Introduzione al pensiero del mito

A cura di G.  lucini


 

 




 

Introduzione

 

Il nostro comune modo di riflettere e pensare per concetti, che per comodità di definizione (pur nella incompletezza e non assoluto rigore di questa definizione) chiameremo d’ora in poi “pensiero razionale” o “logos”, non è l’unica forma possibile di pensiero e di interpretazione del mondo.   La forma del pensiero logico razionale, che è la forma del pensiero filosofico occidentale, non fu “trovata” nel linguaggio ma è un’invenzione straordinaria della civiltà greca del VI - V secolo a. C. , che cambiò il linguaggio stesso, adattandolo alla nuova invenzione.   Tuttavia gli uomini, anche prima della scoperta di questo nuovo modo di pensare “noetico”, certamente comunicavano, pensavano, ragionavano, cercavano e trovavano spiegazioni agli eventi e ai fatti della vita, e questo atteggiamento è appunto quello degli uomini vissuti (o che tutt’ora vivono, presso alcune culture) nella civiltà del mito. 

Il passaggio dal mito al lògos  non avviene in modo immediato, ma nel corso di un processo continuo e dialettico, progressivo.   La filosofia presocratica (che nasce intorno al VIº secolo) é la prima manifestazione di questo nuovo modo di pensare e, come tale, è in contrapposizione al mito, ma è però anche in riferimento al mito stesso, e molto più che come a un semplice termine di confronto.   Nell'ambito della cultura greca, questo riferimento non cessa mai, né l’invenzione del lògos significherà la morte del mito.   Infatti, abbiamo un periodo di forte influenza del mito prima del sesto secolo a. C. , un deciso affermarsi del lógos nel quinto e nel quarto secolo, un ritorno a riferimenti mitici nel terzo e secondo secolo A. C. : dunque, nel sostrato della cultura greca, le due forme di pensiero convivono, anzi, convivono tutt’oggi nella nostra cultura, seppur con riferimenti molto diversi ma con identità di forma di pensiero.   E questo odierno convivere del mito con il lògos non è soltanto riscontrabile nel pensiero delle comunità e dei popoli primitivi ancora superstiti, come prima si è scritto, ma nel nostro stesso simbolismo e nei nostri messaggi, e spesso il nostro pensiero anche quando è mitico vorrebbe accreditarsi come razionale.   Il nostro stesso linguaggio è denso di simbolismi di tipo mitologico: “il sole sorge” (non è il sole che “sorge”, ma la terra che ruota); “questo tratto di mare è pericoloso” (non è il mare che è pericoloso, ma la situazione creata dal navigante inesperto), ecc.   Il pensiero razionale infatti è pensiero che avanza la pretesa di reggersi da solo, di di-mostrare (mostrare con l’evidenza dell’argomentazione o con dati inoppugnabili) la sua veridicità, mentre l’antropomorfizzazione dei fenomeni naturali, che è uno dei molti esempi della nostra psicologia ancora impregnata di pensiero mitico (e forse è un bene), sostituisce alla legge fisica un riferimento antropomorfico, in definitiva un racconto, un’immagine che racconta se stessa, per certi versi come accade nella poesia. 

Il significato del termine "mito" deriva dal termine greco mython (pronunciato con "u" lombarda).   Vediamo prima di tutto, nell’esposizione di questa sommaria digressione, cosa significhi questo termine, non soltanto basandosi su fonti antiche ma anche alla luce degli studi contemporanei.   Il mito infatti per prima cosa deve essere inquadrato in quel contesto culturale dove ha svolto un ruolo ed é stato vissuto nella sua originalitá, nel suo carattere proprio: non è possibile soltanto conoscerlo come ci è stato tramandato, senza riferirlo a un contesto culturale preciso, poiché nel nostro contesto ormai non svolge nessuna funzione ed é decaduto.   Ma per inquadrarlo nel suo ambiente naturale, ci siamo arrivati con lo studio dei contemporanei, poiché dopo la decadenza del mito, la filosofia non si preoccupò mai più, se non forse dall’ultimo Schelling in poi, di capire la forma di questo pensiero.    L’errore che alcuni studiosi di mitologia, ad esempio il Frazer (che ha scritto uno studio ancora molto diffuso, Il ramo d’oro) hanno commesso, è proprio quello di voler giudicare il pensiero mitico partendo dalle categorie del pensiero logico, e quindi compiendo un’operazione di decontestualizzazione  Perciò, cercheremo di ricostruire per grandi linee, la sensibilità e la mentalità di quel periodo di tempo che intercorre a partire dalla cultura mesopotamica fino alla fine della cultura greca classica (dal III millennio a. C.  al II - III secolo d. C. ).  Vedremo poi come si esprime il mito, i caratteri, le categorie del pensiero mitico, i caratteri fondamentali attraverso i quali il mito rappresenta la realtà (rappresentazione non intesa però in senso filosofico e non scientifico, ossia non dimostrazione della realtà e delle sue leggi, ma racconto, resoconto di fatti che spiegano il perché la realtà è quello che è).   Esamineremo, in altre brevi sessioni collegate a questa introduzione, alcuni fra i miti più famosi, tenendo come riferimento centrale l'opera di Esiodo, confrontandola con alcuni miti delle civiltà mesopotamica e fenicia.  Il valore dei miti mesopotamici é rilevante, anche per il loro carattere sapienziale e per il tentativo di rispondere ad interrogativi esistenziali dell'uomo.   Lo studio del mito infatti si rivela interessante perché è proprio da lì che prende le mosse la filosofia, che nelle sue prime manifestazioni assume come proprie alcune categorie del mito.   Introduzione alla mitologia, in questo senso, può essere anche vista come introduzione alla storia della filosofia, perché non avrebbe senso, a nostro avviso, iniziare lo studio delle idee filosofiche (disegno che Poiein tenta di delineare), senza questo fondamentale riferimento, che spiega in parte alcune fondamentali linee della filosofia greca. 

Il filo conduttore di questa esposizione va dunque ricercato nella ricostruzione, per quanto possibile, di ciò che accadde nel corso di quei secoli, di come con gradualità si sia passati da una interpretazione del mondo basato sul racconto mitico, a un’interpretazione basata sul pensiero razionale. 

     

Il termine mython in Omero viene riportato parecchie volte ma, come del resto in tutta la cultura greca, con diversità di significati, a seconda del contesto in cui viene usata.   Nei poemi omerici invece non incontriamo se non due volte il termine "lógos".   Questo accade perché in Omero, molti significati tipici del lógos sono assunti dal racconto vero, il mython 

Secondo gli studiosi di etimologia, mython deriva dalla radice MUTH, indoeuropea, che si riferisce al significato di "pensiero".   Infatti, in Omero, mythos significa pensiero, ma anche la parola nella quale il pensiero é espresso: non soltanto il suono della parola ma anche il pensiero contenuto nella parola, nel senso di racconto, esposizione, significato. 
    

Proprio perché il termine significa "pensiero", esprime anche l'annuncio di un fatto, un racconto può essere vero o falso.   Significa anche: "ció che si dice intorno a", ció che viene detto, e dunque anche la fama che si crea attorno a una persona o a un avvenimento.   Oppure può esprimere anche "intenzione", progetto, calcolo. 

Nella lingua attica invece, a partire dal VI secolo, il termine assume progressivamente un altro significato, come contrapposizione al significato di lògos.  Assume dunque anche il significato di "racconto falso" o di "leggenda" o di "fantasia", ma anche (in Platone) il significato di "racconto intorno agli déi", narrazione di eventi divini, primordiali, espressione fantastica.   E’ dunque il sesto secolo, quello nel quale questa contrapposizione fra mito e logos comincia a delinearsi, anche nel linguaggio comune – e di conseguenza nella mentalità comune. 

