NOTE PER UNA POETESSA

(in memoria di Claudia Ruggeri)

 di Mario Desiati 


  

 

 

  

 

 

  

Un sabato pomeriggio una ragazza solitaria, misteriosa, molto bella, si confessa nella chiesetta di San Lazzaro ad Alessano, piccolo centro agricolo in provincia di Lecce. Dopo essersi confessata fa la comunione. Si chiama Claudia ha 29 anni, appare silenziosa, molto tranquilla e nulla lascia presagire quello che accadrà. E’ di Lecce, la sera torna a casa sua in città. Claudia trascorre la sera in casa, per leggere, forse scrivere oppure solo pensare. All’una e trenta Claudia Ruggeri si lancia nel vuoto, si lancia dal balcone di casa sua. Poeticamente qualcuno scriverà che Claudia si è lanciata verso l’alto per spiccare il “folle volo” di una sua poesia, un volo che la porti a Dio ed al proprio padre, scomparso prematuramente.[1]

Il debutto letterario di Claudia Ruggeri è qualcosa di folgorante, durante una festa dell’Unità si presenta vestita di nero, con una gonna lunga fino alle caviglie, un cappello rosso a nascondere il suo taglio androgino di capelli. Ha 17 anni, quasi 18.  Il suo reading lascia stupefatta la platea.  Comincia la collaborazione con il Laboratorio di Poesia gestito da Arrigo Colombo.

      

Ci ho provato ad entrare in una poesia di Claudia Ruggeri. Ci ho provato e mi sono sentito come Alice nel Paese delle Meraviglie. Tutto un mondo fatto di figure inquietanti, ai bordi dell’onirismo, come se tutta la poetica di Claudia Ruggeri fosse stata maturata in uno stato di veglia, in un grandioso passaggio dal sonno comatoso alla vita. Claudia Ruggeri, l’Arcimboldo della poesia, non solo pugliese, ma anche italiana, scriveva divinamente. La sua poesia ricca di arrovellamenti lessicali, di figure estreme (il matto in primis) è una piccola epifania post-moderna, dove echeggia una semantica inconsueta che mischia parole di origine trobadorica, iperletteraria, dialettale, straniera, “aulika[2]”, ma anche quotidiana. Claudia Ruggeri ha inventato una sorta di nuovo barocco, ma senza la sua decadenza. Un barocco dotato piuttosto di una grandiosa analisi introspettiva tanto da condurla a  profetizzare in una sua poesia, la sua tragica fine.

     

Del Traghettatore: e volli

Il “folle volo” cieca sicura tuta

Volli la fine delle streghe volli

    

Il chiarore di chi ha gettato gli arnesi

Di memoria di chi sfilò il suo manto

Poggiò per sempre il Libro(…)[3]

   

Il barocco non decadente di Claudia Ruggeri, lungi dalle definizioni di Fortini (che ne parlava in termini di “collane e gioielli”[4]) e di Valli (che invece usa il termine “bigiotterie”[5]), è un neo-barocco dissacrante, una scelta giovanile che troverà poi controllo nelle sue ultime poesie.

Claudia Ruggeri è l’ultima propaggine di una generazione di autori salentini che hanno scritto pagine importanti a cavallo degli anni ottanta e novanta. In quegli anni Lecce ed il Salento divenne un operoso centro culturale di diffusione della letteratura contemporanea, soprattutto della parola poetica. Claudia Ruggeri muove i primi passi nel 1987, quando la sua prima lirica viene pubblicata su L’Incantiere nel suo numero zero. Si tratta di una composizione di difficile definizione, tanto da far dichiarare Donato Valli: “assomiglia più a una prosa lirica che non ad una vera e propria lirica in versi. La verità è che l’autrice sembra volesse far leva più sul valore tonematico, recitativo della composizione che su quello metrico, computato sulla cadenza dei ritmi canonici[6]”. Insomma quello che fa intravedere nelle sue opere iniziali è una certa “partitura scenico-teatrale”, una visione poetica dialogante e colta dove i suoi interlocutori testuali possono essere gli spettatori più che i lettori. 

    

LA STAGIONE LETTERARIA

      

E’ superfluo soffermarsi sulla tradizione letteraria pugliese, che rispetto ad altre regioni italiane non regge il confronto, certo che non si può escludere la presenza di autori di rilievo nazionale, uomini che hanno scritto importanti pagine nell’ambito della critica (Macrì), della traduzione (Bodini), della letteratura (Comi e lo stesso Bodini). Ma si tratta sempre di nomi isolati, emersi in un desolante panorama di autoreferenzialità ed emarginazione. Ma alla fine degli anni Ottanta è successo qualcosa di storico per la letteratura locale che si è riscattata da un secolo buio per gli autori pugliesi. Siamo nel 1993, la Puglia ed in particolar modo il Salento diventano quella che fu Palermo nel 1963. Il centro della periferia. Ossia un luogo che seppure decentrato geograficamente, diventa punto di riferimento di semplici intellettuali, artisti e studiosi. In particolar modo, il Salento diventa centro di poesia contemporanea, un enorme officina dove si forma e nasce una generazione di narratori e poeti nuovissima. Gli eventi per cui avviene questo sono vari, i principali sono sicuramente:

1) La figura di Antonio Verri

2) Il ruolo delle riviste L’Incantiere e L’Immaginazione

3) La rassegna SalentoPoesia

Il 9 maggio del 1993 moriva Antonio Verri, sicuramente la figura più importante di questo periodo nell’ambito della promozione di iniziative legate al mondo della poesia. Fondatore delle riviste “Pensionante dei Saraceni” e “Quotidiano dei Poeti”, promotore di tante iniziative culturali legate al mondo delle parola poetica. Antonio Verri fece leva sulla sua generosità e passione, l’afflato che lo condusse senza calcoli di sorta alla promozione della cultura letteraria lontana dai localismi, le piccole beghe di provincia, le volgari autoreferenzialità. Scrive Errico parlando di Antonio Verri “..viene il rifiuto di una poetica di muretti a secco, di pecorelle al pascolo, il rifiuto di falsi idoli e false ideologie, di simboli svuotati, dei rosoni in cartolina, viene sempre la stanchezza di correre ancora, sempre, dietro al suono delle campane delle Scalze”. Insomma viene fuori quel carattere che rende l’intellettuale con la “I” maiuscola, di quelli che entrano nei libri di storia della letteratura, quelli che incidono sulla realtà, quelli scomodi. Verri, dice sempre Errico “non più a sopportare il cattivo odore di cipria sudata nei salotti delle storie patrie, prova nausea per le poesie recitate dai poeti di corte e di cortile, per le recite dei commedianti di marine e oratori. Ma anche per le buffe università silenziose che si aprono a celle d’ombra, per la muffa che si spande, per chiacchiericcio del mercato[7].

Grazie a Verri nasce una nuova visione della letteratura nazionale, svincolata da circoli e circoletti, dall’autoreferenzialità di tanti modesti autori. Arrivano in Puglia iniziative di ampio respiro, i giovani letterati locali vengono in contatto con i maggiori autori nazionali. Proprio in uno di questi contesti, Claudia Ruggeri conoscerà Franco Fortini, il poeta più importante che riconobbe le stimmate dell’artista in Claudia, ma che allo stesso tempo rimproverò l’uso indisciplinato del suo talento. Infatti Fortini fu il primo a dare, oltre che giudizi lusinghieri, anche severe indicazioni alla lirica della poetessa leccese.

      

In questa situazione di fermento culturale, ovviamente fioriscono le riviste. L’Incantiere fondata da Arrigo Colombo, Walter Vergallo, Fabio Tolledi da una parte, L’Immaginazione di Manni (direttrice Anna Grazia D’Oria) dall’altra. Attorno a queste due riviste nasce il dibattito su un neo-sperimentalismo letterario che ha come pregio quello di non chiudere la porta in faccia a nessun tipo di espressione poetica. Di conseguenza, nascono alcune iniziative, come SalentoPoesia, un’occasione inedita di lettura in pubblico. Si tratta dei primi reading pugliesi, dove i migliori autori italiani si cimentano, per intere serate, nella lettura di poesie. Nel 1989 e nel 1995 Claudia Ruggeri partecipò a SalentoPoesia, incantando la platea oltre che per la sua straordinaria bellezza, anche per le performance.  Ha dichiarato il poeta e scrittore Sergio Rotino su Lecceweb:  Ho conosciuto Claudia fra il 1985 ed il 1986 ad una Festa dell’Unità e fui subito impressionato dal suo modo di leggere, era un’ottima lettrice e le sue stesse poesie non rendevano sulla carta quanto come venivano lette da lei stessa. Come cultura e scrittura non era catalogabile, aveva un suo modo di rielaborare, una forza enorme, ma fuori dagli schemi…”.[8]

Proprio le performance di Claudia, molto coinvolgenti, portarono qualcuno a proporle la carriere teatrale, ma Claudia era una poetessa, troppo sensibile, sensibile a tutto, anche alla vita, era fatta per la poesia, per fare della sua vita una poesia, una scelta netta che lei traduce in Lamento del Convitato con queste parole: “e quale mai s’invera Canzoniere da questo tanto intentato Io,/ se al grande giro di attorno, di nada, soltanto, mento, spio ?”[9].

       

I MODELLI

       

Franco Fortini chiese in una lettera a Claudia di fare piazza pulita dei suoi modelli. Troppo presenti, quasi ingombranti. Ma i modelli di Claudia erano tanti, non erano troppi, entravano nelle poesie, in maniera devastante, quasi con forza lavica. Le parole, le figure retoriche e gli stessi capoversi erano il simbolo di una concentrazione semantico sintattico che non trova precedenti. Scrive Errico dei modelli invasivi di Claudia Ruggeri: “Sapeva che dire è ri-dire, che scrivere è riscrivere, parlare è citare.(..) Pensava alla letteratura come a un vorticare di echi, forse anche persino come atto d’amore di un’intenzionale plagio.”[10] Si rischia un po’ quel luogo comune che tende a volte considerare la citazione un modus amandi nei confronti di un autore. Ma per Claudica si trattava anche di un modus operandi”.

