SHOCK
AL BIANCO
La morte è una vecchia
signora in
veletta che non muore
mai.
Sorniona e
lesta
ammicca dalla pagina del
notes
e attende quel lento
trasmutare
del grido
vivo in grido di
carta;
poi s'acquatta a testa in
giù
come la
nòttola,
ti spia, ti seduce -
languido
l'occhio
e ritmico, ipnotico battere
di
palpebre.
Non è più questo
tempo per la
musica
e le ariose fanfare in
pieno
sole,
non è più
tempo di dire o tacere
se già lungo il collo
senti
scivolare
la peluria di quel
ragno,
quel sonno senza sogni né
futuro
che ti fa sbadigliare in
pieno
giorno
cane accucciato e
forse
soddisfatto
in dormiveglia sul tappeto
del
salotto.
A
FARLA BREVE
Non l'abbiamo, noi, una fede
così
grande
da spostare le
montagne;
non siamo noi la truppa
o il
condottiero,
né potremmo mai
difenderci
se non con questo
palpito
insicuro
di sangue che s'imbotra
e che
sentiamo
ogni giorno più rappreso,
più
stremato.
Non possiamo che
additare
l'evidenza
dell'indomito male che ci
insidia
si nasconde, s'insedia e
pace non
concede
alle stagioni malate, al
mare,
al
vento.
Oh vizi nostri
bifronti:
un poco d'allegria e un
poco di
dolore
e poi lasciarci andare
all'apatia
contando i pochi anni che
ci
restano:
pensare di sfuggire,
farla
franca,
passo ladro che sguscia
via da
tanto
scempio
seduti in platea ad
ascoltare
da sotto in su il
monologare
folle
sul proscenio di attori
e
primedonne,
talvolta dissentire o
applaudire
fin che il sipario cali
e l'ora
tarda
ci chiuda gli occhi e chiuda
il
nostro gesto
nel meritato sonno del
giusto.
DANZA
DELLE ORE
Ascolta il battito
meccanico:
rimbomba
nella notte, non
smette
mai di rimbombare nella
quiete
profonda
della stanza: è la
morte nostra
che cammina e che
danza
cantando i nostri nomi;
è la
nevrosi
di perdute
occasioni
mentre impazzisce con lei
il
ritmo del
cuore
nella snervante attesa,
in questo
stare
provvisorio senza nulla
fare
che tutto ormai sembra
già
concluso
prima d'ogni inizio, già
detto
nell'origine,
tutto proceda in quel
martellare
insano e inesorabile, quel
ticchettìo,
così che ogni voce
inutile
nell'aria
nera della notte si disperde
e
muore
morte
chiamando.
QUASI
UNA FANTASIA
Chissà a che pensa
quel volto
ingrigito
rinsecchito dal male,
accigliato
un poco dal rigore della
morte
e quanta di noi vita seco
porta
fra le gracili dita sul
petto
incrociate
tutte nodi e calli, un
tempo
accarezzate
accarezzando volti e
capelli
nei giorni belli che il
sole
gli
rideva
negli occhi, prima di
soffrire
e disperare, freddo
di
vecchiezza.
Chissà se noi vede,
assorti,
intorno alla
bara
puntati dall'occhio
attento
dell'operaio
che "chiudere
bisogna",
sussurra, "è l'ora",
noi che lo
vediamo
l'ultima volta nel sole
d'agosto,
dal quale ci separa un vuoto
di
pensieri
mentre egli nel buio, da
questa
luce
scivola adagio, per
sempre
invisibile,
da ora fino
all'ora
di nostra
morte...
Rimarrà sua l'impronta
sulle cose
che gli appartennero e di
mano in
mano
passando, "ecco" - diranno
-
quest'era suo..." cercando
di lui
traccia in un graffio o
vezzo o
segno
d'usura.
Dimenticate anch'esse,
saranno
riposte -
in qualche luogo dove si
ripone
gli oggetti che alcuno
mai
frequenta,
e forse un giorno ridate
alla
gloria
d'un sole
d'agosto;
e cercando nomi e segni,
dirà
uno:
"guarda questo" e:
"guarda
quest'altro",
sottovoce e crollando un
poco il
capo
a perentorio epitaffio sulla
sua
tomba
già usurpata,
forse,
da più giovane
morte,
la nostra...
