Il
passaggio dal mito al lògos
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Il primo problema che ci si pone a proposito della genesi della speculazione è questo: la filosofia, quella che Aristotele nella Metafisica chiama “filosofia”, sorge nel VII secolo come un qualcosa di nuovo o invece si svolge con una sua originalità ma in riferimento alla mentalità mitica, sviluppandone certi aspetti fondamentali? Qui si dibattono due scuole di interpreti, ma ormai una sembra prevalere.
Una interpretazione che prevaleva fino a 40 / 50 anni fa e diceva che la filosofia nasce per la prima volta in Grecia e nasce con la rottura piena rispetto alla mentalità mitica, in contrapposizione rigida. Ci sarebbe un cominciamento assoluto nella filosofia. I presocratici non proseguono, svolgono o razionalizzano il mito, ma si costituiscono come unità complementare nella storia del pensiero. Noi conosciamo l'atto di nascita di questa contrapposizione: è il pensiero di Talete, che non fa più riferimento a una Teogonia. Cerca di giustificare il cosmo non ricorrendo al mito ma in un certo ragionamento o in esperienze fondamentali. E' la tesi sostenuta da molti altri studiosi del primo ‘900, che poggia anche sul fatto che Aristotele, da parte sua, distingueva i teologi dai filosofi.
Un'altra interpretazione sostiene l’esistenza di una continuità fra il mito e la speculazione filosofica, tesi che oggi è prevalente ed è stata sostenuta per la prima volta da uno studioso inglese nel 1926, il Cornford. Questa continuità che non escluderebbe la novità rispetto al pensiero mitico, ma nel permanere di forti analogie. Non è discontinuo il pensiero filosofico da quello mitico, come argomenta Jean Pierre Vernand, (Mito e pensiero presso i Greci). Il Vernand richiama proprio quella parte iniziale del poema di Esiodo, quella che descrive il caos e la genesi primordiale. Se noi ci riferiamo alla prima filosofia greca, per esempio ad Anassimandro, vediamo che Anassimandro non ha fatto altro che prendere lo schema di Esiodo. Anch'egli cerca un inizio, un principio e anche lui pone questo principio nell'àpeiron, non altro che la trascrizione, nel linguaggio suo, del caos esiodeo. Da questo àpeiron, come dal Caos, si sono distinte tutte le altre cose, per contrapposizione. Ecco allora che in Esiodo dal Caos originario, da questa divinità che in parte rappresenta una realtà fisica, nascono questi Dei, così come in Anassimandro dall'àpeiron nascono le coppie primordiali di opposti.
Ancora, noi sappiamo che per Anassimandro il mondo viene costituito dal rapporto fra queste coppie, da una successione, esattamente come nel mito le divinità primordiali si uniscono fra di loro, generano altre divinità e popolano il cosmo. Sostiene di conseguenza questo studioso, che non è vero che la speculazione filosofica si stacchi del tutto dal mito: ne riprende certe strutture ma con una novità, che esamineremo nella parte dedicata ai pensatori ionici.
Questa, in sintesi, l’analogia di struttura fra il mito e la prima speculazione filosofica. Nel pensare filosoficamente il cosmo, si riprende dunque la struttura del mito.
Come ho già sottolineato nel discorso sul mito, il passaggio
dal mito al lògos fu un evento lento e graduale, che interessò certamente
l’arco di alcuni secoli, in maniera discontinua, con veloci tappe e
rallentamenti. Gli studiosi non sanno
ancora con precisione quale evento fu determinante per questo passaggio che,
vale la pena sottolinearlo, rappresenta non soltanto un fatto culturale, ma IL
fatto culturale determinante per lo sviluppo della civiltà occidentale (e, per
molte ripercussioni, non solo occidentale).
Passaggio dal pensiero mitico al pensiero logico significa infatti,
passaggio dalla concezione magica alla concezione scientifica. Certo, si tratta all’inizio di una scienza
molto diversa da come noi la intendiamo, che a sua volta è frutto di una
successiva e radicale rivoluzione iniziata dagli empiristi e perfezionata da
Galileo e Keplero.
