Sandro Montalto

 

LA RISCOSSA DELL’ESCREMENTO

 

   

 

 

 

Molte sono le cose decisamente sgradevoli che possono accadere sulla soglia di casa: può ad esempio accadere ad una piccola talpa di affacciarsi all'apertura della propria tana per controllare come tutte le sere se il sole è tramontato, e che una enorme cosa marrone le cada sulla testa. Così inizia Chi me l'ha fatta in testa? di Werner Holzwarth e Wolf Erlbruch (volume per bambini uscito in Germania nel 1989 ed uscito nel 1998 per Salani nella traduzione di Donatella Ziliotto), il cui personaggio principale, la talpa, se ne va in giro per tutte le successive tavole portando un escremento sulla testa come fosse un cappello, cercando di scoprire quale sia l'animale che l'ha così oltraggiata. Durante la sua indagine il piccolo animale ha la possibilità di imparare a riconoscere le cacche degli animali, che sono tanto diverse quanto i loro produttori, e dopo aver chiesto un consulto con le mosche (note esperte nel campo) scopre che il colpevole è un cane. A questo punto si vendica e torna ad infilarsi, felice e soddisfatta, nella sua tana.

I bambini, si sa, amano dire "cacca" ed emettere risatine, in quanto i loro genitori gli hanno insegnato che è una cosa da non dire (quale motivo migliore per dirla?) e gli hanno inculcato che corrisponde a quello che non si deve toccare: "non toccare quello: cacca!". Mi viene in mente una famosa barzelletta: in un vagone ferroviario ci sono un signore ed una donna con il suo bambino; la donna si assenta e ad un certo punto il bambino inizia a dire: "signore, cacca!"; il signore è imbarazzato; il bambino continua, sempre più allarmato, con il suo allarme: "signore, cacca, cacca!"; il signore, sempre più preoccupato, si chiede dove diavolo si sia cacciata la madre del piccolo; ad un certo punto una grossa valigia cade in testa al signore dal portabagagli del vagone; il bambino commenta: "glielo avevo detto che caccava!"

Se con il passare del tempo la parola "cacca" è sempre meno una parola in qualche modo speciale, non si può dire che stia perdendo incisività una parola come "merda", nonostante l'uso smodato, e quindi svalutante, che se ne fa oggi: come ricorda Nora Galli de' Pratesi nel bel libro Le brutte parole. Semantica dell'eufemismo (Mondadori 1969) per pudicizia e/o ipocrisia si preferiscono espressioni più "colte" ed evasive come "andare di corpo", "evacuare", "defecare", "digerire", tipico del sud Italia, oppure espressioni infantili come "fare pupù" o "fare popò". Uno degli insulti più diffusi e, pare, più gravi viene infatti proprio dalla scatologia: "stronzo!".

E' uscito nel 1998 un altro volume (intenzionalmente) dedicato agli escrementi: Cacas, volume persino lussuoso a cura della rivista Colors di Oliviero Toscani per la United Colors of Benetton (Leonardo Arte Editore). Nel libro troviamo una serie di 115 fotografie di cacche di animali, uomo compreso, oltre ad una sorprendente serie di testi in italiano e inglese sul tema. Le cacche, sapientemente fotografate e scontornate, sembrano costituire un museo il cui effetto generale è di eleganza e neutralità: il disgusto (questo sentimento consueto e rimosso analizzato da William I. Miller in Anatomia del disgusto) è lontanissimo. E' anzi il momento delle divertite quanto assolutamente serie escursioni nella cacca: si legga a tale proposito il volume (di cui attendiamo la traduzione) Merde - Escursione scientifica, culturale e storico-sociale nella coprologia di Ralph Lewin (edizioni Random House, 1999) sui rifiuti solidi umani, dei cani della prateria e delle vipere guatemalteche. Tale disgusto, come sottolineato da John G. Bourke (un allievo di Frazer) in Scatologic rites in All Nations pubblicato nel 1891, sarebbero un prodotto delle evoluzioni culturali recenti, anche se una studiosa come Mary Douglas in Purezza e pericolo (Il Mulino, 1998) afferma che la distinzione appunto fra purezza ed impurità è molto antica (e tale distinzione deriva a sua volta dall’interpretazione che una data civiltà assegna ai limiti del corpo: i nativi americani inorridivano vedendo gli europei che conservavano nei loro fazzoletti e nelle loro tasche il muco nasale!). Segnaliamo anche: Elena Massidda e D. Gatto, Le ceneri dell’organismo. Il disagio di una civiltà (Il Cerchio della Luna, Alpo-Verona 2002), un excursus, interessante anche se piuttosto confuso e confusionario, sui rapporti fra società umane ed escrementi, un lungo viaggio attraverso le deiezioni che si barcamena fra considerzioni pratiche o antropologiche, ragguagli medici e proiezioni simboliche (presso alcune popolazioni del Tibet lo sterco di vacca era usato come combustibile e come sostanza purificatrice).