Nel lessico bizantino del X secolo d. C. , mythos viene inteso come "discorso ingannevole” che ha il compito di rappresentare per immagini la verità, ma in quel contesto il mito é ormai decaduto totalmente, pur conservando l'impronta del significato originario.   Questa definizione però raccoglie in qualche modo tutta la concezione che il mondo greco ha avuto del mito: “falso" o "ingannevole" sta ad indicare infatti, senza attribuzione di significato spregiativo, che é stato superato dalla verità scientifica, che non è in grado di difendere e rendere evidenti i suoi argomenti davanti alla capacità riflessiva della mente. 
   

Infine, nella nostra cultura, l’ambivalenza del significato permane, a seconda che il termine venga usato in un contesto di studio o nel linguaggio parlato: possiamo infatti parlare di “mito metropolitano” o di “mito dell’eterna giovinezza”o dire di qualcuno che è “mitico”, ma anche ammirare i miti antichi come racconti straordinari e pieni di senso.   Alcuni studiosi, ad esempio Freud col suo “Complesso di Edipo”, si sono ispirati e si ispirano tutt’oggi al mito, ovviamente servendosi delle categorie del pensiero razionale e non di quelle del pensiero mitico. 

   

    

Caratteristica delle culture mitiche

           (Fonte: Mircea Eliade, “Mito e realtà”, Borla)

Il nostro secolo conserva ancora, fortunatamente, alcune civiltà primitive la cui cultura è quella caratteristica del mito.   Il pensiero mitico antico (non solo greco), presentava caratteri molto simili a quelli di queste culture, come dimostrano i confronti con i reperti archeologici, i frammenti di opere letterarie, le tradizioni che sono giunte sino a noi da quei tempi.  

Il mito è però una realtà culturale estremamente complessa, che può essere analizzata e interpretata in prospettive complementari e molteplici.   Esso narra una storia sacra, si riferisce ad un avvenimento che ha avuto luogo nel tempo primordiale, il tempo senza tempo delle "origini".   Spiega come, grazie alle gesta degli Dei, una certa realtà sia venuta ad esistenza: è quindi la narrazione di una creazione, di un’origine.   Narra l'irruzione del sacro nel mondo, e quindi la spiegazione di come il mondo possa essere così come è oggi.   E' una storia vera, perché si riferisce sempre a particolari realtà: la realtà che ci circonda è infatti lì per provarlo; ciò che ora è, è la spiegazione di come tutto questo sia avvenuto in origine.  

Le gesta dei protagonisti del mito diventano allora il modello delle attività umane, il modello per le attività più significative: alimentazione, matrimonio, educazione, arte, guerra, saggezza, ecc.  [1])

I primitivi distinguono le storie vere da quelle false, a seconda del contesto al quale si riferiscono.   Le storie false sono le favole che non riguardano l'uomo e la sua esistenza, oppure l'origine del cosmo.   Le storie false spiegano ad esempio perché un animale ha certe abitudini piuttosto che altre.   Non si riferiscono a qualcosa di esistenziale per l'uomo.   Le storie false si possono raccontare, i miti invece si recitano ritualmente, e spesso solo in particolari occasioni e solo da chi ne conosce il senso, il valore esoterico.   Il mito infatti provoca la reincarnazione degli eroi "qui ed ora" o il ripetersi dell'avvenimento primordiale.   Recitare il mito è dunque possedere, nel senso più pieno, la chiave dell’origine e poterla usare per ricreare la realtà ex novo

Gli avvenimenti primordiali che il mito racconta, sono dunque quegli avvenimenti che fecero in modo che l'uomo sia come oggi è: mortale, sessuato, sociale, costretto a lavorare, a vivere secondo regole particolari.   Tutto esiste perché gli Esseri Soprannaturali lo hanno voluto, così com'è.   E' così perché in illo tempore [2]) è accaduto qualcosa che ha fatto in modo che così fosse.   Il mito è dunque per l'uomo arcaico una questione importantissima, esistenziale e insieme religiosa, mentre le favole hanno più o meno la stessa funzione che hanno per l’uomo contemporaneo.   Noi ci spieghiamo storicamente il perché della nostra condizione sociale, politica, ecc.   I primitivi se lo spiegavano miticamente, riferendolo all'origine, in un tempo non cronologico ma qualitativo, fuori dal tempo cronologico, di altra natura.   Quello che avvenne allora, lo si può far rivivere di nuovo ritualizzandolo.  Il rito ha dunque forza rievocativa, fa in modo che ciò che è accaduto all’origine accada di nuovo, provocando gli stessi effetti.   Per inciso, “rito” deriva esso stesso da “aritmos”, che significa misura, dalla radice indoeuropea “rtam”, appunto perché il rito ha scansione ciclica, che serve a misurare questo tempo qualitativo.   La storia narrata dal mito costituisce anche una conoscenza esoterica, non solo perché spesso è segreta e viene trasmessa nel corso di un’iniziazione, ma anche perché questa conoscenza è tutelata da una potenza magico-religiosa.   Conoscere l'origine dell'oggetto, significa acquistare su di esso un potere magico, grazie al quale si riesce a dominarlo, moltiplicarlo, riprodurlo.   Ma non si può compiere un rituale se non se ne conosce l'origine, cioé il mito che nel rito si celebra, così come è stato stabilito per la prima volta, e come è accaduto all’inizio di questo ciclo rituale;

    

Se non si sa da dove viene la danza

non se ne deve parlare.

Se si ignora l'origine della danza

Non si può danzare.

  

Vivendo i miti si esce dal tempo profano, cronologico e ci si immette in un tempo qualitativamente differente, un tempo "sacro", che è collocabile nello stesso tempo qualitativo primordiale,  fuori e diverso dal tempo cronologico. 

In sintesi, il mito presenta questa struttura:

1)        E' la storia delle gesta degli Dei;

2)        E' una storia vera e sacra;

3)        Riferendosi a una creazione diventa paradigma del comportamento umano; 
4)        Conoscendo il significato del mito, si padroneggiano le cose;

5)        Si vive il mito sempre in uno stato di esaltazione mistico-religiosa. 

Non è quindi una commemorazione quella del mito, ma una ripetizione dell'esperienza primordiale, fermando in qualche modo il tempo per riportarsi fuori dal tempo cronologico, in un tempo qualitativamente diverso.   Il mito assolve a una funzione importante: esprime, rafforza, codifica le credenze, salvaguarda i principi morali e li impone, garantisce l'efficacia delle cerimonie e offre regole pratiche di convivenza e di comportamento.   Il riferimento è a una realtà più grande e più ricca di senso da quella vissuta al momento, una realtà alla quale guardare per ricostruire un’armonia che si infrange e riparare la naturale corruzione operata dal tempo e dagli avvenimenti. 

 

La funzione culturale del mito per i popoli antichi

 

Il mito dunque, per i popoli antichi, rappresenta il ritorno alle origini, il ripristino delle condizioni iniziali di armonia cosmica, la rammemorazione di avvenimenti primordiali, la loro ripetizione nel “qui ed ora” tramite il rito (che ha sempre carattere mistico-magico).  

Il mito però, parallelamente, ha anche una funzione culturale.   Platone è il primo filosofo che mette in evidenza questo aspetto.   Egli infatti polemizzò nelle sue opere contro la poesia (i miti erano raccontati in forma poetica e, a quel tempo, quasi la totalità di produzione poetica era produzione mitica e rituale), non certo perché fosse contrario alla poesia in quanto arte.   Anzi, in alcuni suoi passi, come ad esempio nel Fedro, egli rivaluta sia il ruolo del mito che quello della poesia, dimostrandosi fine conoscitore della materia e amante della poesia; egli stesso d’altra parte era un eccezionale scrittore dotato di uno stile molto raffinato.   L’avversione di Platone per la poesia e il mito era l’avversione per una cultura che tramite queste forme veniva tramandata e veniva accettata acriticamente dai greci senza più essere rivisitata nel suo senso.   A ben vedere, più una critica a chi usava impropriamente il mito e la poesia, e non al mito stesso e alla poesia.   Questa accettazione acritica impediva, di fatto, lo sviluppo del pensiero critico e il permanere in una tradizione paga di sé e di un sapere statico.   Gli antichi infatti erano molto ossequiosi verso la tradizione.   Ad esempio, presso gli antichi (e non solo, ma anche presso i medioevali), quanto più un’opera letteraria era antica, quanto più era venerabile e degna di fede, tanto che alcuni autori attribuivano le loro opere ad altri, già consacrati dalla tradizione, per poterle diffondere (una specie di “Copyright” all’incontrario).  

