Poesie 

    Gianmario Lucini , Shock al bianco

 
    (Silloge inedita)  
        
     

     


     
     
     
     

     
     
     
     
     
     
     
     
     
     
     

    SHOCK AL BIANCO  

    La morte è una vecchia signora in 
    veletta che non muore mai. 
    Sorniona e lesta 
    ammicca dalla pagina del notes 
    e attende quel lento trasmutare 
    del grido 
    vivo in grido di carta; 
    poi s'acquatta a testa in giù 
    come la nòttola, 
    ti spia, ti seduce - languido 
    l'occhio 
    e ritmico, ipnotico battere di 
    palpebre. 

    Non è più questo tempo per la 
    musica 
    e le ariose fanfare in pieno 
    sole, 
    non è più tempo di dire o tacere 
    se già lungo il collo senti 
    scivolare 
    la peluria di quel ragno, 
    quel sonno senza sogni né futuro 
    che ti fa sbadigliare in pieno 
    giorno 
    cane accucciato e forse 
    soddisfatto 
    in dormiveglia sul tappeto del 
    salotto. 
     
      
     
     
    A FARLA BREVE 


    Non l'abbiamo, noi, una fede così 
    grande 
    da spostare le montagne; 
    non siamo noi la truppa o il 
    condottiero, 
    né potremmo mai difenderci 
    se non con questo palpito 
    insicuro 
    di sangue che s'imbotra e che 
    sentiamo 
    ogni giorno più rappreso, più 
    stremato. 

    Non possiamo che additare 
    l'evidenza 
    dell'indomito male che ci insidia 
    si nasconde, s'insedia e pace non 
    concede 
    alle stagioni malate, al mare, 
    al vento.  
      

    Oh vizi nostri bifronti: 
    un poco d'allegria e un poco di 
    dolore  
    e poi lasciarci andare all'apatia 
    contando i pochi anni che ci 
    restano: 
    pensare di sfuggire, farla 
    franca, 
    passo ladro che sguscia via da 
    tanto 
    scempio  
    seduti in platea ad ascoltare 
    da sotto in su il monologare 
    folle 
    sul proscenio di attori e 
    primedonne, 
    talvolta dissentire o applaudire 
    fin che il sipario cali e l'ora 
    tarda 
    ci chiuda gli occhi e chiuda il 
    nostro gesto 
    nel meritato sonno del giusto. 
     
      
     

    DANZA DELLE ORE 


    Ascolta il battito meccanico: 
    rimbomba 
    nella notte, non smette 
    mai di rimbombare nella quiete 
    profonda 
    della stanza: è la morte nostra 
    che cammina e che danza 
    cantando i nostri nomi; è la 
    nevrosi 
    di perdute occasioni 
    mentre impazzisce con lei il 
    ritmo del cuore 
    nella snervante attesa, in questo 
    stare 
    provvisorio senza nulla fare 
    che tutto ormai sembra già 
    concluso 
    prima d'ogni inizio, già detto 
    nell'origine, 
    tutto proceda in quel martellare  
    insano e inesorabile, quel ticchettìo, 
    così che ogni voce inutile 
    nell'aria 
    nera della notte si disperde e 
    muore 
    morte chiamando. 
     
     
      

    QUASI UNA FANTASIA 


    Chissà a che pensa quel volto 
    ingrigito 
    rinsecchito dal male, accigliato 
    un poco dal rigore della morte 
    e quanta di noi vita seco porta 
    fra le gracili dita sul petto 
    incrociate 
    tutte nodi e calli, un tempo 
    accarezzate 
    accarezzando volti e capelli 
    nei giorni belli che il sole 
    gli rideva  
    negli occhi, prima di soffrire 
    e disperare, freddo di 
    vecchiezza. 

    Chissà se noi vede, assorti, 
    intorno alla bara 
    puntati dall'occhio attento 
    dell'operaio 
    che "chiudere bisogna",  
    sussurra, "è l'ora", noi che lo 
    vediamo  
    l'ultima volta nel sole d'agosto, 
    dal quale ci separa un vuoto di 
    pensieri  
    mentre egli nel buio, da questa 
    luce  
    scivola adagio, per sempre 
    invisibile,  
    da ora fino all'ora  
    di nostra morte... 

    Rimarrà sua l'impronta sulle cose 
    che gli appartennero e di mano in 
    mano  
    passando, "ecco" - diranno - 
    quest'era suo..." cercando di lui 
    traccia in un graffio o vezzo o 
    segno d'usura. 
    Dimenticate anch'esse, saranno 
    riposte - 
    in qualche luogo dove si ripone 
    gli oggetti che alcuno mai 
    frequenta, 
    e forse un giorno ridate alla 
    gloria 
    d'un sole d'agosto; 
    e cercando nomi e segni, dirà 
    uno: 
    "guarda questo" e: "guarda 
    quest'altro",  
    sottovoce e crollando un poco il 
    capo 
    a perentorio epitaffio sulla sua 
    tomba  
    già usurpata, forse, 
    da più giovane morte, 
    la nostra... - 

    E di tutto il suo dolore non sarà 
    che "flatus vocis", emesso 
    così, 
    sovrapensiero,  
    con l'innocenza quasi seriosa, 
    di uno che è vivo in un sole glorioso... 
     