Sta scritto all'inizio di Cacas: "E' giunto il momento di rendere omaggio alla merda". Stiamo parlando di quel nobile materiale che trova spazio anche nell'Ulisse di Joyce, quando Leopold Bloom è nel bagno di casa sua (quel luogo privatissimo che Boccaccio chiama “il luogo a seder”), teso, inquieto, fino a quando avverte con grande sollievo un "slackening of the bowels", un rilassarsi delle budella (curiosità: sul gabinetto si sta seduti, e in tedesco "stuhl" significa "sedia" ma anche, con una catena di traslati, "escrementi"); di quell'oggetto di scherno di cui parla fra i moltissimi anche Boccaccio; di ciò che Flaubert in Bouvard e Pécuchet (cap. III) chiama "le estreme conseguenze"; di quella cosa nominata dal generale Jacques-Etienne barone di Cambronne, gridando al cielo di Waterloo (come si sa la lingua francese ha una tendenza all'esclamazione principalmente scatologica, mentre quella italiana ha una tendenza decisamente sessuale, indipendentemente da recenti dubbi sulla reale paternità di tale celebre esclamazione forse dovuta in parte a Victor Hugo). Parliamo nientemeno di quella sostanza inscatolata nel 1961 da Pietro Manzoni ed esposta in vari musei; insomma, di quello che capovolgendo una nota affermazione forse è il denaro del Demonio. Così scrive Salvador Dalì (Diario di un genio, Serra e Riva, II edizione, Milano 1989) circa il proprio quadro Il gioco lugubre e le reazioni presso i surrealisti: «Quando Breton scoprì la mia pittura, mostrò di essere colpito dagli elementi scatologici che la maculavano. Ne fui sorpreso. Facevo il mio debutto nella m…, il che, dal punto divista della psicanalisi, avrebbe potuto in seguito essere interpretato come un felice presagio dell’oro che minacciava, per fortuna!, di cadermiaddosso. […] Inutilmente chiamai alla riscossa l’iconografia digestiva di tutte le epoche e di tutte le civiltà: la gallina dalle uova d’oro, il delirio intestinale di Danae, l’asino dagli escrementi dorati, non vollero darmi credito». E ancora, parliamo di quel materiale che ha ispirato tanti autori di canti goliardici: occorre forse rammentare canti come Nell'Arizona, 4 novembre 1966, T'ho visto o Se il mare fosse merda? Occorre forse citare il seguente noto divertimento, bambinesco e scanzonato? «Mi no me piase la merda squàquera / che tutto appicica / che tutto inzacchera. / Mi piase invece lo stronzo duro / che, tacà al muro, sta ritto in pié». 

