Preliminari per la recensione di un Best-seller.
“Nel momento” di Andrea De Carlo.
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1. Premessa
Come i cani in chiesa
“Avete quel libro di cui non ricordo il titolo, di cui però ho sentito dire in Tv tanto bene ieri sera?”. Almeno una volta nella vita ciascuno di noi, entrando in libreria, avrà ascoltato dalla voce di creature altrimenti inoffensive un simile inno di guerra. Effetto best-seller, si dirà. Ma di cosa si tratta precisamente? ”La definizione di bestseller non è facile” avverte Segre[1]. E’ possibile tuttavia, e con quale criterio, perscrutare criticamente un simile oggetto, offrendo ai lettori qualche riga di recensione senza precipitare a capofitto nella verbosa e spesso nullificante strategia imbonitrice di buona parte della pubblicistica nostrana ? E’ possibile soprattutto considerare il bestseller ancora “soltanto”un libro, con modelli ed ipotesti letterari, saggiarne la consistenza stilistica, linguistica, senza dover ampliare la visuale ben oltre il pomerio della letterarietà, della scrittura? Tra i tanti dubbi ed interrogativi che un simile argomento suscita, possiamo almeno consolidare due dati di fatto: in primo luogo, citiamo ancora Segre, “l’emulazione per i molti bestseller stranieri (.) e l’aspetto sempre più dichiaratamente industriale dell’editoria hanno stimolato anche in Italia una forte produzione di romanzi destinati alle grandi tirature”; inoltre “il fenomeno bestseller s’inscrive ancora nella letteratura, ma già guarda alla produzione più caratteristica della civiltà di massa, come i fumetti o i fotoromanzi, giungendo sino ai teleromanzi”.[2] Il bestseller come prodotto da vendere in gran copia presume dunque strategie accurate di marketing che chiamano in causa gli estri e i virtuosismi dei più rinomati elzeviristi nostrani, accademici e giornalisti, scrittori e critici, pronti ad invogliare il lettore medio se non alla lettura, necessariamente all’acquisto. Da Treno di panna (1981), il romanzo di esordio, a Nel Momento, Andrea De Carlo è uno degli scrittori italiani a cui la critica ha guardato con più entusiastica condiscendenza. Abbiamo passato in rassegna un bel po’ di recensioni dedicate ai libri di De Carlo, e troppo spesso abbiamo incontrato fossili o schegge di un discorso critico, sedimentate e sepolte da confetture con etichette accattivanti, e con gli ingredienti scritti in piccolo perché non venga in mente ad alcuno di ficcanasare oltre la superficie. Frequenti le costruzioni intellettualistiche e nel contempo formidabilmente acritiche,con il vantaggio calcolato di uscire fuori tema: l’ideale su cui innestare peana danzati in musica fuori chiave, allo scopo di produrre incantevoli generalizzazioni applicabili con poca scienza ad ogni prodotto. La voce sdegnata del Perry Mason di turno potrebbe domandare: “Le prove? Sapreste produrre le prove?”. Eccone un catalogo: “E se questo Macno fosse una riscrittura, in un dolce stil nuovo, del Grande Gatsby?” (Ranieri Polese,La Nazione); “De Carlo persegue, nella tradizione italiana così provinciale un progetto letterario rivolto verso il futuro” ( così parlò su “Oggi” Carlo Castellaneta). Questo è un minimo ma suggestivo catalogo che riguarda il dominio dell’esagerazione. Per vedere quello ancor più tartufesco e spendibile delle banalizzazioni basterà forse chiamare in causa per tutte la scoperta dell’ombrello di Vincenzo Pardini : “De Carlo possiede l’istinto di raccontare la vita nel bene e nel male”
Si
potrebbe continuare a lungo,ma riponiamo per disperazione l’antologia dei
recensori che all’uopo seppero “li
diritti occhi“
torcere "…in
biechi” [3]
per domandarci
quale atteggiamento sia preferibile per accostarci a una materia tanto
contemporanea e illuminata al neon dall’attenzione di un vasto pubblico come
la narrativa di De Carlo? E senza scadere nel tributo passivo e osannante
delle recensioni di rito?
Ci soccorre gratuitamente il caro ricordo di una lettura divorata in
giovinezza: ”Le avventure di Tom Sawyer”.
IL capitolo V, [4]
che si apre con
l’ingresso in chiesa dei maggiorenti del paesello di S. Peterburg,
è incentrato sulla “scoronazione” di un solenne sermone del Pastore
celebrante, scoronazione a cui provvede dapprima il pastore stesso, che dopo il
cantico “sembrò cambiarsi in una
agenzia di pubblicità,
e lesse tanti avvisi di
adunanze,società e simili”, poi dal vero deus ex machina
dell’episodio:
un cane entrato in chiesa a gettare scompiglio tanto da mortificare la
vis oratoria del parroco, suscitando per contrappasso il riso dei fino ad allora
compunti fedeli. “Tom Sawier “
- conclude Twain - “tornò
a casa proprio contento, pensando che anche le funzioni potrebbero essere
divertenti purchè si potesse includere qualche variante”.
