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    Gianmario Lucini, Menu
     

 
     
     
     
     
     
               
               
               
               
               
               
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    La tavola imbandita pare cosa viva
    *
    che stupita ci osserva, ci parla
    *
    da una perfezione immobile, in trono,
    *
    fuor da spazio e tempo; muto
    *
    interrogare è quel suo stare, larga
    *
    e materna nei giorni di festa, parata
    *
    di vezzi e colori.  Noi fra il candore
    *
    dei drappi e scintillio d'argenti sediamo
    *
    comodi e distratti, rompendo con le mani
    *
    quell'equilibrio sapiente d'un disegno
    *
    d'oggetti che hanno anima e storia
    *
    e ritorniamo, bambini, a creare
    *
    dall'ordine muto un caos che s'interroga
    *
    e lentamente diviene
    *
    fra un brindisi e una chiacchiera.
    *
    *
    *
    Angeli di questo paradiso, cameriere
    *
    solerti e leggere vengono e vanno
    *
    da un purgatorio di cucina traendo
    *
    malizie innocenti e dolci peccati
    *
    ancora da espiare, finché l'ora tarda
    *
    ci richiami all'inferno della vita
    *
    (... pranzo di nozze, quanta
    *
    mi costi, fatica...).

    *
    *
    *
    Lo scambio nostro col mondo è morso,
    *
    suzione, distratta deglutizione,
    *
    natura che s'ammaglia
    *
    in carne e nostro sangue senza voglia
    *
    e pànta rei, boccone su boccone,
    *
    senza penetrarne il senso e la ragione
    *

    - da dove giunga il frutto maturo
    *
    anche in inverno o di quanto sudore
    *
    grondi un aroma: sottile;
    *
    corollario che s'ingorga e s'imbotra
    *
    in questa enorme crepa occidentale
    *
    che ogni grido divora, lo fa canto
    *
    che il vento disperde nel vento...

    *
    *
    *
    A noi piace la carne che si scioglie in bocca
    *
    fra lingua e palato - socchiudendo l'occhio
    *
    a quel velluto che ci accarezza l'anima,
    *
    glissando sulle fauci al leggero tocco
    *
    d'un coltello sul bordo del piatto.
    *

    Nata e defunta per noi nella stalla
    *
    carne bovina o tenera carne d'agnello
    *
    pasquale, carne di maiale per la cucina
    *
    proletaria occidentale,
    *
    carne strappata al capitale
    *
    con le conquiste del secolo maturo,
    *
    cresciuta in fretta a mangime illegale
    *
    macellata, imballata in plastiche
    *
    ergonomiche, pratiche, a norma di legge...
    *

    Scivola lieve e preciso, l'oleato meccanismo
    *
    del nutrirsi alieno e per frammenti
    *
    di mondo, piovuti come per magia
    *
    da chissà dove sulla nostra tavola,
    *
    senza mai vedere in faccia l'animale
    *
    la sua mitezza, il suo poco
    *
    spazio e tempo per vivere e invecchiare:

    *
    lo ritroviamo, corpo estraneo e snaturato
    *
    defraudato da ogni sangue e da ogni storia
    *
    con la sola memoria del timbro azzurrino
    *
    dell'autorità sanitaria,  passaporto
    *
    d'un al di là per questi muti
    *
    fratelli cresciuti in contrade lontane
    *
    per la poca gloria di finire glissando
    *
    fra i denti nostri - che ad altri
    *
    denti non è data
    *
    tanta festa dei sensi:
    *
    un pugno di riso, un frutto, un iridato
    *
    sorso di pozzanghera...

    *
    *
    *
    Mi sento obeso - sto troppo seduto -
    *
    non sono un poeta emaciato da platea,
    *
    bello e maledetto:
    *
    sono quasi vecchio e oltremodo sconosciuto.
    *
    Mangio smodato per empire quel vuoto
    *
    che mi scava e mi rovina
    *
    secca sentenza scritta in quel gene
    *
    perfido, tara maligna
    *
    che mi dissipa e mi tiene
    *
    fra bene e male sospeso
    *
    fra notte e giorno, passato e futuro.
    *

    Mi sono ingozzato di nuvole
    *
    e di sgomento
    *
    mi nutro di pietre e di niente
    *
    per non ascendere il cupo del cielo.

    *
    *
    *
    Leggermente alcolico
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    sapore dolce, gradevolmente acidulo
    *
    il dessert della casa, colorato
    *
    con estro e ben guarnito
    *
    di chincaglieria miniata
    *
    cara ai bambini e alle signore: 
    *
    una bandiera, un fiore, un pizzo
    *
    di carta, un ombrellino aperto, uno stecco
    *
    di plastica al quale subito l'occhio
    *
    corre, cercando un nesso con l'insieme.
    *

    Tale il dessert di stagione
    *
    che all'occasione di soppiatto ti viene servito
    *
    come a tradimento, cogliendo la stanchezza
    *
    tua alla sprovvista, con gesto malandrino,
    *
    sicuro - soltanto nel rancido mattino
    *
    del giorno dopo, avverti la vigliacca
    *
    macchinazione, ma ormai declina
    *
    ogni appetito; ti senti
    *
    scettico e ben nutrito.

    *
    *
    *
    Ogni stagione ha i suoi frutti e noi
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    da che non abbiamo più stagioni
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    non abbiamo più frutti, ma prodotti
    *
    dell'ingegno che sfavillano, eroi
    *
    semprevivi e senza tempo
    *
    che sfidano leggi di natura, distanze
    *
    inverni e cieli in perenne subbuglio.
    *
    Sempre-sani grandeggiano sgargiando
    *
    da enormi cesti in bella vista
    *
    ed è festa per gli occhi,
    *
    un sole a buon mercato
    *
    del quale godiamo, gustando forza
    *
    e onestà che sprigionano polpe e gherigli
    *
    - oh noi, sicuri che ai nostri figli
    *
    altrettanto sarà dato e più ancora
    *
    poi che l'amore misuriamo
    *
    con soli artificiali e frutti di serra.

    *
    *
    *
    Nell'abisso nero del caffè potrebbe
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    l'occhio specchiarsi - e con improvvido moto
    *
    trasalendo la mano, versare una goccia
    *
    del liquido nero sul bianco sbiancato
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    della camicia.  Perciò nei bar italiani
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    un croco lieve marrone poniamo
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    con invidiata perizia sul caffè ristretto
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    - breve e forte come un detto di Chirone -
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    così che l'occhio non sia cagione di danno,
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    il riflesso celando con raffinata
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    grazia - cortese apparenza che inganni
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    l'inganno del riflesso.

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    *
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    Chi mi sedeva di fronte se n'è andato;
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    la tavola è sgombra, desolata.
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    Intingoli ai piatti rappresi
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    testimoniano la fredda sazietà
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    che altrove cerca amore per saziarsi.
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    Si insinua una musica discreta,
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    iniziano danze
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    per dissipare una noia gonfia
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    e serale che opprime i commensali.
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    Una candela adagio si spegne
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    dietro un bicchiere mezzo vuoto di vino
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    e mi regala un singulto di rubino.
    *
    *
    Si spegne sempre così la sera
    *
    come candela dopo una festa,
    *
    nell'atmosfera un po' allegra e un po' mesta,
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    nostalgia d'un vecchio amore
    *
    di giovinezza.
     
     
     

 
     


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© La proprietà letteraria dei testi è di Gianmario Lucini