Eugenio de Andrade: metamorfosi della parola.

 

di Adriano Napoli

 

 

 

 

 

 

Eugenio de Andrade nasce  nel 1923 a Póvoa de Atalaia, nella Beira Baixa  portoghese, e viene registrato all’anagrafe con il nome di Josè Fontinhas.  Ciononostante, del suo vero nome fin dall’esordio poetico con Adolescente (raccolta uscita nel 1942 e di seguito ripudiata) non vi è traccia.  Josè Fontinhas scompare sulla soglia dell’iniziazione poetica per lasciare il posto, a tutti gli effetti anche nella vita privata, ad Eugenio de Andrade, che non è pertanto un semplice pseudonimo, bensì il segno e l’effigie di una metamorfosi innescata da eventi traumatici, quali l’abbandono da parte del padre, la sua permanente assenza, che affiorano dal sostrato dell’infanzia.

As Maos e os Frutos, primo libro ufficiale di de Andrade (che è anche autore di prose e racconti per l’infanzia) esce nel 1948, ed in Portogallo continua tuttora ad essere ristampato con puntuale successo.  Seguono,nell’ordine, le raccolte poetiche: Os amantes sem dinheiro (1950), As palavras interditas (1951), Atè amanhà (1956), Coração do dia (1958), Mar de setembro (1961), Ostinato rigore (1964), Obscuro dominio (1971), Limiar dos passaros (1972), Vespera da agua (1973, tradotto in italiano da Carlo Vittorio Cattaneo  e pubblicato da Empiria nel 1990), Escrita da terra (1974), Memoria de outro rio (1978), Materia solar (1980), O peso da Sombra (1982), Branco no branco (1984), Vertentes de Olhar (1987), O outro nome da terra (1988), Contra a Obscuridade (1988), Rente ao Dizer (1992), Oficio de Paciência (1994, pubblicato in Italia dalle Edizioni del Bradipo, a cura di Carlo Vittorio Cattaneo, nel 1997), O sal da Lingua (1995, anch’esso pubblicato dalle Edizioni del Bradipo  nel 1998),   Pequeno Formato (1997), Os Lugares do Lume (1998).[1]

Dal 1950 Eugenio de Andrade  vive a Porto, città nella quale ha sede da diversi anni la Fundação Eugenio de Andrade, il luogo istituzionale per la raccolta delle edizioni originali e la divulgazione della sua opera.

L’eccezionale presenza di de Andrade, già attivo negli anni ’40, nella compagine di antologie[2]  dedicate a scrittori fioriti tra gli anni ’50 e ’60, pone in risalto la singolarità di questo poeta appartato eppure centrale. Pur senza essersi mai proposto come archimandrita o vessillifero di correnti, riviste di tendenza o movimenti, de Andrade ha attraversato il secolo appena trascorso fedele ad un dettato poetico di inarrivabile perfezione, senza uscire dal solco della tradizione modernista (non a caso Poesia è dedicato a Fernando Pessoa), sensibile all’influsso delle più  importanti poetiche della modernità a partire dall’analogismo simbolista e senza dimenticare «una certa sintonia con il neo-barocco  della poesia spagnola, in particolare della cosiddetta generazione del ’27 [3]»; fedele soprattutto ad  alcuni motivi capitali, in parte attinti al serbatoio delle culture classiche[4],  che attraversano costantemente l’arco intero della sua opera, e che è possibile sintetizzare in alcune  decisive parole-chiave: Palavra-Corpo-Casa-Fonte-Aves.

La poetica della parola, ricorrente in gran parte della più prestigiosa poesia portoghese del secondo novecento è centrale anche nell’opera di de Andrade, ove acquista un significato ed un rilievo peculiari .

Secondo l’autorevole analisi del critico Eduardo Lourenço, a palavra, ponendosi come «simbolo paradisiaco»,  al pari della fonte, dei fiori, e degli altri frequenti emblemi,  rispetto ad un mondo dominato dal male e dalla morte, indica con luminosa insistenza un   percorso  salvifico «verso un grande alfabeto divino misteriosamente infranto[5]».

