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Rottami e ricicli: la poesia che ride disperatamente Nota di G. lucini
Bruttezza è Verità Verità è Bruttezza Questo è quanto sappiamo sulla terra Questo è tutto ciò che ci occorre sapere (L. Nacci).
Luigi Nacci è nato a Trieste nel 1978, città in cui si è laureato in Lettere Moderne. Ha conseguito un Master coordinato dal prof. Romano Luperini presso l'Università di Siena. Attualmente insegna lingua e letteratura italiana presso il “United World College of the Adriatic” (Duino). Ha fondato il gruppo poetico “Gli Ammutinati”, con il quale ha realizzato, a partire dal 1999, readings e performances in Italia e all’estero. Come interprete, autore e regista ha allestito due spettacoli teatrali (“Alla Discarica del Signor Postmoderno” nel 2001 e “Sul comignolo più basso” nel 2003) e realizzato un cortometraggio (“La Fabbrica”, 2003). Ha pubblicato poesie, racconti e testi teatrali in riviste e antologie ed ha ricevuto diversi premi letterari. Alcune sue opere sono state tradotte in sloveno, in finlandese e in ungherese. (notizia aggiornata nel gennaio 2005) _________________
Luigi Nacci l’ho incontrato al “Poetry day” di Mestre il 12 aprile 2003. Alla fine della manifestazione ecco che ti spunta, lui e un suo amico, Christian Sannicco, a recitare due pesie, sollecitati dalla nostra Erminia Passannanti. Io non ci ho capito quasi nulla (ero intendo a prender fotografie e filmare), se non a sprazzi, anche perché l’acustica del locale era un po’ quel che era. Mi incuriosisce il Nacci, e anche il suo amico. “Mandami qualcosa” gli dico. Ed egli, gentilmente, mi manda un’ampia raccolta (33 testi) da cui traggo le poesie che pubblichiamo. Alla discarica del signor Postmoderno, si intitola lo scritto. L'ultima che pubblichiamo, Il nano, è stata letta e fortemente applaudita al Poetry Day (la fotografia è stata scattata appunto nel corso della presentazione di questo testo, una specie di monologo teatrale recitato completamente a memoria). Graffiante, ma nello
stesso tempo straziante (per ciò che dice e per come lo dice), satirico
e insieme lirico, ironico ma, a ben vedere, essenzialmente tragico. C’è stata una mezza polemica fra chi scrive e il Nacci (o
forse il suo amico, un altro che vale e che spero di rintracciare, non
ricordo bene chi dei due) sull’ironia.
L’ironia ha, a mio avviso, un po’ appestato il ‘900: sembra
che se qualcosa non abbia un “quid” di ironico non possa neppure
esser preso in considerazione. A
chi scrive non sta bene, anche perché, è convinto che l’ironia sia a
volte un paravento, una maschera per non dire se stessi, o anche un
ammicco al lettore – una specie di captatio benevolentiae -, o
in altri casi decisamente noiosa, quando è ironia a tutti i costi.
