le nostre possibilità conoscitive, vedere dunque, ma prima, cosa fosse l'uomo e cosa fosse in grado di conoscere e di sapere, e forse dopo si sarebbe stati in grado di risolvere il problema della natura.

Il fatto è che dopo aver compreso che il vero problema filosofico è il problema dell'uomo, essi si bloccano a questo stadio e non vanno più avanti.  In Socrate (che fu il maggior avversario dei Sofisti)  il problema dell'uomo diventa problema centrale e argomento di speculazione; i sofisti invece non vanno oltre l'enunciato.  Quindi prospettano alla filosofia un ambito per una nuova ricerca, una ricerca che forse un giorno avrebbe potuto risolvere gli enigmi che fino ad allora non erano stati risolti. 

    

E' molto diversa l'impostazione antropologica dei sofisti e di Socrate.  Quando i sofisti parlano dell'uomo, si interrogano su che cosa esso sia.  L'uomo di cui parlano i sofisti è proprio il singolo, non è una realtà astratta, ma è ciascuno di noi individualmente, in quanto inserito in una concreta realtà.   Non esiste "l'uomo", esiste un tizio che abita in un certo luogo e vive in un certo modo.  Non esiste, per loro,  l'uomo in astratto.  Ecco perché i sofisti hanno fuorviato nel porsi il problema della natura dell'uomo in quanto tale.  Per Socrate invece esiste "l'uomo" come concetto, sul quale è possibile argomentare in modo che ogni uomo possa riconoscersi in queste argomentazioni: la grande scoperta di Socrate è questa.  Mentre Socrate cerca di dire alla gente cosa sia l'uomo al di là dei caratteri individuali e ritiene che ci sia qualcosa comune in tutti gli uomini, per i sofisti l'uomo si riduce proprio al suo essere sociale individuale.  Se la premessa è questa, è ovvio che per loro diventa importante lo strumento col quale l'individuo entra nelle relazioni: la parola, perché è proprio attraverso la parola che si stabiliscono le relazioni fra gli individui.  La virtù fondamentale, è quindi proprio la capacità di parlare bene.  Nel senso che è l'unico modo per garantirsi una dominanza nella relazione.  Ecco quindi che il clima socio-politico favorisce il sorgere della sofistica, proprio perché la sofistica risponde pienamente alle esigenze strumentali poste dalle classi emergenti.

    

I sofisti viaggiavano da città in città, non erano legati a una polis o a un démos.  Avevano una visione cosmopolita della relatà e naturalmente, anche se non erano questi i loro scopi, caddero alla fine nel più assoluto relativismo e nel più assoluto immoralismo.  Da specchio di una crisi diventarono il motore di una crisi.

Prima di tutto bisogna cercare di liberarsi da quella che è una visione negativa del movimento sofista, che in qualche modo ci è stata tramandata dalla cultura.  In fondo anche oggi il termine "sofista" assume una connotazione negativa, di uno abile nel parlare ma che non dice nulla.  Questa è un'immagine che dei sofisti ci hanno lasciato Platone e Aristotele.  Si tratta allora di capire perché Platone ed Aristotele siano stati così severi nei confronti dei sofisti. 

In realtà Platone ha troppo svalutato la sofistica, spinto dall'eccessivo apprezzamento per il pensiero di Socrate.  E' però paradossale che Socrate venga condannato a morte, proprio perché considerato il capofila dei sofisti.  Nell'immaginario dell'ateniese di allora, Socrate non si distingueva da loro.  Per un uomo di scarsa o media cultura di allora, era difficile capire che il dialogare di Socrate e quello dei Sofisti, avevano due modi molto diversi di porsi.  Egli era considerato il pensatore più pericoloso di un gruppo di pensatori che stavano minando le basi della società.  I sofisti quindi erano recepiti dai potenti ateniesi, come socialmente pericolosi.  Condannando Socrate quindi, si condannava questo nuovo movimento.  Il problema di Platone era quindi quello di dimostrare che la condanna a Socrate era ingiusta, proprio perché egli era molto diverso dai sofisti, ed effettivamente era vero.  Platone di conseguenza, per difendere la memoria del maestro, mostrandolo come il filosofo per eccellenza, da una parte lo ha esaltato forse troppo, dall'altra ha denigrato senza mezzi termini i sofisti.  Li ha sempre contrapposti in modo tale da far apparire Socrate l'eccelso ed essi i negativi.  Ne risulta l'immagine di "filosofi infami" che è giunta fino a noi.