A nostro avviso, col “senno di poi”, ci sentiamo di dire che Platone certamente errava, perché non è certo l’uso del linguaggio di un certo tipo che garantisce la razionalità e la criticità di un pensiero: è possibilissimo che dietro una parvenza di criticità o addirittura di “scientificità” si nasconda un atteggiamento e un ritualismo di tipo mitico e magico, così come è possibile (e purtroppo accade) che per mezzo del linguaggio poetico certuni non facciano altro che descrivere particolari atteggiamenti, comportamenti, eventi empirici che andrebbero meglio descritti in prosa.   Ma questa è polemica che riguarda altri campi, come la critica letteraria o l’estetica o l’epistemologia.   A noi interessa quello che di vero e di accettabile c’è nella polemica di Platone, che cioé, di fatto, il mito assolveva per quei popoli la funzione di trasmissione di un patrimonio culturale.   Ma questo non è un male, anzi è una funzione indispensabile allo stesso sopravvivere della conoscenza, poiché essa non nasce dal nulla ma da una precedente esperienza che altri hanno fatto prima di noi.   D’altra parte è risaputo che non solo i greci ma anche altri popoli antichi, ad esempio gli Ebrei, trasmettevano la loro cultura verbalmente ed apprendevano a memoria i racconti tradizionali con il preciso scopo di salvaguardare un’identità culturale che li distinguesse dagli altri popoli.   E tale atteggiamento si è conservato, presso gli ebrei, anche dopo l’avvento della scrittura e permane tutt’oggi.   Così per gli arabi, che imparano a memoria, recitandoli con particolare ritualità, interi brani del Corano.  

Fatto sta che la posizione di Platone ha anche una parte di ragione.   Infatti questo speciale apprendere cadenzato dal ritmo, dal respiro, dal fraseggio particolare dei versi poetici, reso così trasfigurato dalla loro musicalità e dalla loro bellezza, svolgeva di fatto un ruolo contrario alle intenzioni del filosofo, poiché dava forza di verità a concetti senza doverli passare al vaglio della razionalità: in questo modo l’attività noetica del pensiero veniva meno.   Non si faceva cultura viva, ma cultura da parata.  La bellezza del verso, insomma, non sempre esprime correttezza di pensiero: o ancora, per esprimere la razionalità la poesia non è la forma letteraria idonea.   Se io dico: le Erinni inseguono e tormentano Oreste, dico qualcosa di molto diverso che “Oreste soffre perché si sente costretto a risolvere una situazione paradossale”.   Nel primo caso ho un sapere acritico: le Erinni sono le dee della vendetta, protettrici delle facoltà materne e dunque la mia spiegazione del disagio di Oreste si ferma ad un racconto che non può essere verificato, anche se rende conto del disagio di Oreste.   Nel secondo caso assumo la valenza psicologica di termini come “soffrire” o “situazione paradossale” e la mia spiegazione del fenomeno parte dall’interno, per così dire, del fenomeno stesso e poggia su una conoscenza e una scienza umana che è mutuata dall’esperienza e dalla riflessione critica.   Questo è il punto.   Platone dunque intendeva prendersela con questo aspetto, che a lui stava a cuore e non certamente col mito.  

Così ad esempio il mito babilonese direbbe che il sole, Samas, sorge e tramonta perché così Marduk, il re degli Dei, ha deciso nella sua somma saggezza in modo da dare ordine al mondo e alle cose.   Ma ovviamente questa spiegazione non ci dice nulla che noi possiamo criticare e sperimentare.   In questo senso dunque, nell’accettare il racconto mitico e confrontarlo alla verità scientifica tout court, sta l’errore (errore molto comune ad esempio nell’esegesi biblica anche in tempi non molto lontani dal nostro). 

Dunque il mito ha svolto anche questa funzione culturale, che comunque non era intenzionale nella sua forma costitutiva, né presso i greci né presso gli Ebrei o presso altri.   Caso mai l’intenzionalità era da cercare in chi, esplicitamente, cominciò ad usare il mito in questo senso, per istruire le classi colte.   Ma questo esula dalla nostra analisi, anche se di fatto le due cose potrebbero intrecciarsi (che cioè vi siano dei miti appositamente costruiti per tramandare un sapere, una legge, un potere, un qualcosa che non fosse la celebrazione rituale di un evento primordiale e divino). 

 

Caratteristiche del mondo spirituale delle culture mitiche

 

I popoli primitivi si caratterizzano anche per un’organizzazione sociale diversa dalla cultura del lògos.   Anche qui i primitivi contemporanei ci aiutano a comprendere meglio come eravamo prima che, parallelamente all’evoluzione del lògos nascesse la “politica” moderna. 
    

La società primitiva è infatti organizzata gerarchicamente, a piramide, secondo lo schema qui riportato:

   

  

Lo schema, elaborato dall’antropologo Mario Lunghi, mostra il rapporto fra collocazione sociale dell’uomo primitivo e concezione cosmogonica.   Il sacerdote e lo sciamano sono le figure in stretto rapporto con la potenza del “mana”, che emana direttamente dall’Essere Supremo e viene trasmessa all’uomo attraverso il rapporto con gli antenati e gli spiriti della natura.   L’artista ha una funzione sacra, poiché è l’interprete del sentimento religioso della comunità.   Ha quindi rilevanza sociale e la sua arte non è semplice creazione individuale, come nella nostra cultura, ma deve rientrare in schemi interpretativi ben comprensibili da tutti, per:

“rendere visibile l’invisibile”, ossia rappresentare una realtà mitica condivisa dalla comunità;

 creare una sede concreta per la presenza del divino evocata dall’immagine o dal rito che si avvale dell’immagine artistica;

rendere reale l’Entità rappresentata nelle sue caratteristiche simboliche: a prescindere dal verismo iconico della rappresentazione ciò che conta è il simbolo, l’elemento che dà senso e fa identificare senza ambiguità l’Entità raffigurata.  

Per assolvere a questo compito l’artista si prepara tecnicamente ma anche spiritualmente, con un lungo tirocinio (si pensi ad esempio ai rituali del saindpainting presso i Navajo).   Usa le sostanze e i materiali che esprimono i poteri o le caratteristiche dell’Entità rappresentata, usa anche tecniche e simbolismi conosciuti da tutti i componenti la comunità.   La sua arte esprime visivamente l’intuizione e la percezione della realtà in termini simbolici.   E’ pertanto, nell’ambito delle società primitive, assieme allo sciamano o allo stregone, il depositario della cultura del popolo. 

Capo della società primitiva è il Re-sacro, a diretto contatto con l’Entità suprema, il tramite fra questa e il popolo, discendente diretto degli antenati mitici, e quindi vicino alla fonte del “mana” (l’eros vitale, la forza della vita) che su di lui viene elargito.   E’ un capo politico e religioso insieme. 

Il “mana” non è soltanto eros, vitalità, ma anche una forza misteriosa, che può essere trasmessa per contatto anche tramite oggetti o attraverso evocazioni rituali.   Attraverso la magia bianca il Re sacro favorisce le forze positive della natura e neutralizza i malefici che turbano l’ordine stabilito dall’Essere supremo.  

