Luigi Nacci

Rottami e ricicli: la poesia che ride disperatamente   


Nota di G. lucini

   

   

   

Bruttezza è Verità   

Verità è Bruttezza   

Questo è quanto sappiamo sulla terra   

Questo è tutto ciò che ci occorre sapere   

(L. Nacci).   

   

Luigi Nacci è nato a Trieste nel 1978, città in cui si è laureato in Lettere Moderne. Ha conseguito un Master coordinato dal prof. Romano Luperini presso l'Università di Siena. Attualmente insegna lingua e letteratura italiana presso il “United World College of the Adriatic” (Duino).

Ha fondato il gruppo poetico “Gli Ammutinati”, con il quale ha realizzato, a partire dal 1999, readings e performances in Italia e all’estero.

Come interprete, autore e regista ha allestito due spettacoli teatrali (“Alla Discarica del Signor Postmoderno” nel 2001 e “Sul comignolo più basso” nel 2003) e realizzato un cortometraggio (“La Fabbrica”, 2003).

Ha pubblicato poesie, racconti e testi teatrali in riviste e antologie ed ha ricevuto diversi premi letterari. Alcune sue opere sono state tradotte in sloveno, in finlandese e in ungherese. (notizia aggiornata nel gennaio 2005)

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Luigi Nacci l’ho incontrato al  “Poetry day” di Mestre il 12 aprile 2003.  Alla fine della manifestazione ecco che ti spunta, lui e un suo amico, Christian Sannicco, a recitare due pesie, sollecitati dalla nostra Erminia Passannanti.  Io non ci ho capito quasi nulla (ero intendo a prender fotografie e filmare), se non a sprazzi, anche perché l’acustica del locale era un po’ quel che era.   

Mi incuriosisce il Nacci, e anche il suo amico.  “Mandami qualcosa” gli dico.  Ed egli, gentilmente, mi manda un’ampia raccolta (33 testi) da cui traggo le poesie che pubblichiamo.  Alla discarica del signor Postmoderno, si intitola lo scritto.   L'ultima che pubblichiamo, Il nano, è stata letta e fortemente applaudita al Poetry Day (la fotografia è stata scattata appunto nel corso della presentazione  di questo testo, una specie di monologo teatrale recitato completamente a memoria).

Graffiante, ma nello stesso tempo straziante (per ciò che dice e per come lo dice), satirico e insieme lirico, ironico ma, a ben vedere, essenzialmente tragico.  C’è stata una mezza polemica fra chi scrive e il Nacci (o forse il suo amico, un altro che vale e che spero di rintracciare, non ricordo bene chi dei due) sull’ironia.  L’ironia ha, a mio avviso, un po’ appestato il ‘900: sembra che se qualcosa non abbia un “quid” di ironico non possa neppure esser preso in considerazione.  A chi scrive non sta bene, anche perché, è convinto che l’ironia sia a volte un paravento, una maschera per non dire se stessi, o anche un ammicco al lettore – una specie di captatio benevolentiae -, o in altri casi decisamente noiosa, quando è ironia a tutti i costi.  Ma debbo onestamente riconoscere che il Nacci non cade in queste trappole.  La sua ironia fa parte di un impasto (emotivo, affettivo, linguistico, logico, ecc.) nel quale l’ironia è uno dei tanti ingredienti messi al servizio di una sorta di smascheramento che la sua poesia intende mettere in atto.  Il bersaglio della sua satira è, a quanto ci sembra di capire e per sintetizzare, l’intera cultura occidentale.  Ma non dobbiamo pensare che, come per le avanguardie degli anni ’60, questi testi abbiano uno specifico funzionale, siano cioè stati scritti nell’ottica del “ridendo castigat mores” o in funzione “anti-sistema” o in nome di altra specifica ideologia:  abbiamo scritto che sono testi che vogliono smascherare, che sono tragedie, o meglio, drammi.  E così come nella commedia antica, quella di Euripide ad esempio, l’ironia è sempre mescolata al lato tragico dell’esistenza, così anche Nacci trova una sua forma espressiva nella quale l’ironia non è fine a se stessa, ma funzionale alla sua visione del mondo, essenzialmente tragica.  E, tanto vale ribadirlo, la “tragedia” non è un’invenzione, ma un paradosso insito nell’esistenza: in questo senso dunque vediamo le rappresentazioni, o se vogliamo le visioni , o ancora le interpretazioni che il poeta intende dare del mondo, così come lui lo vive.   

