La tavola imbandita pare cosa viva
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che stupita ci osserva, ci parla
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da una perfezione immobile, in trono,
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fuor da spazio e tempo; muto
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interrogare è quel suo stare, larga
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e materna nei giorni di festa, parata
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di vezzi e colori. Noi fra il candore
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dei drappi e scintillio d'argenti sediamo
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comodi e distratti, rompendo con le mani
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quell'equilibrio sapiente d'un disegno
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d'oggetti che hanno anima e storia
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e ritorniamo, bambini, a creare
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dall'ordine muto un caos che s'interroga
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e lentamente diviene
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fra un brindisi e una chiacchiera.
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Angeli di questo paradiso, cameriere
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solerti e leggere vengono e vanno
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da un purgatorio di cucina traendo
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malizie innocenti e dolci peccati
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ancora da espiare, finché l'ora
tarda
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ci richiami all'inferno della vita
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(... pranzo di nozze, quanta
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mi costi, fatica...).
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Lo scambio nostro col mondo è morso,
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suzione, distratta deglutizione,
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natura che s'ammaglia
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in carne e nostro sangue senza voglia
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e pànta rei, boccone su boccone,
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senza penetrarne il senso e la ragione
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- da dove giunga il frutto maturo
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anche in inverno o di quanto sudore
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grondi un aroma: sottile;
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corollario che s'ingorga e s'imbotra
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in questa enorme crepa occidentale
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che ogni grido divora, lo fa canto
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che il vento disperde nel vento...
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A noi piace la carne che si scioglie in
bocca
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fra lingua e palato - socchiudendo l'occhio
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a quel velluto che ci accarezza l'anima,
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glissando sulle fauci al leggero tocco
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d'un coltello sul bordo del piatto.
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Nata e defunta per noi nella stalla
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carne bovina o tenera carne d'agnello
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pasquale, carne di maiale per la cucina
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proletaria occidentale,
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carne strappata al capitale
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con le conquiste del secolo maturo,
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cresciuta in fretta a mangime illegale
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macellata, imballata in plastiche
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ergonomiche, pratiche, a norma di legge...
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Scivola lieve e preciso, l'oleato meccanismo
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del nutrirsi alieno e per frammenti
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di mondo, piovuti come per magia
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da chissà dove sulla nostra tavola,
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senza mai vedere in faccia l'animale
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la sua mitezza, il suo poco
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spazio e tempo per vivere e invecchiare:
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lo ritroviamo, corpo estraneo e snaturato
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defraudato da ogni sangue e da ogni storia
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con la sola memoria del timbro azzurrino
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dell'autorità sanitaria,
passaporto
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d'un al di là per questi muti
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fratelli cresciuti in contrade lontane
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per la poca gloria di finire glissando
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fra i denti nostri - che ad altri
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denti non è data
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tanta festa dei sensi:
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un pugno di riso, un frutto, un iridato
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sorso di pozzanghera...
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Mi sento obeso - sto troppo seduto -
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non sono un poeta emaciato da platea,
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bello e maledetto:
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sono quasi vecchio e oltremodo sconosciuto.
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Mangio smodato per empire quel vuoto
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che mi scava e mi rovina
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secca sentenza scritta in quel gene
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perfido, tara maligna
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che mi dissipa e mi tiene
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fra bene e male sospeso
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fra notte e giorno, passato e futuro.
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Mi sono ingozzato di nuvole
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e di sgomento
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mi nutro di pietre e di niente
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per non ascendere il cupo del cielo.
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Leggermente alcolico
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sapore dolce, gradevolmente acidulo
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il dessert della casa, colorato
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con estro e ben guarnito
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di chincaglieria miniata
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cara ai bambini e alle signore:
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una bandiera, un fiore, un pizzo
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di carta, un ombrellino aperto, uno stecco
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di plastica al quale subito l'occhio
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corre, cercando un nesso con l'insieme.
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Tale il dessert di stagione
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che all'occasione di soppiatto ti viene
servito
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come a tradimento, cogliendo la stanchezza
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tua alla sprovvista, con gesto malandrino,
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sicuro - soltanto nel rancido mattino
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del giorno dopo, avverti la vigliacca
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macchinazione, ma ormai declina
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ogni appetito; ti senti
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scettico e ben nutrito.
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Ogni stagione ha i suoi frutti e noi
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da che non abbiamo più stagioni
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non abbiamo più frutti, ma prodotti
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dell'ingegno che sfavillano, eroi
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semprevivi e senza tempo
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che sfidano leggi di natura, distanze
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inverni e cieli in perenne subbuglio.
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Sempre-sani grandeggiano sgargiando
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da enormi cesti in bella vista
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ed è festa per gli occhi,
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un sole a buon mercato
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del quale godiamo, gustando forza
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e onestà che sprigionano polpe
e gherigli
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- oh noi, sicuri che ai nostri figli
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altrettanto sarà dato e più
ancora
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poi che l'amore misuriamo
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con soli artificiali e frutti di serra.
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Nell'abisso nero del caffè potrebbe
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l'occhio specchiarsi - e con improvvido
moto
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trasalendo la mano, versare una goccia
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del liquido nero sul bianco sbiancato
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della camicia. Perciò nei
bar italiani
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un croco lieve marrone poniamo
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con invidiata perizia sul caffè
ristretto
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- breve e forte come un detto di Chirone
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così che l'occhio non sia cagione
di danno,
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il riflesso celando con raffinata
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grazia - cortese apparenza che inganni
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l'inganno del riflesso.
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Chi mi sedeva di fronte se n'è
andato;
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la tavola è sgombra, desolata.
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Intingoli ai piatti rappresi
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testimoniano la fredda sazietà
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che altrove cerca amore per saziarsi.
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Si insinua una musica discreta,
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iniziano danze
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per dissipare una noia gonfia
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e serale che opprime i commensali.
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Una candela adagio si spegne
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dietro un bicchiere mezzo vuoto di vino
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e mi regala un singulto di rubino.
*
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Si spegne sempre così la sera
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come candela dopo una festa,
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nell'atmosfera un po' allegra e un po'
mesta,
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nostalgia d'un vecchio amore
*
di giovinezza.