     

Gabriele D’Annunzio

Il ciclo Tragedie, sogni e misteri all’interno della raccolta Inferno Minore, viene introdotto da alcuni incipit di D’Annunzio. In una di queste poesie Claudia Ruggeri fa una dichiarazione di poetica che è anche un modello di poetica: “..o poeta che ti copio come capita/ora che il mio racconto è andato a male come credo che succeda a un certo punto che/ sfugga la pagina esatta il rigo la parola giusta da riscrivere in cima al verso o da rimare/ con quello appresso; per imparare a scrivere a macchina una buona volta con due/ dita e spaginare dannunzio tragico per rubargli il rigo esatto la parola così/ per massacrarla con le dita una buona volta imparare.[11] D’Annunzio è allora usato come chiave di volta per scardinare un modello formale, Claudia Ruggeri lo usa per distruggere dissacrare.

    

Umberto Saba

Saba è il primo modello di Claudia Ruggeri, le tracce di questa conoscenza sono in una poesia inedita “Il Belato”, c’è una aurea ironica che riporta inevitabilmente alla capra sabiana, laddove l’obiettivo pare quello di evidenziare  il lamento doloroso che accomuna tutti gli esseri umani.

      

Il Teatro classico ed il teatro dell’assurdo

Altro modello iniziale è sicuramente il teatro, in particolare la tradizione anglosassone da Shakespeare a Beckett, una commistione tra teatro classico e teatro dell’assurdo. Tanto che le poesie di Claudia Ruggeri saranno sempre ammiccanti al sipario, ad un’idea scenica dove il perfetto completamento avveniva con la performance. Scrive Arrigo Colombo, uno degli scopritori del talento della Ruggeri. “Tante volte le dissi perché non fai teatro ? perché non ti iscrivi all’Accademia d’arte drammatica ? non vai a trovare uno di quei maestri che tengono scuola ? tu di scuola non hai bisogno, ma il maestro ti aiuterebbe comunque a entrare nel teatro; sia pure in quel teatro classico e d’altro tenore che sembra essere a te più consono; non la commedia borghese.”.[12]  

In altre circostanze Claudia Ruggeri farà entrare con prepotenza intere locuzioni tratte da opere teatrali. Non solo usando gli incipit (di cui fece un uso abbondante in tutte le sue poesie), ma anche all’interno delle liriche. Ne Il Matto III (dell’interruzione della favola) Romeo di Villanova utilizza le parole di Prospero in The Tempest di Shakespeare: ‘So stay there may art’.[13] Lo stesso Prospero dell’opera shakesperiana tornerà in una delle ultime poesie di Claudia, l’ultima edita sulle pagine della plaquette di SalentoPoesia nel 1995: E quindi e quasi mi misi / In viaggio e col baleno che salva / L’odore mi chiusi nella pelle... [14]

Claudia fa un uso della scrittura che qualcuno ha definito teatrante[15], ossia il riflesso di una vita come carnevale, proiezione nel ruolo di protagonista ed attore, ma sempre celato dietro un camuffamento, una sorta di maschera ellenica. Valli propone un’ipotesi, che quella maschera serva a nascondere la metamorfosi de l’io, ma sopratutto risulta essere “l’unica risposta possibile alla crisi del soggetto e della società[16]. Per questo che nella poesia di Claudia, così come nelle sue performance mozzafiato c’è sempre un sottofondo tragico, nel senso di continenza con l’idea del teatro greco. Scrive Vergallo[17]: “(..)le dediche degli eserga a Samuel Beckett e a Carmelo Bene, le figure dell’attore e del “giullare” e la tecnica del dialogo orientano verso una tessitura scritturale recitativa. (..)Altri indizi sono la ricorrenza di spazi, pause della recitazione, (..) sosta della voce frenata dal ritmo, l’uso della parentesi come funzione di esaltazione semantica(..)”.

La poesia di Claudia Ruggeri è dotata di irruenza tanto da scardinare la continuità metrica. Questo però è vero fino a un certo punto. Spesso si trovano all’interno dell’ Inferno Minore metri classici assolutamente non causali: dentro in limine troviamo i martelliani: “prima che il subbuglio ammorza e che asciuga la guazza...”[18] mentre in lamento dell’Amante addirittura degli endecasillabi: “la sua sparizione non ebbe l’ordine/ degli organi; l’anello che cattura..[19].     

