Adriano Napoli

Nota a:

Gianmario lucini, Allegro moderato, Montedit.2001.

 

 

  

  

   

Allegro nel lessico musicale sta ad indicare un movimento abbastanza veloce, ma il contenuto emozionale, quello trova risonanza nell’aggettivo moderato; ora, nel caso della raccolta di Mario Lucini entrambi i termini segnano lo spazio stilistico ed emotivo entro il quale la poesia cresce solo in apparenza elidendosi tra due anime: da un lato la bulimia stilistica ricercata attraverso un’inesausta voracità espressiva e lessicale che a tratti si fa gliommero gomitolo sintattico; dall’altro la pacata lucidità del contenuto, sono infatti le due valve di una conchiglia che riescono a combaciare in una pronuncia tenace ed inconfondibile, che sembra mettere in conto responsabilmente anche il rischio di uscire in frammenti dalla discesa nell’insignificanza (si veda in particolare quella sorta di via crucis grottesca che è la prima sezione su cui fra breve ritorniamo).  Abbiamo apprezzato in questi versi lo stile eccentrico (ricorda un altro eccentrico lombardo, Tiziano Rossi) capace di perlustrare minutamente la superficie apparentemente piatta, in realtà infinita del banale quotidiano, facendo scaturire la creazione poetica, non da una fermentazione del miglior vino della tradizione, ma da un ironico scardinamento di quel linguaggio sotto l’urgenza di una compartecipazione fisica del poeta all’esperienza quotidiana, anche nella sua grottesca negatività (Fabio Ciofi nella prefazione ha insistito giustamente sulla tensione etica di queste poesie).

Il libro si articola in una serie di capitoli o movimenti se vogliamo rispettare la terminologia della musica evocata nel titolo di copertina: Tivù, Campeggio, Adolescenza, Ipocondrie scarlattiane Fiori. E’ un bel campionario, quasi sempre riuscito, delle risorse poetiche dell’autore lombardo, con gradazioni che vanno con apprezzabile naturalezza dal registro basso parlato, a una dizione che l’ironia o la rimemorazione, a seconda, fissano sulla tela ora con colori graffianti ora con la tepida sensuosità materica del pastello. Ma laddove la poesia si carica di maggiore “responsabilità” (citiamo ancora l’acuta nota di Fabio Ciofi) e fa sentire meglio i suoi muscoli, dando voce con lucido disequilibrio a tutte le note, alte e basse, e condensando in un mosaico mosso e feroce i pezzi scoppiati di una realtà impartecipe del suo senso è nella sezione prima. La tivù è il totem l’idolo terribile a cui è demandato nella nostra epoca ogni resipiscenza di sentimento religioso.

Ed ecco la via crucis grottesca, la liturgia dell’annunciatrice che “dà inizio alla serata di sciagure”, la voce suadente, le immagini che si assommano e deframmentano in un carnevale superfluo, né comico né tragico, l’incubo dei talk-show : “Hai fra le mani uno spicchio di mondo, lo giri o lo rigiri/, sospiri, bofonchi/, affondi/in certe piaghe, a caso”. E sembra che lo stile, la tecnica combinatoria delle parole, funzionino a modo di una preghiera solo per mezzo di una discesa ostinata nell’abisso con quella parola in maiuscolo tremenda, “Televisione”, che spesso funziona da capoverso ad inizio di poesia ( “Televisione che si apre sul mondo”, “ “Televisione che scava il dolore/ come un barbone scava spazzatura”e tu ci senti in questo polisillabo scritto in maiuscole come un’impostura forse perché dietro, nel ritmo delle parole che seguono alberga ancora, ma sempre più evanescente, un controcanto ritmico, dolce ed umile di “Salve Regina”) come un leitmotiv, come una nenia, come una preghiera per l’appunto, ma una preghiera che nasce dalla sua negazione, che si lascia parlare dal linguaggio violento proprio dell’industria mediatica che sforna divismo per annullare Dio e la morte per dimenticarsi dell’umano. E’ come se l’unica possibilità di preghiera fosse per l’autore questo coraggio ed ostinazione di guardare “il grande Male” (come lo chiamava Turoldo, autore letto e meditato dal nostro) dritto negli occhi. Le parole allora sono come pietre prese e lanciate a tentare di svegliare il mostro che dorme.

Quello che resta è dunque la provvisorietà delle schegge, dei frammenti, gli oggetti che ancora sopravvivono, e a furia di essere sconvolti, o feriti dalla scomparsa dell’umano, è come se ne conservassero un minuscolo fiato, un tepore ancora avvertibile da qualche parte nei paraggi del Male come il “Campeggio” che sta “A futura memoria”, ed è “ un punto preciso sulla carta geografica, un punto deciso nei secoli dei secoli /da un’esile lacrima d’acqua: il nostro stare a una destra o una sinistra/ di quel caso/ collettivi o singoli, fa nulla”, o quel “bar” dove si va a “ misurare quanto ampio sia lo iato/ fra il verde monotono del prato e la scansia colorata dei liquori, o quanti amori/ sopravvivano al telefono”(...)”ma intanto ci torni al bar/non fosse altro che per tornare”.