La “magia” invece è la forza che tiene unite le cose, l’energia invisibile del mondo fisico che può essere dominata da alcuni uomini straordinari (stregoni) e finalizzata a vantaggi di parte o a malefìci.   La sua caratteristica, è la rottura di un equilibrio primordiale per vantaggi particolari.   Può essere “bianca”, se usata positivamente (ad esempio nei rituali di guarigione) o “nera” se usata negativamente.   Lo sciamano infine è un individuo in grado di compiere i “voli estatici” nel mondo degli spiriti e della natura, per conoscerne i segreti (dicerie di sciamanesimo si riferiscono anche ad alcuni filosofi presocratici, ad esempio Pitagora). 

 

 

Le categorie del pensiero mitico

           Traccia: E.  Cassirer, “Filosofia delle forme simboliche”, vol.  II, La Nuova Italia, 1964

 

Nella seriazione di cause ed effetti, il pensiero attribuisce una posizione particolare ad ogni singolo fenomeno, in virtù della quale ogni fenomeno si distingue dagli altri ed è con essi in relazione, una relazione che si fonda su nessi di distinzione logica e connessione logica.   Anche il mito aspira a questa unità di relazione nell'universo, e per giungervi procede per ben determinate vie.   Persino nelle concezioni magiche si possono chiaramente indicare certe caratteristiche che rinviano a una specie di ordine, a una futura organizzazione di queste forze.   Con il decadere della cultura del mito, la comprensione del pensiero mitico fu compromessa alla filosofia, divenne sempre meno possibile una filosofia della mitologia,, perché il pensiero filosofico tendeva ad attribuire al mito non una funzione di necessità, ma semplicemente lo status di racconto, di volta in volta secondo schemi diversi; ma non riusciva mai a spiegarlo come autonoma facoltà formatrice della coscienza, e dunque ad attribuire a questo racconto la dignità di fondamento di una visione del mondo.   Già nel quinto secolo Platone ironizza sui tentativi interpretativi dei sofisti, che vedevano il pensiero mitico come una sorta di allegoria che preparava l’avvento del pensiero filosofico, o come contenuto immaginativo al quale solo la razionalità poteva dare una spiegazione.   Un semplice involucro dunque, che conteneva un’altra cosa.   Così l’interpretazione evemeristica, che considera il mito un involucro della storia, o quella fisicistica, che ne fa una specie di spiegazione primitiva della natura.   Tutte queste interpretazioni compiono un’opera riduzionistica nei riguardi del mito, negando il valore che esso ha per la coscienza.   La filosofia del mito inizia invece quando si riconosce, con Schelling [3]), il valore di necessità del pensiero mitico. 

  

Se il pensiero filosofico, per spiegare la realtà, cerca di collegare elementi chiaramente distinti, per mezzo di nessi causali [4]), il pensiero mitico fa in definitiva coincidere ciò che mette in relazione.   Il pensiero razionale mette in relazione identità diverse, nel mito invece ciò che sta in relazione a qualcosa è parte di quella natura.   La forma di questa coincidenza, si muove entro alcune categorie. 

  

Categoria della quantità.   Il pensiero mitico non traccia una linea di confine fra un tutto e le parti: la parte infatti rappresenta il tutto (concezione olistica della realtà).   Nel Genesi ad esempio si parla di “costola” di Adamo, per significare l’identità di natura uomo-donna.   Unità e molteplicità sono ambedue elementi necessari e correlati.   E' il principio dell'identità della parte col tutto quello che il pensiero mitico riconosce.   Da qui anche la struttura della visione totemica del mondo.   Il totem non rappresenta il centro del mondo, ma è il centro del mondo perché delimita un’area protettiva oltre la quale sta il caos, l’incertezza, gli spiriti e i demoni.   Diventa quindi, non solo come potremmo intenderlo noi, un simbolo o una rappresentazione, ma anche l’evento dell’ordine originario ricreato nel qui ed ora ed agente a tutti gli effetti.   Poco importa se si sono altri totem o se ci sono tanti santuari di Apollo: ognuno di essi è la dimora del dio in una sua manifestazione. 
 

  

Anche per la qualità abbiamo il medesimo principio.  L'alchimia e l'astrologia trovano spiegazione in questo principio della qualità di una parte che è qualità del tutto.   Se qualcosa è positivo, tutto ciò che sta in relazione a quella cosa deve avere carattere positivo.   Ogni qualità rappresenta il tutto di una cosa elementare.   Possedere le armi di un guerriero, significa avere a disposizione le sue virtù guerriere, poter ripetere ciò che quelle armi hanno fatto.   L’arco di Ulisse non può essere usato da altri, perché Ulisse non è ancora vinto e solo la forza fisica ma anche morale (se si può usare questo termine) di Ulisse può tenderlo. 

  

Né può esservi distinzione fra interno ed esterno.   Il mondo interiore può essere proiettato all’esterno, in una sorta di azione onnipotente dell’Io.   La coscienza razionale conosce il concetto di “psicologia” o di ”anima”, ma non così ilo mito.  La pioggia ad esempio può essere comandata, se si prende un elemento della pioggia e lo si possiede, estendendo così il dominio dell’Io sulla qualità dell’oggetto olisticamente concepito.   In questa logica anche le categorie e i generi non hanno ragione di esistere.   Diventa quindi soggetto attivo colui che, in definitiva, ordina il mondo ritualmente.   In ogni esemplare di un genere o di una specie si ritrova il genere medesimo e la specie. 

  

Il pensiero mitico non può essere inteso come "pensiero", ma come intuizione che si cala nel linguaggio discorsivo, una verità che si manifesta per identità con se stessa, senza bisogno della mediazione speculativa.   Inutile quindi cercare nelle mitologie una "spiegazione" degli eventi, quasi che il mito si sia preoccupato di capire prima gli eventi e poi camuffarne il significato nei discorsi.   Possiamo certo parlare genericamente di "sapienzialità", ma non di scienza.   Il mito intuisce una verità, ma non è capace di spiegarla (o neppure si pone il problema di spiegare, di argomentare), e affida questa interpretazione a un racconto che viene recepito dall'ascoltatore ed elaborato in una forma personale fortemente orientata dalla cultura comunitaria.   Quello che conta è suscitare un mondo rappresentativo capace di acquisire autorevolezza di verità in chi ascolta, esprimendolo con i sentimenti comuni.   E bisognava attribuire agli Dei il fatto intuito, per dare validità e sacralità all’affermazione (con l’autorità della rivelazione divina).   Ogni essere, ogni accadere, viene proiettato nell'antitesi fra sacro e profano, acquistando un significato che gli deriva da questa "luce" sotto la quale il mito lo pone.   E’, in un certo senso, la concordanza delle intuizioni che dà autorità di verità al mito e alimenta il sentimento che il racconto mitico sia la verità originaria: non ci si pone il problema di dimostrare nulla. 

  

Tutte le forme mitiche, per quanto variamente si configurano, e si innalzino spiritualmente, rimangono condizionate in qualche modo da questa concezione primaria.   Ma per dare un senso al tutto, occorre dare forma a tre categorie di pensiero, quelle di Spazio, tempo e numero.   Senza questi strumenti non è possibile ordinare il tutto, ordinare il mondo in uno schema di senso.   Questa costruzione della visione del mondo è evidente nell'astrologia, il cui motivo più genuino scende in profondità nella coscienza mitica. 

A una suddivisione dello spazio e del tempo la coscienza mitica perviene non già fissando in stabili concetti quanto vi è di incerto nei fenomeni sensibili, bensì introducendo anche nell'essere spaziale e temporale la sua antitesi specifica: il "sacro" e il "profano" (luoghi sacri, momenti e periodi sacri, numeri sacri). 

