Meeten Nasr

                       "Armine mestieri":

                        la "pazienza aracnea" di Giampiero Neri

 

                               

                               

 

 

 

 

 

È già successo altre volte ma ora si è verificato sotto i nostri occhi: l’opera poetica di Giampiero Neri che sembrava chiaramente delineata e definita nell’organizzazione riassuntiva del Teatro Naturale [i] ha subìto un’ulteriore e importante espansione con la recente pubblicazione di una nuova raccolta dal titolo Armi e Mestieri (anch’essa nella collana mondadoriana de Lo Specchio). Il ricorso al termine naturalistico e scientifico “espansione” appare giustificato dal bisogno di denotare anzitutto la crescita e la modifica di forma e contenuto dell’opera complessiva di Neri e insieme l’identità e continuità dell’operazione poetica che questo poeta porta avanti con inalterabile impegno e tenacia (quasi con impassibilità e appunto “pazienza aracnea” – secondo la bella espressione di Daniela Marcheschi) dagli anni ’70 a oggi.

Possiamo infatti definire davvero “naturale” il suo fermento creativo e accrescitivo e assimilarlo a quello di un albero che getta altri rami, foglie e radici e che s’ingrandisce, diviene imponente e modifica perfino il paesaggio circostante, rimanendo tuttavia identico a se stesso. Così Neri ci sorprende oggi, nelle prime pagine del nuovo volume, con uno dei temi centrali e genetici della sua poesia, quel “mimetismo” che si osserva nelle macchie ocellari delle farfalle, “immaginario occhio di Dio che guarda”[ii]. Non si tratta qui soltanto di una dichiarazione di continuità e coerenza essendo in questo caso d’obbligo il rinvio alla ormai celebre “Pavonia maggiore o Saturnia” che già si leggeva ne L’aspetto occidentale del vestito[iii]. Il messaggio è in realtà doppio ed esprime il profondo ed essenziale mutamento intervenuto fra il carattere gnomico e informativo, perfino riflessivo della prima versione e l’asciutto, diretto appello lirico della versione attuale, rafforzato dall’incipit col doppio genitivo (“Delle figure e dei fregi/ che si osservano sulle ali delle farfalle…”) che alla fine si torce in anacoluto (“sono una varietà di mimetismo”). Siamo così già in medias res e si coglie immediatamente il primo dato, per altro tipico del procedere agglutinante del lavoro di Neri, e cioè che il Teatro naturale, l’opus magnum del 1998, risultato dell’accurato assemblaggio di tre opere precedenti e di un loro prolungamento, dovrà ora essere ulteriormente (ma mai definitivamente) ampliato per far posto a questa raccolta.

Segno emblematico di questo destino ripetitivo e tenace ci pare l’immagine sulla copertina che riproduce l’arcano alveare di finestre chiuse o vuote dell’Angelicum di Milano, opera di quella architettura italiana degli anni ‘30-’40 così presente nella memoria di Neri e vicina al suo cuore d’artista. Nella sua poesia nulla è infatti casuale. I luoghi della presenza e dell’attività di Terragni architetto, a Erba e altrove, rappresentano la scena, il fondale di numerosi eventi poetici di Neri. E proprio dedicata a Edoardo Persico è quella poesia in Dallo stesso luogo dove la memoria, come l’acqua del fiume, “fa un cammino a ritroso/ dove una materia incerta/ torna con molti frammenti”[iv].