Ma debbo onestamente riconoscere che il Nacci non cade in queste
trappole. La sua ironia fa parte di un impasto (emotivo, affettivo,
linguistico, logico, ecc.) nel Ed è un mondo a margine dei grandi processi di comunicazione (non a caso la comunicazione e i suoi simboli – telefonini, realtà virtuale, ecc. – sono uno dei bersagli di questa poesia). Nacci insomma opera una scelta di campo non solo anti-letteraria (lo vedremo), anti-lirica, ma anche controcorrente rispetto ai valori dominanti, una presa di posizione profondamente etica e legata a precisi valori personali. E’ una “poesia politica”, pur sui generis, non legata a nessun schema. La presa di posizione anti-letteraria deve essere spiegata. Per “letteraria” intendiamo infatti una scrittura che si adegua, consciamente o inconsciamente, a stilemi e gusti che ci vengono dalla tradizione e che attinge ad essa o comunque ne subisce l’influenza, pur criticamente e secondo un gusto personale. Se vogliamo, in assoluto, non può esistere una scrittura “anti-letteraria”, perché nulla, ci pare, nasce dal nulla. Però c’è modo e modo di vivere la tradizione e quello scelto da Nacci ci pare decisamente critico ma nello stesso tempo molto avveduto. Scaturisce insomma in maniera evidente e senza ombra di equivoci che lo stile di Nacci non nasce dal caso, ma da un consapevole lavoro critico sul linguaggio e gli stilemi della scrittura artistica. Le scelte che egli opera (e qui è il caso di parlare di “scelte”) sono pertanto un tentativo di rinnovamento, non una pretesa o un importuno atteggiamento di presunzione – dilagante fra i giovani autori. Il suo lessico è straordinariamente ricco di quei “rottami” che egli in qualche modo cerca di riciclare, parole decadute se non “impoetiche” alle quali egli cerca di dare una dignità semantica attraverso costruzioni, nessi, loro ambientazione in particolari ambienti emotivi e mentali. Insomma, qui il poeta fa vedere i suoi strumenti, laddove l’improvvisatore di poesia mostrerebbe i suoi stridori e la sostanziale incapacità di dare dignità di comunicazione a parole che non ne hanno più o che non ne hanno mai avuta. L’impoetico viene così scisso dalla parola, che veniva usata come maschera, e viene denudato, deriso, messo in mostra, individuato nelle situazioni e non nella parola. E’ una meritevole operazione di recupero questa, perché permette alla poesia di occuparsi di frammenti di mondo dei quali tradizionalmente non si occupa (appunto il mondo dell’impoetico). Se vogliamo, in questo sta l’apertura che possiamo anche dire “avanguardistica” che questi testi tentano soprattutto nel linguaggio. Ed è anche una operazione di chiarezza intellettuale, un richiamo alla sincerità Vs/ la mistificazione del lirismo poetico. Certo, qui sentiamo fortemente l’influsso di un mondo culturale da sempre estromesso dalla “letteratura” dotta, una cultura fortemente imbevuta di gente, di popolo, che individua i suoi miti anche in un ambito, per così dire, “paraletterario” (De André, ci pare di capire, è una presenza di rilievo nel gusto del poeta), in culture a volte molto lontane dalla nostra (la cultura afro-americana di protesta ad esempio), ma anche in ambiti letterari (nell'esplicita rifacimento leopardiano del primo testo ad esempio, o nella citazione in calce nella quale ci sembra di intravvedere un riferimento al poema del Qohélet). Chi scrive, lo confessa apertamente, non ci si trova a suo agio (viene da altre espierienze e da altri gusti), ma non si nasconde che questa modalità espressiva ha una sua dignità artistica di tutto rispetto, una forza comunicativa che ha una sua ragion d’essere, una dignità poetica che non si può negare perché è vera, non finta. E non si può negare nel caso di Nacci, che questa ricerca è finalmente qualcosa che non ha nulla a che fare con i giochi di parole di certe avanguardie, ma mira sostanzialmente a un cuore genuino di poesia. L'autore sta dietro le parole, in carne ed ossa. Quello che comunica è la sua verità, non una finzione linguistica, un trucco. Siamo, pertanto, molto in sintonia con le tematiche svolte dall'autore, e ci pare notevole e degno di nota il recupero che ne fa, nell'ambito di un interesse poetico centrale e non marginale. Siamo distanti soltanto su alcuni strumenti espressivi che egli sceglie, ma questa è una molto soggettiva questione di gusto, non di sostanza, che non ci impedisce di apprezzare i suoi lavori e di leggerli con grande interesse.