Ed è un mondo a margine dei grandi processi di comunicazione (non a caso la comunicazione e i suoi simboli – telefonini, realtà virtuale, ecc. – sono uno dei bersagli di questa poesia).  Nacci insomma opera una scelta di campo non solo anti-letteraria (lo vedremo), anti-lirica, ma anche controcorrente rispetto ai valori dominanti, una presa di posizione profondamente etica e legata a precisi valori personali.  E’ una “poesia politica”, pur sui generis, non legata a nessun schema.

La presa di posizione anti-letteraria deve essere spiegata.  Per “letteraria” intendiamo infatti una scrittura che si adegua, consciamente o inconsciamente, a stilemi e gusti che ci vengono dalla tradizione e che attinge ad essa o comunque ne subisce l’influenza, pur criticamente e secondo un gusto personale.  Se vogliamo, in assoluto, non può esistere una scrittura “anti-letteraria”, perché nulla, ci pare, nasce dal nulla.  Però c’è modo e modo di vivere la tradizione e quello scelto da Nacci ci pare decisamente critico ma nello stesso tempo molto avveduto.  Scaturisce insomma in maniera evidente e senza ombra di equivoci che lo stile di Nacci non nasce dal caso, ma da un consapevole lavoro critico sul linguaggio e gli stilemi della scrittura artistica.  Le scelte che egli opera (e qui è il caso di parlare di “scelte”) sono pertanto un tentativo di rinnovamento, non una pretesa o un importuno atteggiamento di presunzione – dilagante fra i giovani autori.  Il suo lessico è straordinariamente ricco di quei “rottami” che egli in qualche modo cerca di riciclare, parole decadute se non “impoetiche” alle quali egli cerca di dare una dignità semantica attraverso costruzioni, nessi, loro ambientazione in particolari ambienti emotivi e mentali.  Insomma, qui il poeta fa vedere i suoi strumenti, laddove l’improvvisatore di poesia mostrerebbe i suoi stridori e la sostanziale incapacità di dare dignità di comunicazione a parole che non ne hanno più o che non ne hanno mai avuta.  L’impoetico viene così scisso dalla parola, che veniva usata come maschera, e viene denudato, deriso, messo in mostra, individuato nelle situazioni e non nella parola.  E’ una meritevole operazione di recupero questa, perché permette alla poesia di occuparsi di frammenti di mondo dei quali tradizionalmente non si occupa (appunto il mondo dell’impoetico).  Se vogliamo, in questo sta l’apertura che possiamo anche dire “avanguardistica” che questi testi tentano soprattutto nel linguaggio.  Ed è anche una operazione di chiarezza intellettuale, un richiamo alla sincerità Vs/ la mistificazione del lirismo poetico.  Certo, qui sentiamo fortemente l’influsso di un mondo culturale da sempre estromesso dalla “letteratura” dotta, una cultura fortemente imbevuta di gente, di popolo, che individua i suoi miti anche in un ambito, per così dire, “paraletterario” (De André, ci pare di capire, è una presenza di rilievo nel gusto del poeta), in culture a volte molto lontane dalla nostra (la cultura afro-americana di protesta ad esempio), ma anche in ambiti letterari (nell'esplicita rifacimento leopardiano del primo testo ad esempio, o nella citazione in calce nella quale ci sembra di intravvedere un riferimento al poema del Qohélet).  Chi scrive, lo confessa apertamente, non ci si trova a suo agio (viene da altre espierienze e da altri gusti), ma non si nasconde che questa modalità espressiva ha una sua dignità artistica di tutto rispetto, una forza comunicativa che ha una sua ragion d’essere, una dignità poetica che non si può negare perché è vera, non finta.  E non si può negare nel caso di Nacci, che questa ricerca è finalmente qualcosa che non ha nulla a che fare con i giochi di parole di certe avanguardie, ma mira sostanzialmente a un cuore genuino di poesia.  L'autore sta dietro le parole, in carne ed ossa.  Quello che comunica è la sua verità, non una finzione linguistica, un trucco.  Siamo, pertanto, molto in sintonia con le tematiche svolte dall'autore, e ci pare notevole e degno di nota il recupero che ne fa, nell'ambito di un interesse poetico centrale e non marginale.  Siamo distanti soltanto su alcuni strumenti espressivi che egli sceglie, ma questa è una molto soggettiva questione di gusto, non di sostanza, che non ci impedisce di apprezzare i suoi lavori e di leggerli con grande interesse.