Da questi “minimi lacerti memoriali era d’altronde partita Daniela Marcheschi  per riconoscere nei testi di Neri i segni e i segnali “di vite e altre tracce di esistenze non solo umane”[v] a cui il poeta presta un’attenzione che è sempre anche un monito e un “mettere in guardia” all’interno di una visione tragica “che non dà scampo né consolazione alcuna”[vi]. Per questo la frammentarietà dell’opera di Neri era apparsa “solo apparente” e il poeta destinato a scrivere un “libro unico”. Vincolato alla funzione di utilità e votato all’informazione, Neri era anche esposto, secondo la Marcheschi, alla “registrazione discontinua delle memorie”[vii] e al proprio ethos irrinunciabile. Il distacco con cui il poeta osserva il teatro naturale si alterna così alla constatazione che analoghe - ma non identiche - vicende umane declinano e infine si concludono nel “vuoto eterno” e nel “tempo che tutto inghiotte”[viii]. Proprio come quella di Maria Signaroli del cui “declinante mondo…/ non si poteva domandare”[ix] Altrettanto costante e quasi “predeterminata” resta, nello sviluppo organico di questo “libro unico”, la distinzione così caratteristica dei tempi verbali: il presente per la prosa e gli eventi della natura; l’imperfetto – cosiddetto “di rottura” o di “durata” – per la poesia e per la memoria di fatti, cose e persone che appartengono a un passato “ulteriore” e quindi irrimediabilmente dolente.  Tutto ciò si ritrova in Armi e Mestieri al punto da suonare come conferma delle tesi critiche della Marcheschi e di altri interpreti nella sua scia. Ma se da un lato l’osservazione attenta dei nuovi testi individua “segnali grammaticali convergenti” ed elimina il rischio, come dice giustamente Giorgio Luzzi, di “condurci direttamente dentro l’apologo, quasi si trattasse di una sorta di un amaro Fedro contemporaneo”[x], dall’altro un’analisi evolutiva dei testi passati e presenti indica una diversa curvatura dei medesimi materiali poetici. Il libro si apre, per esempio, con un “Intermezzo”[xi] che non è una pausa (come il titolo promette) ma una specie d’indovinello in cui il verbo “si abbatteva” del secondo verso indirizza “la posta in gioco” verso un’angoscia subliminare. In verità si tratta di una nuova versione, più aerea e meno soffocante, dell’indimenticabile intreccio allusivo collocato al centro di Dallo stesso luogo: “Era una trappola per talpe/…/Ma era passato il tempo/ si svolgeva un diverso avvenimento/ anche noi diventati talpe/ per il variare delle circostanze.”[xii] Una sicura differenza fra i due testi sta in una rarefazione, intervenuta a dieci anni di distanza e sempre ottenuta tramite “l’operazione del levare”[xiii]. Un identico “Ma” campeggia in ambedue i casi all’inizio del verso e trasforma l’allusione vaga in un dramma (“un senso di minaccia, quasi di violenza”, scrive Paolo Rabissi a questo riguardo[xiv]). 

Cadrebbe forse a proposito qui qualche parola sul carattere metafisico della poesia neriana che viene talvolta esteso fino alle suggestioni del simbolismo misterico per farlo poi planare alla philosophia perennis[xv], ma le inquietudini per un coinvolgimento globale e i tamburi di guerra che risuonano qua e là nel presente sono più che sufficienti per intendere un “volo impetuoso” non come felice cerimonia riproduttiva ma come fuga disperata da un pericolo incombente. Né questa è l’unica riscrittura in questo volume. Il “cavallo/ condotto con una certa energia/ verso una conclusione immeritata”[xvi] e della cui morte si esaminavano (prima del ’76) per ben 17 versi la “circostanza“ e il “contesto”, riappare qui[xvii] oggi come “ronzino/ condotto al suo epilogo” ma seguito da “un corteo/ che andava ingrossando…/ qu’il leur faut une victime.” L’ambientazione e la citazione in francese sono taglienti, spietate. Ogni commento è divenuto inutile. Bastano ora sei versi per disegnare attorno alla macellazione di un cavallo l’ombra della cieca crudeltà che gli umani riversano anche sui propri simili. Ma alita ovunque in questa raccolta la presenza di un’altra “vittima” attorno alla quale si addensa e insiste il mutato atteggiamento di Neri che dalla registrazione della memoria muove verso una vera e propria elaborazione del lutto. “In quelle nebbie, una mattina di novembre”[xviii] localizza oggi Neri il “necrologio” del padre, riscrittura di un più breve “commento”[xix] reperibile in “Altri viaggi”, ultima sezione del Teatro naturale. Il centro della scena rimane ossessivamente fisso sulla bicicletta che cade, elemento portante di un ricordo angoscioso perché connesso, per sempre, all’evento più traumatico della vita del poeta.  Si direbbe che allora (prima del ’98) il lutto e la rabbia che avevano già tardato tanto a esprimersi – pur scorrendo come corrente carsica in tutta la sua opera – ancora strozzassero la sua voce poetica, riducendo il contenuto informativo delle parole decisive e rendendo vaghe le allusioni: “se tutto doveva finire”…/ era stato il commento”. Oggi (2004) le tensioni si sono allentate, la verità emerge assieme ad altri particolari: il tempo e il luogo dell’evento (“la scalinata del Terragni”), il discorso in terza persona che allontana il dolore (“mio padre” diventa “suo padre”), la minore vaghezza delle parole pronunciate, in cui ora emerge il destino (“l’ultimo”). L’espressione che prima era nella mente, ora è nel corpo, e trova una più umana ambientazione.