Come i cani in chiesa, cercheremo di fare nostra la curiosità e
l’avventura del ragazzo
Tom Sawyer, la sua intelligenza insensibile alle buone creanze, la
sua intuizione che le cose diventino divertenti con le opportune varianti.
Ecco, le varianti… questo potrebbe essere il filo ricco di possibilità da
seguire. Costeggeremo
l’ultimo best-seller di De Carlo come un Pre-testo,
per aprire qualche punto interrogativo su quel suo universo così prossimo a
quello dei lettori nella sua precarietà. Perciò non rifaremo la storia di De
Carlo, assecondando le coordinate della diacronia: comode, oh si, ma
spesso aberranti, per troppa pretesa di coerenza e algebrico furore di tirare le
somme. Tenteremo
piuttosto
di offrire un percorso che ha la struttura multipla e sincronica di un
ipertesto, aprendo finestre su aspetti, dettagli e scorci di
quell’universo, di cui siamo preliminarmente chiamati a contemplare il non
finito. Chissà
che le gabbie e le voliere di De Carlo
non siano imparentate alle zattere e alle case sull’albero con
cui il Tom Sawyer di Twain
ha edificato la storia perenne di
una giovinezza che si arresta volontariamente, per necessaria
difesa della
vita inconciliabile con l’esistenza,
appena un passo prima di “diventare
la
storia di un uomo”.[5]
2. Sulla soglia del romanzo. Sulla soglia del romanzo
Gennaio 1998, il settimanale “Lo Specchio”6 ospita nella rubrica “Tempo libero” un intervento di Andrea De Carlo. E’ una di quelle non rare occasioni in cui la celebrità di turno, il VIP, concede ai lettori di ebdomadari la possibilità di entrare nell’area sacra del proprio privato, esibendo abitudini, hobbies e prerogative che ne esaltino l’ordinaria eccezionalità, irraggiungibile e proprio per questo vicina ai sogni dell’uomo qualunque. Le due paginette pubblicate dallo Specchio sono forse la testimonianza più preziosa per chi voglia accostarsi non alla vita privata ma all’officina dello scrittore. Si tratta di due paginette che evidenziano, grazie all’ efficace condensazione del testo con le immagini fotografiche, non soltanto la continuità tra pubblico e privato7 ma inoltre alcune notevoli somiglianze che accomunano questo breve intervento alle scritture del romanziere.
Noi intendiamo evidenziarne due aspetti peculiari : il primo stilistico; il secondo, materia dei prossimi paragrafi, pertinente al metodo con cui lo scrittore costruisce un romanzo duplice: quello dei suoi personaggi, e l’altro, non meno importante, che lo coinvolge come “ personaggio-autore ”.
Vale la pena di descrivere più accuratamente le due paginette de “LO Specchio”. Il testo con la scrittura del romanziere si riassume in tre colonne, due delle quali prendono buona parte della seconda pagina, mentre l’unica colonna di testo nella prima fa da cornice ad una foto dell’autore ritratto in un interno, in una posa che ne risalta, bicipiti possenti in grande evidenza, la prestanza fisica. Un box nel margine sinistro della pagina riproduce la copertina del romanzo “Di noi tre” a quell’epoca appena pubblicato da Mondadori e tra i più richiesti in libreria. Sotto, una breve didascalia ne condensa l’argomento e la trama, tra parentesi è specificato il costo in lire del volume. Nella seconda pagina, in sequenza, alcune immagini di libri prediletti dall’autore e citati nel suo articolo : si tratta di un libro di Fenoglio, miti e biografie di uomini del passato; immancabile in conclusione il redde rationem con la mitologia contemporanea, partendo ovviamente dalla televisione (“E’ un tipo di spettacolo che non mi interessa.”.8) Il testo scritto da De Carlo ci restituisce il linguaggio degli io narrante di tanti suoi romanzi, “il rozzo scrivere”9 mal digerito dai critici di palato fine.
Occorre riflettere su questa apparente “semplicità”, e chiedersi se il rozzo scrivere non sia la spia di un processo comune a numerosi romanzi degli ultimi anni, nei quali si constata “un andamento della scrittura che recupera, dalla sponda di un’esibita letterarietà, le movenze del parlato”10.
La monotonia formale di De Carlo, fin dagli esordi, con il suo “italiano orizzontale”, i periodi monofrasali, le formule paratattiche, le onomatopee, hanno contribuito decisamente al “diffondersi di un modello linguistico medio e indifferente alla ricerca formale, che esaurisce le sue risorse lessicali e morfosintattiche, rispettivamente, nel giro del vocabolario quotidiano e in una relazione passiva con l'’usualità della lingua 11
L’innovatività
di un tale procedimento è stata ben messa in evidenza da Enrico Testa: “La
semplicità diventa neutralità verbale; la quale rinuncia ad ogni contatto con
la lingua della tradizione letteraria e con le varietà dell’italiano (del
tutto azzerate) per stabilire nuove relazioni con i codici internazionali
dell’inglese e del lessico tecnologico della televisione e del trattamento
elettronico dell’immagine”.12
Questo ultimo passaggio è importante e ci permette di prendere le distanze da chi ha preferito, piuttosto che esaminare senza rancore né albagia gli elementi di continuità tra narrativa italiana degli anni ’80 e la nuova generazione anni ’90, marcarne le differenze a favore di quest’ultima che avrebbe “ qualcosa che sfugge, non coniugabile con le ambizioncelle letterarie degli anni Ottanta, una realtà nuova…” 13
Può darsi, ma è troppo semplicistico considerare una “mezza stagione” la fioritura della narrativa italiana degli ’80, catalogando i suoi rappresentanti di spicco come giovani che “puntarono tutte le loro carte a rifare il “romanzo ben fatto”, finto-alto, accettabile in Europa, che era ancora una volta una sottile mefistofelica carta avanguardistica”14.
