Per una lettura di Fraturno

  

di Adriano Napoli

 

 

 

 

 

 

Tutte le volte che riprendo per le mani La miniera di Claudio Damiani ( Fazi, Roma, 1997), non posso fare a meno di pensare alla geniale similitudine con cui Cesare Garboli ha rappresentato iconicamente la complessa e sfuggente architettura delle Myricae pascoliane: una costruzione che frontalmente, è simile a un  tabernacolo di campagna; di scorcio, tuttavia,sembra piuttosto una pagoda (C. Garboli, Trenta poesie familiari di Giovanni Pascoli, Einaudi, Torino, 2000).

Non è mia intenzione misurare nella sua intierezza il perimetro  de La miniera. Altri lo hanno già fatto, penso in particolare al saggio di Roberto Galaverni intitolato Come una voce bianca (in: Dopo la poesia, Fazi, Roma, 2002).Mi interessa piuttosto soffermarmi sulla soglia di questa complessa architettura, con la convinzione che in essa vi siano alcuni elementi che osservati di scorcio , ci permettono forse di individuare qualche crepa o asimmetria nella struttura , tale da offrirci una visuale diversa e, perché no, spiazzante. Proviamo.

La soglia è Fraturno , prima sezione del libro, breve ma fertilissima raccolta in forma di prosimetro , in cui si concentra una varietà cospicua di tipologie testuali: brani in prosa , traduzioni, elegie, e a chiudere ,un’ode in settenari dedicata a Fraturno, il  lago della Sabina che dà il titolo all’opera. Ma è sulla prosa d’esordio (in forma epistolare) che accompagna la traduzione di un’ode del genius loci Orazio che occorre soffermarsi.

Rileggiamo con attenzione:

 

Roma , 23 settembre 1984

 

Ti ricordi tesoro la dolce fonte Bandusia nella Sabina ispida lungo la strada di Percìle? Ho tradotto ieri la poesia di Orazio e te la mando.Tu l’avevi vista  solo di notte amore la fontana, chè ci passammo di corsa dal Percìle e era già buio. L’elce (o il boschetto di elci)  non c’è più e nella poesia sembra grande , ma è molto piccola , invece, la fonte. L’ho fatta ieri mattina di corsa la traduzione , chè non so perché ci pensavo , e nel pomeriggio avevo sentito Gino e siamo andati a vederla , chè lui non l’aveva mai vista  né la casa di Orazio, né il fonte.  Siamo passati anche da Arnaldo , ma non poteva venire. Le melette erano più mature amore e le more c’erano ancora  e erano ancora più grosse  ma come gonfie di pioggia. La rosa canina  cominciava a perdere le foglie e il biancospino , ora, si poteva mangiare  e il prugnolo selvatico  sta lì muto e fermo con tutte le prugne  imperlate di pioggia.

Rimuginavo, stanti io e Gino meditabondi davanti la fonte , il primo verso, e Gino diceva che il vetro era per i romani  altra cosa che adesso , e io dicevo che lo stesso  non mi veniva altro che il vetro. Tu che ne pensi? Gli ho fatto vedere la lapide del partigiano morto che mi colpì tanto e ti dissi. Stupiva Gino della quantità di meletti, e io studiavo  ogni cosa e ho visto finalmente , per la prima volta, dopo tanto tempo, un mezereo (ce l’hai anche tu nel librettino tedesco).

C’era un canetto  che doveva essere quello  del guardiano  che ci guardava a me  e a Gino , dietro una rete del recinto . Poi siamo andati al fiume  lì sotto , ma più avanti del punto dove ti ricordi andammo insieme, più a monte, verso il Percìle. Era tardi e non potevamo arrivare a Fraturno. Siamo scesi giù dalla strada per un sentiero molto dolce e il fiumetto era lì bellissimo . Fra i sassi , nell’acqua , cresceva la menta ( e io pensavo  a quella tenera del Clitunno che tu cogliesti  e che è morta  nel vasettino  in giardino!) . Oh tesoro erano venute a un tratto  le nuvole  sopra il fiumetto  e tutto era diventato oscuro e umido e triste  e pieno tanto d’autunno!