 

Lo spazio mitico occupa una posizione intermedia fra lo spazio della percezione sensibile, lo spazio della conoscenza pura e lo spazio dell'intuizione geometrica.   Essendo concreto, questo spazio non può essere intuito come infinito

Lo spazio matematico è uno spazio astratto, "pensato", calcolato, non intuito.   Il teorema di Euclide è puro pensiero, calcolo: non esiste nella realtà sensibile, ma si colloca come norma, come legge, come funzione logica dei rapporti fra spazi, per calcolare ogni spazio che presenti determinate caratteristiche; non è dunque lo spazio, ma la sua norma.   La percezione non conosce l'infinito ed è quindi legata a un certo spazio sensibile.   Nello spazio geometrico, ciascun elemento non si distingue dall'altro, ma abbiamo solo delle semplici coordinate che stabiliscono dei nessi. .   Ogni punto di questo spazio, ha una funzione logica, sta in relazione secondo nessi, al rimanente spazio. 

Nello spazio sensibile invece, ogni elemento ha una sua unica e irripetibile fisionomia.   Lo spazio mitico è affine alla percezione, ha un contenuto che lo distingue dallo spazio geometrico: è, in quanto riempito di questo contenuto sensibile-individuale o intuitivo.   Ha un proprio accento, come lo spazio fisiologico (destra, sinistra, avanti, dietro), che è significativo e risale sempre alla fondamentale distinzione fra sacro e profano, fra essere ordinario ed essere straordinario.  

Una tale divisione è evidente nella concezione totemica.   Lo spazio viene munito di uno specifico contrassegno totemico, acquistando un valore qualitativo.   Solo in relazione al totem ciascun essere viene ad avere una posizione specifica e ad occupare il posto che gli Dei gli hanno assegnato (es.  presso gli indiani Zuñi - settentrione, meridione, occidente, oriente, inferiore, superiore e infine il centro del mondo).   Al nord appartiene l'aria, al sud il fuoco, ad oriente la terra, all'occidente l'acqua, ecc.   Se c’è un dio del fuoco, per ipotesi, non risiederà al Nord, ma al Sud, perché quello è lo spazio abbinato al fuoco.  

Anche le parti del corpo sono in riferimento allo spazio strutturato dal mito totemico, come vi sono associati animali, colori, stagioni: in questo modo le cose che sono eterogenee si trovano in un certo contatto reciproco.   Ogni essere acquista una sua fisionomia simbolica in relazione a tutto questo e sta in relazione ad altri esseri a seconda di questa appartenenza categoriale.   La mediazione spaziale conduce a una mediazione fra loro, alla connessione di tutte le differenze in un grande tutto, un mitico piano che fonda il mondo.   Un ordine quindi, non di tipo quantitativo e misurabile, ma di tipo qualitativo.   E' un rapporto di immanenza che, scoperto dall'intuizione mitica, serve a spiegare il mondo.   Ogni nesso dello spazio mitico poggia infine su questa identità originaria.  

Così, nell'ora di nascita dell'uomo è racchiusa la totalità della vita e il divenire si spiega come qualcosa di esistente e come il dispiegarsi di esso.   La concezione astrologica dell'azione ha come visione ultima questa visione mitica che l'astrologia ha reso addirittura sistematica.   E’ una concezione collegata alla concreta posizione dei corpi celesti nello spazio.   Nessun essere e nessun accadimento può quindi slegarsi dalla fatalità del tutto. 

Nasce dalla delimitazione dello spazio il tempio, che significa appunto "luogo delimitato".   E da lì nasce il concetto di misura, di delimitazione dei campi, ad esempio nell'antica Roma, che attribuiva il concetto di misurazione dei terreni allo stesso Giove (e, anticipiamo, il concetto di misura, reso astratto da una unità di misura, ad esempio il denaro, sarà una delle manifestazioni del pensiero razionale). 

  

Concezione del tempo.   Il vero mito però nasce, non solo se l'intuizione dell'universo e delle sue singole  parti si risolve nelle forme di demoni e Dei, ma allorché a queste forme si attribuisce una nascita, un divenire, una vita nel tempo.   Solo dove c'è una storia di Dei abbiamo a che fare col mito.   Va attribuita più importanza alla parola "storia" che alla parola "Dei".   Solo attraverso la storia, il racconto, il Dio viene costituito, viene cioè distinto da una totalità complessa di forze impersonali della natura e contrapposto ad esse come un Ente a se stante.   E’ il racconto intorno al dio che crea il dio stesso: senza racconto non c’è divinità.   Il vero carattere dell'essere mitico si presenta solo come essere all'origine.   Un determinato contenuto, solo per il fatto di essere collocato nel tempo delle origini, appare ed è giustificato come sacro.   Il tempo è la forma originaria di giustificazione del sacro ed è per questo, come prima si diceva, che gli antichi avevano molta venerazione per la tradizione.   Un evento si considera "spiegato" non appena venga ricollegato ad un evento verificatosi una volta in illo tempore e venga mostrata quindi la sua genesi mitica.   Il passato stesso non ha alcun "perché": è esso stesso il "perché" delle cose.   Il pensiero filosofico dibatterà molto invece il problema dell’arché, che il mito non si pone come problema, perché non conoscendo le categorie di interno vs/ esterno, non non si pone, come il pensiero razionale, in contrapposizione all’oggetto (genenstand, come dicono i filosofi tedeschi). 

  

Un rigido confine separa il presente empirico dal passato mitico, conferendo loro un carattere proprio e non permutabile.   Ogni orientamento nel tempo presuppone un orientamento nello spazio.  

E' l'alternanza della luce e dell'oscurità, del giorno e della notte, ciò su cui si fonda la primitiva intuizione dello spazio, come la primitiva intuizione del tempo.   Così come lo spazio è qualitativo, anche il tempo lo è.   Non vi è infatti scansione o successione cronologica ma durata uniforme.   Vi sono forme cronologiche caratterizzate dall'attività religiosa dell'uomo, legata ai riti di iniziazione, della fertilità, dei passaggi critici negli stadi evolutivi, nascita, morte, gravidanza, matrimonio, sono tutti questi elementi a cui si riferisce la "datazione" del tempo.   Ma si tratta di una datazione fissa, ciclica, ripetitiva come il rito, non lineare come il tempo del calendario.   Vi è un tempo cosmico e in un certo qual modo un tempo biologico, un alterno procedere della vita, ritmicamente diviso. 

L'alternarsi del giorno e della notte, delle stagioni, degli eventi che si ripetono nel tempo, sono visti dalla mentalità mitica come aspetti qualitativi in riferimento alla vita dell'uomo.   Il mito quindi non riconosce né un tempo matematico né un tempo storico, né una cronologia.   La magia trasferisce anche nel tempo la sua concezione "simpatica" delle cose, della pars pro toto.   Il nunc magico è carico di passato e gravido di futuro.   Si volge alla totalità dell'essere e dell'accadere ed è pervaso dalla contemplazione di questa totalità. 
    

Il passaggio dal mito al lògos si ha quando, da questa concezione nasce l'idea di leggi (nòmos) che dominano e governano l'universo, quando gli astri non vengono venerati come semplici corpi che splendono ma presi come misure del tempo, in cui si coglie il corso e la regola dell'intero divenire.   Solo concepito in questa maniera, come fato, il tempo mitico diventa una vera potenza cosmica, una forza che vincola non solo l'uomo, ma anche gli Dei.   Marduk, dopo la vittoria su Tiamat, istituisce i segni dello zodiaco, costruisce salde barriere perché nessuno dei giorni possa deviare o perdersi. 

Grazie alla concezione omogenea del tempo, raggiunta con la fisica e la matematica, si arriverà alla quantificazione del tempo.   Il tempo così nei suoi singoli momenti, non solo viene messo in rapporto con il concetto di numero, ma sembra risolversi interamente in esso. 