Basterebbe ricordare, ad es., il tributo sincero e affettuoso che il protagonista di un romanzo cult degli anni ’90 ( “Jack Frusciante è uscito dal gruppo “ di Brizzi) rende proprio ad Andrea De Carlo: “ Leggo Kerouac, e non mi rompete i coglioni che leggo Kerouac, e ascolto tutti i miei dischi, e leggo anche Tondelli e Andrea De Carlo che diventano i miei scrittori italiani preferiti”.15 Sarebbe possibile rintracciare il mondo di Jack Frusciante senza avere per coordinate un romanzo come “Due di due” di De Carlo? Chiedere a Brizzi per ulteriori ragguagli. La neutralità verbale dei romanzi di De Carlo, la sua rozzezza, è stata una condizione, un crocevia necessario, alla base della rigenerazione del romanzo che ha nel tempo trovato linfa nella terminologia e nell’informalità dei linguaggi delle culture di massa e delle tecnologie applicate ai fenomeni culturali (cinema,musica …….). Quando si parla di “paraletterario”, è opportuno ricordare che non si tratta solo di citazioni o di prestiti che il linguaggio della letteratura prende ad arti (ars = tecnica) da essa distanti o comunque distinte, ma piuttosto di una osmosi che costringe il linguaggio della letteratura a consustanziarsi e a fiorire da quei linguaggi altri, tanto che alla fine diventa difficile e forse velleitario suggerire distinzioni o differenze. La foto accattivante dell’autore, su rivista come sulle copertine dei libri, le prefazioni, le bandelle piene di giudizi esaltanti per l’autore, ma soprattutto ( insistiamo) le sue foto a figura intera con cui egli si sdoppia antagonisticamente dai suoi personaggi, emergendo come personaggio lui stesso, così somigliante tra l’altro all’iconografia del divo amato e idolatrato dalla cultura di massa che guarda le soap opera e legge i fotoromanzi: tutto ciò non è soltanto l’insieme delle parti paratestuali, “soglie” direbbe Genette, del testo scritto, ma parte integrante del testo. Leggere ed analizzare un testo, nella fattispecie letterario, un romanzo, comporta la necessaria consapevolezza che il messaggio prodotto dall’autore acquista un significato specifico in base a fattori ( copertine, foto, allegati, supplementi ecc.) che sarebbe erroneo considerare se non proprio trascurabili di certo parti non integranti di esso, suoi deliziosi ed esteriori corollari. Testo e paratesto insomma si integrano a vicenda tra loro, ed è un discorso antico, se si pensa all’edizione « quarantana » dei Promessi Sposi manzoniani, un’opera non solo scritta ma illustrata con i disegni di Francesco Gonin : « un nuovo romanzo, che si avvale di un nuovo mezzo per raccontare e raccontarsi »16 in cui le illustrazioni di un disegnatore mediocre ma fedele ai dettami del romanziere offrono un patrimonio prezioso di dettagli e scorci che ulteriormente arricchiscono la già considerevole polifonia e la pluridiscorsività del testo narrativo. Tornando al romanzo contemporaneo, esso è un’architettura che si risolve nella sua facciata, che però è infinita poiché infinite sono le sue soglie, i linguaggi che la percorrono. Non a caso tra le “parole d’ordine degli anni ottanta” (gli anni dell’esordio e della consacrazione di De Carlo), domina frequente l’imperativo di “fermarsi alla superficie, che per Calvino è inesauribile : limitarsi alle apparenze, come vuole Celati, perché dietro le apparenze non c’è nulla; giocare nietzschianamente con le maschere, dal momento che, secondo Vattimo, non c’è nessuna “autenticità” che possa valere come normativa.”17. Potremmo concludere provvisoriamente ( e audacemente rifondendo una celebre coppia della terminologia critica) dicendo che in De Carlo la scrittura è il novel che alimenta e corrobora il romance in fieri dell’autore personaggio, la cui trama verosimile è fatta di istantanee appunto, di immagini moltiplicate, variazioni linguistiche ( affidate non solo alla verbalità, ma alla visualità)di una unica storia possibile.A un monolinguismo scritturale fa da riscontro un plurilinguismo testuale.
3.
Breve passeggiata nella Rete alla ricerca del personaggio-autore.