   

E dunque veniamo al lirismo che per chi scrive è il piatto compiacimento nel servirsi della poesia per un dotto esercizio di fonazione, e non per esprimere qualcosa di vero.  Certo, la poesia non ha una funzione.  Più volte abbiamo scritto che essa non “serve” a nulla e non serve nessuno.  E’ una pura ricerca, come la filosofia per altri versi.  Ma questo “lirismo”, questo cantarsi addosso stucchevole come il lallare di un bambino nella culla, questa svenevole reiterazione del “tutto va bene” e dell’ottimismo (o del pessimismo) a buon mercato e dei sentimenti esibiti ma non sentiti, è proprio ora di farlo fuori.  Peraltro si serve quasi sempre di "semilavorati", espressioni bell'e fatte, metafore vecchie rimbambite, figure letterarie sfoggiate a mo' di decorazioni.  Ossia: la maschera, ancora lei.  Vogliamo trovare l’uomo, dietro le parole, non il suo simulacro e la poesia di Nacci sembra rivendicare questa prospettiva.  Il lirismo, quello vero però, sta nella tragedia stessa che il Nacci mette in scena, nel gioco di sentimenti contrastanti che i suoi testi provocano nella psiche di chi legge: un lirismo “in sé”, non un lirismo “per sé”.   

Questi i pregi (alcuni) di una pur veloce lettura che abbiamo dato ai testi.  Come unico difetto degno di nota, rimarchiamo a volte una certa vena di “maledettismo” che si compiace di espressioni estreme, ma questo fa un po’ parte di una certa anima neo-barocca comune a molti modi di esprimersi, anche in poetiche fra loro molto diverse, e in ogni caso non sembra una caratteristica predominante e certo non una delle più significative nella poesia di Luigi Nacci.   

                Sondrio, 13 aprile 2003

    


    

Altri riferimenti per la poesia di Luigi Nacci

http://www.transference.it/luigi_nacci.htm 

http://www.letteratour.it/teorie/Nacci002.htm 

www.letteratour.it/tesine/t-nacc01.htm

 


   

   

Luigi Nacci   

da: Alla discarica del signor Postmoderno   

7 testi   

   

Cosa certa e non da burla si è che l’esistenza è un male per tutte le parti che compongono l’universo  […]. Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia per quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce miele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini […]. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questa ci pare un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista  e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale  (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere.   

   

(tratto dallo Zibaldone di Giacomo L.)   

   

E’ cosa certa e non da burla che l’esistenza sia un male per tutte le parti che compongono l’universo [...]. Entrate in un videogioco con una grafica raffinatissima, con un’elevatissima giocabilità e con dei personaggi creati per rivestire ognuno il proprio ruolo in maniera quasi perfetta. Il videogioco migliore che abbiate mai incontrato nella migliore sala-giochi che abbiate mai incontrato. Voi non potete giocare senza rendervi conto del patimento in cui vi state muovendo. Là l’omino che stava per calciare il pallone è stato scaraventato sul palo della porta avversaria e per non perdere tempo è stato fatto rotolare fuori dal campo privo di sensi. Là un decrepito drago ormai incapace di sputare fuoco viene inseguito da una banda di improvvisati cavalieri senza armatura. Là due lottatori muscolosi invece di combattere piangono abbracciati perché vorrebbero andarsene a casa […]. Lo spettacolo di suoni, colori, di storie animate così bene in questo videogioco ci rallegra l’anima e ci fa dimenticare per un po’ i nostri quotidiani problemi. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni videogioco è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere.   