Diverso è il caso di Aristotele: infatti i Sofisti in seguito cambiarono tematiche, confluendo in un nuovo movimento, la elistica, con la quale Aristotele si trova a fare i conti, ma che sostanzialmente è composta da maestri che insegnano a parlar bene e poco più.  Quindi, quando Aristotele li definisce vagabondi e chiacchieroni, sostanzialmente ha ragione, effettivamente i sofisti che si trova di fronte, sono dei chiacchieroni e basta.  Di fatto, a noi interessa sapere che, pur avendo presente questi aspetti, la sofistica (la prima sofistica) è stato un movimento molto importante dal punto di vista filosofico e che l'alone negativo della sofistica è stato attivato da Platone ed Aristotele, per le ragioni esposte sopra.

   

Sono quindi pensatori di diverso orientamento che provengono da diverse realtà del mondo greco e più che avere un teorico, possono essere accostati per le quattro problematiche comuni: 1) l'interesse per il problema dell'uomo: la filosofia come ricerca sull'uomo - ed è questo un aspetto decisivo e nuovo, che sarà anche un tema socratico; 2) il relativismo: i sofisti sono tutti più o meno d'accordo nel teorizzare che non esistono valori o verità assolute; 3) l'importanza attribuita alla parola: che nel relativismo dei valori assume una funzione fondamentale, non tanto per procedere verso una verità assoluta, ritenuta indimostrabile, quanto per avvalorare la propria opinione nei confronti di quella di un altro.  4) la contrapposizione tra Legge e natura:  i sofisti sono i primi a rompere l'armonia o la corrispondenza ritenuta naturale che si pensava esistere fra Legge naturale e diritti sociali e politici.

L'interesse per l'uomo e il relativismo, sono forse i capisaldi del movimento sofista e non a caso coincidono con i maggiori pensatori della scuola sofista, Protagora e Gorgia, mentre gli altri due aspetti, sono temi critici più diffusi. 

Partiamo innanzittutto l'antropocentrismo, il convogliare tutti gli interessi dal mondo esterno verso l'uomo.  Per capire questo dato, dobbiamo partire dalla crisi della aristocrazia.  Questo significava che di fatto le carriere politiche erano aperte, anche al di fuori dell'aristocrazia.  Quindi la politica diventava accessibile a tutti, luogo di competizione in cui tutti potevano concorrere.

L'educazione per i sofisti diventa dunque educazione alla carriera politica, ad avere successo in pubblico.  L'educazione con un fine utilitaristico e politico, a differenza che per Socrate, dove vuol dire conoscere, sapere.  Abbiamo quindi tutta una serie di temi che si oppongono in maniera antitetica radicale a tutta la cultura precedente.  Occorrerà arrivare al pensiero di Socrate, Platone ed Aristotele per mediare queste due correnti di pensiero, il senso della virtù e il senso dell'educazione ("scienza" e morale).  Per ora noi abbiamo solo la rivolta completa nei confronti della filosofia dei pensatori pre-socratici.