La parola è, fin dal primo libro e con sempre maggiore consapevolezza nelle raccolte seguenti (si veda la poesia  Metamorfosi della parola), soggetto ed oggetto di metamorfosi, testimone scintillante e segreta di una realtà in perenne mutazione, pietra miliare e riflesso di un  universo multiforme e cangiante percorso dai fremiti di un erotismo aereo, rarefatto e nel contempo fisico, palpabile, perennemente in transito nel ciclo vitale degli elementi. Si tratta di un erotismo che fiorisce nel paesaggio di una natura precaria, germogliante dal passaggio di un dio (cfr. Green God) che sembra rievocare la funzione altrice che Lucrezio, nel libro iniziale del De Rerum natura attribuiva alla dea Venere.  Non a caso le immagini chiave di questa poesia (il fuoco, gli uccelli) fanno pensare all’ignis ed alle animae volucres che ricorrono nelle dottrine pitagoriche e neo-platoniche della metempsicosi  e nei capolavori letterari che ne hanno assunto ed eternato la filosofia (ad es. Le Metamorfosi ovidiane) . Nel Poema a mae, il ricorrente metaforismo ornitologico scandisce il passaggio traumatico dall’infanzia del poeta ad una maturità che segna il doloroso distacco dalla figura materna, trasformando l’amore filiale in un edipico «amore infelice».

Nell’evoluzione della poesia di de Andrade, la poetica della palavra tende ad ampliarsi ed intersecarsi con un’altra immagine-simbolo: la casa, con cui la parola si con-fonde inequivocabilmente nel segno della metamorfosi: «a casa che só tenho no poema», è scritto eloquentemente nella poesia intitolata «Metamorfoses da casa».

Senza dimenticare l’explicit di O sal da lingua : «Palavras que muito amei / que talvez ame ainda./Elas são a casa, o sal da lingua».

Ho trascelto, per la presente silloge, otto composizioni che mi sembrano particolarmente emblematiche per offrire un profilo non superficiale sia dello stile, sia della poetica di questo autore.  In Metamorfoses da palavra, esemplare magnifico della forma epigrammatica e musicale della poesia di de Andrade, ho preferito sostituire nella traduzione alla sequenza  di senari del testo portoghese, la misura del settenario, il metro cantabile per eccellenza nella poesia italiana, particolarmente adatto a mio avviso a rendere la musicalità da madrigale del componimento.

Per il resto, ho cercato di conservare le peculiarità stilistiche e metriche dei testi.

   

  

            di  Eugenio de Andrade - Testi scelti da A. Napoli

  

 Da “As Maos e os frutos”

X

 

Green God

 

Trazia consigo a graça

Das fontes quando anoteice.

Era o corpo como un rio

Em sereno desafìo

Como as margens quando desce.

 

Andava como quem passa

Sem ter tempo de parar.

Ervas nasciam dos passos,

Cresciam troncos dos braços

Quando os erguia no ar.

 

Sorria como quem dança

E desfolhava ao dançar

O corpo, que lhe tremia

Num ritmo que ele sabia

Que os deuses devem usar.

 

E seguia o seu caminho,

Porque era um deus que passava.

Alheio a tudo o que via,

Enleado na melodia

Duma flauta que tocava.

 

X

 

Green God

 

Portava con sé la grazia

Delle fonti quando annotta.

Era il corpo pari a un fiume

In serena sfida

Con i margini quando sfocia

 

Andava come chi passa

Senza aver tempo di fermarsi.

Erbe nascevano al suo passare,

Crescevano tronchi dalle braccia

Quando le innalzava al cielo.

 

Sorrideva come chi danza.

E  nella danza svelava

il corpo, vibrante

In un ritmo che – lui lo sapeva-

Forse usavano gli dei

 

E seguiva il suo cammino,

perché era un dio che passava.

Estraneo a tutto ciò che vedeva,

avvolto nella melodia

d’un flauto che suonava.

 

 

XVIII

 

Impetuoso, o teu corpo è como un rio

Onde o meu se perde.

Se escuto, só oiço o teu rumor.

De mim,nem o sìnal mais breve.

 

Imagem dos gestos que tracei,

Irrompe puro e completo.

Por isso, rio foi o nome que lhe dei.

E nele o cèu fica mais perto.

 

 

XVIII 

 

Impetuoso, il tuo corpo è come un fiume

Nel quale si perde il mio.

Se ascolto, sento soltanto il tuo rumore.

Di me, neanche il segno più fioco.

 

Immagine dei gesti che ho compiuto,

Irrompe puro e completo.

Per questo fu fiume il nome che gli diedi.

E in esso il cielo è più vicino.

 

XXXV

 

Em cada fruto a morte amadurece,

Deixando inteira, por legado,

Uma semente virgem que estremece

Logo que o vento a tenha desnudado.

XXXV

 

In ogni frutto la morte matura,

Lasciando intera, in eredità,

Una semente vergine tremante d’amore

Non appena  il vento la denudi.

 

XXIV

  

Somos folhas  breves onde dormem

Aves de sombra e solidão.

Somos só folhas  e o seu rumor.