Il 15 febbraio 1999 è la data di nascita dell”Unofficial Website “18 dedicato ad Andrea De Carlo. Autrice e “webmaster” del sito è Redsun, al secolo Claudia,una ragazza di Ravenna studentessa di giurisprudenza. La pagina WEB, interamente dedicata allo scrittore, è ricca di notizie biografiche, curiosità, interviste, commenti; non mancano una rigorosa bibliografia e le sinossi di tutti i romanzi. Cospicuo ed intrigante anche il corredo iconografico, con fotografie dell’autore e delle copertine dei suoi libri. I siti Internet dedicati a De Carlo o che prendono in considerazione la sua biografia e la sua produzione narrativa non sono pochi. Vi è persino un’antologia di avvertiti critici in erba19, gli studenti del liceo Berchet di Milano, che hanno dedicato all’ex allievo De Carlo una serie di riflessioni sui suoi romanzi. Ma perché ci occupiamo in questa sede di un simile argomento, dedicandogli un capitolo? Siamo consapevoli che nessun ritratto dell’autore sarebbe credibile, né a figura intera,e neppure in stato di abbozzo, senza schiudere l’indagine a una perlustrazione sia pure sommaria di tutto ciò che sul versante di quel vasto e ormai ineludibile universo telematico che è il WEB può essere rintracciabile e si configura non esclusivamente quale corollario dello stile e dell’identità di un autore, bensì decisamente come baricentro e nucleo del suo modo di presentarsi e rapportarsi ad un pubblico ormai disaffezionato alle seduzioni della letterarietà e dei suoi complessi meccanismi.
Entriamo insieme nel sito WEB della Mondadori20, che dedica al suo autore uno spazio consistente percorribile in lungo e in largo come una infinita stanza dei giochi ricca di sorprese avvincenti. Qui il lettore-fan di De Carlo può leggere l’introduzione al nuovo romanzo, ripassare le date degli incontri del romanziere con il pubblico, rievocare le fasi precedenti della sua produzione guardando come fossero quadri in una pinacoteca le copertine dei romanzi.
Prima di perderci nei corridoi di un edificio siffatto, è consigliabile indugiare su due documenti particolarmente intriganti. Il primo, “Incontra l’autore”, è un file di immagine con una serie di fotografie che il visitatore può ingrandire, e conservare, oppure stampare per avere in camera, accanto a quello della squadra del cuore o alla gigantografia di Lara Croft, un poster del suo scrittore prediletto. Parte delle foto sono state pubblicate nel corso degli anni sulle quarte di copertina dei libri di De Carlo. Si tratta pertanto di documenti in parte già noti, che disposti in sequenza, formano una vera e proprio sintassi, una catena di sillabe visuali che raccontano al lettore, grazie al determinante gioco combinatorio della sua memoria, il romance avvincente del personaggio-autore. A ciò contribuisce efficacemente un altro file, intitolato : “Due di due…dieci anni dopo”. E’ un articolo scritto da De Carlo nel settembre 1999, a dieci anni dalla prima edizione del suo romanzo cult per eccellenza.
“ Due di due ho cominciato a scriverlo nell’85. Ero in una casa di campagna vicino a Urbino e stavo pensando a una storia, mi è venuta questa. “. L’articolo, con calcolato effetto di suspance è un piccolo capolavoro, esemplificativo di quello che abbiamo chiamato il romance del personaggio-autore, che in un continuo crescendo rievoca la tormentata elaborazione del libro, rappresentandola come una lotta assoluta tra la volontà dell’autore e una necessità che si impossessa dei personaggi e della stessa volontà, facendola soccombere. “ Una sera sono andato in città per un gelato, e al ritorno ho scoperto che erano venuti i ladri a rubarsi il vecchio televisore”. L’intervento del Caso costringe l’autore a rinunciare ad ogni distrazione e a concentrare i suoi sforzi nel romanzo. “ Ero tutto il tempo con i personaggi di questa storia; parlavo con loro ad alta voce. (.) A volte mi chiedevo se stavo diventando matto … Che la lunga fatica del romanzo sia finalmente ultimata De Carlo lo apprende da un sogno iniziatico, come in certe pagine oniriche e sapienziali dell’epica antica : “Certe notti un barbagianni volava da sopra il tetto ad ali spiegate(.) Lo consideravo un amico, altrettanto assorto di me. Una volta ero sdraiato su un’amaca tra gli alberi davanti a casa, e mi è planato davanti, come una visione. Il mattino dopo mi sono accorto che la storia a cui avevo lavorato senza interruzione per un anno era finita”.
Se non fosse passato più di un secolo e molta acqua sotto i ponti, e il romanzo non fosse morto e risorto mille volte nel suo interminabile ciclo di metamorfosi da quando Sigfrido spezzando la lancia con i runi sanciva la caduta degli dei, saremmo tentati di imparentare questi frammenti raccolti nell’universo metamorfico del WEB al misticismo e alla magnanimità individualistica nutrita di erlebnis degli eroi del romanticismo, che si ritraevano in luoghi isolati e impervi per innalzare il pensiero fino alle cime dell’assoluto. Forse la civiltà post-moderna e ipertecnologica ha ben nascosto e protetto sotto la sua corteccia, nel viluppo dei suoi circuiti un cuore inguaribilmente romantico.