Questo “décalage” è forse il segno caratteristico di Armi e Mestieri, l’impronta che rivela un modificato terreno di coltura per la poesia neriana. Si osserva infatti una versificazione ancora più essenziale e cristallina, in cui tutto è necessario e sufficiente e che accorcia le distanze col passato personale mai rimosso ma ora elaborato, trasfigurato. Si presenta in tal modo a Neri la inedita possibilità di realizzare, per via di assonanza, trasparenti mediazioni letterarie come in “Natura”[xx] dove “una strana luce/ passava tra le foglie”, distante ma anche vicina al baudelairiano “temple où de vivants piliers/ laissent parfois sortir de confuses paroles”[xxi] oppure nella leopardiana meditazione “Nel giardino”[xxii] con la sopraffazione di un kiwi “incontro al ramo di una betulla” o infine nei “colpi di vanga” del becchino shakespeariano nel cimitero  di “quella terra illustre” (l’Attica, così diversa dalla Danimarca) ove segni di conservazione e distruzione sembrano convergere. Novità vengono anche dalla consultazione di “un’edizione di Peire Cardenal/ in provenzale antico”[xxiii] che sottolinea i paradossi della Storia col succedersi di versi lunghi e brevi: “Les clercs – si leggeva ma le parole/ erano coperte di macchie d’umidità -/ se fan pastors…/et son aucizedors…” Ma il libro apparteneva a “quella famosa biblioteca” non nominata (che tutti sappiamo essere quella di Giuseppe Pontiggia, fratello di Neri) e questo è un tocco magico che fin dal primo verso alleggerisce la Storia a favore del privato, dell’inconscio e del ritorno del rimosso. Uno sfilacciamento già implicito fin dagli anni ‘60 – altra dimostrazione della “pazienza aracnea” del poeta – nella scelta fatale di Corso Donati di prendere, per fuggire, la via “verso la badia di San Salvi”[xxiv] che lo farà sprofondare “in immensum”.

Ma Armi e Mestieri si distingue anche per l’evoluzione imprevedibile del rapporto fra poesia e prosa rimasto pressoché inalterato nel corso della edificazione del Teatro naturale. Dei sette testi qui variamente connessi alla prosa poetica, due (quello intitolato “Uccelli” e la citazione di Giuseppe Flavio)[xxv] ostentano un andare a capo apparentemente determinato da motivi solo grafici, visivi: il primo potrebbe essere a sua volta titolo suggestivo di una prosa ancora da scrivere mentre l’altro, efficace dimostrazione del Perturbante freudiano, inizia come prosa e conclude in tre mosse, cioè già alla terza riga, con un verso: “velocità inaspettata”, ostensione, secondo Paolo Rabissi, del fatto che “corollario della violenza è la velocità”[xxvi] Altre quattro composizioni, che si potrebbero definire ex-prose perché assomigliano a prose travestite da poesie, sono tutte inserite nella prima sezione della raccolta. Sono: “Una mostra di pittura del ‘32”[xxvii], “Caffè di Inverigo”[xxviii] e la già citata “Mimesi”[xxix] che, partite da un concepimento prosaico o gnomico/conversativo, hanno rivestito panni metrici piuttosto cadenzati e cercato di librarsi “in alto loco”. Solo “Mimesi” c’è riuscita all’ultimo verso, sfruttando, come sottolinea Rinaldo Caddeo, gli ocelli: “macchie a forma circolare, fisse e brillanti, strumento tipico di fascinazione”[xxx]. La quarta ex-prosa è quella che dà il nome alla sezione, ove occupa l'ultimo posto, e ne dipana i misteri. Qui Neri gioca a carte scoperte e riprende apertamente la prosa magistrale, intitolata “Persona”, di “Altre voci”, anticipazione, si ricordi, morale e psichica di Armi e Mestieri. Ma tanto in quella prosa era ricca di fascino e di segreti, seduttiva e pericolosa la “figurina vestita all’amazzone” “che parlava a bassa voce” e che “sobillava” “le azioni più estreme”, altrettanto, nella poesia che ne è derivata, la Persona seconda, fattasi uomo con “volto giovanile” e “profilo affilato/ indagatore”, si affretta a “scomparire” lasciando “nella scia” tracce di colpe imprecisate, forse un delitto. La prosa si è così svuotata di tutti i particolari descrittivi ma il contenuto della poesia si concentra nell’angoscia, focalizzandosi sulla “velocità” (sinonimo, come abbiamo visto, di violenza) e sui “disordini”. Così le Arti si mutano in Armi. Alla fin fine si è obbligati a concludere che l’unica, completa, autentica prosa presente in questa raccolta, e d’alto livello, senza metri, rime o cadenze è quella della coda del ghiro[xxxi] col disvelamento progressivo della sua eleganza (“tagliata di netto…stava leggera…la sua bella forma”) e del cruento dramma di cui certi segni sono la dimostrazione (“coda solitaria…doveva forse appartenere…ancora per poco…sui sassi… come una bandiera”). Un addio, un commiato, tenuto insieme dal ritmo musicale degli a capo.                                