-
E di tutto il suo dolore
non sarà
che "flatus vocis",
emesso
così,
sovrapensiero,
con l'innocenza quasi
seriosa,
di uno che è vivo
in un sole glorioso...
QUASI
SERENA
Posano il morto fra
viali
ordinati
e gai di fiori, nel sole
che
scava
d'ombre i volti dei Cristi,
le
Pietà
che gli occhi volgono al
cielo,
imploranti,
sempre a invocare, per
colui
che muore, -
qualcosa che forse nessuno
sa
dire. -
Adagio la mente si distilla
nel
nulla
di questo silenzio
innaturale,
s'incanta alla brezza
dei
cipressi, si
svelle
da ogni orpello terreno
e vola -
ai volti ridenti
delle
fotografie,
-
in un tempo senza tempo
a loro si
congiunge,
e ragiona con strane parole
che
non suonano,
come sospesa in un luogo
senza
luogo
dove il gesto ha la
misura
solidale
di chi non conosce più
il male,
né altro chiede che
un lieve
immanere,
dissolto in quel sole buono
e
leale
dei
cimiteri...
Un ultimo gemito, un
tonfo
di terra greve che bussa
alla
bara,
poi esce il corteo verso
l'ombra
del viale
e sciama, commentando, in
vie
laterali. -
Qui invece è silenzio
e piano
respira
un refolo di vento fra i
cipressi
che svettano sottili - e
come
passa
veloce il tempo, di qui
fino alla
sera...
AUTUNNALE
Ottobre è il mese
più saggio
dell'anno
nel suo quasi umano
decadere,
lasciarsi a un improvviso
riposo
come se nell'aria tersa
d'un
mattino
a uno squillante ribrillare
di
rugiada -
volesse l'anima del
mondo
ritrarsi in
pace
in luogo chiuso a
contemplare
dall'ombra la luce
radente
che scava i monti, li
rende
essenziali.
E l'erba e gli alberi
screzia
con una lieve
carezza.
Il dolore delle foglie
crocchia
al passo
di chi va per quegli
accesi
colori
meditando come medita
l'ottobre
i giorni suoi di
fronte
all'infinito,
e giovane si sente, morto,
rinato
nel grembo delle cose e
d'esse
intriso
mentre ritma il pulsare
del
sangue
un altro pensiero,
impreciso...
VESPERTINA
Il cielo inarca una
groppa
vermiglia
nel tramonto
invernale
un volo di corvi lento si
staglia
in quel vuoto
glaciale
e va a planare chissà
dove
incerto e
sghembo
dietro il profilo aguzzo
d'un
crinale.
Vedo come una fede
vacillare
in quei colori e nello
sguardo
spento
che non li vede - d'uomini
che
incontro
sulla mia via:
uomini
e donne inviluppati in una
triste
e banale vicenda invernale
-
senza un guizzo di vita
che la
redima
che la sospinga verso
l'alto,
dalla china -
d'un dolore sordo, d'un
rancore
che dalla fronte dura e
aggrottata trasp
are. -
Sarà esistito mai
un altro tempo
che davvero si
viveva
in armonia con i corvi e
coi
tramonti
senza troppe risa,
troppi
tormenti,
o verrà forse quando
l'avremo
creato noi l'essere
perfetto
e positivo
generato in provetta e
destinato
al paradiso:
trentamila genomi
ben
congegnati
in perfetta armonia
bioelettrica
e mentale -
con un tramonto ancora tutto
da
capire... -
VOLARE
Sono una foglia staccata
dal
ramo.
Il vento in alto a volte
preme, a
volte
più non sorregge
e precipito
a cuore morto contro i
tetti
delle case.
Poi di nuovo più
in alto mi scaglia
oltre ogni confine, ogni
limite.
Sono il perpetuo moto
diveniente
suo malgrado verso la
quiete,
suo malgrado senza nulla
fare,
nel pieno
bizzarro vento
dell'autunno.
Ho escogitato un
cielo
immobile,
truccato i dadi prima
del
rilancio,
ed eccomi dipinto in un
quadro
surreale
sospeso fra terra e
cielo:
il profilo dei monti
m'ingombra
la vista
in questo lento, bizzarro
cadere.
Con un colpo di
mano
ho ristrutturato la
scena
cambiando le premesse,
sogni
sognati per millenni
ho
devastato;
e sono sveglio, gli occhi
bene
aperti
e mille verità per
i deserti
silenzi che mi
seguiranno
dopo l'ultima
planata
sull'asfalto.