4. Fughe e preludi.
Quando sono a Roma, la mia attività preferita è andare a cavallo. (...) Rispetto a passeggiare e andare in macchina o in moto è un modo molto più interessante di spostarsi perché dà la possibilità di muoversi attraverso dei paesaggi. (...) Voglio dire che è una cosa molto antica, “vera” : è sbagliato pensare che si tratti di un’attività legata solo alla caccia alla volpe”. 21
Leggendo con il senno del poi le due paginette de “Lo Specchio”, a un anno esatto dalla pubblicazione del bestseller “Nel momento”, il brano citato (del ‘98) ci appare già presago della materia e del paesaggio del romanzo.
“Nel momento”comincia con una cavalcata del protagonista Luca, titolare di un centro di equitazione, nella campagna romana. “La mattina del cinque marzo sono uscito da solo e di umore sospeso perché il tempo era brutto e perché avevo una strana curva nei pensieri, e il cavallo mi ha preso la mano”22
Chesterton parlerebbe di “soprannaturale triste” a proposito di un paesaggio come questo: il tempo brutto, a cui corrisponde una curva nei pensieri, l’umore sospeso, e quel cavallo che prende la mano, e la caduta...
“Nel
momento” è un volume di 222 pagine rilegate con una sovracoperta che sembra
proprio il remake formato
bestseller delle due paginette apparse in rivista tempo prima. Anche in questo
caso la nostra attenzione è attratta dal collage di immagini che interagiscono
con la scrittura con disegni riassuntivi del mondo di Luca (un cavallo,
una macchina, una donna con il volto cancellato, un cuore, e un cerotto che non
basterà per le cadute da cavallo) e in quarta di copertina puntuale la foto
dell’autore. La trama del romanzo è rapida, quasi sussultoria all’inizio,
descrive con rapidi fotogrammi l’approssimarsi alla caduta e il risveglio
sulla soglia dell’infelicità e del vuoto, l’incontro con Alberta, il suo
tentativo di suicidio, poi l’incontro con Maria Chiara, “il momento” e da
qui in avanti la trama si snoda per sottrazione, come una tartaruga lentamente
riassorbita nel suo guscio. Fino alla concitazione del capitolo finale,
vorticoso come di fotogrammi impazziti, fino al momento della risoluzione,
della caduta in verticale senza reti né protezioni : “ Ero
già al cancello e già sulla strada per la città, già in corsa folle
verso il momento” 23
La corsa folle è un habitus dei personaggi di De Carlo, ma c’è una differenza tra l’ultimo romanzo e i precedenti. I protagonisti dei romanzi precedenti fuggono dal clima aspro e dal paesaggio invivibile di un’epoca : l’Italia degli anni di piombo in Uccelli da gabbia da voliera( 1982); l’Italia corrotta delle lobbies, della politica e degli intellettuali con l’istinto e il gusto del potere in “Tecniche di seduzione”(1991); l’Italia di tangentopoli in Arcodamore(1993); ma soprattutto la loro fuga tentava di eludere disperatamente il riconoscimento di sé.
Anche le donne, perfino le più memorabili come Manuela Duini in Arcodamore sono l’unico alibi possibile contro un vuoto che attecchiva le radici nella “desocialità” del protagonista, che non a caso fuggiva senza meta né pretesa. Sembra che l’intero mondo non basti a questi personaggi in fuga da loro stessi. In Treno di panna Giovanni si ritrova in America al termine di una lunga interminabile erranza per i continenti senza nessun’altra ambizione che quella di farsi sguardo della realtà che lo circonda : un’America vista “con gli occhi di un provinciale italiano, cioè nelle sue luci metropolitane”24. Si direbbe che l’Italia assente, mai evocata dallo sguardo remoto di queste peregrinazioni sia più evidente dell’America sotto l’occhio grandangolare25 del personaggio.
Fiodor invece, protagonista di Uccelli da gabbia e da voliera”, torna in Italia, ma per sottolineare con la sua figura, le sue azioni, persino il suo nome, così esibitamente eccentrico e folle di infanzia e destino, la sua inespugnabile estraneità.
Nell’ultimo romanzo la fuga di Luca invece si orienta verso un centro, verso l’accettazione di un incontro, quello con Maria Chiara, a cui si sente subito legato da una “chimica facile”, un’affinità profonda e misteriosa che non lascia difese al calcolo del tempo.e della ragione. Quel “momento” è anche accettazione di un paesaggio, la vita dell’Italia contemporanea, non più eluso, non più sublimato o sostituito con miraggi esotici carichi di creativa lontananza ( si veda soprattutto il continuo, ariostesco girovagare dei protagonisti del romanzo “Di noi tre”). La caduta da cavallo, insomma, non è fuga ma preludio. Da “quel momento” d’altronde non si può fuggire neanche volendo.