Gli studiosi sono peraltro d’accordo, oggi, che la filosofia fu un’invenzione dei greci. Ipotesi di una sua derivazione da contatti con civiltà orientali, come quella indiana, sostenute da alcuni studiosi nel XIX secolo, sono oggi non più accolte e considerate prive di fondamento. Anche se analogie possono essere riscontrate, è peraltro chiaro che nessuno dei popoli coevi o più antichi dei greci ebbero chiaro il concetto di lògos, ossia di pensiero capace di riflettere su se stesso, di riconoscersi come autonomo dal mondo, e in un certo senso contrapposto all’”oggetto-mondo”. I greci invece acquisirono dai popoli coevi, ad esempio gli egizi, alcune abilità particolari, come la misurazione dello spazio o il calcolo aritmetico, ma si trattava di metodi di misurazione di carattere molto pratico anche se efficaci (si pensi alle piramidi), che gli egizi non furono in grado di concettualizzare in una teoria, come fecero ad esempio Pitagora, Archimede, Talete, Euclide. Il teorema di Euclide infatti astrae dalla realtà una regola generale capace di spiegare infiniti casi analoghi, il metodo di misurazione degli spazi per costruire le piramidi adottato dagli egizi invece, non ci dice nulla di regole ma si esaurisce in un comportamento pratico.
Ancora gli Egizi credevano che la terra galleggiasse sull’acqua, e così anche Talete, ma con la sostanziale differenza che la credenza degli egizi non chiedeva una spiegazione, perché era una credenza mitico religiosa; Talete invece giunge a questa conclusione facendo delle ipotesi, a loro volta scaturite da una ricerca (historya), uno studio scientifico del mondo basato sull’osservazione e sulla deduzione di leggi universali. Il pensiero mitico intuisce e racconta, il pensiero razionale fa delle ipotesi basandosi su elementi dell’osservazione empirica.
Il mito dunque spiegava, certo, ma senza preoccuparsi di verificare i riscontri di quanto spiegato nella realtà, il lògos invece, pur riconoscendo questa sapienza del mito (Platone ad esempio fu un profondo estimatore del mito), fonda l’autorità del suo sapere sulla ragione, sulla spiegazione – appunto – logica dei fenomeni.
Ora, non è pensabile che il passaggio da uno all’altro modo di pensare sia avvenuto come una specie di miracolo, nel VII secolo avanti Cristo, con i primi pensatori jonici. La radicale differenza fra i due modi di pensare infatti, investe ogni aspetto non soltanto della vita culturale, ma anche della vita sociale, del modo di organizzarsi politicamente, del modo di intendere la vita in comune, o il perenne interrogativo “chi siamo e dove andiamo”. Gli studiosi sono pertanto attenti anche a questi aspetti, riconoscendo in essi il segno di un diverso modo di pensare, basato sull’astrazione. Ad esempio l’uso della moneta e il passaggio dall’economia di scambio a quella della moneta (lento anch’esso e graduale). E questi aspetti sono narrati dai reperti archeologici, dai monumenti, compresi gli scritti che ci sono tramandati dalle età pre-filosofiche, in particolar modo i poemi di Omero e di Esiodo. I poemi omerici sono infatti una miriade di informazioni sulle usanze e sul modo di agire e di vivere del greco dell’VIII secolo (e anche oltre). I poemi di Esiodo, rappresentano invece una interpretazione dell’origine che per certi aspetti si differenzia dal mito, pur non uscendo mai dall’alveo del suo pensiero.
Vi furono inoltre alcuni aspetti particolarmente favorevoli alla nascita della filosofia, che erano strutturalmente connessi alla religione dei greci. Il fatto ad esempio che non esisteva in Grecia una casta sacerdotale potente. Non c’era perché gli dèi greci erano descritti dai poeti come la personificazione dei vizi e delle virtù degli uomini, dei loro sentimenti, oppure dei fenomeni naturali, cose più da poeti che da teologia dogmatica. Non esistono testi teologici nell’antica cultura mitica, ma solo testi poetici che parlano degli dèi (in effetti la forma poetica, che troveremo anche nei primi filosofi, assorbiva in sé ogni modalità espressiva delle cose ritenute “vere”, o sapienti). Solo molto più tardi, con Senofane, avremo la prima forma di teologia greca, elaborata in un contesto filosofico. Non essendoci una verità dogmatica da difendere, la casta dei sacerdoti non ebbe mai un potere di rilevo (più prestigio che potere) e, di conseguenza, non si preoccupò mai di censurare possibili “devianze” di natura teologica. E ancora, essendo la Grecia frammentata in molte “pòlis”, nessun principe o re poteva arrogarsi il diritto di monopolizzare la religione a fini politici, perché la religione era comune a tutte le pòlis. Il libero pensiero ebbe così modo di svilupparsi abbastanza tranquillamente, non certo in antitesi alla religione, perché essa non era collegata a un sistema di potere, ma espressione di sentimenti comuni.