E dunque veniamo al lirismo che per chi scrive è il piatto compiacimento nel servirsi della poesia per un dotto esercizio di fonazione, e non per esprimere qualcosa di vero. Certo, la poesia non ha una funzione. Più volte abbiamo scritto che essa non “serve” a nulla e non serve nessuno. E’ una pura ricerca, come la filosofia per altri versi. Ma questo “lirismo”, questo cantarsi addosso stucchevole come il lallare di un bambino nella culla, questa svenevole reiterazione del “tutto va bene” e dell’ottimismo (o del pessimismo) a buon mercato e dei sentimenti esibiti ma non sentiti, è proprio ora di farlo fuori. Peraltro si serve quasi sempre di "semilavorati", espressioni bell'e fatte, metafore vecchie rimbambite, figure letterarie sfoggiate a mo' di decorazioni. Ossia: la maschera, ancora lei. Vogliamo trovare l’uomo, dietro le parole, non il suo simulacro e la poesia di Nacci sembra rivendicare questa prospettiva. Il lirismo, quello vero però, sta nella tragedia stessa che il Nacci mette in scena, nel gioco di sentimenti contrastanti che i suoi testi provocano nella psiche di chi legge: un lirismo “in sé”, non un lirismo “per sé”. Questi i pregi (alcuni) di una pur veloce lettura che abbiamo dato ai testi. Come unico difetto degno di nota, rimarchiamo a volte una certa vena di “maledettismo” che si compiace di espressioni estreme, ma questo fa un po’ parte di una certa anima neo-barocca comune a molti modi di esprimersi, anche in poetiche fra loro molto diverse, e in ogni caso non sembra una caratteristica predominante e certo non una delle più significative nella poesia di Luigi Nacci. Sondrio, 13 aprile 2003
Altri riferimenti per la poesia di Luigi Nacci http://www.transference.it/luigi_nacci.htm http://www.letteratour.it/teorie/Nacci002.htm www.letteratour.it/tesine/t-nacc01.htm
da: Alla discarica del signor Postmoderno 7 testi
Cosa certa e non da burla si è che l’esistenza è un male per tutte le parti che compongono l’universo […]. Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia per quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce miele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini […]. Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questa ci pare un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere.
(tratto dallo Zibaldone di Giacomo L.)
E’ cosa certa e non da burla che l’esistenza sia un male per tutte le parti che compongono l’universo [...]. Entrate in un videogioco con una grafica raffinatissima, con un’elevatissima giocabilità e con dei personaggi creati per rivestire ognuno il proprio ruolo in maniera quasi perfetta. Il videogioco migliore che abbiate mai incontrato nella migliore sala-giochi che abbiate mai incontrato. Voi non potete giocare senza rendervi conto del patimento in cui vi state muovendo. Là l’omino che stava per calciare il pallone è stato scaraventato sul palo della porta avversaria e per non perdere tempo è stato fatto rotolare fuori dal campo privo di sensi. Là un decrepito drago ormai incapace di sputare fuoco viene inseguito da una banda di improvvisati cavalieri senza armatura. Là due lottatori muscolosi invece di combattere piangono abbracciati perché vorrebbero andarsene a casa […]. Lo spettacolo di suoni, colori, di storie animate così bene in questo videogioco ci rallegra l’anima e ci fa dimenticare per un po’ i nostri quotidiani problemi. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni videogioco è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere.
(tratto dallo Zibaldino di Luigi N.)
L’ULTIMO CIMITERO
Vi racconterò vi racconterò di un cimitero Di un albero e di dodici relitti Vi racconterò ma poi starete zitti
Vi racconterò vi racconterò di un cimitero Morto sopra un grattacielo Tra le antenne inghirlandate e i fiori fatui Il camino scampanante come un minareto Che richiama alla preghiera i superstiti gabbiani Ed un albero altissimo nel mezzo dai parlanti frutti sempreneri
Cimitero degli ultimi che mai saranno primi
Sono dodici son muti sono La puttana che dona sogni di primordiali ribellioni Lo spastico affetto dalle paralisi dell’umanità Il malato terminale che prega per i nascituri Il drogato dall’anima bucata zampillìo d’amore L’obeso da sacrificare sull’altare dei giusti L’anoressico che sa non vivere di solo pane Il bulimico che non sa vivere di solo pane L’omosessuale venuto a spiegarci la libertà Il carcerato alata colomba di umani diluvi Il barbone che si monca mano piede occhio per entrare nel cartone Il profugo ultimo viaggiatore innocente Il poeta che canta e non tradirà