 

Fonte Bandusia, del vetro più splendida,

Degna, non senza fior, di vino dolce,

Domani ti darò

Un capretto a cui turgida

La fronte per le prime

 

Corna promette  le zuffe di Venere.

Invano, chè i tuoi gelidi ruscelli

Colorerà del suo

Rosso sangue la prole

Della greggia lasciva.

 

L’ora terribile della canicola

Bruciante non ti può toccare; amabile

Fresco tu porgi ai tori

Per il vomere stanchi

E agli armenti vaganti.

 

Tu fra le nobili fonti sarai

Anche, il boschetto di elci io cantando

Che cresce fra le cave

Rupi, donde discendono

Le  tue linfe loquaci.

 

( da La Miniera, cit., pagg. 1-12)

 

Il lettore più avvertito avrà già saputo localizzare  i numerosi stilemi ed i contrassegni di questa poesia che fa decisamente macchia a sé nell’orizzonte della poesia italiana contemporanea, a cominciare dai diminutivi e vezzeggiativi ( melette, canetto, fiumetto ecc.ecc.) che filtrano il paesaggio attraverso uno  sguardo pascolianamente fanciullo,capace di parlare con gli alberi e di percepire profondamente il valore poetico delle cose; e inoltre la sintassi paratattica, il lessico umile in cui spiccano rari ma suggestivi termini settoriali ( mezereo, e si potrebbe anche qui scomodare il Pascoli artefice di alchemiche fermentazioni tra “sublime d’en haut “ e “sublime d’en bas”) . Si avverano subito in questo contesto quella compenetrazione tra luogo e poesia , “ovvero tra il luogo della poesia e la poesia del luogo” (Galaverni, cit., pag.226) in cui matura e acquista verità l’esperienza del poeta, e il clima amicale, (diciamo meglio: fraterno) che lega l’autore ad una eletta compagnia di persone che partecipano empaticamente delle sue stesse passioni . Se la memoria non mi inganna , i loro nomi: Gino, Arnaldo , evocano le identità di alcuni poeti che negli anni ’80 hanno condiviso in amicizia con Damiani una esperienza culturale quantomai produttiva (penso alla rivista romana Braci). Questa  condivisione di un retroterra comune permette al poeta che dice io di convitare in un unico luogo nel contempo reale e ideale ( si veda nel testo il continuo rimando tra sfera fisica e sfera intellettuale; tra memoria e invenzione)  esperienze ,modi di vedere non esclusivamente autoriflessi. Questa vocazione di moltiplicare l’io , solitamente  ergotante fino all’autismo  di tanta poesia coeva in un noi partecipe e vitale capace di comporsi in un’energia carismatica fatta di condivisione fisica , stupore reciproco ,e senza il venir meno di un  atteggiamento critico ( “e io studiavo ogni cosa”) nei confronti del reale, in cui l’osservazione predomina sul giudizio, è un fatto più unico che raro in un orizzonte intellettuale spesso scisso tra nichilismi e settarismi esasperati e claustrofobici.

 

Ma oltre a ciò,  non si può ignorare la funzione prospettica della datazione (1984) del testo in prosa rispetto alla data di edizione del libretto (1987) . Si ha la sensazione che tra le due date si apra una voragine non indifferente e che da questo precipizio la poesia  cerchi di operare un riscatto , di strappare alla dissoluzione del tempo e del divenire un luogo integro in cui poter consistere.

La risonanza di un trauma , appena attutito dal tono terso e pacato di questa poesia, è percepibile quando il poeta si rivolge  ad un tu femminile con il tono concitato dell’apostrofe, e con la reiterazione della più convenzionale terminologia amorosa che acquista però, nel contesto un po’ ipnotico del testo, la valenza di uno scongiuro ( Ti ricordi tesoro….oh tesoro….tu l’avevi vista solo di notte amore la fontana…).