Ne parla Flaubert in una discussione del 1831 su Corneille, ne parla Swift nel suo saggio sulle latrine… Ci permetteremo ora di tirare in ballo Freud, un po' di sfuggita, che di questa cacca e della funzione ad essa collegata ha più volte scritto, ad esempio nella sua prefazione all'edizione tedesca di Scatologic Rites of all Nations di John Gregory Bourke del 1891 (pubblicato in Italia in versione ridotta con il titolo Escrementi e civiltà), notevolissimo regesto di materiali folklorici, etnografici ed antropologici legati agli escrementi. Secondo Freud il bambino riassume nei primi due anni di vita le fluttuazioni dell'umanità di fronte al problema degli escrementi che si pose allorché l'uomo adottò la posizione eretta. Nell'infante non c'è traccia di vergogna verso le funzioni escretorie, anzi addirittura il bambino "ha un atteggiamento di grande interesse". L'educazione, poi, fa degli escrementi oggetti di vergogna e disgusto, tanto che la defecazione diventa un momento privatissimo (a questo proposito si legga Storia della merda di Dominique Laporte, tradotto in Italia nel 1979 da Multiphla edizioni), e sempre secondo Freud l'interesse primitivamente rivolto verso le feci si sposta verso altri oggetti, ad esempio il denaro: "denaro, sterco del Demonio!", come già accennato, si usa appunto dire. Una traccia ce la da anche Elias Canetti, nel suo straordinario Massa e potere (capitolo Afferrare e incorporare): "Anche prescindendo dal potente che sa concentrare tanto delle sue mani, il rapporto di ogni uomo con i suoi escrementi rientra nella sfera del potere. Nulla è appartenuto a un uomo più di ciò che si è trasformato in escremento. La pressione costante cui la preda divenuta cibo è sottoposta durante il suo peregrinare nel corpo, la sua dissoluzione, l'intimo vincolo che si stabilisce fra essa e chi la digerisce, la sparizione completa e definitiva dapprima di tutte le funzioni e poi di tutte le forme della sua precedente esistenza autonoma , la sua identificazione o assimilazione al corpo di chi la digerisce - tutto ciò rivela perfettamente il fondamentale, ma anche il più nascosto, meccanismo del potere. [...] Gli escrementi, che rimangono al termine del processo, sono carichi del nostro reato. Da essi si può capire che cosa abbiamo ucciso. Sono una concentrata raccolta di indizi contro di noi. [...] E' significativo che ci si isoli con essi. Ci si libera dei propri in locali particolari, che servono solo a ciò. [...] E' evidente che ci si vergogna dei propri. Essi sono il suggello primordiale di quel processo di potere della digestione, che si compie in segreto e che senza tale suggello rimane segreto". Groddeck in Il libro dell’Es scrive che ci si pulisce con cura, ci si lava appena possibile dopo ogni evacuazione, senza pensare che in ogni momento il nostro ventre è ripieno di quella sostanza disgustosa, chiama l’uomo “latrina ambulante” e gli dice in faccia che quanto più manifesta disgusto per gli escrementi tanto più considera sporca la propria anima.