Sul piano etico la virtù era qualche cosa che doveva pur essere insegnata, un'abilità che non aveva a che fare, come per noi oggi in qualche modo, con l'etica, con la coscienza e concetti del genere.  La virtù stava a significare l'abilità nell'ottenere ragione in una qualsiasi argomentazione.   I sofisti insegnavano ai loro allievi a usare le leggi della retorica in modo tale da poter avere sempre ragione.  Era possibile, secondo loro, dimostrare tutto e il contrario di tutto.  Non per una elucubrazione astratta, ma per l'utile.  Sembra quasi di immaginare che per i sofisti il mondo non sia un insieme di dati oggettivi conoscibili, ma un insieme di segni simbolici, il cui significato è attribuito dall'uomo e può essere cambiato al punto di assecondare l'interesse di chi parla.  Il mondo, per essi, è soprattutto il linguaggio del mondo. La mancanza di una base etica, metafisica, porta a questa tesi finale: da un punto di vista logico alla contraddizione, e da un punto di vista etico al mascheramento del gioco.  In alcuni sofisti i due elementi sono comuni, nel senso che il filosofo si mette nel ruolo di colui che insegna a parlare, purché si abbia qualcosa da dire:  non importa se non sono cose importanti, l'importante è sapere come dirle.

Nel mondo greco, occorre ricordare, che la parola era considerata appannaggio della verità.  La virtù si esprime di conseguenza con la capacità di esprimere le proprie idee, non con la ricerca di fondamenti etici. Quindi il senso del messaggio dei sofisti è che tutti possono arrivare alla virtù, non solo chi nasce in una certa posizione sociale di censo o mezzi.  L'essere virtuosi non dipende dalla nascita, ma dal lavoro personale con cui si acquista una certa posizione.  Sono i primi a dire, i sofisti,  che la virtù, la filosofia, il sapere e la saggezza sono cose per tutti, sono doni che appartengono a tutti e tutti sono in grado di conquistarli, anche se questa enunciazione non sta su un piano etico, ma su un piano strumentale, e per certi aspetti astratto. Per conquistare questa sapienza, bisogna infatti andare dai maestri e quindi bisogna pagarli.  Se uno non ha i soldi, niente virtù.  Platone ed Aristotele non si facevano pagare e perciò avevano buon gioco nel criticarli.  Ma Platone era ricchissimo di famiglia, mentre Aristotele aveva alle spalle Alessandro Magno, e quindi era per loro facile criticare.

Il sofista più famoso è Protagora, a cui Platone dedicherà uno dei dialoghi.  Protagora vive all'inizio del V secolo.  Ci rimane di Protagora anche la famosa frase "l'uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono e di quelle che non sono per ciò che non sono". Se avessimo voluto sintetizzare questo nuovo antropocentrismo, non avremmo potuto scegliere formula più pregnante.  Se vogliamo, tutta la filosofia greca è un tentativo continuo di far sopravanzare la cultura sulla natura.  Cultura è ciò che l'uomo crea a sua immagine e somiglianza, le leggi dell'anima umana contrapposte alle leggi meccanicistiche della natura.  Gli uomini decidono come comportarsi e non c'è nessuna legge di natura che possa dire agli uomini come comportarsi, perché l'uomo è nella natura ma è il vertice di tutta la natura, e la modifica.  Questo è il messaggio della filosofia greca che i sofisti portano all'esasperazione, traducendolo nel suo opposto, perché un relativismo assoluto è sempre contraddittorio, alla fine (tutto coincide col suo contrario).

La frase di Protagora, può essere applicata, in prima istanza, alle sensazioni.  Vuol dire che certi fenomeni oggettivi non esistono.  Se io sento caldo, è caldo anche se per un altro è freddo.  Se io sono malato, il vino dolce lo sentirò amaro e dunque quel vino sarà amaro.  E' chiaro che in questi termini, non solo la frase di Protagora è paradossale, ma è anche contraddittoria.  Se sono le sensazioni l'unico metro di giudizio, non ci può essere metro di giudizio, perché sarò autorizzato a contraddirmi nel momento stesso in cui mi esprimo.  Già Eraclito ci aveva mostrato che le sensazioni sono un flusso continuo e mutevole.  Arriverà Platone per ristabilire (e poi Aristotele), alcuni punti fermi: il principio logico di non contraddizione.  Per parlare, per potersi esprimere, bisognerà partire dal principio di non contraddizione.  Non si può affermare e negare la stessa cosa nello stesso tempo.  Ma intanto quello che interessa è notare come l'istanza della sensazione venga presa in considerazione.  La filosofia seguente dovrà tener presente anche di questo e correggere il tiro.  Nessuno fino ad allora aveva mai preso in considerazione l'uomo, a cominciare dalla sua corporeità e per questo motivo la reazione dei sofisti fu estrema.  In un certo senso il fenomeno che essi incarnano può essere interpretato come reazione a un lungo periodo nel quale la filosofia non ha preso in considerazione le ragioni dell'uomo. 