Vi è da dire che la concezione mitica di spazio e di tempo, così come quella di numero, non cessano al comparire del lògos, ma perdurano e formano talvolta importanti basi teoretiche su cui si svolge il pensiero di tutti i presocratici, ma anche di tutta la filosofia occidentale.   Elementi di siffatta concezione, certamente rimaneggiati alla luce della logica e delle conoscenze fisiche e matematiche, perdurano anche nella concezione dell'uomo comune, dimostrando che il mito è una forma di intuizione che non è opposta alla razionalità.   E, forse, che l’uomo è prima di tutto un animale simbolico, come dice il Cassirer in un suo libro, e che tale è la sua ontologia. 

  

Il numero mitico è legato ad ogni singola cosa numerabile e rimane legata all'intuizione di essa.   I diversi numeri appaiono non semplicemente quali formazioni uniformi, ma variamente differenziate e aventi in sé, in certo qual modo, sfumature diverse.   Il mito, non conosce nulla di ideale, neppure il numero.   Dove due cose sono uguali per numero, vuol dire che hanno una comunanza sostanziale, oggettiva, di "natura".   Sotto l'aspetto mitico è la medesima cosa.   E' un sistema generale dove ogni numero ha la sua propria essenza, la sua propria individuale natura e forza.   Il numero penetra ogni cosa e fa in modo che gli esseri partecipino gli uni degli altri.   Esso diventa quindi strumento del simbolismo religioso e magico, circonfondendo di un'aura magica tutto ciò che è in rapporto con lui. 
  

Anche il passaggio dal numero magico al numero della scienza teoretica è avvenuto molto lentamente.   I pitagorici ad esempio si trovano in posizione intermedia.   Anche all'epoca del rinascimento troviamo forme ibride.   Esiste ancor oggi, anche se fu più popolare in passato, tutta una concezione teosofica del numero, una disciplina detta numerologia che serviva per la divinazione.   E, se consideriamo la cultura popolare, il numero ha ancor oggi una funzione magica o scaramantica.   Ogni numero può diventare oggetto di attenzione mitica e venerazione: il numero 7, che esprime la perfezione (il mese lunario diviso 4, che è il numero della stabilità), così il numero 9 che più anticamente aveva le stesse caratteristiche, ecc.   Anche ai multipli dei numeri fondamentali vengono attribuiti particolari caratteristiche. 

Al numero compete la funzione che i pitagorici attribuiscono all'armonia, che opera come il vincolo magico, che non tanto collega le cose fra loro, quanto piuttosto le accorda nell'intimo dell'anima. 
  

                      

Avvicinarsi alla lettura dei miti classici antichi
    

(Fonte: Lezione del Prof.  Aldo Bonetti, Università Cattolica Brescia, a. a.  1992-93)
   

Il Prof.  Bonetti non ha visionato questi appunti e quindi eventuali imprecisioni non debbono essere imputate alla qualità del suo alto - insegnamento.   Il medesimo rilievo vale per altri riferimenti al medesimo filosofo, che saranno di seguito prodotti. 

  

Abbiamo definito il mito come "discorso vero", non il frutto di una ricerca o di una indagine personale intorno alla realtà, ma discorso che viene accettato per la sua autorevolezza, attraverso la tradizione religiosa e sociale di una certa società.   Il mito allora non é l'espressione di una ricerca che il soggetto pone, ma un racconto ritenuto vero e accolto dalla struttura sociale.   É un racconto che trae autorevolezza, in ultima analisi, dagli Dei stessi, perché essi lo hanno dettato.   L’inizio della "Teogonia" di Esiodo lo dice chiaramente:
   

  

Esse [le Muse] una volta insegnarono a Esiodo un canto bello

mentre pasceva gli armenti sotto il divino Elicone;

questo discorso, per primo, a me rivolsero le dee, . . .

                                               (Esiodo, Teogonia,  vv.  22-25)

   

Quindi sono le Muse che consegnano il racconto delle generazioni degli Dei a Esiodo: egli quindi avverte che il suo lavoro non è il frutto di una indagine intorno al problema di Dio, ma una vera e propria rivelazione degli stessi dei.   Questo capita anche nel momento del passaggio fra mito e filosofia: il grande Parmenide ad esempio, all’inizio del suo poema filosofico dichiara che una Dea direttamente gli ha dettato quel testo.   Ed è così per il filosofo Eraclito: la tradizione narra che egli, dopo aver terminato la sua opera (di cui purtroppo abbiamo pochi frammenti), la presentasse al tempio di un Dio, quasi per consacrarla.   Il poeta si fa dunque soltanto portatore, divulgatore di questa verità che viene direttamente dagli Dei.   Un analogo atteggiamento lo possiamo osservare, anche se lì il racconto è storico e non mitico, nel racconto dei testi evangelici.   Vedremo che la speculazione filosofica si caratterizza invece proprio per la facoltà di giudizio del soggetto conoscente a prescindere dall’origine divina della verità.    Il mito viene accolto nella cultura e nella tradizione di un popolo, ma é difficile stabilirne l'origine temporale.   La maggior parte dei miti risalgono alla notte dei tempi, sono tradizioni orali e quindi abbiamo diverse versioni del medesimo mito.   Troviamo però i miti greci già fissati in modo univoco negli scritti di Omero (VIII - VII sec. ) e di Esiodo, poi nelle tragedie greche del V secolo, poiché i greci conoscevano la scrittura ed erano un popolo straordinariamente attento alla trasmissione della cultura. 

Abbiamo detto anche di un passo di Parmenide, che ancora in un certo senso é avvolto in un'atmosfera mitica, laddove dice di aver ricevuto i suoi insegnamenti da una Dea.   Ma vi è però da precisare che la Dea della verità dice a Parmenide: "ascoltala quello che ti dico, ma giudica tu, (usa il verbo krinein, il verbo greco dal quale deriva ad esempio il termine critica e il verbo criticare) col tuo giudizio, seguendo la legge del pensiero.   Ancora, abbiamo visto che il mito ci parla della realtà delle origini, di quegli avvenimenti che sono a fondamento poi della storia dell'uomo.  

Ma di realtà sacra e divina si tratta.   Al Mito quasi non interessa la storia dell'uomo, anche se vi è la consepevolezza che l’uomo ha bisogno di questa storia e che nel mito trova in un certo senso delle risposte.   Non interessa neppure la conoscenza di quella realtà che noi possiamo indagare attraverso l'esercizio della ragione.   É, la sua, una storia che viene dal profondo passato, dalla realtà delle origini.

  

Negli avvenimenti che il mito narra, troviamo una profonda carica di affettività, il cantore del mito e coloro che ascoltano il mito, non lo accolgono come una "qualsiasi conoscenza" della realtà o una curiosità, anche se poi si tratta sempre di conoscenza, in ultima analisi.   Tutto ciò che é visto o sentito nel mito é circondato da una profonda atmosfera di gioia o di dolore, di angoscia, di depressione, di esultanza (si veda E.  Cassirer, "Saggio sull'uomo", Longanesi)..

Qui non possiamo parlare di cose come se fossero costituite da una materia morta o indifferente.   Gli stessi oggetti sono benigni o maligni, familiari o spiacevoli, attraenti o repellenti.   Il Mito allora viene conosciuto non solo attraverso l'attività conoscitiva ma anche con un coinvolgimento affettivo ed emotivo.   Il rapporto affettivo é fra il soggetto che narra, chi ascolta e il contenuto del Mito.