   

           (tratto dallo Zibaldino di Luigi N.)   

   

   

L’ULTIMO CIMITERO   

   

   

Vi racconterò vi racconterò di un cimitero   

Di un albero e di dodici relitti   

Vi racconterò ma poi starete zitti   

   

Vi racconterò vi racconterò di un cimitero   

Morto sopra un grattacielo   

Tra le antenne inghirlandate e i fiori fatui   

Il camino scampanante come un minareto   

Che richiama alla preghiera i superstiti gabbiani   

Ed un albero altissimo nel mezzo dai parlanti frutti sempreneri   

   

Cimitero degli ultimi che mai saranno primi   

   

Sono dodici son muti sono   

La puttana che dona sogni di primordiali ribellioni   

Lo spastico affetto dalle paralisi dell’umanità   

Il malato terminale che prega per i nascituri   

Il drogato dall’anima bucata zampillìo d’amore   

L’obeso da sacrificare sull’altare dei giusti   

L’anoressico che sa non vivere di solo pane   

Il bulimico che non sa vivere di solo pane   

L’omosessuale venuto a spiegarci la libertà   

Il carcerato alata colomba di umani diluvi   

Il barbone che si monca mano piede occhio per entrare nel cartone   

Il profugo ultimo viaggiatore innocente   

Il poeta che canta e non tradirà   

   

Sono dodici relitti muti senza casa sulla roccia   

Nemmeno il miraggio di una tenda sulla sabbia   

Anche la signora Morte li ha sfrattati   

E dire che ne avrebbe di locali vuoti da affittare   

Sono dodici cuori trafitti che possono soltanto amare   

Aspettando la Telefonata Promessa   

   

Cimitero degli ultimi che mai saranno i primi   

Hai un albero di telefonini e immaturi squilli   

Hai dodici guardiani e un cantastorie che sussurra   

Vi racconterò vi racconterò di un cimitero   

Di un albero e di dodici relitti   

Vi racconterò ma poi starete zitti   

   

   

   

IL MUSEO

   

Alla stazione di quale paese   

Da quale treno su quale binario   

Mi trovo   

   

Ho le tasche piene di valigie vuote   

E so che ogni bravo doganiere me ne riempirà una   

Sputandoci dentro la sua frontiera   

E so che annegherò nelle mie valigie   

Confinanti con me   

Con me che non ho avuto mai inizio   

   

Vieni mendicante vieni con i tuoi cenci di libertà   

Dovresti entrare nel tabellone degli orari   

Tu che frughi nelle partenze e negli arrivi altrui   

E non nella spazzatura come si crede   

Dovresti entrare nel tabellone degli orari   

Indicarci il treno giusto con la bella mano amputata   

Mendicante l’unico che l’anima se l’è comprata   

E dove c’è anima c’è viaggio   

   

Io sono immobile come tutti voi   

   

Al paese di quale stazione   

Su quale treno da quale binario   

Non riesco a comunicare   

Il mio fallimento di viaggiatore   

   

Rubalo zingarello e poi dammelo quel cartoccio di stupore   

E’ lì sotto agli altri cartocci abbastanza umani   

Per non essere trascinati al macello   

E’ lì sopra al cumulo di umani abbastanza accartocciati   

Per non essere trascinati al macello   

Perché quello è il macello e lì devi cercare   

E se non troverai nemmeno lì   

Andrò all’ufficio informazioni   

Mi metterò in fila come tutti i miei simili   

Al mio turno chiederò come raggiungere la città   

In cui è stato costruito il Museo della Felicità   

Aspetterò la risposta    uscirò dalla fila   

Entrerò nella prima panchina arrugginita   

Aspetterò che qualcuno si distenda sulla mia vita   

E mi scenderanno lacrime di ferraglia   

Che bagneranno le stanchezze dei miei visitatori   

Facendoli scappare in preda a enormi dolori   

   

Sono immobile e sola come tutti voi   

   

Sognerò di essere l’unica panchina   

Dell’unico museo   

Che meriterebbe di essere visto   

E che nessuno vedrà   

   