L'uomo di cui parla Protagora è - ricordiamo - l'uomo singolo reale e individuale, non il concetto di uomo.  La frase quindi suonerebbe: ciascuno di voi, preso singolarmente, decide della verità o della falsità di ciò che gli è sottoposto.  Quindi, il criterio di valutazione della verità è soggettivo.  Ognuno ha la verità sua, valida in assoluto.  Per Protagora, l'unico criterio per decidere della verità, non è altro che la sensazione soggettiva.  Ciascuno di noi ha la sua verità per le sensazioni che ha.  Quindi, hanno ragione tutti nel sostenere aspetti diametralmente opposti della stessa realtà.  Non c'è una verità "più vera delle altre", così come non esiste "il vero" o "il giusto" assoluti.

Posto che non c'è nessuna verità, l'unico modo per venire a capo dei contrasti è proprio la parola.  Con la parola ho uno strumento per convincere qualcuno, non che ciò che dico sia vero, ma che ciò che dico sia la cosa più ragionevole da fare nell'ottica di un criterio utilitaristico.  Posso scegliere, nella fattispecie, la cosa più utile da fare.  Si sostiene la propria opinione, non certo per mostrarla più vera delle altre, ma per mostrarla più utile, più efficace rispetto a certi problemi.  Su questo piano - strumentale - le opinioni sono messe a confronto e messe in accordo (questo ci ricorda molto della politica oggidiana in Italia).

E allora ecco dove sta la contraddizione del relativismo assoluto portato nella politica e nella morale: che la misura di tutte le cose non è più l'uomo, ma è l'utile.  L'uomo diventa il misurato dall'utile.  Quindi c'è un valore che va al di là dell'uomo come misura di tutte le cose, e in base a questo, poter riuscire a dimostrare qualunque principio.

     

Gorgia si differenzia da Protagora per alcuni aspetti della sua filosofia.  Egli sostiene: 1) nulla esiste, 2) se anche alcunché esiste, non è comprensibile all'uomo; 3) se pure è comprensibile, è pur certo inspiegabile e incomunicabile.

Ammesso che qualcosa esiste, esiste o ciò che è o ciò che non è, ovvero esistono insieme ciò che è e ciò che non è. Ma non esiste nè uno nè l'altro.  Ciò che non è, è concepito, quindi esiste, ma esiste come non-essere, quindi non esiste.  Quindi nulla esiste.  Se tutto è vero, risulta che in realtà niente è vero. Si cade quindi nel nihilismo.  Se l'essere fosse qualcosa, le filosofie precedenti avrebbero saputo descriverlo.  Se anche dunque esistesse questo qualcosa, la filosofia dimostra che non è pensabile, perché nessuno è riuscito a pensarlo (vi è qui peraltro una specie di tesi indimostrabile e indimostrata, che quanto non si è capito fino a un certo punto, sia per forza di cose incompensibile anche in futuro, una specie di rovesciamento dell'affermazione che Poincaré avrebbe poi fatti nei confronti della scienza: che se qualcosa non è ancora stato compreso, certamente in futuro il progresso scientifico lo avrebbe spiegato).  Ma nello stesso modo in cui la filosofia precedente ha descritto l'essere, cioè non come realtà dimostrabile, ha descritto anche il non essere.  Se parlo di ciò che non è, allora non è vero che l'essere è il solo oggetto di pensiero.  Se non è vero che il pensiero pensa l'essere, allora vuol dire che l'essere non è pensabile.  Anche supponendo che lo fosse, non sarebbe presentabile.  Non è comunicabile perché noi per comunicare ci serviamo delle parole. Le parole non coincidono con il contenuto di quello che dicono.  Il contenuto delle parole è un'altra cosa rispetto alle parole.  Le parole non c'entrano nulla con quello che sono io dentro e con quello che esprimono, sono solo dei suoni.  Si distinguono sia da colui che le emette, sia da colui che le riceve, sia dalla realtà che vogliono significare.  Non si riconosce quindi un senso alle parole.  Le parole sono sempre qualcosa di diverso dal sentimento profondo che uno ha dentro.  L'esperienza è pertanto incomunicabile.  Mentre in Protagora la parola diventa uno strumento per arrivare a un accordo, per convincere, in Gorgia la parola è semplicemente uno strumento per affascinare l'altro, per invilupparlo.