Un secondo carattere fondamentale della forma mitica é questo: il mito rimanda sempre al mondo delle immagini concrete, al mondo della raffigurazione sensibile, non pensa mai la realtà nei suoi aspetti astratti-universali.   Per rappresentare questi aspetti, usa le immagini, li personifica.   Non dice "l'eroe ha paura", ma "la Dea della paura si è impossessata dell'eroe" o qualcosa del genere.   Non é capace di spiegare che cos'è la paura; o meglio, la spiega ma non é capace di rappresentarla se non per immagini.   Non riesce a esprimere il sentimento se non personificandolo, oppure ricorrendo a una metafora collegata a una realtà sensibile per rappresentare la realtà non sensibile.   Non c’è amore senza Venere o sonno senza Morfeo o arte senza Apollo o altri analoghi dei, a seconda poi delle sfumature di questi sentimenti.   Usiamo ancora noi oggi un modo simile di esprimerci, a esempio quando diciamo "avere una buona testa" per dire di uno che é intelligente, colto, ecc.

  

G. B.  Vico nella sua "Scienza nuova" dice che gli uomini primitivi non avevano una conoscenza astratta e razionale ma creavano per rappresentare queste realtà i "concetti universali fantastici", per esempio personificando la realtà e rappresentandola con strumenti sensibili.   Ora, non é che il mito non rappresenti l'universale, anzi va abbastanza vicino a quello che sarà poi il compito che si assumerà l'indagine razionale, però non é in grado di farlo se non ricorrendo alle metafore riferite al mondo sensibile, alle personificazioni, rendendo concrete le impressioni di quelle realtà.   Solo il pensiero filosofico riuscirá poi a trovare la forma linguistica adatta per esprimere i concetti astratti.   Per esprimere la bellezza, il filosofo non usa l'immagine di Venere, ma il termine tó kalón.   Nel lògos si trova quindi una forma linguistica per esprimere un concetto astratto.   Mai accade questo nel Mito.   Non é che non si conosca il termine kalón, ma non si concepisce l'idea di sganciarsi dall'immagine concreta.

  

Il Mito ci dà una conoscenza paradigmatica della realtà.   Non si preoccupa tanto di connessioni, leggi, ecc.  ma di rappresentare quali sono i modelli secondo cui noi possiamo spiegare e giustificare la realtà.   Il Mondo é fatto così perché Zeus l'ha ordinato in questo modo.   Non fa la psicologia della paura, ma dice che la Dea della paura possiede un uomo.   Crea dei modelli, dei paradigmi e c'é sempre questa visione del modello costantemente presente, che viene poi ripresa, in forma completamente diversa, ad esempio da Platone e dalla sua scuola.   Plotino per esempio dice che il culmine della conoscenza lo si ha quando noi raccontiamo la realtà conosciuta con certi modelli ideali che conosciamo, che la conoscenza intellettuale della bellezza di un oggetto, la possediamo quando noi lo raccontiamo come un modello ideale di bellezza.   E' sempre una concezione di tipo normativo, non più mitica, ma simile.   Secondo Aristotele invece, non si conosce più riferendosi a un modello, ma ponendo le connessioni fino ad arrivare alle cause che hanno prodotto un certo effetto.

 

Il mito non é soltanto rappresentazione carica di vita affettiva, come abbiamo visto, ma anche azione, é un'esperienza globale.   Conoscere il mito é anche recitare il mito.   E' il vivere nel Mito gli avvenimenti che sono narrati.   Significa renderli di nuovo presenti e acquistare potere sugli oggetti che il racconto mitico contiene.   Abbiamo un forte rimando su questo concetto, in quello che può essere la celebrazione della Messa nella nostra liturgia.   Noi non recitiamo solo le preghiere della Messa, ma riviviamo tutta una serie di fatti attraverso atti simbolici, colori dei paramenti, gesti, parole, ri-rappresentando simbolicamente la realtà originaria.   Questo é presente anche nel Mito.   Questa é l'atmosfera della celebrazione del mito.

  

Un'altra caratteristica della coscienza mitica, é che si pone di fronte alla natura considerandola una realtà viva e operante, come un insieme di forze viventi, individuali, personali.   Non come qualche cosa di distinto dalla natura umana, ma qualcosa di cui l'umanità, l'uomo singolo, fa parte, con una vitalità simile a quella dell'uomo.   Noi siamo invece abituati a considerare la natura come qualcosa a parte, al di fuori di noi e talvolta contro di noi.   Nessuno pensa che le piante e gli animali abbiano sentimenti simili a quelli degli uomini.   La siccità, vissuta da noi non é come per i Babilonesi.   Essi la rappresentavano, nel racconto di Gilgamesh, come il toro celeste che col suo fiato rovente disseccava le messi.   La natura quindi é una forza viva e le sue manifestazioni sono causate da esseri vivi.   E' concepita così, senza intenzionalità particolare.   E viceversa, le esperienze umane vengono inserite nel cosmo e nel suo ordine.   Ciò che l’uomo fa è sempre in relazione a queste forze vive.   Non c'é nel Mito distinzione fra mondo della Natura e Mondo dell'Uomo.

 

Il Mito concepisce tutte le forze della natura come dominate da una forza superiore.   Chi legge i poemi di Omero può pensare che questi eroi compiano gesti e imprese individuali, ma non è così.   Il mondo mitico vede ovunque la presenza della divinità, ogni aspetto della vita dell'uomo é guidato dalla divinità.   Non c'é amore se non é presente Afrodite, non c'é coraggio se non é presente Marte o ispirazione poetica se non c'é Apollo.   E’ una visione profondamente religiosa, di "immanenza" della realtà.   Questo non significa che l'uomo sia una marionetta in mano alla divinità, ma che si trova in un ambito di cooperazione con la Divinità.   Si tratta nel caso del mito, di un divino immanente nella natura, un divino che fa parte della natura, si colloca sempre nel medesimo ciclo della natura.

 

Ancora sulle categorie del Mito
  

                       (Fonte: Lezione del Prof.  A.  Bonetti, U. C.  Brescia, a. a.  1993-94)
  

 

C'é nel mito una conoscenza di causalità, spazio, tempo?

Il mito non riconosce un nesso causale negli avvenimenti, esprimibile da una Legge.   La causalità é concepita antropomorficamente, per esempio da Esiodo nella sua Teognonia, sul modello dell'agire umano.   Esiodo smentisce la tesi che nel mito la vita naturale sia governata da un processo caotico senza un ordine.   La "teogonia" spiega come le leggi naturali siano frutto di un intervento degli Dei, e quindi abbiano un ordinamento e una connessione agli avvenimenti.   Il processo di generazione degli Dei stabilisce un ordine, e in genere la casualità é vista come libera azione dell'uomo.   Nell'Iliade, quando la peste infuria sul campo degli Achei, ci si chiede quale agire l'abbia provocata, la divinità che sia stata offesa, il responsabile che ha scatenato un Dio e la sua vendetta.   Viene interrogato Calcante che indica la causa nel comportamento di Agamennone che insultò Crise, sacerdote di Apollo, di cui aveva fatta schiava la figlia Criseide:

    

né d'obblïati sacrifici il Dio

né di voti si duol, ma dell'oltraggio

che al sacerdote fe' poc'anzi Atride,

che francargli la figlia ed accettarne

il riscatto negò.  La colpa è questa

onde cotante ne diè strette, ed altre

l'arcier divino ne darà; né pria

ritrarrà dal castigo la man grave,

che si rimandi la fatal donzella

non redenta né compra al padre amato,

e si spedisca un'ecatombe a Crisa. 

(Il. , I, 124 -133 vers.  di.  Vincenzo Monti)

 

La ricerca della causa é demandata all'indovino, senza analisi alcuna del reale, ma solo preconcettualmente affidandosi al senso del governo della causalità antropomorfico, provocata da un comportamento umano (in questo caso) con una conseguente reazione divina.

   

La relazione fra causa ed effetto é quindi dal mito attribuita casualmente, secondo parametri del tutto istintuali, dettati dal profondo ancora legato al magico e al primordiale, senza alcun riferimento a elementi razionali (anche se qui interviene l'azione divinatoria che é di natura magica ma ricondotta al mito - Apollo, Dio della divinazione).   Stabilire connessioni e cause nel mondo mitico non é quindi facile, perché manca l'elemento analitico e la ricerca della causalità viene affidata a un evento concomitante, senza connessione logica.   Si cerca una responsabilità più che un nesso.   E' vero che era stato offeso il sacerdote di Apollo e che dopo questa offesa era scoppiata la peste, ma non si poteva imputare a questo l'evento stesso della peste che, noi sappiamo deriva da ben altri fattori. 