   

IL BRUTTO OSPEDALE 

   

Mi piace contemplare il volo delle fabbriche   

Abbracciate l’una all’altra per farsi coraggio   

Come i morti di quest’ospedale   

Quando la vita li vede e lesta li assale   

Io parlo alla mia finestra   

Perché solo lei può ascoltare   

Quanto frantumarsi può il destino di un uomo   

Trafitto dagli sguardi pietosi per il suo vegetare   

Io parlo alla mia finestra   

Guardandola negli occhi di vetro ammuffito   

Per trovarmi uguale a lei   

In un angolo di vetro buono mai esistito   

Ma la verità è che parlo alla mia finestra   

Perché davanti a lei m’hanno lasciato   

Affinché ci raccontassimo delle nostre paralisi   

Del nostro immobile procedere all’ultimo stato     

In quest’ospedale di dottori ammalati   

D’infermiere orrende e di preti sfregiati   

Di non cercate speranze e di latrati   

E di Bruttezza eterna   

L’unica certezza che non può mutare   

L’unica malattia che non può sanare   

Poeta ascoltami la devi cantare   

Io sono il paralitico e sono la finestra   

Vero e falso separati da una carrozzina di vetro   

Contemplo l’ultimo volo delle fabbriche   

(Quanto quanto vi ho fatto la corte sordide ragazzacce mie)   

Inghiottite dall’invisibile bocca della Città Virtuale   

Sta morendo anche casa mia   

L’emarginata Periferia Industriale   

L’odore marcio della Verità già non riesco a sentire   

Non potrò più specchiarmi nella vecchia ciminiera   

O giocare col matto nella vecchia discarica   

Saremo i rifiuti che non sanno dove stare   

Ci toglieranno pure il fuoco dell’inferno per bruciare   

E se verrete in quest’ospedale   

Capirete che anche a voi spetterà il vegetare   

Ma nel mondo virtuale   

E invidierete il mio male   

Bruttezza è Verità   

Verità è Bruttezza   

Questo è quanto sappiamo sulla terra   

Questo è tutto ciò che ci occorre sapere   

Così parlò il paralitico alla sua finestra   

Poi si frantumarono l’uno nell’altra   

Nell’ora in cui l’infermiere serve la cena   

 

E non c’era tramonto tra le colline

Né sirena di fabbrica nelle cantine

C’era un silenzio che non saprei dire

Un Silenzio Bello

Bello da morire

 

   

   

   

CANZONE DEL’AMORE TROVATO PER TERRA   

 

                                                    al giullare più bianco   

                                                    Fabrizio De A.   

      

Ho trovato per terra un amore   

Assiderato e impaurito   

Con al collo un vecchio collare   

Dal nome ormai scolorito   

   

L'ho avvolto coperte di vento   

L'ho curato con pezzi di luna   

Ma non era ancora contento   

deva di buona fortuna   

   

E gli ho chiesto    chi è il tuo padrone   

Mi ha risposto    andiamo a cercarlo   

E gli ho chiesto    ma qual è il suo nome   

Mi ha risposto    andiamo a trovarlo   

   

Siam saliti su una barca di carta   

E abbiamo iniziato a remare   

Siam saliti su un aereo di cera   

E abbiamo imparato a volare   

   

   

Se trovate per terra un amore   

Con i segni delle catene   

Riportatelo alla prigione   

Riportatelo alle sue pene   

Se trovate per terra un amore   

E vi chiede un po' di calore   

Legatelo con raggi di sole   

Indicategli la strada che vuole   

   

   

Ho bussato a una piccola porta   

E' uscito un tipo assonnato   

Ha detto con bocca ritorta   

Questo amore l'ho già scordato   

   

Ho bussato a una porta normale   

E' uscito un tipo regale   

Ha detto con disgusto evidente   

Questo amore non vale niente   

   

Ho bussato a una porta più grande   

E' uscito un tipo in mutande   

Ha detto     guardate il mio stato   

Questo amore mi ha rovinato   

   

Ho bussato a una porta incolore   

E' uscito un tipo strozzato   

Ha detto che per questo amore   

Dieci volte si è impiccato   

   

