L’uomo nell’astuccio

su A. Cechov - di Adriano Napoli

      

       

       

       

     

“At ego puto esse quoddam genus docendi

per commemorationem”

Agostino, De Magistro, I, 1.

    

E’ notte. In un villaggio della Russia  due uomini si attardano davanti ad una rimessa . A dire il vero, è uno solo che parla : il suo nome è Burkin ; l’altro, Ivan Ivanic, ascolta quieto fumando la pipa. Si parla di una delle varietà del carattere umano, quella dei solitari per natura, che non sono pochi, che sembrano fermi  al tempo in cui l’uomo non era ancora un animale socievole. Uno di questi solitari Burkin dice di averlo conosciuto : era un suo collega, professore di greco, ormai da tempo defunto, ma tanto vivo nel ricordo da  impadronirsi dei suoi pensieri (e del racconto). Si chiamava Belikov, ed era gretto, pignolo, schiavo delle convenienze e delle rigide abitudini, incapace di stabilire legami di sodalità con nessuno, per una inaudita propensione  a ritrarsi nel  guscio  della propria sussistenza, come una chiocciola o un granchio eremita. Fino al punto di mostrarsi sereno  solo quando fu disteso nella sua bara, la dimora ideale per uno come lui, l’astuccio dal quale nessuno più avrebbe potuto smuoverlo.

« L’uomo nell’astuccio »[1], scritto nel 1898, sembrerebbe un racconto  squisitamente comico, la superba caratterizzazione  satirica di un personaggio  tanto ridicolo da apparire irreale, una iperbole divertita. Ettore Lo Gatto, per il quale Cechov  non era scrittore satirico, ma capace di vedere comicamente e sentire tristemente, ammette la comicità del personaggio Belikov, « ma - aggiunge - quale maggiore  tristezza  dell’ideale della solitudine  trovato nella tomba ? »[2]

Ben oltre l’evidenza comica, sembrerebbe di riscontrare nel racconto  un senso più profondo, ma per farlo riemergere occorre che il lettore  non si fermi all’evidenza, ma provi a  togliere dall’astuccio in cui è stato confinato Belikov.

Ma per fare ciò, ci si dovrà domandare : chi era veramente Belikov ? E senza accontentarsi della risposta più ovvia: un uomo nell’astuccio.

Non possiamo ignorare che questo caustico, irridente epiteto  ci è stato suggerito, o piuttosto imposto, dall’intrigante racconto di Burkin, che è l’io narrante, e con il quale, per la carezzevole violenza del suo eloquio, rischiamo giocoforza per identificarci. Non c’è da stupirsi se realizziamo che fino ad ora non abbiamo fatto altro che giudicare e osservare Belikov  esclusivamente con lo sguardo di Burkin.

Per quanto sia costantemente in primo piano, Belikov  per noi è solamente un nome, a cui corrisponde una maschera plasmata per il gusto di essere demolita  dalla loquela superciliosa di un altro personaggio, quello che funziona da narratore, le cui logorroiche argomentazioni ci lasciano in bocca il sapore aspro della celia. Quello che stiamo esaminando è il racconto di un racconto, Cechov infatti solo inizialmente interviene in prima persona, ma lascia in seguito la « responsabilità » della narrazione  al personaggio Burkin, il cui racconto è  tutto incentrato sulla rimemorazione  dell’uomo nell’astuccio. Se Cechov ha creato Burkin e ne ha fatto l’io narrante del racconto, è pur vero che Burkin ha creato Belikov: è stupefacente l’autonomia del personaggio-narratore; l’uomo nell’astuccio è un parto del suo ingegno.  Leggendo il racconto di Burkin, noi assistiamo  in presa diretta ad una vera e propria istruttoria, un processo già deciso in partenza, in cui Burkin è il grande inquisitore e Belikov, emblema  della selvatichezza, il capro espiatorio. Se accettassimo questo verdetto, non ci resterebbe che fare come Ivan Ivanic: accendersi un buon sigaro e  restare in ascolto. Ma così facendo accadrebbe qualcosa. Dal punto di vista di Ivan Ivanic, un punto di vista apparentemente anamorfico rispetto alla strutturazione del racconto che prevedrebbe un narratore onnisciente alter ego dell’autore, noi rischiamo di cogliere  il vero significato del racconto, e le vere intenzioni del suo autore: ascoltando e soppesando le parole di Burkin, non identificandoci quiescentemente con il suo punto di vista, noi arriveremmo a una conclusione diversa da quella sprezzante, insolente e liquidatoria di Burkin. Ci riuscirebbe difficile immaginare che a Cechov stesse a cuore la demolizione  senza pietà di Belikov, presentato come un grottesco monumento al disumano. No, in Cechov  quanto più l’uomo è ferito, tanto più  è umano. Prendete l’impiegato Cerviakov [3] , che muore  per il semplice rimorso d’avere starnutito addosso ad un suo superiore. Quando ne descrive la fine, egli non  condanna il personaggio, ma denuncia attraverso la caratterizzazione parossistica di quel personaggio e di quell’ambiente, il male della coscienza morale che lo ha esautorato, quel senso di colpa  che lo ha messo in conflitto non solo con la società, ma con la sua stessa coscienza, confondendone la voce con i diktat dei quadri superiori, dei regolamenti. Non sembra errato sostenere che Belikov possa essere in fondo  un parente stretto di Cerviakov, che anch’egli soffra  della stessa malattia.  Non muore forse anch’egli ferito dal rimorso ? Si confronti il finale de La morte dell’impiegato  con un brano del nostro racconto. Cerviakov, dopo avere  suscitato le ire  del superiore «  arrivato macchinalmente a casa, senza togliersi la divisa di servizio, si coricò sul divano e……morì »[4]