      
     
     
    QUASI SERENA 


    Posano il morto fra viali 
    ordinati 
    e gai di fiori, nel sole che 
    scava 
    d'ombre i volti dei Cristi, le 
    Pietà 
    che gli occhi volgono al cielo, 
    imploranti, 
    sempre a invocare, per colui 
    che muore, - 
    qualcosa che forse nessuno sa 
    dire. - 

    Adagio la mente si distilla nel 
    nulla  
    di questo silenzio innaturale, 
    s'incanta alla brezza dei 
    cipressi, si svelle 
    da ogni orpello terreno e vola - 
    ai volti ridenti delle 
    fotografie, - 
    in un tempo senza tempo a loro si 
    congiunge, 
    e ragiona con strane parole che 
    non suonano, 
    come sospesa in un luogo senza 
    luogo 
    dove il gesto ha la misura 
    solidale 
    di chi non conosce più il male, 
    né altro chiede che un lieve 
    immanere, 
    dissolto in quel sole buono e 
    leale 
    dei cimiteri... 

    Un ultimo gemito, un tonfo 
    di terra greve che bussa alla 
    bara, 
    poi esce il corteo verso l'ombra 
    del viale 
    e sciama, commentando, in vie 
    laterali. - 

    Qui invece è silenzio e piano 
    respira 
    un refolo di vento fra i cipressi 
    che svettano sottili - e come 
    passa 
    veloce il tempo, di qui fino alla 
    sera... 
     
      
     
     
    AUTUNNALE 


    Ottobre è il mese più saggio 
    dell'anno 
    nel suo quasi umano decadere,  
    lasciarsi a un improvviso riposo 
    come se nell'aria tersa d'un 
    mattino 
    a uno squillante ribrillare di 
    rugiada -
    volesse l'anima del mondo 
    ritrarsi in pace 
    in luogo chiuso a contemplare 
    dall'ombra la luce radente 
    che scava i monti, li rende 
    essenziali. 
    E l'erba e gli alberi screzia 
    con una lieve carezza. 

    Il dolore delle foglie crocchia 
    al passo 
    di chi va per quegli accesi 
    colori  
    meditando come medita l'ottobre 
    i giorni suoi di fronte 
    all'infinito, 
    e giovane si sente, morto, rinato 
    nel grembo delle cose e d'esse 
    intriso 
      

    mentre ritma il pulsare del 
    sangue 
    un altro pensiero, impreciso... 
     
      
     

    VESPERTINA 


    Il cielo inarca una groppa 
    vermiglia 
    nel tramonto invernale 
    un volo di corvi lento si staglia 
    in quel vuoto glaciale 
    e va a planare chissà dove 
    incerto e sghembo 
    dietro il profilo aguzzo d'un 
    crinale. 

    Vedo come una fede vacillare 
    in quei colori e nello sguardo 
    spento 
    che non li vede - d'uomini che 
    incontro 
    sulla mia via: uomini 
    e donne inviluppati in una triste 
    e banale vicenda invernale - 
    senza un guizzo di vita che la 
    redima 
    che la sospinga verso l'alto, 
    dalla china -
    d'un dolore sordo, d'un rancore 
    che dalla fronte dura e 
    aggrottata trasp are. -

    Sarà esistito mai un altro tempo 
    che davvero si viveva 
    in armonia con i corvi e coi 
    tramonti 
    senza troppe risa, troppi 
    tormenti, 

    o verrà forse quando l'avremo 
    creato noi l'essere perfetto 
    e positivo 
    generato in provetta e destinato 
    al paradiso: 
    trentamila genomi ben 
    congegnati 
    in perfetta armonia bioelettrica 
    e mentale - 
    con un tramonto ancora tutto da 
    capire... - 
     
      
     
     
    VOLARE 


    Sono una foglia staccata dal 
    ramo. 
    Il vento in alto a volte preme, a 
    volte 
    più non sorregge e precipito 
    a cuore morto contro i tetti 
    delle case. 
    Poi di nuovo più in alto mi scaglia 
    oltre ogni confine, ogni limite. 

    Sono il perpetuo moto diveniente 
    suo malgrado verso la quiete, 
    suo malgrado senza nulla fare, 
    nel pieno 
    bizzarro vento dell'autunno. 

    Ho escogitato un cielo 
    immobile, 
    truccato i dadi prima del 
    rilancio, 
    ed eccomi dipinto in un quadro 
    surreale 
    sospeso fra terra e cielo: 
    il profilo dei monti m'ingombra 
    la vista 
    in questo lento, bizzarro cadere. 

    Con un colpo di mano 
    ho ristrutturato la scena 
    cambiando le premesse, sogni 
    sognati per millenni ho 
    devastato; 

    e sono sveglio, gli occhi bene 
    aperti 
    e mille verità per i deserti 
    silenzi che mi seguiranno 
    dopo l'ultima planata 
    sull'asfalto. 
     