La sofistica sembra così dissolvere tutte le forme filosofiche precedenti.  Anche la sofistica peró, in quanto dottrina del sapere, teoria pura, é nata sul terreno dell'eleatismo.  La connessione con la dialettica di Zenone e Melisso é innegabile, soprattutto in Gorgia.  La medesima logica che aveva fondato il puro essere, viene utilizzata per la fondazione del non essere.  "non vi é alcun essere, quando anche vi fosse non sarebbe conoscibile per noi, e quando anche conoscibile, non sarebbe comunicabile ... Nel momento stesso che sarebbe conosciuto e nominato, esso diverrebbe estraneo a sé", diverrebbe parte del non essere.  L'essere non é quindi il suo pensiero, perché la parola non é concetto, perrtanto il pensiero neppure può rapportarsi all'essere , né la parola al concetto, perché la logica eleatica respinge ogni rapporto col diverso.  L'essere infatti non può avere predicati logici.

Per Parmenide, pensare e pensare un oggetto sono la stessa cosa.  Il non-essere come tale non é conoscibile né enunciabile, perché già la forma dell'enunciato lo farebbe divenire l'oggetto e quindi l'essere.  Ma in questa tesi é già contenuta la sua antitesi, perché nega la possibilità della rappresentazione falsa.  Allora vuol dire che tutti i giudizi hanno significato oggettivo.  Non é nemmeno  possibile dunque nessuna contraddizione.  La dottrina eraclitea della mutevolezza, dell'ambiguità sembra qui rivolta verso l'interno, alla rappresentazione piuttosto che agli oggetti. Ogni verità logica si risolve e si dissolve nel fatto, nell'effettualità immediata dell'apparire stesso.

Verità e realtà effettuale appartengono a un medesimo nesso: come non esiste realtà effettuale senza determinatezza individuale, così non esiste verità.  Dal momento che il reale effettuale non si può pensare altrimenti che  nella particolarizzazione, multiforme e mutevole, allora anche il lògos, se vuole essere all'altezza della realtà effettuale, deve accogliere in sé questa multiformità e variabilità, risolvendosi in movimento in cui nessun contenuto é identico a sé.  Accanto all'essere, come condizione preliminare del giudizio, é l'uomo.  Nessun giudizio però esiste senza colui che giudica.  Non esiste quindi nessun metro di giudizio perché il logos é molteplice quanti sono gli uomini.

I sofisti sono pertanto gli scopritori del principio di soggettività, anche se tale scoperta non é rivolta a un fine teorico ma piuttosto a un fine pratico, quello di essere strumento per sottomettere l'effettualità oggettiva, sociale e politica al potere dell'individuo.  A tale virtuosismo non coincide nessun particolare aspetto speculativo, anche se lo si può ricostruire "a posteriori", ma un misto di teorie degli eleati, di Eraclito ed Empedocle.  Il principio della soggettività non appare ancora in alcuna connessione, ontologica o naturalistica che sia.  Lo troveremo in altre scuole, soprattutto del '900, nella sua forma di più argomentata teorizzazione.