   

Ho bussato a una porta già aperta   

Non è uscito nessuno a parlare   

Ho lasciato entrare l'amore   

L'ho lasciato cercarsi il padrone   

Ho lasciato all'ingresso un fiore     

E ho voltato le spalle a un amore   

   

   

Se trovate per terra un amore   

Con i segni delle catene   

Riportatelo alla prigione   

Riportatelo alle sue pene   

Se trovate per terra un amore   

Non donategli il vostro calore   

Legatelo con raggi di sole   

Indicategli la strada che vuole   

   

Legatelo con raggi di sole   

Senza catene un amore muore   

      

   

IL NANO

      

Faccio più schifo del solito questa sera   

   

Il nano che abita nell’armadio   

Ha organizzato una festa e non mi ha invitato   

Fai ribrezzo amico   

Ho letto nel suo unico occhio dietro la schiena   

Ci sono creature che hanno un occhio solo per vedere il mondo   

E creature che ne hanno due per vedere se stesse e il mondo   

Ma non vedono né uno né l’altro   

Io per fortuna ho un nano che vede anche per me   

I suoi amici arrivano uno alla volta con un dono   

Portano boschi fiumi tramonti antiche leggende   

I segreti che non sveleranno nelle manine di latte   

E castelli incantati per fare all’amore tutta la notte   

Io avrei al massimo potuto portare qualche cassa di birra   

Due o tre poesie storie inventate fotografie   

E le inutili confessioni dell’uomo senza passioni   

Affittarmadi per professione   

Disoccupato per l’esistenza   

Presenza mediocre ma di bella assenza   

   

Faccio proprio schifo questa sera   

   

La sedia a dondolo non mi vuole cullare   

L’ultimo sigaro non vuole farsi fumare   

Vorrei tanto sapere che cosa sto qui a fare   

E non ditemi    c’è chi sta peggio di te   

Finiscila di piangerti addosso sei grande e grosso   

E vaccinato   

   

Il vaccino che voglio non l’hanno ancora inventato   

   

Aspetto che finisca la festa   

In piedi di fronte all’armadio   

Prima o poi dovrà uscire il mio nano   

Con un po’ di magia nella mano   

Me la offrirà per compassione   

E accettando per educazione   

Me ne andrò a dormire   

Sognando di non svegliarmi più   

   

Ma domattina lo so che farò più schifo del solito   

    

    

  

     TENTATIVO DI DESCRIZIONE DI UNA MANIFESTAZIONE IN CORSO

                          DI FRONTE AD UNA DISCARICA CITTADINA

   

al  giullare più nero 

Jacques  P.

   

   

Quelli che  vittoriosamente

Quelli che  copiosamente

Quelli che  mostrano i denti d'oro sulle copertine dei giornali

Quelli che  comprano gli altri e vendono se stessi

Quelli che  nel tempo libero accumulano capitali

Quelli che  una casa non è una casa se non ha dieci cessi

Quelli che sollevano pesi e abbassano il cervello

Quelli che  non è colpa mia se sono così bello

Quelli che  anche dio vorrebbe un autografo da loro

Quelli che  chi trova me trova un tesoro

Quelli che  per il caldo e solo perché non sono visti da nessuno si spogliano nudi