La talpa con la cacca in testa, che magari sfoglia l'album delle fotografie delle cacche altrui, forse non distrugge un tabù, e forse è meglio così. Conosciamo lo stretto rapporto che anticamente intercorreva fra escremento e fertilità (umana e vegetale) e sappiamo come oggi questa nozione di fecondità sia stata sostituita dalla fortuna individuale. Sappiamo come nel carnevale, che è il mondo alla rovescia dove il potere viene sovvertito a tempo determinato (semel in anno licet insanire dice il proverbio, utilizzando lo pseudo-Seneca citato da sant'Agostino in De Civitate Dei, VI 10), la maschera manipolava l'escremento come mezzo di irrisione e rovesciamento della norma. Abbiamo letto nel noto e splendido libro Ritratto dell'artista da saltimbanco di Jean Starobinski (Bollati Boringhieri 1984) che quando l'ordine sociale si dissolve la figura trasgressiva del clown si attenua nell'immaginazione occidentale, ed il clown scende in strada e rappresenta noi stessi: "Non ci sono più limiti, dunque non c'è più infrazione. Rimane la derisione". Le cacche fotografate e disegnate, quindi, non infrangono alcun tabù: si mantengono nell'ammirevole (e peraltro niente affatto semplice) mondo della derisione. D'altra parte, come scrisse il folgorante Stanislaw J. Lec, "non ogni merda ha la fortuna di essere elevata in vecchiaia al rango di concime", ed ognuno si faccia i propri adattamenti. Nella "civiltà dell'ingiuria", ad esempio, l'aggressione verbale non è che la ripetizione di schemi vuoti e, come citava Italo Calvino, un linguista osservò che "oggi dire "inintelligente" è molto più offensivo che dire "stronzo"; neanche l'illustre tradizione delle metafore stercorarie sembra dare ali alla fantasia". Forse sopravvivono solo espressioni dal carattere più infantile e legato allo strascico di disgusto che nonostante tutto sopravvive: "Mangiare merda" è un modo di dire diffuso che ha illustri precedenti anche nella grafica: si veda il disegno dell'artista belga James Ensor (1860 - 1949) intitolato Alimentazione dottrinaria del 1889, nel quale alti prelati e sovrani defecano sulla folla che accoglie il prodotto a fauci spalancate (confrontare il catalogo della mostra tenuta a Lugano nel 1999 pubblicato da Skira). Escrementi e politica, dunque; escrementi come metodo di lotta, anche, come suggerito dal pittore Vladislav nel romanzo Odile di Raymond Queneau (Feltrinelli 2000): "Dobbiamo fare la rivoluzione con i mezzi più radicalmente infrapsichici e combattere il borghese con ciò che più gli ripugna: l'escremento". Molti poeti hanno usato questa materia nei loro versi, ma quasi sempre con compiacimento infantile; si legga la poesia C’è chi loda il letamaio di Nanni Balestrini (in Il pubblico del labirinto, Scheiwiller, Milano 1992): «qual è il segno culturale del nostro tempo / il bello di cattivo gusto / cioè la merda / le belle pubblicità di merda i bei abiti // di merda il bell’erotismo di merda / le belle barche di merda i bei romanzi / di merda il bel giornalismo di / i bei talk show di merda insomma // […] alla cultura del proprio tempo di merda / i compensi agli intelligenti perché producano / merda per i rozzi e volgari sono ottimi / e tutti più o meno ci siamo adeguati alla merda».

«E questo è l’inno / del corpo sciolto, / lo può cantare solo chi caca di molto», cantava in un’estasi di liberazione Roberto Benigni; gli fa eco Mina con la goliardica Ma che bontà: «Ma che bontà, ma che bontà, / ma che cos’è questa robina qua? / Cioccolato svizzero? / No? / Cacao della Bolivia? / No? / Ma cosa sarà mai questa robina qua? / Cacca??»; «Dai diamanti non nasce niente, / dal letame nascono i fior», come cantava Fabrizio de Andrè.

Esiste un rapporto fra scatologia ed escatologia? E anche, ad esempio: quanto i santi citano la merda? Nel Capitolo ventinovesimo dei Fioretti di San Francesco si racconta di frate Ruffino al quale il demonio apparve sotto forma di Crocefisso lodandone le virtù, e del consiglio di San Francesco a frate Ruffino: scacciarlo dicendogli «tu se’ dannato», e «apri la bocca: mo’ vi ti caco». Ma non divaghiamo: che ci sia un millenario legame fra escrementi e letteratura? Ogni buon lettore che faccia frequenti capatine in libreria direbbe istantaneamente di sì. Un recente volume intitolato Graffiti latini (BUR 1999) riporta alcune scritte rinvenute sui muri di Pompei, ed alcune delle più spassose stanno proprio là dove si andava ad evacuare (Marziale - Epigrammi XII 61 - parla di “carmina quae legunt cacantes”). Restando più o meno dalle parti del latino e della più o meno autentica attestazione di antiche attestazioni segnaliamo il titolo di un recente volumetto di Raul Karelia intitolato De merda. Annexis et coniunctis. Semantica dello stercoraro (Scipioni 2000; a cura di Gennaro Francione), vario florilegio, nonché, come epilogo e congedo, una iscrizione rinvenuta in un bagno pubblico lombardo, con reminiscenze della Scuola Sanitaria Salernitana (l'abbiamo letta in Parole in ritirata, pubblicato da Stampa Alternativa nel 1997 a cura di Mauro Pedretti) che merita una certa considerazione e lode, e con la quale ci congediamo: «Defecatio matutina / bona tamquam medicina. / Defecatio meridiana / neque bona neque sana».