Inseguros, incapazes de ser flor,

Atè a brisa nos perturba e faz tremer.

Por isso a cada gesto que fazemos

Cada ave se transforma noutro ser.

 

 

XXIV

 

Siamo foglie brevi ove dormono

Uccelli d’ombra e solitudine.

Siamo foglie soltanto e il loro rumore.

Insicure, incapaci di essere fiore,

finchè la brezza  ci sconvolge e fa

                                                   tremare.

Per questo ad ogni gesto che facciamo

Ogni uccello si trasforma in altro essere.

 

Da  « Os amantes sem dinheiro » 

 

  Conselho

 

Sê paciente; espera

Que a palavra amadureça

E se desprenda como un fruto

Ao passar o vento que a mereça.

 

Consiglio

 

Sii paziente; aspetta

Che la parola sia matura

E  si stacchi come un frutto

Quando passa il vento e la cattura

 

Poema à mae

 

No mais fundo de ti

Eu sei que traì, mãe !

 

Tudo porque já não sou

O retrato adormecido

No fundo dos teus olhos !

 

Tudo porque tu ignoras

Que há leitos onde o frio nào se demora

E noites rumorosas de àguas matinais !

 

 

Por isso, às vezes, as palavras que te digo

São duras,  mãe,

E o nosso amor è infeliz.

 

Tudo porque perdi as rosas brancas

Que apertava junto ao coração

No retrato da moldura !

 

Se soubesses como ainda amo as rosas.

Talvez não enchesses as horas de pesadelos

    

Mas tu esqueceste muita cosa !

Esqueceste que as minhas pernas cresceram.

 

Que todo o meu corpo cresceu,

E atè o meu coração

Ficou enorme, mãe !

  

Olha – queres ouvir –me ?-

às vezes ainda sou o menino

Que adormeceu nos teus olhos ;

 

Ainda aperto contra o coração

Rosas tão brancas

Como as que tens na moldura ;

 

Ainda oiço a tua voz :

Era uma vez uma princesa

No meio de um laranjal

 

 

Mas- tu sabes !- a noite è enorme

E todo o meu corpo cresceu…

Eu saì da moldura

Dei às aves os meus olhos a beber

 

Não me esqueci de nada,mãe.

Guardo a tua voz dentro de mim

E deixo – te as rosas…

 

Boa noite. Eu vou com as aves !  

 

Poesia per la madre

  

Nel  più profondo di te

Io so che  ho tradito, madre .

 

Tutto perché non sono ormai

Il bambino addormentato

Nel profondo dei tuoi occhi !

 

Tutto perché tu ignori

Che vi sono lètti ove il freddo non ha dimora

 E notti fragorose di acque mattinali !

 

Per questo, a volte, le parole che ti dico

Sono dure, madre

E il nostro amore è infelice.

 

Tutto perché ho perduto le rose bianche

Che tenevo strette al cuore

Nel ritratto in cornice .

 

Se sapessi quanto ancora amo le rose

Forse non riempiresti le ore di cattivi pensieri

  

Ma tu hai dimenticato molte cose ;

Hai dimenticato che le mie gambe sono cresciute,

   

Che tutto il mio corpo è cresciuto

E  finanche il mio cuore

Madre, è diventato   enorme !

 

Guarda- mi vuoi guardare ?-

A volte sono ancora il bambino

Che si è addormentato  nei tuoi occhi ;

 

Ancora  stringo al cuore

Rose tanto bianche

Come quelle nella cornice;

 

Ancora sento la tua voce :

« C’era una volta una principessa

nel mezzo di un aranceto… »

  

 

Ma – lo  sai - la notte è smisurata

E tutto il mio corpo è cresciuto

Ho infranto la cornice,

Ho dato da bere i miei occhi agli uccelli.

 

Ma nulla ho dimenticato, madre.

Guardo la tua voce dentro di me

E lascio a te le rose…

 

Buona notte. Me ne vado con gli  uccelli ! 

 

Canção para minha mãe

 

Uma mulher a cantar

De cabelo despenteado

 

(Era o tempo das gaivotas

mas o mar tinha secado)

 

Pelos secos braços caìam

Frutos maduros de outono,

 

Pelas pernas escorriam

Águam mortas de abandono

 

(Uma criança juntava

o cabelo destrançado)

 

Gaivotas não as havia

E o mar tinha secado.

 

Canzone per mia madre

 

Il canto di una donna

dai capelli sconvolti

 

(era il tempo dei gabbiani

ma il mare era asciutto)

 

Dalle magre braccia cadevano

Frutti maturi d’autunno,

 

Dalle gambe scorrevano

Acque morte di abbandono

 

(Un bimbo riuniva

i capelli disfatti)

 

Gabbiani non ce n’erano

E il mare era asciutto.