5. La Biblioteca di un erudito errante.
L’amore per i romanzieri russi (evocato anche dal nome di Fiodor, protagonista di Uccelli da gabbia e da voliera) e in genere per i narratori stranieri mette maggiormente in evidenza la scarsa predilezione di De Carlo per gli autori contemporanei, soprattutto italiani : “ Molto tempo libero lo dedico alla lettura. Leggo poco i contemporanei. Tra quelli che mi hanno colpito negli ultimi tempi salvo uno scrittore come Beppe Fenoglio. “26
Anche la vexata quaestio del rapporto di filiazione con Calvino, l’illustre prefattore del romanzo d’esordio; l’ esercizio quiescentemente replicato dalla critica di scindere il patrimonio di Calvino in un pateracchio di eredi che ne avrebbero parzialmente riciclato tecniche e poetiche, appaiono tentativi non sempre convincenti di adattare in qualche modo la fisionomia di alcuni romanzieri all’ingombrante cornice araldica del presunto antenato 27.
Più che raffinate elucubrazioni critiche, vale la pena osservare di scorcio, come fa Alma Daddario, lo studio dove De Carlo lavora per farsi un’idea della sua cultura e del suo metodo : “ Nello studio dove lavora, regna un po’ di disordine creativo: un computer, una chitarra, spartiti musicali, libri dappertutto Tolstoj, Dostoevskij, Mc Ewan, tra i preferiti”.28
Sarebbe arduo immaginare la nascita di un romanzo ( e di un bestseller) senza l’alimento indispensabile di un ostentato “disordine creativo”, senza la fermentazione solo in apparenza caotica di piani distinti della creatività. Ancora una volta l’oggettualità, tutt’altro che inerte, ci aiuta a vedere rappresentato il mondo dell’autore, come avviene sulle copertine dei libri. In questo paesaggio riassuntivo della vocazione e del gusto del personaggio-autore c’è posto anche per i libri, un posto non di certo trascurabile, ma partecipe del caos certosino dell’insieme. Non si tratta della biblioteca superciliosa e claustrofobica del don Ferrante manzoniano, inerte vestigio e monumento della pedanteria universa, ma neppure della biblioteca ingombra eppure specchiante decoro borghese davanti a cui si fece fotografare Eugenio Montale nella sua dimora milanese. Quella di De Carlo è una biblioteca sui generis; non è fatta di compartimenti e scaffalature, pure è anch’essa la biblioteca di un erudito. Ci viene in mente, per applicarlo a rovescio a De Carlo e ai suoi personaggi, ciò che dice Saint-Beuve a proposito di Gabriel Naudet, erudito e bibliotecario personale di Mazzarino : “uno scettico moralista sotto maschera di erudito”29. Si potrebbe dire di De Carlo, e dei personaggi inquieti che gli hanno dato voce e sembianza fino a un attimo prima della caduta da cavallo: “ un erudito sotto maschera di moralista”.”Erudizione “, non nel significato di : “ insieme di nozioni, di cognizioni intorno a una o più discipline”, ma nel senso più riposto di “ insieme di nozioni non approfondite criticamente e non amalgamate in modo organico”30. Per questo i suoi personaggi (rispecchiando la vita romanzesca dell’ autore) viaggiano tanto e apparentemente senza scopo mossi da un furore inquieto ed esibitamente moralistico contro la corruzione e l’invivibilità del mondo che li circonda (l’Italia in cui vivono e da cui fuggono). Per questo Fiodor, eludendo i desiderata del padre e del fratello pieni di buon senso e di capitalismo rampante, preferisce coltivare la sua passione per gli uccelli leggendo libri sui “Colibrì dell’America Centrale” e costruire gabbie e voliere. Allo stesso modo Uto (1995), ragazzo difficile che entra “come un virus” nella confortante ipocrisia di una famiglia di citrulli dedita all’esotismo religioso, centra il suo destino di carismatico swami della comunità di Peaceville anche mediante la lettura apparentemente oziosa di un manuale di aikido-kon-ki. E’ questa la biblioteca di De Carlo: difficile trovarvi romanzieri contemporanei ( forse occultati da qualche altra parte al termine di una lettura che comunque presumiamo attenta) : ricca di trattati di ornitologia, meccanica, arti marziali e altre arti del sapere pratico, non frutto di erudizione fine a sé, ma principio di regole e norme volte tutte a una realizzazione pratica. E’ questa l’unica letteratura possibile dei suoi personaggi, è questo che piace a molti dei suoi lettori. Perciò sono importanti, decisive, le parole di De Carlo a proposito del “tempo libero”: “Il mio lavoro è scrivere, scrivere romanzi, e nel mio tempo libero cerco di coltivare la mia curiosità, di alimentarla, interessandomi ad argomenti che apparentemente non c’entrano niente con la letteratura. Così, se vado dal carrozziere passo molto tempo da lui cercando di capire qualche cosa del suo lavoro…31
Il romanziere prediletto dal pubblico contemporaneo che ancora dedica parte del suo tempo libero alla lettura deve avere questo requisito: non deve avere a che fare con la letteratura, e pazienza se il lettore non si accorge che questa dissociazione avviene necessariamente attraverso un’ipercaratterizzazione, si vuol dire: un eccesso di letteratura.
6. Tecniche di distrazione.
Yucatan (1986) è uno dei migliori romanzi di De Carlo, e, per contrappasso, il più trascurato da critica e lettori.