      
     
     
    GALAPAGOS 


    Non c'è più sole sull'arenile 
    non hanno più acqua gli dèi. 
    I delfini - 
    tremano in secca d'una febbre 
    nera - 
    l'iguana marina mendica un 
    respiro 
    all'occhio spietato della 
    telecamera 
    - ma tutto questo non ci turba 
    più che un sogno 
    un leggerissimo stridore nei 
    sensi - 
    uno fra i tanti bizzarrie eventi 
    d'una cronaca veloce e corsara. - 

    E intanto il mare mugghia al 
    maestrale 
    ogni molecola rimescola e ribolle 
    in quella falla aperta nel 
    costato 
    dal nostro dio più spietato - 
    colui 
    che l'ere ci rubò e la ragione 
    per insegnarci l'impossibile, 
    l'indecidibile stare dentro e 
    fuori 
    il mondo, sopra di lui volare... - 
     
      
     

    L'ULTIMO DIARIO DI DARWIN 


    Sarei potuto nascere iguana 
    innocente 
    scaldarmi al sole, asciugarmi al 
    vento 
    fresco del mare, o cuore 
    d'uccello sen za pensieri 
    sapiente vivere un giorno 
    infinito 
    un giorno soltanto dall'alba al 
    tramonto 
    senza conoscere tempo e senza 
    cura 
    di tempo - soltanto col mondo scambiare 
    un respiro, un segno che la 
    grazia  
    oscura della notte accolga in 
    pace; 

    ma sono nato a una strana paura 
    che mi separa dalle cose, mi 
    sveglia 
    nel silenzio e mi percuote - 
    con le note cupe d'un timpano 
    feroce 

    sono già nella battaglia 
    vincitore e vinto da me stesso 
    perfetto scisso prodotto 
    dell'evoluzione. 
     
      
     

    POESIA PER UN GATTO AGONIZZANTE 


    Non c'è più dignità nemmeno nella morte 
    la morte passa e non osa guardare 
    in volto la sua vittima; 
    la fa penare, la tortura 
    le corrode il respiro 
    goccia a goccia ne beve la sua vita 
    senza saperne lo sguardo 
    asettica e lontana come un dio filosofico 
    che non conosca il gioco e la virtù della follìa. 

    La morte in un bottone, in un mirino, 
    la morte in un boccone di veleno 
    lo spasmo di chi brama luce e invoca 
    debole miagolìo 
    da me l'impotente suo dio 
    una salvezza 
    o soltanto una carezza. 

    Dentro il mio cuore stasera 
    tutto l'orrore delle morti asettiche 
    dall'esplosione della bomba di Hiroshima 
    a quella inutile di un gatto avvelenato 
    randagio stremato dagli spasimi 
    stroncato da una cattiveria che riderebbe 
    di una poesia per un gatto agonizzante. - 
     
      
     

    PARABOLA 


    Su quella neve lasciammo 
    lo sfregio dei ramponi 
    che il vento ha ormai rimarginato 
    e specchi di ghiaccio graffiammo 
    con segni di piccozza 

    (o rocce che inani ci vedeste 
    salire e discendere - 
    nel breve da un'alba a un 
    tramonto, -
    a profanare il vostro eterno 
    e la sapienza ingenua dei 
    colloqui 
    fatti di silenzi e chiaroscuri 

    noi che da essi veniamo e 
    l'ignoto 
    tentiamo fino all'acme d'un grido 
    che si frange nell'eco 
    si perde...). 
     
      
     

    NELLA GRANDE PLACENTA 


    Me ne starei qui per ore 
    accoccolato 
    come stregato da lei 
    che scende lieve neve 
    sull'immobile 
    muto assentarsi dei sensi 
    fusi in quell'analgesica 
    placenta, 
    nell'attimo che infanzia e 
    maturità racchiude 
    in uno sguardo nuovo opaco che 
    prelude 
    a una sorta di risveglio pigro, 
    codardo, 
    che si arrende suo malgrado a 
    questo  
    concitato divenire che ci assale 
    in un globo solo d'echi spenti e 
    confusi 
    - che chiamano vita... 
     
      
     
     
    CLIMAX 


    Infine la vetta appare, aerea e 
    silenziosa 
    dopo un ritorto salire per 
    scoscesi 
    camminamenti, vegliati dal nulla 
    immobile dei precipizi 
    e il cuore balza in gola e si 
    delizia 
    ripieno di tutta quella luce, 

    che qui veniamo a cercare una 
    pace 
    di vento e di pietre, fuggendo 
    come penitenti il peccato che ci 
    attende 
    là in basso, nell'azzurrino mondo 
    che un poco nuovi ci vede al 
    ritorno, 
    un poco più assorti, come se 
    d'anima un lembo avessimo 
    lasciato 
    quale pegno al vento 
    - che lo disperda nell'infinito 
    altrove. 
     
     
     
     
     
     
     
     
     

     
    © La proprietà letteraria dei testi è di Gianmario Lucini