Parimenti, a Belikov , dopo aver rimediato una brutta figura  davanti alla  sua promessa sposa, « pareva che sarebbe stato meglio rompersi il collo, o tutt’e due le gambe,  che diventare lo zimbello della gente; adesso tutta la città avrebbe saputo, la cosa sarebbe arrivata fino al provveditore (….)  Tornato a casa sua, prima di tutto tolse dalla tavola il ritratto, poi si coricò e non si alzò più.[5] «  Mania di persecuzione, paranoia, shock depressivo: non c’è dubbio che il campionario dell’uomo nell’astuccio esalterebbe la reputazione di qualsiasi neurologo. Ma ... con L’uomo nell’astuccio Cechov  ha lasciato che fosse il personaggio Burkin a raccontare Belikov, tuttavia egli non si è eclissato  dietro il suo io-narrante, come fosse il suo alter ego, no, gli ha ceduto la parola, ma per dissociarsene, per godere della prospettiva di Ivan Ivanic ( e del lettore), diventando lui même spettatore e critico, affinchè Burkin abbandonato ai fantasmi della sua coscienza rivelasse il suo vero volto. Belikov è una maschera, dicevamo prima: la maschera di un disagio che riguarda non solo Burkin ma tutto un mondo. Distruggendo Belikov, Burkin non fa altro che rifugiarsi lui stesso in un astuccio, quello della normalità, dell’onorabilità, del vivere al di sopra di ogni critica e condanna. Burkin ci insegna senza volerlo che  tutti siamo uomini nell’astuccio se dobbiamo infierire sull’altro, sull’estraneo, sull’altro da sé, per sentirci normali e innocenti[6].

Quanto più Burkin tenta di infierire su Belikov, tanto più paradossalmente  piange su sé stesso. Non è Belikov allora il protagonista negativo del racconto, bensì lo stesso Burkin  che si eclissa  dietro la sua creatura mostruosa e repellente come la cattiva coscienza, e sembra volere isolare nell’astuccio il malessere di un’intera società  arida e malata. E’ significativo che Burkin non sappia dire io, e che raccontando di Belikov  finisca per svelare tanto di sé  con una confessione involontaria o, per meglio dire, inconscia. Non è forse questa una prerogativa del linguaggio umano, che penetra come una sonda nell’anima più segreta di noi , facendo riemergere le verità più nascoste ? E’ ciò che scrive, molto prima di Lacan , Agostino di Ippona nele battute iniziali del De Magistro, dialogando con il figlio Adeodato : «  Penso invece si possa insegnare attraverso il ricordo (...).  Ma se tu non ritieni che ricordando si impari  e chi spinge a ricordare  insegni, non mi oppongo a quanto hai detto. Stabilisco fin d’ora due finalità del linguaggio: si parla per insegnare oppure  per aiutare gli altri  o noi stessi a ricordare. Lo facciamo anche quando cantiamo, o non ti pare ? » [7]

Allo stesso modo, in questo racconto incentrato sulla commemoratio, Burkin è parlato dal suo linguaggio, e così Cechov  può arrivare allo scopo: l’analisi oggettiva di una società incapace di rispecchiarsi nei propri limiti, senza imporre il suo punto di vista  al lettore, ma lasciando che la verità di quel contesto umano emergesse  spontaneamente attraverso la rimemorazione di un suo esponente e parlasse con la sua vera voce.

   

   

 

[1] A. Cechov, La signora col cagnolino ed altri racconti, trad. di Alfredo Polledro, Milano, 1990, pag. 392 segg.

[2] E. Lo Gatto, Profilo della letteratura russa, Milano, 1991,pag.286.

[3] si veda  La morte dell’impiegato,in A. Cechov, op.cit., pagg. 3-5

[4] ibidem, pag. 5.

[5] Ibidem. Pagg.403-404.

[6] Proprio ciò che capisce Ivan Ivanic : « E il fatto che noi passiamo tutta la vita  fra scioperati, uomini litigiosi, donne sciocche e oziose, che diciamo ed ascoltiamo  ogni sorta di futilità , forse che questo non è un astuccio ? Ecco, se lo desiderate, io vi raccnterò una storia molto istruttiva ». »No, ormai è tempo di dormire – disse Burkin-a domani ! », ibidem pag. 405.

[7] Agostino di Ippona, De Magistro, trd. Di Massimo Parodi e Cristina Trovò, Milano, 1996. Una magistrale lettura dell’opera è  quella di U. Todini, Taccuino latino, Milano, 1992.