Di più, alcuni aspetti della
stessa religione dei greci favorirono, in un certo senso, lo sviluppo del
pensiero logico, perché posero delle domande alle
quali il filosofo poi si
preoccupò di rispondere. Nelle credenze
orfiche, ad esempio, si poneva con forza la questione del dualismo di anima e
corpo. Il corpo era l’involucro che
ospitava un demone che, caduto da uno stato inferiore e inviluppato
nella materia, costituiva l’anima dell’uomo, che alla morte del corpo
continuava a reincarnarsi sino alla purificazione, che era appunto lo scopo
delle pratiche religiose orfiche. Anche
Platone, con la teoria della metempsicosi, seguirà questa credenza, ma
dandole un fondamento razionale, basato sulla riflessione razionale. E, in ultima analisi, le stesse moderne
teologie non sono altro che verità credute da una fede e sistematizzate in una
costruzione logico-razionale. Il
dualismo platonico, non dimentichiamolo, è stata l’anima del pensiero
occidentale per 25 secoli, e soltanto ora si inizia criticarlo con una certa
forza.
Come fare dunque a stabilire un criterio, un riferimento teoretico che indichi
con chiarezza il senso di questo passaggio, dal pensiero mitico a quello
logico?
Possiamo individuare tre momenti sintetici: a) la cosmogonia di Omero ed Esiodo, b) la comprensione del pensiero “sapienziale” in auge prima del pensiero razionale; c) una breve analisi del pensiero dei fisici, i primi filosofi presocratici, vissuti in Asia Minore nel VI secolo a.C.
Il primo di questi momenti è già stato svolto nella introduzione alla mitologia, alla quale si rimanda, e al commento della Teogonia di Esiodo.
Abbiamo notato, in questo primo momento, alcuni caratteri, specie nella cosmogonia esioidea, alcuni modi di esporre, che preludono a una concezione razionale. Ma non possiamo definire Esiodo un filosofo o un teologo, come invece lo fu Senofane, perché Esiodo non abbandona mai il riferimento culturale al mito, non spiega mai in termini razionali ciò che il suo racconto dice, non cerca mai di giustificare ciò che dice davanti al “tribunale della ragione”. Per lui era sufficiente la dichiarazione che quel racconto veniva direttamente da fonte divina e che pertanto doveva essere degno di fede ed attenzione tout court, senza nessun indugio.
Il secondo momento che ci accingiamo a esporre, è quello relativo all’insegnamento di grandi “sapienti” della Grecia pre-fìilosofica, ed è invece fortemente intrecciato non solo con gli aspetti religiosi ma soprattutto con gli aspetti politici e civili. Verso il VII secolo la Grecia ebbe una trasformazione socioeconomica di rilevanza. In misura sempre crescente si sviluppò il commercio marittimo e interno e diminuirono coloro che si dedicavano all’agricoltura. Ciò era la conseguenza di lunghi secoli di lotte per il predominio sull’Egeo e sullo Jonio. Il racconto della presa di Troia, che non è del tutto fantastico, ne è una testimonianza (Troia fu bruciata non una ma parecchie volte, come testimoniano gli scavi archeologici). Le città divennero ricche, specie quelle costiere, e si posero così le condizioni perché potesse sorgere una fiorente vita culturale. Artefici di questo grande cambiamento furono alcuni grandi uomini, chiamati “sapienti”, che governarono le città greche in quel periodo. Uomini di potere, nobili e governanti, ma anche uomini di cultura e di prestigio morale. In questa attività di organizzazione della vita sociale, essi espressero una grande avvedutezza, tale da suscitare l’ammirazione dei contemporanei (noi li definiremmo leaders carismatici). Non tutti i sapienti governarono città e non tutti i governanti furono sapienti, ma il fenomeno ebbe una rilevanza tale da entrare nel ricordo delle generazioni e della storia successiva.