 

 Cançao breve

 

Tudo me prende à terra onde me dei :

O rio subitamente adolescente,

A luz tropeçando nas esquinas,

As areias onde ardi impaciente.

 

Tudo me prende do mesmo triste amor

Que há em saber que a vida pouco dura,

E nela ponho a esperança e o calor

De uns dedos com restos de ternura.

 

 

Dizem que há outros céus e outras luas

E outros olhos densos de alegria,

Mas eu sou destas casas, destas ruas,

Deste amor a escorrer melancolia.

 

 

Canzone breve

 

Tutto mi prende la terra che mi possiede:

Il fiume d’improvviso adolescente,

La luce incespicando negli angoli,

Le sabbie  ove arsi impaziente.

 

Tutto mi prende del medesimo triste amore

  nel sapere che la vita dura poco,

E in essa pongo la speranza e il calore

Di quanta tenerezza rimane tra le dita.

 

Dicono che vi sono altri cieli e altre lune

E altri occhi densi di allegria,

Ma io appartengo a queste case, a queste vie,

A questo amore  grondante melanconia.

 

Da “Atè amanhà”

 Metamorfoses da palavra

 

A palavra nasceu :

Nos lábios cintila.

 

Carícia ou aroma,

Mal pousa nos dedos.

 

De ramo in ramo voa,

Na luz se derrama.

 

A morte não existe :

Tudo è canto ou chama.

 

Metamorfosi della parola

 

La parola è nata :

Sulle labbra scintilla.

 

Carezza o aroma,

Tra le dita precaria.

 

Di ramo in ramo vola,

Nella luce si  spande

 

La morte non esiste :

Tutto è canto o fiamma.

 

Da «  Ostinato rigore »

Metamorfoses da casa

  

 Ergue-se aérea  pedra a pedra

a casa que só tenho no poema.

 

A casa dorme, sonha no vento

A delícia súbita  de ser mastro.

 

Como estremece um torso delicado,

Assim a casa, assim um barco.

 

Uma gaivota passa  e outra e outra,

A casa não  resiste : tambèm voa.

 

Ah, um dia a casa serà bosque,

à sua sombra encontrarei a fonte

Onde um rumor de água è só silêncio.

Metamorfosi della casa

 

Aerea s’impenna, pietra su pietra,

La casa che ho solo nei miei versi.

 

Dorme la casa, sogna nel vento

L’imprevista delizia di essere albero.

 

Come sussulta un torso delicato,

Così pure la casa, così pure una barca.

 

Passa un gabbiano, e un altro e un altro ancora,

La casa non resiste : anch’essa vola via.

 

Ah, un giorno la casa sarà bosco,

La sua ombra incontrerà la fonte

Ove un rumore di acqua è solo silenzio.

  

NOTE

 

[1]       L’opera poetica di de Andrade è stata appena raccolta in un unico volume  intitolato Poesia, edito dalla Fundaçao Eugenio de Andrade, Porto, 2000Da  questa edizione ho trascritto i i testi portoghesi delle poesie in traduzione.

[2]               Meritano a nostro avviso di essere menzionate due antologie della poesia portoghese contemporanea  appena pubblicate in Italia : la prima a cura di Manuel G. Simões [2], apprezzabile anche per i saggi introduttivi del curatore e di Gastão Cruz che storicizzano e inquadrano nelle principali linee di tendenza  le poetiche dei maggiori poeti portoghesi del secondo novecento ; la seconda curata da Giulia Lanciani Poeti portoghesi del novecento, a cura di Giulia Lanciani, in : Trame, rivista di letterature comparate, n.1, Cassino, autunno 2000, pagg. 29-119.La studiosa traduce alcune poesie tratte dall’ultima raccolta di de Andrade, Os Lugares do Lume.

[3]               Cfr. Carlo Vittorio Cattaneo, «Eugenio de Andrade, ufficio di pazienza», in Poesia, nr.  107,Milano, giugno 1997, pag.68.

[4]               Si ricordi l’appassionata opera di traduttore di classici greci e latini, in particolare di Saffo e Catullo, e la sua approfondita conoscenza del patrimonio poetico e filosofico (particolarmente di una concezione della poesia quale fonte e veicolo di conoscenza) delle letterature classiche

[5]       Cfr. E. Lourenço, «Eugenio de Andrade ou: o Paraiso sem mediação, in Tempo e poesia,Lisboa, Relogio d’Agua, 1987.