                                                                                e fanno le sfilate in televisione

Quelli che  non sono calvi e hanno più guardie del corpo che capelli

Quelli che  naturalmente spiccano dalla confusione

Quelli che  gira e rigira sono sempre quelli

Quelli che  vincono la lotteria con un biglietto trovato per terra

Quelli che  li lasci in pace per startene in pace e ti fanno la guerra

Quelli che  ti prestano una cosa e vogliono indietro due cose

Quelli che  gli restituisci due cose e vogliono altre due cose

Quelli che  prestando prestando si trastullano in regge sontuose

Quelli che  cavallerescamente proteggono le donne indifese

Quelli che  nobilmente portano a spasso di notte le donne indifese

Quelli che  il premio pappone dell'anno vorrebbero vincerlo per coprire le spese

Quelli che  è divertente pedinare i bambini

Quelli che  li preferisco ben nutriti e piccini

Quelli che  avendo smesso di fumare e di bere devono distruggere qualcosa

                                                                             e quindi bastonano il padre

Quelli che  democraticamente accoltellano pure la madre

Quelli che  sono figli unici e non possono ammazzare i fratelli

Quelli che  gira e gira e rigira sono proprio sempre quelli

Quelli che  essere e apparire vanno d'accordo come abele e caino

Quelli che  hanno la giacca del benefattore e le mutande dell'assassino

Quelli che  sanno cosa è giusto fare

Quelli che  possono comunque giudicare

Quelli che  bisogna sapersi vendicare

Quelli che  compatire non significa patire assieme ma sputare la monetina

                                                                          nella mano del pidocchioso

Quelli che  se sei diverso da me sei irrimediabilmente odioso

Quelli che  all'occasione sono pronti a giustificarsi autoproclamandosi  vittime

                                                                                     inconsapevoli del sistema

Tutti costoro e molti altri privi di dignità

Si accalcavano davanti alla Discarica della città

Manifestando tutto il proprio disprezzo

Per quel fortificato accampamento del degrado

Utile solo a diffondere il nauseante olezzo

Qualcuno agitava un cartello di protesta

Qualcun altro di netto si staccava la testa

La incendiava e la gettava dall'altra parte

  

Qualcun altro cercava di sfondare le porte

E tutti gli altri invocavano a gran voce la Morte

La invocavano per tutti quelli che resistevano nell'accampamento

Quelli che  se c'è da combattere sono in prima linea insieme al vento

Quelli che conservano i denti marci nelle copertine dei giornali

Quelli che  non avendo niente agli altri regalano se stessi

Quelli che  nel tempo libero accumulano esecuzioni capitali

Quelli che  l'estate è nuotare nell'acqua dei cessi

Quelli che  perdonatemi se sono storpio e lardosamente ingombrante

Quelli che  se conoscessero la via la indicherebbero al viandante

Quelli che  anche dio muore dalle risate e non risorge quando li vede

Quelli che  chi non viene in mezzo a noi ancora non ci crede

Quelli che  lavorano tutta la vita per comprarsi una cassa di legno sigillata perfettamente

                                                  in modo che durante l'eternità nessuno possa entrare

Quelli che  magicamente tirano fuori i sorrisi dai cappelli

Quelli che  nella mischia potrebbero e non vogliono svettare

Quelli che  gira e rigira sono sempre quelli

Quelli che  se trovano per terra un amore lo riportano al proprietario

Quelli che  progetto il futuro leggendo e rileggendo il mio diario

Quelli che  sono schiavi ed è stata abolita la schiavitù

Quelli che  una volta erano i rispettati capi della tribù

Quelli che  prima del terzo allarme li tradirai anche tu

Quelli che  parlano e vengono mandati in un posto lontano e desolato

Quelli che  non parlano e vengono mandati in un posto lontano e desolato

Quelli che  dovunque siano intonano la marcia dell'esiliato

Quelli che  sono bambini  e  sono pedinati

Quelli che  sono dei simpatici bambini umiliati

Quelli che  si trovano sempre nel mondo sbagliato al momento sbagliato  

                                                                     e se ne vanno all'altro mondo

Quelli che  restano le sagome tracciato col gesso sullo sfondo

Quelli che  al proprio funerale sono soli perché non hanno fratelli

Quelli che  gira e gira e rigira sono veramente sempre quelli

Quelli che  rifiutano l'essere  e  l'apparire

Quelli che  capiscono gli altri ma che gli altri non possono capire

Quelli che  non sanno cosa è giusto fare

Quelli che  non possono comunque giudicare

Quelli che     se ne vada dalla  Discarica  chi si vuole vendicare

Quelli che  sono accampati lì dal primo sopruso e cioè da quando abele si suicidò

                                                                       e caino fu condannato ingiustamente

Quelli che  resistono dignitosamente

Quelli che  non hanno armi  e  stanno   sempre   sull'attenti

Quelli che   sono

Quelli che   siamo      coraggiosamente       Perdenti