Sono dodici relitti muti senza casa sulla roccia Nemmeno il miraggio di una tenda sulla sabbia Anche la signora Morte li ha sfrattati E dire che ne avrebbe di locali vuoti da affittare Sono dodici cuori trafitti che possono soltanto amare Aspettando la Telefonata Promessa
Cimitero degli ultimi che mai saranno i primi Hai un albero di telefonini e immaturi squilli Hai dodici guardiani e un cantastorie che sussurra Vi racconterò vi racconterò di un cimitero Di un albero e di dodici relitti Vi racconterò ma poi starete zitti
IL MUSEO Alla stazione di quale paeseDa quale treno su quale binario Mi trovo
Ho le tasche piene di valigie vuote E so che ogni bravo doganiere me ne riempirà una Sputandoci dentro la sua frontiera E so che annegherò nelle mie valigie Confinanti con me Con me che non ho avuto mai inizio
Vieni mendicante vieni con i tuoi cenci di libertà Dovresti entrare nel tabellone degli orari Tu che frughi nelle partenze e negli arrivi altrui E non nella spazzatura come si crede Dovresti entrare nel tabellone degli orari Indicarci il treno giusto con la bella mano amputata Mendicante l’unico che l’anima se l’è comprata E dove c’è anima c’è viaggio
Io sono immobile come tutti voi
Al paese di quale stazione Su quale treno da quale binario Non riesco a comunicare Il mio fallimento di viaggiatore
Rubalo zingarello e poi dammelo quel cartoccio di stupore E’ lì sotto agli altri cartocci abbastanza umani Per non essere trascinati al macello E’ lì sopra al cumulo di umani abbastanza accartocciati Per non essere trascinati al macello Perché quello è il macello e lì devi cercare E se non troverai nemmeno lì Andrò all’ufficio informazioni Mi metterò in fila come tutti i miei simili Al mio turno chiederò come raggiungere la città In cui è stato costruito il Museo della Felicità Aspetterò la risposta uscirò dalla fila Entrerò nella prima panchina arrugginita Aspetterò che qualcuno si distenda sulla mia vita E mi scenderanno lacrime di ferraglia Che bagneranno le stanchezze dei miei visitatori Facendoli scappare in preda a enormi dolori
Sono immobile e sola come tutti voi
Sognerò di essere l’unica panchina Dell’unico museo Che meriterebbe di essere visto E che nessuno vedrà
IL BRUTTO OSPEDALE Mi piace contemplare il volo delle fabbriche Abbracciate l’una all’altra per farsi coraggio Come i morti di quest’ospedale Quando la vita li vede e lesta li assale Io parlo alla mia finestra Perché solo lei può ascoltare Quanto frantumarsi può il destino di un uomo Trafitto dagli sguardi pietosi per il suo vegetare Io parlo alla mia finestra Guardandola negli occhi di vetro ammuffito Per trovarmi uguale a lei In un angolo di vetro buono mai esistito Ma la verità è che parlo alla mia finestra Perché davanti a lei m’hanno lasciato Affinché ci raccontassimo delle nostre paralisi Del nostro immobile procedere all’ultimo stato In quest’ospedale di dottori ammalati D’infermiere orrende e di preti sfregiati Di non cercate speranze e di latrati E di Bruttezza eterna L’unica certezza che non può mutare L’unica malattia che non può sanare Poeta ascoltami la devi cantare Io sono il paralitico e sono la finestra Vero e falso separati da una carrozzina di vetro Contemplo l’ultimo volo delle fabbriche (Quanto quanto vi ho fatto la corte sordide ragazzacce mie) Inghiottite dall’invisibile bocca della Città Virtuale Sta morendo anche casa mia L’emarginata Periferia Industriale L’odore marcio della Verità già non riesco a sentire Non potrò più specchiarmi nella vecchia ciminiera O giocare col matto nella vecchia discarica Saremo i rifiuti che non sanno dove stare Ci toglieranno pure il fuoco dell’inferno per bruciare E se verrete in quest’ospedale Capirete che anche a voi spetterà il vegetare Ma nel mondo virtuale E invidierete il mio male Bruttezza è Verità Verità è Bruttezza Questo è quanto sappiamo sulla terra Questo è tutto ciò che ci occorre sapere Così parlò il paralitico alla sua finestra Poi si frantumarono l’uno nell’altra Nell’ora in cui l’infermiere serve la cena
E non c’era tramonto tra le colline Né sirena di fabbrica nelle cantine C’era un silenzio che non saprei dire Un Silenzio Bello Bello da morire
CANZONE DEL’AMORE TROVATO PER TERRA
al giullare più bianco Fabrizio De A.
