Dario Sacchi

L'ateismo impossibile. Ritratto di Nietzsche in trasparenza.

Guida editori, Napoli, anno 2000, pp. 150 - L. 18.000


  Nota di G. lucini

          

          

   

  

   

    

  

  

  

Ricorre il 25 agosto di quest’anno il centenario della morte di Friedrich Nietzsche, il grande e controverso filosofo che introduce la temperie culturale del ‘900, caratterizzata, se così possiamo dire, da un diffuso sentimento di crisi e di insicurezza in ogni disciplina del sapere occidentale.  “Controverso”, abbiamo scritto, non certo o non soltanto per sua volontà.  Senza dubbio Nietzsche si caratterizza, nelle sue opere, per affermazioni paradossali, inquietanti e talvolta anche in contrasto fra loro, ma questo non giustifica la strumentalizzazione, conscia o inconscia, che alcune interpretazioni ideologiche del suo pensiero hanno perpetrato ai danni dei nostro filosofo, ottenendo per giunta credito presso gli studiosi meno rigorosi o, forse, meno attenti ai pregiudizi sui quali queste interpretazioni si reggevano.  Siamo pertanto convinti che il suo pensiero necessita ancor oggi di una più approfondita ermeneutica, per poterlo intendere in tutta la sua complessa problematicità e nella ricchezza dei suoi temi, senza ridurlo a strumento servile di teorie o ideologie che nulla hanno a che fare con la speculazione filosofica (che verrebbe così strumentalizzata a fini impropri, estranei al rigore e alla coerenza della speculazione stessa). 

Il recente volume di Dario Sacchi, professore di Filosofia Teoretica presso l’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, rappresenta un importante sforzo nella direzione del chiarimento e, conseguentemente, dello smascheramento di tali posizioni, e perciò lo segnaliamo all’attenzione del pubblico.  Ricordiamo nel contempo che il pensiero di Nietzsche (che, oltre che filosofo fu filologo e, forse “a suo modo”, anche poeta), influenzò molti letterati e poeti dell’inizio del secolo, anche italiani, almeno nei decenni che precedettero l’avvento del fascismo e il conseguente trionfo, nella cultura, della prospettiva idealistica gentiliana e dell’estetica crociana; un nome per tutti: il giovane Vincenzo Cardarelli (si veda specialmente in Prologhi del 1913-14, ma anche negli scritti successivi, fino al 1922).  Non dimentichiamo poi che Nietzsche soggiornò a lungo in Italia e che proprio a Torino, all’inizio del 1899, cadde in preda all’insania devastante che lo perseguitò fino alla morte nell’anno successivo.  In Italia egli scrisse varie opere, ad esempio Aurora e la Gaia Scienza (a Genova) e a Rapallo cominciò a lavorare intorno al suo capolavoro, Also spracht Zarathustra.  Un filosofo dunque, che non è certo estraneo alla storia della nostra cultura.
    

Il lavoro di Dario Sacchi non è, per questi motivi, “soltanto” uno studio di filosofia, ma si rivela anche strumento culturale utilissimo al poeta e allo scrittore, se per “poeta” e “scrittore” si intende l’essere parte e voce della cultura del nostro tempo e, umilmente, anima e insieme manifestazione dei suoi temi.  L’autore infatti ci presenta un’ampia panoramica del pensiero nietzscheano, secondo una prospettiva di analisi che colloca al centro il più rilevante dei temi di questa filosofia, ossia il nichilismo, il fenomeno della decadenza occidentale legato alla “morte di Dio”.  Ma è un lavoro interessante anche per un altro aspetto: esso è infatti un buon esempio di prosa scientifica, (intendendo qui “scienza” come “rigore disciplinare”, secondo l’accezione dei pensatori di scuola fenomenologica) profondamente radicata, dal punto di vista stilistico, nella tradizione classica, come avremo modo di argomentare alla fine di questa nota.  Ha dunque anche un valore in sé letterario o, se vogliamo, didascalico, specie per chi si occupa di critica.
    

La tesi che Dario Sacchi vuole argomentare è che, ad un’attenta lettura delle opere di Nietzsche, sia da respingere una interpretazione antimetafisica dei suoi scritti, che Nietzsche dunque fu, seppure a suo modo e in contrasto con ogni visione metafisica del suo tempo, un teista convinto.
     