E’ nel colloquio incessante con il tu che prevale quel tono lalico individuato da alcuni critici (si cfr. l’intervento di M. Ferrari su Frontiere, rivista web di letteratura, www.edizionijoker.com/frontiere) quale specimen della poesia di Damiani. Anche al tu il poeta riserva il previlegio di partecipare dello spirito dei luoghi , addirittura è ad esso che indirizza , in qualità  non solo di dedicatario,ma bensì di lettore critico ( “Tu che ne pensi?”) e ancor più di genius loci, la traduzione oraziana a cui ha appena finito di attendere.

Leggendo ,qualche pagina oltre, la seconda e ultima prosa del libretto scopriamo una nuova suggestiva competenza di questo tu:  è una pittrice, ed ha dedicato un suo disegno al paesaggio sabino caro al poeta , intitolandolo La via a Fraturno .

 

Quant’è bella , tesoro, La via a Fraturno!La guardo sempre, illumina la stanza , la dolce via dove gli esseri vanno …o vengono? Vengono forse?  La dipingesti in campagna, ti ricordi? (La miniera, cit., pag. 31).

 

La via a Fraturno sarà anche il titolo della prima sezione de La mia casa (1994), raccolta confluita anch’essa ne La miniera.

Insomma, quante trame e diramazioni sottili ma visibili in un libretto all’apparenza tanto esiguo.E’ evidente una volta per tutte  che questo paesaggio apparentemente nudo e scontato , è un’invenzione ( inventio: scoperta) frutto di molteplici stratificazioni , filtrata da una memoria intellettuale collettiva, aperta ai contributi di una piccola comunità di animi compatta e partecipe.

Ma torniamo al tu : nonostante il nostro poeta cerchi di scolpire una volta per sempre nel basalto della mitologia la sua donna , ritraendola nelle fattezze di una dea altrice che feconda la natura  con il suo semplice passaggio sulla terra (“ Tu  andavi , eri avanti tra i papaveri , eri ferma e qua e là  li guardavi , e qua e là  anche qualcuno coglievi per te, ma dove  coglievi, altri nuovi nascevano , e dove guardavi erano più luminosi e accesi, come se tu li accendessi ….pag.31; è legittimo pensare alla Venere lucreziana ?)  di questo tu ci colpisce soprattutto  la sua apparentemente scontata e disadorna competenza grammaticale di pronome personale di seconda persona . Claudio Damiani sa bene che l’io e il tu sono fin dall’origine i due termini entro cui si svolge il discorso lirico , e che in questo sistema il tu svolge un ruolo paradossale: esso, al fine di  attivare la comunicazione lirica dell’ io,le sue rimemorazioni , deve essere lontano o addirittura assente. L’esempio supremo della Laura petrarchesca ( come non scegliere ad esemplare il poeta sommamente prediletto da Damiani ?) è di per sé eloquente.Questa lontananza del tu è ravvisabile anche in Fraturno per una serie di indizi: il ricorso puntuale al tempo imperfetto che sospende prospetticamente in un passato favoloso i momenti vissuti insieme; il ricorso all’escamotage della lettera quale  mezzo di comunicazione per raggiungere il destinatario lontano; il  rifrangersi inquieto e luttuoso di un’icona : il“gatto nero”  (protagonista di una sezione intera del libretto) , dietro il cui emblema apparentemente vezzoso e ludico campeggiano le insegne del distacco e dell’angoscia , su cui spira come un vento gelido la furia lenta e rapinosa del tempo che passa.

 

L’io , il tu , il noi ….perché non appaia del tutto oziosa questa declinazione pronominale occorre individuare il tessuto connettivo che lega questi elementi a un paesaggio comune , fondendoli nell’aura in cui si manifesta quel “mondo che sembra aver accolto in sé il tempo della giustizia “ (la definizione è di Emanuele Trevi, ripresa da Galaverni, cit., pag. 28). Proviamo a pesare sul bilancino una parola tra le più ricorrenti nella raccolta in esame.