      

Il medioevo letterario

Se pareba boves, alba pratalia araba, albo versorio teneba, negro semen seminaba”. Si tratta del famoso indovinello veronese. La prima testimonianza scritta in volgare[20], uno dei tormentoni dei nostri anni scolastici. Questo indovinello, entrò in una poesia di Claudia Ruggeri, nella raccolta de L’Inferno Minore.  Si tratta esattamente de il Matto IV (ode agli inizi) Orione[21]. (..)Distrazioni e il biancore che spossa/ la ruota in volgare che sfonda in un posto(..).[22]

Ma non è l’unica testimonianza de l’amore di Claudia per la stagione letteraria del Medioevo, sia nelle epigrafi, sia nei versi si ritrovano continui rimandi alla passione per una “l’oscura stagione”. Ne il Matto III c’è l’epigrafe tratta da un brano delle Cronache di Villani (Non si seppe onde si fosse né dove si andasse ma/ avvisossi per molti che fosse santa l’anima sua), poi ci sono parole come òccaso al ventisettesimo verso,  dulcedine al ventesimo verso, il tosco trentesimo ed ultimo verso. Ma non è l’unico esempio, basti pensare alla lirica il Matto capovolto Palestina dove al primo verso troviamo arrovescia, poco più avanti, all’ottavo troviamo percòte. E sono solo alcune della parole che compongono il volontario pastiche di tempi, luoghi, correnti letterarie, presenti nell’opera di Claudia.

       

Dante Alighieri

Il riferimento più forte nella prima parte dell’opera di Claudia Ruggeri, è certamente Dante Alighieri, autore per il quale Claudia prova un senso di culto tanto da dedicargli implicitamente la prima opera (implicitamente perché la prima raccolta di Claudia viene dedicata a Franco Fortini). Infatti il titolo della silloge è Inferno Minore esatto controaltare all’inferno maggiore della Commedia. Perfettamente in questo senso vanno alcuni versi della poesia Lamento della sposa barocca (octapus), una delle liriche più riuscite della prima raccolta. Quando dice: “(..)amore/ t’avrei dato la sorte di sorreggere/ perché alla scadenza delle venti/ due danze avrei adorato/ trenta/ tre fuochi, perché esiste una Veste di / Pace se su questi soffitti si segna/ il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta...[23]. Si tratta insomma dell’apparizione della Madonna in Paradiso, come dice la Ruggeri stessa in nota, Dante a quel punto nota l’arcangelo Gabriele che vola attorno alla Madonna cantando.

In Claudia Ruggeri incidono, dunque, archetipi danteschi, non soltanto tratti dalla Commedia, ma anche e soprattutto dalla Vita Nova. E’ la stessa Ruggeri che lo ammette nelle note alla lirica Beatrice “(e più distratto ché sempre più semplice si segna ai teatri, / che tace per rima certe parole). Il riferimento è a quanto dice Amore a Dante, ovverosia l’invito a parlare in versi per amore[24].

La Beatrice di Claudia Ruggeri, non è la figura divinizzata da Dante post mortem, ma è ancora quella figura angelicata della Vita Nova, quella che fa battere il cuore e la passione al sommo poeta. Plinio Perilli[25] sostiene che Dante abbia costruito l’aldilà per incontrare Beatrice. Per questo aldilà ha utilizzato i suoi ricordi, le sue erudizioni, le sue conoscenze politiche e letterarie. L’operazione che fa Claudia Ruggeri nelle sue poesie è si una commistione tra erudizione, iperletterarietà, ma anche passione, quella che nella Commedia non c’è più, ed ha lasciato spazio alla scienza[26]. La passione invece domina sempre, anzi spadroneggia nella Vita Nova, opera che negli archetipi di Claudia Ruggeri ha sicuramente un posto privilegiato.

     

 Herman Melville

Nella prima fase della raccolta Inferno Minore, le cosiddette prosette viene citato testualmente un passo di Moby Dick. “Sebbene in diversi stati d’animo l’uomo si compiaccia di simboleggiare col bianco tante cose delicate o grandios, nessuno può negare che le suo profondo ideale significato la bianchezza evochi nell’anima come uno strano fantasma...”. Questo passo entra nel contesto del poema, non in epigrafe, bensì come introduzione dell’opera, Vergallo sostiene che si tratti di una metafora fantasmatica che rappresenta l’emblema di una condivisione, quella di Claudia Ruggeri con Hermann Melville, ossia una pascoliana regressione come auto(etero)analisi e la discesa agli inferi mostri della psiche per riemergere e purificarsi.”[27]

      

Dino Campana

Forse Dino Campana è il modello per eccellenza. Si tratta di una commistione volontaria, non solo di generi, ma anche di stile. Certo l’orfismo non è una caratteristica primaria di Claudia Ruggeri, così come lo era nelle opere dello scrittore romagnolo. Su questo si può discutere, nel caso in cui si acceda ad una definizione dell’orfismo in un’accezione puramente guenoniana[28], ossia orfismo come antica religione misterica, alla base del culto apollineo. Definendo l’orfismo come “un movimento che evoca da una parte un complesso misteriosofico rintracciabile in filoni esoterici ed essoterici eterogenei all’interno della cultura dell’occidente, all’incirca riassumibili all’interno della vasta tradizione ermetica[29], sicuramente la poesia di Claudia Ruggeri non presenta gli elementi appena citati. Ma la caratteristica principe, quella di visione tragica ed allucinata, nell’aurea funebre, nell’ottica tipicamente orfica del tentativo di emersione, è sicuramente più accettabile. Come è orfica quella caratteristica tipica di Claudia Ruggeri, ossia la prevalenza del struttura fonematica. Una visione allucinata e tragica sulla realtà che è veramente contigua al diario La Verna. 