GALAPAGOS
Non c'è più
sole sull'arenile
non hanno più acqua
gli dèi.
I delfini -
tremano in secca d'una
febbre
nera -
l'iguana marina mendica
un
respiro
all'occhio spietato
della
telecamera
- ma tutto questo non ci
turba
più che un
sogno
un leggerissimo stridore
nei
sensi -
uno fra i tanti bizzarrie
eventi
d'una cronaca veloce e corsara.
-
E intanto il mare mugghia
al
maestrale
ogni molecola rimescola
e ribolle
in quella falla aperta
nel
costato
dal nostro dio più
spietato -
colui
che l'ere ci rubò
e la ragione
per insegnarci
l'impossibile,
l'indecidibile stare dentro
e
fuori
il mondo, sopra di lui volare...
-
L'ULTIMO
DIARIO DI DARWIN
Sarei potuto nascere
iguana
innocente
scaldarmi al sole, asciugarmi
al
vento
fresco del mare, o cuore
d'uccello sen
za pensieri
sapiente vivere un
giorno
infinito
un giorno soltanto dall'alba
al
tramonto
senza conoscere tempo e
senza
cura
di tempo - soltanto col
mondo scambiare
un respiro, un segno che
la
grazia
oscura della notte accolga
in
pace;
ma sono nato a una strana
paura
che mi separa dalle cose,
mi
sveglia
nel silenzio e mi percuote
-
con le note cupe d'un
timpano
feroce
sono già nella
battaglia
vincitore e vinto da me
stesso
perfetto scisso
prodotto
dell'evoluzione.
POESIA
PER UN GATTO AGONIZZANTE
Non c'è più
dignità nemmeno nella morte
la morte passa e non osa
guardare
in volto la sua
vittima;
la fa penare, la
tortura
le corrode il
respiro
goccia a goccia ne beve
la sua vita
senza saperne lo
sguardo
asettica e lontana come
un dio filosofico
che non conosca il gioco
e la virtù della follìa.
La morte in un bottone, in
un mirino,
la morte in un boccone di
veleno
lo spasmo di chi brama luce
e invoca
debole
miagolìo
da me l'impotente suo
dio
una salvezza
o soltanto una
carezza.
Dentro il mio cuore
stasera
tutto l'orrore delle morti
asettiche
dall'esplosione della bomba
di Hiroshima
a quella inutile di un gatto
avvelenato
randagio stremato dagli
spasimi
stroncato da una cattiveria
che riderebbe
di una poesia per un gatto
agonizzante. -
PARABOLA
Su quella neve
lasciammo
lo sfregio dei
ramponi
che il vento ha ormai
rimarginato
e specchi di ghiaccio
graffiammo
con segni di
piccozza
(o rocce che inani ci
vedeste
salire e discendere
-
nel breve da un'alba a
un
tramonto, -
a profanare il vostro
eterno
e la sapienza ingenua
dei
colloqui
fatti di silenzi e
chiaroscuri
noi che da essi veniamo
e
l'ignoto
tentiamo fino all'acme d'un
grido
che si frange
nell'eco
si
perde...).
NELLA
GRANDE PLACENTA
Me ne starei qui per
ore
accoccolato
come stregato da
lei
che scende lieve
neve
sull'immobile
muto assentarsi dei
sensi
fusi in
quell'analgesica
placenta,
nell'attimo che infanzia
e
maturità
racchiude
in uno sguardo nuovo opaco
che
prelude
a una sorta di risveglio
pigro,
codardo,
che si arrende suo malgrado
a
questo
concitato divenire che ci
assale
in un globo solo d'echi
spenti e
confusi
- che chiamano
vita...
CLIMAX
Infine la vetta appare, aerea
e
silenziosa
dopo un ritorto salire
per
scoscesi
camminamenti, vegliati dal
nulla
immobile dei
precipizi
e il cuore balza in gola
e si
delizia
ripieno di tutta quella
luce,
che qui veniamo a cercare
una
pace
di vento e di pietre,
fuggendo
come penitenti il peccato
che ci
attende
là in basso,
nell'azzurrino
mondo
che un poco nuovi ci vede
al
ritorno,
un poco più assorti,
come se
d'anima un lembo
avessimo
lasciato
quale pegno al
vento
- che lo disperda
nell'infinito
altrove.