 

Opere di Gianpiero Neri su:

http://www.girodivite.it/antenati/xx3sec/_neri.htm

http://www.teatronaturale.it/stanze.php?stanza=2

http://www.letterariamente.it/Archivio/Contributi/neri.htm (di R. Piazza)

http://www.fucine.com/network/fucinemute/core/index.php?url=redir.php?articleid=936

http://www.db.avvenire.it/avvenire/edizione_2004_09_22/articolo_476843.html


NOTE


[i]    Mondadori, Lo Specchio 1998 (in seguito abbreviato in TN)

[ii]   Armi e Mestieri (in seguito abbreviato in AM), Mimesi, p. 17

[iii]   Guanda 1976, p. 32 (TN 24)

[iv]   TN 93

[v]    Daniela Marcheschi, La Natura e la Storia, Quattro scritti per Giampiero Neri, Le Lettere 2002, p. 35

[vi]    ibid. p. 36

[vii]   ibid. p. 36

[viii]  ibid. p. 55

[ix]   TN75

[x]    Giorgio Luzzi, Giampiero Neri, La posta in gioco, in: Poesia, N° 180, Febbraio 2004, p. 40-41

[xi]   AM 9

[xii]   TN112

[xiii]   D. Marcheschi, op. cit. p. 54

[xiv]   Paolo Rabissi, recensione a: G. Neri, Erbario con figure, Lietocollelibri 2000, in: La Mosca di Milano, N° 08, dic. 2001, p. 91

[xv]     Cfr. gli interessanti saggi di Rinaldo Caddeo e Roberto Taioli in: Memoria, mimetismo e informazione in Teatro naturale di Giampiero Neri, a cura di Silvio Aman, Edizioni Otto/Novecento 1999:

[xvi]    TN23 

[xvii]    AM26

[xviii]   AM58 (6 versi). Forse è solo casuale che “Notte e nebbia” fosse il nome in codice per lo sterminio degli ebrei durante la II Guerra Mondiale.

[xix]    TN138 (4 versi)

[xx]     AM11

[xxi]     Ch. Baudelaire, Les fleurs du mal, Nature, 1-2

[xxii]    AM13

[xxiii]   AM37

[xxiv]   TN25 (una delle prime poesie, già in “L’aspetto occidentale del vestito”, p. 33)

[xxv]    AM10 e 25

[xxvi]    Op. cit. p. 92

[xxvii]   AM14

[xxviii]   AM15

[xxix]    V. nota ii

[xxx]    Roger Caillois in: Rinaldo Caddeo, Gli animali e il mimetismo in Teatro naturale, in: Aman, op. cit. p. 61

[xxxi]   AM28 (nella sezione “Sequenza”)