Le battute iniziali sembrano un remake dell’incipit di Treno di panna : anche Yucatan infatti si apre con un volo internazionale, e con le luci notturne di Los Angeles, percepita dall’alto nelle fasi precedenti l’atterraggio. Il protagonista, l’assistente Dave, accompagna il celebre regista Dru Resnik in un viaggio che li porterà fino in Messico, a vedere il paesaggio in cui sono ambientati i bestsellers di uno scrittore-guru : Astor Camado.
Il romanzo, come più volte sottolineato dall’autore, segna una svolta nella narrativa di De Carlo, nel suo modo di scrivere storie, e prima ancora di percepire la realtà. Di questo fondamentale passaggio è un indizio il brano che leggiamo nelle pagine iniziali del testo. “Ho sempre pensato che potrebbe venirne fuori un film incredibile. C’è il suo allontanamento (del protagonista) dalla razionalità scientifica dietro cui si riparava all’inizio (.) E’ una storia di stati emotivi, di spostamenti, più che di fatti. Ci sono delle descrizioni straordinarie di “vuoti”, di paure e attrazioni poco chiare”.32
E’ il regista Dru che confida al suo assistente la sua idea del film di cui stanno per fare i sopralluoghi, ma non è un azzardo pretendere di sostituire la parola “libro” a “film” e smascherare dietro la riflessione 33del regista un inserto metanarrativo di De Carlo, che scandisce e sottolinea un passaggio importante, forse già evidente nei romanzi precedenti. Siamo propensi a credere che Treno di panna resti un capitolo a sé nella storia del romanziere De Carlo, e che già dal seguente “Uccelli da gabbia e da voliera” la tecnica narrativa del primo romanzo, visuale o grandangolare che dir si voglia, evolva in una direzione diversa.
Saremmo tentati di prendere in prestito la terminologia di un magistrale saggio di Ezio Raimondi sulla nascita del realismo 34, per affermare che dopo Treno di panna la narrazione nei romanzi di De Carlo si evolve da una percezione di tipo visuale dei fenomeni ad una di tipo quantitativo, “sostanzialistico”.
Ma tuttavia è scorretto parlare di un’evoluzione, poiché nel saggio di Raimondi è ampiamente dimostrato che dal Cinquecento in poi il processo evolutivo, sostenuto dai progressi scientifici e dall’esempio degli scrittori di scienza prima di essere assimilato in pieno ottocento dal Manzoni intento al lavoro della “quarantana”, contemplava un passaggio dalla sensorialità alla visualità, dal colore indeterminato e poeticamente suggestivo della percezione alla misurazione rigorosa dei fenomeni. L’evoluzione constatata nei romanzi di De Carlo, procedendo in direzione inversa, a ragion veduta sembra configurarsi nell’ottica di una regressione.
L’ allontanamento dalla razionalità scientifica non è soltanto una
fantasticheria del regista di Yucatan, ma un processo che si consolida fin dal secondo romanzo, in cui la materia psicologica, fatta di stati emotivi e spostamenti, diventa il motore della vicenda narrativa. Chi abbia ben presente nella memoria “ la sottigliezza dello sguardo “ di Giovanni “ capace, come dice Calvino, di registrare un enorme numero di particolari e sfumature” 35 non può che riscontrare in Fiodor già manifesto lo scarto verso un rapporto meno algido e ironico rispetto alla realtà.La sottigliezza e la precisione dello sguardo del primo personaggio non scompaiono per esaurimento o per una repentina palinodia del romanziere, bensì si espandono ipertroficamente in Fiodor fino al raggiungimento di una ipersensensibilità che trova sbocchi nella sua inquieta ricerca di alibi. Sembra che questo personaggio abbia bisogno di nascondere dietro l’eccentrica evidenza dei suoi movimenti, come fosse l’esercizio di una serie di tecniche di distrazione, il lento affermarsi della sua personalità anticonformista e creativa, incompatibile con il cotè familiare tutorio e repressivo che continua a tormentarlo dall’America fino in Italia. Un’altra differenza notevole, collegata probabilmente alla prima, tra il primo e il secondo romanzo, è l’esordio in “Uccelli da gabbia e da voliera” della femme-fatale. In “Treno di panna “ la freddezza di Giovanni è scossa solo nelle propaggini finali del racconto dall’incontro con la diva americana, e per quanto questa apparizione femminile susciti l’attrazione di Giovanni, da sempre suo fan, è difficile porla sullo stesso piano della Malaidina di “Uccelli da gabbia e da voliera”, la cui epifania , costruita dall’autore come un’apparizione sacra strappata al repertorio dell’angiologia, è la dimostrazione concreta di quel che si diceva prima a proposito dell’esattezza visuale e descrittiva superata per via di un ingrandimento all’eccesso, che disarma la vista e la priva di ogni difesa : “ C’è una ragazza seduta al pianoforte elettrico, ma è così bella che la vista mi va insieme” (.) C’è questa specie di luce perfetta, che nasce dal chiaro dei suoi occhi e si diffonde sulla fronte, percorre il disegno del naso, si sofferma sulla superficie delle labbra, asseconda la piccola curva del mento, risale le tempie delicate fino a perdersi nel tessuto dei capelli chiari ma non biondi né nocciola, che ricadono a piccole onde sulle spalle ben formate, sulla figura che siede leggera dietro la linea del piano elettrico”36.