Ho trovato per terra un amore Assiderato e impaurito Con al collo un vecchio collare Dal nome ormai scolorito
L'ho avvolto coperte di vento L'ho curato con pezzi di luna Ma non era ancora contento deva di buona fortuna
E gli ho chiesto chi è il tuo padrone Mi ha risposto andiamo a cercarlo E gli ho chiesto ma qual è il suo nome Mi ha risposto andiamo a trovarlo
Siam saliti su una barca di carta E abbiamo iniziato a remare Siam saliti su un aereo di cera E abbiamo imparato a volare
Se trovate per terra un amore Con i segni delle catene Riportatelo alla prigione Riportatelo alle sue pene Se trovate per terra un amore E vi chiede un po' di calore Legatelo con raggi di sole Indicategli la strada che vuole
Ho bussato a una piccola porta E' uscito un tipo assonnato Ha detto con bocca ritorta Questo amore l'ho già scordato
Ho bussato a una porta normale E' uscito un tipo regale Ha detto con disgusto evidente Questo amore non vale niente
Ho bussato a una porta più grande E' uscito un tipo in mutande Ha detto guardate il mio stato Questo amore mi ha rovinato
Ho bussato a una porta incolore E' uscito un tipo strozzato Ha detto che per questo amore Dieci volte si è impiccato
Ho bussato a una porta già aperta Non è uscito nessuno a parlare Ho lasciato entrare l'amore L'ho lasciato cercarsi il padrone Ho lasciato all'ingresso un fiore E ho voltato le spalle a un amore
Se trovate per terra un amore Con i segni delle catene Riportatelo alla prigione Riportatelo alle sue pene Se trovate per terra un amore Non donategli il vostro calore Legatelo con raggi di sole Indicategli la strada che vuole
Legatelo con raggi di sole Senza catene un amore muore
IL NANO
Faccio più schifo del solito questa sera
Il nano che abita nell’armadio Ha organizzato una festa e non mi ha invitato Fai ribrezzo amico Ho letto nel suo unico occhio dietro la schiena Ci sono creature che hanno un occhio solo per vedere il mondo E creature che ne hanno due per vedere se stesse e il mondo Ma non vedono né uno né l’altro Io per fortuna ho un nano che vede anche per me I suoi amici arrivano uno alla volta con un dono Portano boschi fiumi tramonti antiche leggende I segreti che non sveleranno nelle manine di latte E castelli incantati per fare all’amore tutta la notte Io avrei al massimo potuto portare qualche cassa di birra Due o tre poesie storie inventate fotografie E le inutili confessioni dell’uomo senza passioni Affittarmadi per professione Disoccupato per l’esistenza Presenza mediocre ma di bella assenza
Faccio proprio schifo questa sera
La sedia a dondolo non mi vuole cullare L’ultimo sigaro non vuole farsi fumare Vorrei tanto sapere che cosa sto qui a fare E non ditemi c’è chi sta peggio di te Finiscila di piangerti addosso sei grande e grosso E vaccinato
Il vaccino che voglio non l’hanno ancora inventato
Aspetto che finisca la festa In piedi di fronte all’armadio Prima o poi dovrà uscire il mio nano Con un po’ di magia nella mano Me la offrirà per compassione E accettando per educazione Me ne andrò a dormire Sognando di non svegliarmi più
Ma domattina lo so che farò più schifo del solito
TENTATIVO DI DESCRIZIONE DI UNA MANIFESTAZIONE IN CORSO DI FRONTE AD UNA DISCARICA CITTADINA
al giullare più nero Jacques P.