Preoccupato di questo identificarsi “nell’esaltazione visionaria che conduce a trasporre mito e realtà, esistenza e intellettività[30] il professor Valli mostrò perplessità e resistenza per paura di dare autorizzazione “a quel suo ideale sodalizio con un’ombra che tuttora pulsava d’una vita più reale della stessa esistenza[31].

       

Alcuni modelli contemporanei

Vergallo afferma che dietro la scrittura di Claudia Ruggeri può nascondersi in un certo senso, la crisi della poesia degli Anni Ottanta, crisi che messa in confronto alla situazione attuale, sembra piuttosto l’ultimo momento di sopravvivenza della poesia contemporanea. La crisi della poesia dunque, soprattutto inquadrata in una specie di incoerenza tra parola e cosa, “‘la poetica’, di ascendenza heideggeriana, del “non ancora” e del “non più” e il gioco drammatico di specchi tra poesia e vita”[32]. Di conseguenza la cosiddetta frammentazione del reale ed il pluriformismo della lingua. Ecco allora alcuni modelli contemporanei tracciati da Vergallo: la sovversività e la destrutturazione ludica (..) di Cesare Viviani, “la narratività, oralità, quotidianità, minimalità” di alcuni lombardi (Majorino, Sereni, Raboni), l’oralità scenografica di Antonio Porta, la regressione semiotica di Andrea Zanzotto, il manierismo dell’io di Dario Bellezza, il caracollare tra vuoto e niente sulle ali dell’ossessione della Valduga, la moltiplicazione fonica di Edoardo Sanguineti. Tutto questo può essere condivisibile, anche se una moltiplicazione dei “padri” di Claudia Ruggeri, ha alcune controindicazioni. La Ruggeri conosceva benissimo la poesia di Dario Bellezza, la struttura destruttuturata e fintamente involuta di Zanzotto. Credo che questi possano essere i due modelli principali della poesia di Claudia Ruggeri. Certo sembra facilmente riportabile anche a Sanguineti per la “plurilalia teatralizzante” come dice Vergallo, ma Sanguineti gioca in superficie con le parole. L’eccitazione semantica della Ruggeri non è solo gioco, ma anche dramma esistenziale, quello di chi è consapevole del valore altissimo che ha la poesia per la propria vita, una visione cara a Giudici e Porta. 

   

LA POESIA DI CLAUDIA RUGGERI

     

La produzione letteraria di Claudia Ruggeri si distingue in due opere, Inferno Minore e Le pagine del Travaso. La prima opera è l’unica edita e l’unica che presenta qualche studio critico. E’ stata pubblicata in larga parte sulla rivista L’Incantiere, soprattutto nel numero 39-40 del 1996, due mesi dopo la sua morte. L’altra opera è più recente, e abbraccia un periodo che va dal 1993 fino al 1996, anno della sua morte. Si tratta di un’opera di cui non si sa quasi nulla. Sono trapelate pochissime poesie, ma proprio in questa opera si nascondono i segnali più evidenti del disagio interiore di Claudia Ruggeri. Disagi presenti già all’interno del titolo laddove Travaso sta a dimostrare o il tramestio da letteratura a vita, quel “mettere la vita in versi” con cui Giudice stila il gravoso impegno del poeta.

Scrive Vergallo “La scrittura di Claudia predilige il prelogico, il  semiotico la verticalità del segno-sogno la violazione dell’ordine costituito la pulsionalità del ritmalo slittamento di senso il transfert semantico; essa è bordo, soglia corda clownesca straniero, di luogo onirico.”[33]

Sulla falsariga Antonio Errico quando afferma che la sua scrittura “non è per nulla lineare: implica una discesa nelle profondità di una dimensione che sovrappone le sfere dell’intelletto e della sensazione, dell’esistenza e della letteratura, dell’inchiostro e del sangue; presuppone un confronto e livello diacronico e sincronico con una serie vasta e articolata di generi e modelli linguistico letterari.”[34]

     

        INFERNO MINORE

E’ stata pubblicata nel corso degli anni su L’Incantiere e sulle plaquette di SalentoPoesia. Le prime collaborazioni all’Incantiere nascono nel numero 0 del 1987, quando Claudia si distingue all’interno del Laboratorio di Poesia organizzato e tenuto da Arrigo Colombo. Proseguono nei numeri successivi. Quello che ne viene fuori è la prima organica raccolta chiamata Inferno Minore, un’autentica dichiarazione al mondo del proprio malessere. Ecco Congedo, la dichiarazione d’intenti sul perché de l’opera:

    

così, dal Colmo, ormai, nuoce

il dimandar parenze, come

il Distrarsi. Lasciatemi

a questa strana circostanza. Qui

so, con il mio amore, e con chiunque

vi arrivi, che a questo inferno

minore, tutto è minore; medesimo

è solo il Carnevale(...)[35]

      

Inferno minore è, perciò, il controcanto a quell’Inferno Maggiore dantesco, un modello irraggiungibile di erudizione ed arte. Lo stesso Inferno di Claudia è stracolmo di questi elementi, ma in piccolo, cubati all’interno del proprio disagio. Le composizioni poetiche escono in progressione nella rivista de L’Incantiere: la lettera al Matto sul senso dei nostri incontri (dicembre 1988), il Matto III (dell’interruzione della parola) (giugno 1989), il Matto IV (ode agli inizi) (dicembre 1989) ed infine nel numero 14 del 1990, Lamento dell’amante, Lamento dello straniero I, Lamento dello straniero II e La pena dell’attore. Scrive Valli “ Man mano che ci avviciniamo alla data che è da presumere quella della definitiva sistemazione dell’articolato poemetto , cioè l’inizio del 1990 (come è del resto comprovato dalla lettera di risposta di Franco Fortini all’invio che la Ruggeri fece del dattiloscritto definitivo conservato nella carta dell’autrice diventano sempre meno consistenti fino a scomparire del tutto”.[36]

La silloge è divisa in tre parti, le il Matto prosette, l’interludio (composto da pochissimi versi) e la sezione Inferno Minore.  Inferno minore che sta come contrasto insanabile con la propria esistenza, paragonabile a quella rottura che condusse al suicidio, a pochi giorni dalla fine dei suoi studi, Michelstaedter.[37]In il Matto II (morte in allegoria) Ninive, la città biblica diviene allegoria appunto (attenzione, non metafora, ma proprio un’allegoria stilnovista) della morte.

     

...amo la festa che porti lontano

amo la tua continua consegna mondana amo

l’idem perduto, la tua destinazione

umana; amo le tue cadute

ben che siano finte, passeggere

   

e fino che tu saprai dentro i castelli, i giardini

fiorire, altro splendore sai, altra memoria...

    

L’opera è dedicata a Franco Fortini, Claudia lo confessa candidamente sia nell’incipit che in una lettere al poeta fiorentino quando dice che è consapevole che l’opera non piacerà: “le chiedo di leggerlo; non le piacerà, lo indovino, per il tipo di scrittura (specialmente non le piacerà la I sezione “il Matto”), epperò non mi biasimi per averglielo dedicato, non se ne offenda.”[38]

Effettivamente il lettore si trova di fronte ad un opera altamente irregolare, tanto che Valli nel suo saggio su Aria di Casa parla di ‘arbitrarietà fantastica’ in un complesso filone avanguardistico sperimentale.

     

CLAUDIA E FRANCO FORTINI

   

Claudia Ruggeri scelse come suo interlocutore privilegiato nel grande critico letterario Franco Fortini. Lo conobbe appena diciassettenne e per lei fu una folgorazione. “Sentii come un richiamo strano, una parentela iniziale consistenza di destini” scrive in una lettera del 1990[39]. Poeta fortemente connotato dalla militanza, poeta di potere che lavorava in Einaudi ed ha rappresentato l’ultimo grande scrittore che si è occupato della gloriosa collana bianca della casa editrice torinese. Franco Fortini però, proprio per la sua idea della poesia, rappresentava forse l’interlocutore sbagliato per Claudia Ruggeri. Tanto che in una delle prime lettere, il poeta la invitò bonariamente a controllare i suoi slanci letterari, la sua foga, parlando in termini di “impunità” della parola. Le parole di Fortini non furono molto incoraggianti[40], e Claudia Ruggeri, scrivendo in una certa maniera, non poteva rivolgersi a poeta più sbagliato. Lo stesso Fortini nel 1980 in Einaudi bocciava tutti quei libri di poesia che non contenevano all’interno la parola operaio. Fortini chiuse una sua lettere del 10 marzo 1990 così “Lei è una ‘testa forte’ e saprà valutare questa lettera quanto merita, cioè pochissimo; la mia vanità, lusingata dal suo ricordo, ne potrà soffrire. Ma proprio di questo lei ha bisogno: di rovesciare quanti modelli porta in se e fare piazza pulita. Io, per fortuna sua, modello non posso e né voglio essere ma invece, con molta stima e simpatia, il suo Franco Fortini”. Un modo brusco di chiudere una lettera ad un esordiente che piaceva poco a Franco Fortini, ma lo stessa poeta aveva capito di trovarsi di fronte ad una poetessa di talento, ma sregolata, troppo sregolata per il contegno dell’anziano poeta fiorentino. Tutto il contrario di Dario Bellezza, che stimava molto Claudia e con la quale intratteneva lunghe chiacchierate telefoniche, Bellezza e Ruggeri erano poeticamente affini, quasi selettivamente affini, del dolore, nel lamento e nella morte (per entrambi il 1996 è un anno fatale).