Gli antichi ci tramandano i nomi di questi sapienti. Dalle testimonianze degli antichi filosofi (Diogene Laerte, Platone, Stobeo), conosciamo i nomi di costoro: Clebulo, Misone, Chilone di Sparta, Talete di Mileto (il filosofo), Leofanto, Epimenide di Creta, Biante di Priene, Pittaco di Lesbo, Solone ateniese, Acusilao, Aristodemo, Panfilo, Anacarsi, Periandro di Corinto, Ferecide di Siro, Epicarmo e altri ancora. Gli antichi parlavano di sette sapienti, ma poi ci tramandarono molti nomi: forse perché intendevano esprimere, col numero sette, un’idea di perfezione legata al particolare significato di quel numero. A noi interessa comunque poter capire, da questo elenco e da alcuni detti loro attribuiti (il famoso Conosci te stesso, ad esempio, che attraverserà la filosofia di ogni tempo e l’attraversa ancora), che la filosofia non è un evento improvviso che accadde con la prima proposizione considerata filosofica, quella di Anassimandro - e l’unica di lui che conosciamo. Si intravede nella logica di questi detti qualcosa che già si separa dal mito e cerca una giustificazione del reale, una comprensione della realtà per poter controllare e organizzare armonicamente gli avvenimenti, la vita sociale e politica, dotarsi di strumenti culturali per poter esercitare il potere politico o morale sulla comunità, garantendo ordine e coesione sociale. E dove si esprime questa esigenza di ordine e di armonia, si esprime un’istanza a cui solo la filosofia o una forma mentis a lei vicina, può rispondere in termini adeguati. Certo, una filosofia che noi oggi chiameremmo “politica”, ma dobbiamo sempre tener presente che i termini “sapienza” e “filosofia”, riferiti a qual periodo storico, comprendevano tutto lo scibile, anche quello che noi chiamiamo scienza o matematica o musica o poesia o astronomia. Il sapiente, così come il primo filosofo, era colui la cui mente si rivolgeva a tutto lo scibile, non in maniera specialistica come noi intendiamo.
Le massime che di loro ci sono state riportate, sono lapidarie e ieratiche. Ne riportiamo alcune:
a) Dalla testimonianza di Diogene Laerzio:
“Nulla di troppo, tutto ciò
che è bello è proprio di ciò che è opportuno” (Chilone spartano);
b) Da
Stobeo:
- “Ottima è la misura”; “Bisogna rispettare il padre”; “essere avido di ascoltare e non di cianciare”; “Non fare nulla con violenza”; “Considerare nemico chi è contro il popolo” (Cleobulo).
- “Non sedere come giudice, altrimenti sarai inviso all’accusato”; “Non dire cose più giuste dei genitori”; “Non fare amicizie in fretta e non interrompere frettolosamente quelle che hai fatto”; “Testimonia le cose invisibili con quelle visibili” (Solone ateniese).
- “Non minacciare uomini liberi: non è giusto”; Ai banchetti degli amici vai lentamente, alle loro disgrazie rapidamente”; “Venera colui che è più vecchio”; “Non agitare la mano: è gesto da pazzi” (Chilone spartano).
Come si potrà intuire (per
una più ampia panoramica si rimanda al prezioso libro di Gabriele Giannantoni, I
presocratici, per i tipi di Laterza, 1986), questi detti possono essere
ragionevolmente attribuiti soltanto a uomini vicino al potere e al governo
della pòlis. E in tutti questi detti,
comunque non argomentati ma assolutizzati nella massima, può essere rinvenuta
una ragione, un motivo che manifesta l’esigenza di razionalizzare, ordinare,
rendere intelleggibile il mondo.
Il terzo passaggio affronta
decisamente il passaggio dalla cultura mitica alla cultura logica, con l’esame
del pensiero dei primi considerati “filosofi” presocratici (uno di essi, Talete
di Mileto, lo abbiamo trovato anche fra i sapienti). Si tratta dei cosiddetti “fisici”.