Da tutti è nota la violenza degli attacchi di Nietzsche contro il cristianesimo (la religione degli spiriti fiacchi e invidiosi), contro la metafisica (colpevole di aver calunniato e insudiciato l’istintività e la bontà naturale dell’uomo e del mondo, con la creazione ipso facto di mondi inventati, il cui scopo è quello di giustificare un sistema di potere in mano agli spiriti più corrotti), contro la morale tradizionale (insieme di regole che maschera il suddetto sistema).  Egli è considerato il teorico della “morte di Dio” ma forse sarebbe il caso di precisare che, prima che il “teorico”, egli fu il cronista, colui che portò sino alle sue estreme conseguenze l’analisi di una situazione già data, confutandola proprio a partire dalle sue premesse.  In altre parole, proprio in nome dei principi morali che la società occidentale considera validi, Nietzsche condanna il comportamento della civiltà occidentale, accusandola di falsità morale.  La morte di Dio quindi, come “dato” e non come teoria, è l’oggetto delle considerazioni di Nietzsche.  Da questa analisi, il filosofo trae una conseguenza: se infatti la metafisica non è che una costruzione speculativa che trae origine dall’insicurezza o dalla paura di vivere, mascherata in un arbitrario “principio di non contraddizione” (da cui la dialettica di positivo e negativo, che stabilisce arbitrariamente che positivo sia soltanto ciò che rassicura le nostre paure), tolta la maschera a questa ipocrisia (Dio, la morale, il cristianesimo, ecc.), non rimane più nulla.  Da qui il nichilismo, ossia l’impossibilità di attribuire un senso a ciò che prima ricavava il suo senso da un sistema metafisico che si reggeva sull’idea di un Dio Trascendente, ma insieme anche condizione imprescindibile per il sorgere dell’oltreuomo, colui che darà, da se stesso, un senso alla sua vita, che riconoscerà se stesso come Dio.  Per intanto, nella fase storica del nichilismo, l’uomo smaschera “le menzogne dei vari millenni”, ma rimane solo, perché non ha il coraggio di riempire questo vuoto con la sua umanità, di prendere il posto di questo Dio, di tutto questa costruzione metafisica/morale e diventare egli stesso padrone del mondo nel mondo.  Questo è possibile soltanto se l’uomo comprende di essere parte di questo mondo, (anziché considerarlo un oggetto a lui di fronte) e, di conseguenza, annullando il tempo, comprendere che ogni suo atto è già stato da lui deciso, in quanto parte della terra, e che ogni sua decisione crea quel mondo stesso che continuamente si ripete.  La vita dunque non è qualcosa che ci è dato dal nulla, ma frutto e conseguenza del nostro stesso agire, in quanto noi siamo parte del mondo che costruiamo con le nostre decisioni.  Da qui il tema dell’”amor fati”, che Nietzsche rielabora dalla concezione dei greci e dai misteri dionisiaci, come accettazione totale dei valori della terra e della vita (e pertanto del divenire), ma non dell’uomo moderno: l’uomo è infatti prigioniero delle sue vecchie idee e, dopo averle distrutte, non ha ancora elaborato una teoria su di sé, non sa chi sia, a cosa sia destinato.  Sarà il Superuomo colui che scioglierà questa aporia, che imporrà se stesso con l’amore dionisiaco per la vita, la forza, la volontà di potenza, divenendo il vero costruttore del suo destino.
   

Questi i temi che il lavoro di Dario Sacchi espone, già dalle prime pagine, rintracciandoli nelle opere del grande filosofo (i riferimenti diretti alle fonti sono numerosi e, a nostro giudizio, di estrema importanza) e che elabora nel corso dei cinque capitoli del libro, secondo una rigorosa e castigata metodologia (non estranea alle fenomenologia hussleriana) che, col rigore analitico e il grande sforzo di obiettività che gli riconosciamo, porta al risultato di una interpretazione di Nietzsche forse ancor più complessa, ma certo più chiara e più coerente rispetto a letture superficiali o ideologiche - che non sono certo mancate in passato e che, specie in ambienti non specialistici della disciplina, vanno spesso ancora per la maggiora.
    