    

Claudia Ruggeri è un sentiero interrotto della poesia di questi anni. Penso a Remo Pagnanelli, Giuseppe Piccoli, Stefano Coppola, Ferruccio Benzoni, tutti sentieri interrotti. Claudia Ruggeri è  uno di quei percorsi del malessere (diceva di essere malata di tiroide in una lettera a Fortini e che i suoi malesseri nervosi provenissero da lì), uno di quei talenti che non ha avuto il tempo e l’esperienza per cristallizzarsi. Ma rimane un esempio unico di poesia, una poesia “ingioiellata”come diceva Fortini, ma inedita. Una poesia colma di citazioni e rimandi, “aulika” fatta di amorevole saccheggio, poesia fatta di lava, sangue e dolore. La poesia di Claudia sorprende il lettore, lo meraviglia, per l’uso spregiudicato del dialetto, dei modi di dire, delle citazioni colte, della frasi fatte, delle parole inventate, degli arcaismi e delle parole straniere. Stupisce ancora di più se si immagina l’origine e l’indirizzo delle sue poesie, stupisce tutti, Claudia, poetessa della meraviglia.

    

Alcune poesie di Claudia Ruggeri tratte da L’Incantiere n.39-40, un piccolo assaggio

  

  

  

in limine

                                Death is only the fullfillment of a wish.

                                Whose a wish ?

                                        (R.P.Warren)

   

 prima che il subbuglio ammorza e che asciuga la guazza;

prima che la scialuppa tocchi che porta l’Assassino

intanto che tutto non arrangio non incastro non pace

  

 

lamento dell’Amante

  

Il playback è il nostro destino, la

nostra vera oppressione.  Raccomando

l’evidenza del disturbo-attore-

        (C. Bene)

    

la sua sparizione non ebbe l’ordine

degli organi; l’anello che cattura

e azzera l’estensione; il Tondo

che addormenta. piuttosto fu

una Visita, una Punta

dell’anima che sbenda

l’amante distratto lo castiga

ad una vista che non stuta; a questo evo

del randagio tra mezzo ad un atlante

che inonda non avviva e che voce che corre

che erra che manca che Debolezza poco

poco peso poca memoria poca: non evacuare

e svilupparsi tutte quanti l’ali

    

      

lamento del Convitato

 

e quale mai s’invera Canzoniere da questo intentato Io

se al grande giro di attorno, di nada, soltanto mento, spio ?

  

   

lamento della Sposa barocca (octapus)

    

t’avrei lavato i piedi

oppure mi sarei fatta altissima

come soffitti scavalcati di cieli

come voce in voce si sconquassa

tornando folle ed organando a schiere

come si leva assalto e candore demente

alla colonna che porta la corolla e la maledizione

di Gabriele, che porta un canto ed un profilo

che cade, se scattano vele in mille luoghi

-sentite ruvide come cadono-; anche solo

un Luglio, un insetto che infesta la sala,

solo un assetto, un raduno di teste

e di cosce (la manovra, si sa, della balera),

e la sorte di sapere che creatura

va a mollare che nuca che capelli

va a impigliare, la sorte di ricevere; amore

t’avrei dato la sorte di sorreggere,

perché alla scadenza delle venti

due danze avrei adorato trenta

tre fuochi, perché esiste una Veste

di Pace se su questi soffitti si segna

il decoro invidiato: poi che mossa un’impronta si smodi

ad otto tentacoli poi che ne escano le torture.

   



NOTE

 

[1] Arrigo Colombo scrive nelle ultime righe de L’Incantiere n.39-40 pag.23, rivista che ha visto il debutto di Claudia Ruggeri: “Non si gettò dall’alto verso quella terra che tanto dolore le aveva provocato nella sua pur giovane vita. Si lanciò verso l’alto, a ricongiungersi con quel Padre celeste che aveva reimparato ad amare, con quel padre terreno e celeste che amava tanto. Il corpo non la sostenne e cadde. Ma l’anima ritrovò quel duplice e tanto sospirato e sofferto amore..”

[2] Da Tragedie, sogni e misteri II pubblicata su L’Incantiere n.39-40, 1996 “..prestami la parola che si addica: aulica..”

[3] Dalla plaquette SalentoPoesia ’95 pag. 26

[4] L’Incantiere 39-40, lettera di Franco Fortini a Claudia Ruggeri, 10 marzo 1990

[5] Donato Valli Claudia Ruggeri o dell’impunità della parola.    Aria di Casa vol.1 Congedo editore cit. pag.391

[6] Donato Valli Aria di Casa vol.1 Congedo editore cit. pag.389

[7]Antonio Errico Verri, Il Salento dell’immaginario Il Quotidiano 9 maggio 2001

[8] Claudia Ruggeri da “L’archivio de il Salotto di Lecceweb” su www.lecceweb.it

[9] Da L’Incantiere n.39-40 pag. 9

[10] Antonio Errico

[11] Da L’Incantiere n.39-40 pag.7

[12] L’Incantiere n.39-40, 1996 cit. pag. 22. Un tentativo per avvicinare Claudia al palcoscenico fu fatto, lo racconta Arrigo Colombo poche righe dopo. Claudia conobbe Marcello Primicerio animatore del gruppo teatrale di “Astragali”, ma una disgrazia capitata a Primicerio stesso interruppe la collaborazione.