La frequenza del verbo “tradurre”e del suo deverbale (traduzione) mi sembra non certo casuale, considerando che in un poeta doctus quale Damiani anche un’apparente ’ingenuità non è pensabile se non in una valenza studiatamente etimologica. Dirò meglio:   per Damiani la poesia, oltre che ispirazione, idea, sentimento, rimemorazione, è soprattutto studio. E’ questa l’eredità oraziana, pascoliana, e più di tutte petrarchesca che il nostro autore ha saputo capitalizzare con destrezza. Ne è una spia superlativa, oltre che la costruzione del verso, la scelta delle parole: la loro ingenuità consiste nella grazia di centrare, con un massimo di economia, una risonanza di verità , di aderire con la dovuta discretio alla verità delle cose.

 

Nella compagine dei testi l’atto del tradurre è marcato continuamente dalla ricorrenza della parola secondo due modalità semantiche diverse ma complementari: “tradurre” nel senso più appropriatamente letterario di volgere un testo letterario da una lingua classica (segnatamente il latino oraziano, ricordate? “ Ho tradotto ieri la poesia di Orazio e te la mando” .); ma anche nel senso più referenziale di  tradurre un discorso da una lingua straniera a beneficio di un ascoltatore ignaro. In questo caso è significativo che il tu amato dal poeta sia una donna straniera , e che tra l ‘io e questo tu sia necessario un continuo lavoro di mediazione, di modo che a turno l’uno finisca per diventare l’interprete dell’altro.

Vediamo:

 

Oh amore , erano

Nell’acqua  e forse non sapevi il nome

Italiano quand’io dissi : “Tesoro !

Ci sono gli ippopotami che tornano

Giustamente nell’acqua dopo avere,

Con gli altri mammiferi dal mare

Emancipati, visto il mondo” (Elegia, pag. 13)

 

E ancora:

 

Durante la visita ad una stalla moderna, che sembra un clinica mostruosa, dove il dolore si svela nella sua nudità irresistibile attraverso la sofferenza animale di mucche e vitellini, la “cognizione del dolore” da parte del poeta è determinata dal ruolo della donna straniera che si fa interprete e medium tra lui e l’inserviente –Caronte che li scorta in questo viaggio da incubo

 

 

 

Poi ce n’era  uno

Anche che Jorg diceva (tu tesoro

Tutto mi traducevi) che era nato

Appena ieri……….(Elegia II, pag.15)

 

 

 

Non c’è , insomma, esperienza descritta in questo libro che non nasca da una mediazione , un “trans-ducere”, letteralmente un condurre attraverso , o un essere portati. Se non è un mero arbitrio considerare  Fraturno una riflessione sul Tempo ( al punto che questo tema campeggia in un’intera sezione del libro), come suggerisce la presenza simbolica dell’elemento acquatico, questo “essere portati” implica anche lacerazioni e ferite, e la perdita, nel tempo, o l’allontanamento degli altri, e forse di una parte di noi. Da qui nasce il bisogno di reinventare il locus amoenus con l’ingrediente però di una solitudine visitata da memoria e desiderio. Un luogo che è come l’occhio di un ciclone: una quiete verticale sospesa nella tempesta. Così come il paesaggio di Fraturno viene re-inventato dal poeta ,  attraverso l’esperienza maieutica  della scrittura, così anche la vicenda amorosa che percorre questo libro è tradotta, rivissuta , attraverso una costante mediazione : la lettera, il passaggio da un codice linguistico all’altro, la presenza del gatto nero a compensare l’assenza fisica della donna ecc.

Non c’ è nulla di idillico pertanto nel luogo di elezione del nostro poeta. Sembra di poter dire che il locus amoenus di Fraturno, al pari del quadretto disegnato dall’amata , acquisti vitalità e valore solo quando un sentimento di nostalgia (nostos: ritorno) venga animato da echi lontani ,da presenze che il tempo ha dilatato in distanza,  rendendo più inquieto e precario il paesaggio , e forse per questo più vero e necessario. E’ lecito affermare che all’apice del paradosso lirico , l’io poetico di Damiani scopre la grazia di dire “tu” o “noi” , quando ne avverte il divario e la lontananza?