   

Un'altra grande categoria della visione mitica della realtà riguarda la concezione dello spazio.   La concezione dello spazio non é quello della fisica, ovviamente.   Si può parlare invece di uniformità nello spazio geometrico.   Gli elementi dello spazio mitico sono semplici riferimenti, determinazioni di posizione, ma non contengono alcun riferimento assoluto.   Nella nostra concezione spaziale, un punto é determinato da due coordinate ed é in un riferimento relativo rispetto ad altri punti.   Nella concezione mitica ogni punto é un punto e basta.   Prevale la concezione qualitativa dello spazio, prescindendo dalla posizione.   Ogni punto dello spazio ha una sua realtà ed é quindi sempre al centro.  

Il "colle primordiale" ad esempio, si trova in ogni tempio dedicato alla creazione.   Mentre per noi, ad esempio, il giardino dell'Eden é collocato (idealmente nel racconto biblico) alla confluenza fra Tigri ed Eufrate, ed é un luogo solo, irripetibile, per il mito non valeva tanto il riferimento spaziale, quanto il riferimento qualitativo.   Lo spazio quindi è contenitore qualitativo.   In questo ordine spaziale viene inserita la visione mitica.   Presso altre popolazioni, ad esempio gli indiani Zuñi, lo spazio é diviso in 7 parti: EST, OVEST, SUD, NORD, ZENIT, NADIR e CENTRO, in riferimento al soggetto, e ad ogni regione viene abbinato simbolicamente un colore, un animale, ecc. ; tutta la visione del mondo per quanto riguarda lo spazio viene quindi caricata di molti valori simbolici, qualitativi.   Per il mito vi é una visione analoga, che contiene diverse caratteristiche.

  

La terza categoria il tempo viene considerata nel mondo mitico con un concetto nettamente opposto a quello scientifico.  Noi viviamo in un presente, abbiamo avuto un passato ed andiamo verso un futuro.   Il nostro tempo diviene nella scansione di momenti sempre uguali, misurabili.   Il tempo mitico é il Crónos, dove esiste un prima e un poi indefinibili.   Il tempo in cui avvengono gli avvenimenti mitici é fuori dal tempo.   Apollo si muove non al tempo della peste nel campo dei greci, ma soprattutto si muove in un tempo simbolico, qualitativamente determinato.   Una vaga idea di questo tempo é contenuta ancora nell'anno liturgico cristiano, con la scansione di periodi legati a concetti religiosi, avvenimenti non sempre storici (es.  l'Avvento) o poco legati alla storia degli avvenimenti ma fortemente connessi al senso degli avvenimenti, alla loro qualità.

   

I miti preomerici

La conoscenza che noi abbiamo della mitologia antica, prima dei poemi omerici e dell’opera di Esiodo, è frammentaria e in gran parte riportata da autori posteriori.   Omero ed Esiodo infatti raccolsero e inserirono nelle loro opere molti racconti mitici popolari, ma i singoli racconti, tradizionalmente fioriti presso varie popolazioni della Grecia, andarono perduti e soltanto gli studiosi posteriori dell’antichità ne raccolsero qualche testimonianza citandola nelle loro opere.   Da qui i frammenti, talora brevissimi, che noi abbiamo ad esempio sui miti dionisiaci e di Apollo, sui misteri orfici ed eleusini, i miti iperborei, ecc.   La conoscenza di questi racconti ci aiuta a capire quale fosse la cultura greca e in particolar modo il nesso che esiste fra mito e filosofia, ossia renderci ragione di come una cultura con quelle caratteristiche sia arrivata, quasi “naturalmente”, nella sua evoluzione, al pensiero razionale.   Partiremo quindi da alcune notizie sul mito della creazione presso le popolazioni “pelasgiche”, ossia le popolazioni pre elleniche dal 3 millennio al 1200 a. C.  circa.   Ci serviremo inoltre, per questa breve analisi (che elaboreremo però staccata da questa traccia, e che riporteremo su un altro numero di Poiein) di alcuni riferimenti sommari desunti da testi che citeremo, anche dell’opera dello studioso Giorgio Colli, che in un suo libro intitolato La sapienza greca (Adelphi), ha commentato e criticato filologicamente alcuni frammenti poetici giunti sino a noi. 

   

Dal mito al lògos

Assistiamo a un progressivo tramonto del mito, intorno ai primi secoli dopo Cristo.   Notiamo l’allontanamento da un racconto che non viene più creduto e l'affermazione della strutturazione del pensiero razionale che si manifesta proprio come esercizio delle capacità speculative dell'uomo, indipendentemente da ogni racconto e tradizione.   Tutto questo svolgimento si accentua sempre di più fino intorno ai primi secoli dell'era cristiana.   Non solo per l'avvento del cristianesimo, ma anche per il sorgere concomitante di diverse forme religiose, sembra che il mito perda il sopravvento.   La speculazione filosofica accoglie in sé il mito, cerca di farsi interprete del mito, si rifà talvolta ancora al mito, ma solo per cercare altri modi di esemplificare la verità intorno al mondo, formulando delle teorie sul mondo.  

Abbiamo allora nei secoli dal VI a. C.  fino al II / III secolo d. C. , un progressivo affermarsi della speculazione filosofica come espressione dell'attività conoscitiva dell'uomo fondata sulle stesse capacità umane senza ricorso al mito, in polemica contro il mito.   Il mito viene interpretato ma viene svalutato.   Intorno al II secolo il mito riprende di nuovo il sopravvento.   Questo il quadro a grandi linee.  

Sappiamo però che il mito è sempre presente, sia come oggetto di critica (con la mentalità speculativa) acquistando coscienza della sua natura, ma sappiamo che anche nella speculazione filosofica il mito rimane a lungo, non scompare subito.   Vedremo che soprattutto la speculazione presocratica, che molti sono gli elementi mitici che rimangono nella speculazione filosofica.   Non si potrebbe capire ad esempio il pensiero dei fisici ionici, se non si entrasse in quest'ottica. 

 

NOTE  


[1] )      Troviamo che il meccanismo del “ritorno alle origini”, enunciato da Mircea Eliade, non sia soltanto una caratteristica del pensiero mitico o della civiltà del mito, ma anche nella nostra civiltà e anche in contesti di forte razionalità.   Anche per noi il mito assolve a una funzione ben precisa ed è, come meccanismo, ben presente nella psicologia individuale e collettiva.   Il prof.  Vittorio Cigoli, dell’Università Cattolica di Milano, mi raccontava che nel corso di una ricerca, ha notato che in un contesto organizzativo, ad alto contenuto razionale (nella fattispecie, un reparto di psichiatria di un ospedale pubblico), allorché vi è sentore di crisi e le ansie dei soggetti si scatenano, i comportamenti psicologici sono simili ai comportamenti dell’uomo del pensiero mitico.   Anche in quel caso infatti vi è un “ritorno alle origini”, il tentare di far rivivere, attraverso il ricordo (caricato di significati che probabilmente sono enfatizzati nella mente dei soggetti) ciò che sta per morire: la discussione diventa allora, fra i soggetti interessati, simile a un rito magico propiziatorio, dove il rito assolve alla medesima funzione del rituale mitico-magico.

[2] )           Vedremo in seguito che questo illo tempore non ha nulla a che fare col tempo cronologico, trattandosi di un tempo qualitativo.

[3] )           Nell’opera Filosofia della mitologia

[4] )           Si pensi al sillogismo: se A=B, e se B=C, ne consegue che A=C