Quelli che vittoriosamente Quelli che copiosamente Quelli che mostrano i denti d'oro sulle copertine dei giornali Quelli che comprano gli altri e vendono se stessi Quelli che nel tempo libero accumulano capitali Quelli che una casa non è una casa se non ha dieci cessi Quelli che sollevano pesi e abbassano il cervello Quelli che non è colpa mia se sono così bello Quelli che anche dio vorrebbe un autografo da loro Quelli che chi trova me trova un tesoro Quelli che per il caldo e solo perché non sono visti da nessuno si spogliano nudi e fanno le sfilate in televisione Quelli che non sono calvi e hanno più guardie del corpo che capelli Quelli che naturalmente spiccano dalla confusione Quelli che gira e rigira sono sempre quelli Quelli che vincono la lotteria con un biglietto trovato per terra Quelli che li lasci in pace per startene in pace e ti fanno la guerra Quelli che ti prestano una cosa e vogliono indietro due cose Quelli che gli restituisci due cose e vogliono altre due cose Quelli che prestando prestando si trastullano in regge sontuose Quelli che cavallerescamente proteggono le donne indifese Quelli che nobilmente portano a spasso di notte le donne indifese Quelli che il premio pappone dell'anno vorrebbero vincerlo per coprire le spese Quelli che è divertente pedinare i bambini Quelli che li preferisco ben nutriti e piccini Quelli che avendo smesso di fumare e di bere devono distruggere qualcosa e quindi bastonano il padre Quelli che democraticamente accoltellano pure la madre Quelli che sono figli unici e non possono ammazzare i fratelli Quelli che gira e gira e rigira sono proprio sempre quelli Quelli che essere e apparire vanno d'accordo come abele e caino Quelli che hanno la giacca del benefattore e le mutande dell'assassino Quelli che sanno cosa è giusto fare Quelli che possono comunque giudicare Quelli che bisogna sapersi vendicare Quelli che compatire non significa patire assieme ma sputare la monetina nella mano del pidocchioso Quelli che se sei diverso da me sei irrimediabilmente odioso Quelli che all'occasione sono pronti a giustificarsi autoproclamandosi vittime inconsapevoli del sistema Tutti costoro e molti altri privi di dignità Si accalcavano davanti alla Discarica della città Manifestando tutto il proprio disprezzo Per quel fortificato accampamento del degrado Utile solo a diffondere il nauseante olezzo Qualcuno agitava un cartello di protesta Qualcun altro di netto si staccava la testa La incendiava e la gettava dall'altra parte
Qualcun altro cercava di sfondare le porte E tutti gli altri invocavano a gran voce la Morte La invocavano per tutti quelli che resistevano nell'accampamento Quelli che se c'è da combattere sono in prima linea insieme al vento Quelli che conservano i denti marci nelle copertine dei giornali Quelli che non avendo niente agli altri regalano se stessi Quelli che nel tempo libero accumulano esecuzioni capitali Quelli che l'estate è nuotare nell'acqua dei cessi Quelli che perdonatemi se sono storpio e lardosamente ingombrante Quelli che se conoscessero la via la indicherebbero al viandante Quelli che anche dio muore dalle risate e non risorge quando li vede Quelli che chi non viene in mezzo a noi ancora non ci crede Quelli che lavorano tutta la vita per comprarsi una cassa di legno sigillata perfettamente in modo che durante l'eternità nessuno possa entrare Quelli che magicamente tirano fuori i sorrisi dai cappelli Quelli che nella mischia potrebbero e non vogliono svettare Quelli che gira e rigira sono sempre quelli Quelli che se trovano per terra un amore lo riportano al proprietario Quelli che progetto il futuro leggendo e rileggendo il mio diario Quelli che sono schiavi ed è stata abolita la schiavitù Quelli che una volta erano i rispettati capi della tribù Quelli che prima del terzo allarme li tradirai anche tu Quelli che parlano e vengono mandati in un posto lontano e desolato Quelli che non parlano e vengono mandati in un posto lontano e desolato Quelli che dovunque siano intonano la marcia dell'esiliato Quelli che sono bambini e sono pedinati Quelli che sono dei simpatici bambini umiliati Quelli che si trovano sempre nel mondo sbagliato al momento sbagliato e se ne vanno all'altro mondo Quelli che restano le sagome tracciato col gesso sullo sfondo Quelli che al proprio funerale sono soli perché non hanno fratelli Quelli che gira e gira e rigira sono veramente sempre quelli Quelli che rifiutano l'essere e l'apparire Quelli che capiscono gli altri ma che gli altri non possono capire Quelli che non sanno cosa è giusto fare Quelli che non possono comunque giudicare Quelli che se ne vada dalla Discarica chi si vuole vendicare Quelli che sono accampati lì dal primo sopruso e cioè da quando abele si suicidò e caino fu condannato ingiustamente Quelli che resistono dignitosamente Quelli che non hanno armi e stanno sempre sull'attenti Quelli che sono Quelli che siamo coraggiosamente Perdenti |