Resta scolpita in questa fenomenologia quella precarietà a suo modo avventurosa in cui i personaggi di De Carlo si muovono da qua a venire goffamente con ricercata incoerenza tra nostalgie di baricentri razionali e ipertrofiche regressioni a una sentimentalità onnicomprensiva, a tratti puerile, ma proprio per questo capace di abbozzare qualche alternativa al disastroso paesaggio reale.
Fino a quella “corsa folle verso il momento”……
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[1] C. Segre, “Note per un bilancio del novecento. “, in Storia della letteratura italiana. Il novecento, vol. IX, Salerno Editrice, Roma. pag. 1493.,
[2] C. Segre, op. cit.
[3] La citazione dantesca (If, VI) e l’aggettivo biechi riferito ai recensori mi permette di richiamare l’attenzione di chi legge su di di un intelligente, provocatorio, opinabile libello dedicato alla narrativa italiana anni ’90 : R. Paris, Romanzi di culto. Sulla nuova tribù dei narratori e sui loro biechi recensori”, Roma, Castelvecchi, 1995.
[4]M. Twain, Le avventure di Tom Sawyer, Salani, Firenze, 1980.pag. 40. Il capitolo V nell’edizione italiana cit. è Intitolato “Come i cani in chiesa”..
[5] Cfr. M. Twain, op.cit., pag. 190: “Trattandosi della storia di un ragazzo deve finire qui;la storia non potrebbe andare avanti ancora fino a diventare la storia di un uomo”.
6 “Lo Specchio della Stampa” nr. 103, 10 gennaio 1998, pagg 141-42.
7 : “La realtà è che la frontiera tra lavoro e tempo libero non so mai dove comincia e dove finisce”, ibid. pag. 141.
8 ibid. pag.142.
9 R. Paris, op. cit., pagg. 38-39.
10 cfr. E. Testa, Lo stile semplice, Einaudi, Torino,1997, pag. 330
11 cfr. E. Testa, cit., pag.346
12 Cfr. E.Testa,cit., pag.347
13 R.Paris, cit., pag.39
14 R. Paris, cit., pag.39
15 E. Brizzi, Jack Frusciante è uscito dal gruppo,, Baldini e Castoldi, 1997, pag. 159.
16 cfr. S.S. Nigro, “Due schede per la lettura del “Terzo “ romanzo di Manzoni”, in (a cura di F. Bruni), Le donne, i cavalier, l’arme,gli amori”. Poema e romanzo: la narrativa lunga in Italia, Marsilio, 2001, pag.214.
17 cfr. Filippo La Porta “La nuova narrativa italiana”, Bollati Boringhieri, 1999, pag. 31.
18 l’indirizzo della pagina WEB è il seguente: http:digilander.iol.it/redsun/andrea.html.
19 http enet.it/scuole/berchet
20 htttp mondadori.com/libri/cover/decarlo
21 “Lo Specchio” , cit., pag. 142
22 A. DE Carlo, Nel Momento, Mondadori, 1999,pag. 7.
23 A. De Carlo, Nel Momento, cit., pag.222.
24 R. Paris, op.cit., pag. 48.
A proposito del nomadismo di De Carlo, ha scritto Updike : “ De Carlo ha dovuto venire nel Nuovo Mondo, nella vuota opulenza della California del Sud e nella povertà mortale del Messico, per trovare l’atmosfera di cui aveva bisogno : il tremolante, impallidito bagliore del non-esserci” dalla quarta di copertina di A. DE Carlo, Yucatan, Torino, Einaudi, 1996.
25 cfr. l’attenta analisi di F. La Porta, op.cit., pag. 33.
26 “Lo Specchio”, cit., pag. 142.
27 Di un “Calvino dimezzato” parla senza convincerci Filippo La Porta, op.cit., pagg. 29-32, a proposito dei “calviniani” DE Carlo, Dario Voltolini, Andrea Canobbio, Daniele Del Giudice e Mario Fortunato.
28 l’intervista di Alma Daddario : “Andrea DE Carlo Della vita, dello scrivere, dei film (1995), è sul sito digilander.iol.it/redsun/andrea.html. cit..
29 G. Naudè, Avvertenze per la costituzione di una Biblioteca”, introd. Traduzione di Vittoria Lacchini, Edizioni CLUEB, Bologna, 1994, pag. XI (introd.).
30 le definizioni sono tratte dal DISC, Dizionario italiano Sabatini Coletti, Giunti, 1998, pag. 872.
31 cfr. “Lo Specchio”, cit., pag. 141.
32 cfr. A. DE Carlo, Yucatan, Einaudi, 1996, pag. 6.
33 cfr. l’intervista rilasciata a Sandro Pintus, apparsa su “Mega” numero 0, ed ora disponibile sul sito www.mega.it/review/med/decaa.htm
34 E. Raimondi, Verso il Realismo, in : “IL romanzo senza idillio”, Einaudi, Torino,.
35 Filippo La Porta, op.cit., pag. 32.
36 cfr. Andrea De Carlo, “Uccelli da gabbia e da voliera”, Mondadori 1998, pagg. 47-48.