[13] ..Ordine ordine tra chiostro e chiostro, perché/ ogni favola s’aduni il proprio bosco e So stay there my art… da Il Matto III edita su L’Incantiere 39-40 pag.

[14] SalentPOesia 95 op.cit.

[15] Walter Vergallo Per inferno minore: la “lava” maschera il “folle volo” da L’Incantiere 39-40

[16] Donato Valli  op. cit. pag. 392. Valli propone anche un parallelo con il poeta Gian Pietro Lucini, anche se non può essere considerato un modello letterario di Claudia Ruggeri  Scrive Valli “Lo aveva sperimentato (l’uso delle maschere nda) un altro inascoltato poeta scrittore a cavallo dei due secoli, quel Gian Pietro Lucini, autore tra l’altro de I drammi delle maschere , al cui mondo dissacrante e fantastico non è fuori luogo avvicinare “la condizione” poetica ed esistenziale di Claudia Ruggeri.” op. cit. pag. 392

[17] Walter Vergallo op. cit.

[18] L’Incantiere 39-40 pag.8

[19] ibidem

[20] Va puntualizzato che non tutti concordano su questa interpretazione, in Pian de’ Bargellini si sostiene che la prima testimonianza in dialetto sia un atto notarile precedente all’indovinello di oltre tre secoli.

[21] Questa poesia compare all’interno de L’Incantiere 39-40, la testimonianza più completa delle poesie di Claudia Ruggeri. Ma questa stessa poesia, come anche altre poesie, risulta modificata rispetto alla prima pubblicazione, sempre ne L’Incantiere nel dicembre del 1989. Invece di Orione, la poesia si chiama la Giacitura. In realtà nella raccolta finale, quella che Claudia sottopose all’attenzione di  Franco Fortini aveva come modello l’opera dantesca (sia Vita Nova che Divina Commedia, Vita Nova per lo stile impuro, Divina Commedia in ragione dell’autonalisi che la stessa opera dantesca compie nei confronti del suo autore). Per questo Claudia Ruggeri introduce una serie di elementi che riportino alla Commedia, già dal titolo Inferno, sino al rinominare una poesia addirittura Beatrice. 

[22] L’Incantiere 39-40, 1996, cit. pag. 4. Nel dattiloscritto che Claudia Ruggeri inviò a Franco Fortini, le poesie della raccolta erano corredate di note. Fra spossa e volgare Claudia inserisce la nota che riporta interamente l’indovinello veronese.

[23] L’Incantiere n.39-40

[24] da la Vita Nova

[25] Plinio Perilli da l’introduzione a la Vita Nova Carlo Mancosu editore

[26] Dice De Sanctis sul confronto tra Divina Commedia e Vita Nova “Beatrice divenne un simbolo, e la poesia vanì nella scienza” Introduzione a la Vita Nova op. cit. pag. 13

[27] Walter Vergallo  L’Incantiere 39-40 cit. pag.8

[28] Renè Guenon La crisi del mondo moderno. Edizioni dell’Ascia, Roma, 1953

[29] Michelangelo Zizzi Autoritratto con monade. Fenomenologia della poesia in Girolamo Comi. Pensa Multimedia cit. pag. 22

[30] Donato Valli Claudia Ruggeri o dell’impunità della parola  “Aria di casa” vol. 1 cit. pag. 392

[31] Valli op. cit.

[32] Vergallo op. cit. pag. 16

[33] L’Incantiere 39-40 cit. pag. 16 L’Incantiere n.39-40

[34] Antonio Errico “L’almanacco salentino 2001”

[35] L’Incantiere 39-40 pag.12

[36] Donato Valli Claudia Ruggeri o dell’impunità della parola  “Aria di casa” vol. 1 cit. pag. 390

[37] Donato Valli sostiene un confronto con i disagi di Michelsatedter, Stefano Coppola (un poeta della grecia salentina) e Salvatore Toma, poeta di Maglie. Claudia Ruggeri  o l’Impunità della parola op. cit.

[38] Lettera di Claudia Ruggeri a Franco Fortini 1 marzo 1990

[39] Lettera di Claudia Ruggeri a Franco Fortini. L’Incantiere n.39-40

[40] “..Vorrei che lei sapesse uscire dal corridoio di specchi delizioso, terrificante ed anche infame..nel senso di risparmio..di limitazione volontaria dei mezzi” dichiara Fortini su una lettera del 10 marzo 1990