La prima affermazione forte ci viene già proposta a pagina 15 del volume: laddove si afferma che, interpretando rigorosamente il pensiero di Nietzsche, si evince che egli non fu un ateo, e che di fatto negò solo il Dio morale e trascendente (remuneratore e giudice), non l’esistenza di Dio, e che giunse a una specie di panteismo.  Infatti, “l’ateo autentico, lungi dall’essere colui per il quale “Dio non c’è”, è colui per il quale non c’è altro che Dio, colui per il quale tutto è divino”.  La deità è dunque nell’immanente, nel mondo, e così la moralità.  “Di atei veri oggi non se ne vedono, secondo Nietzsche”, scrive Dario Sacchi, perché il vecchio Dio morto è stato sostituito da altri dèi immanenti, che meglio rispondono al bisogno di sicurezza dell’uomo (la scienza, la tecnica, ecc.).  La morte di Dio significa allora “la morte dell’uomo così come è stato inteso finora” (ossia, del Dio del vecchio uomo, del Dio della metafisica tradizionale), e così i vecchi correlati di natura o mondo.  Invero, il divino non viene da Nietzsche negato ma si identifica invece nella vita, intesa nella sua pienezza e in tutti i suoi aspetti.  Il problema è casomai quello di superare l’uomo (detto anche ”uomo nuovo”) che, dopo aver ucciso Dio ed essersi ritrovato senza altra alternativa, è caduto nel nichilismo e, senza più una morale, finisce per adorare le sue creature.  E anche l’astio che Nietzsche mostra verso i deboli, non è, come da più parti è stato sostenuto, il disprezzo per la debolezza o una profezia di immoralità, ma la repulsa per il sentimento di compensazione che viene dalla religione o da altre fonti ideologiche, e che impedisce all’uomo debole, “di caricarsi sulle spalle il peso della propria debolezza assumendola come destino, riscattandola e con ciò rovesciandola in forza”.  Il forte è infatti colui che assume con coraggio su di sé il peso della condizione umana, morte compresa, senza surrogati consolatori, che sono la vera causa della debolezza dell’uomo, lo stimolo alla sua degradazione morale.  Il cristianesimo, che ha tradito il Cristo, è espressione di questa ideologia della debolezza che spinge l’umanità alla miseria dello spirito e al ressentiment verso i forti.

Nietzsche affida all’artista il compito di interpretare la vita e il suo segreto manifestarsi.  Ma non a un artista come il romantico (Wagner in particolare è l’obiettivo dei suoi strali) che percepisce la caoticità dionisiaca del reale, ma non è capace di trasfigurarla facendo prevalere l’ethos sul pathos e il senso sulla forma.

Siamo dunque di fronte a una serie di temi importantissimi, che alludono al fondamento, al senso dell’esistenza perché, volenti o nolenti, il tema di Dio (il naturale pilastro di un sistema morale tradizionale) è un tema centrale della cultura umanistica, un tema antropologico prima ancora che teologico.  L’esito di questa riflessione infatti, influisce radicalmente sulla prospettiva dell’esistenza personale, della cultura, della sensibilità artistica, del vivere sociale, di ogni scelta individuale e collettiva (e quindi sulla gestione della propria libertà, intesa come scelta, o meglio, come decisione, per dirla in termini nietzscheani).

Anche per un poeta o uno scrittore c’è, in queste ipotesi, un forte stimolo nella direzione della ricerca e della riflessione, una chiave di lettura della realtà che può diventare un termine di confronto foriero di molte idee e sviluppi (come peraltro si può agevolmente verificare nella letteratura europea del ‘900, se si pensa ad esempio a un Sartre, a un Camus, a un Gide, a un Pavese, a un – primo – Moravia, al Testori di Nel tuo sangue e, forse, a tutti indistintamente i maggiori poeti del nostro secolo).

Lasciamo qui i contenuti del libro, di cui abbiamo enunciato solo poche tesi introduttive per non dilungarci, e ci inoltriamo ora nella seconda considerazione su questo lavoro.  Abbiamo scritto infatti che può essere additato come un valido esempio di prosa scientifica, o, se vogliamo, argomentativa.  Sotto questo profilo, il libro è più fruibile anche al pubblico non iniziato allo studio della filosofia, per la sua fluidità, espositiva, rispetto ad altre opere di Sacchi ormai lontane nel tempo (Evidenza e interpretazione, 1988; L’istinto logico del linguaggio, 1991 – e purtroppo ci manca la lettura di Necessità e oggettività nell’analitica kantiana, del 1995): lo troviamo, per così dire, più semplice, anche se la materia trattata non è certo facile, in questa come in quelle.  Se può essere un argomento a sostegno della chiarezza che noi riconosciamo all’autore, diremo che abbiamo di recente trascritto la registrazione di una sua conferenza, e, con sorpresa, ci siamo trovati davanti a un piccolo capolavoro di scrittura argomentativa - come se l’autore, invece di parlare a braccio, avesse pedissequamente letto un saggio precedentemente elaborato.  E lo stile che troviamo in questo libro assomiglia un poco a quello usato nella suddetta conferenza.  Il che depone, a nostro avviso, a favore non solo della sua scrittura, ma anche della lucidità con la quale sono padroneggiati i concetti trattati e, di conseguenza, della chiarezza di esposizione.

Per raggiungere questo obiettivo è necessario disporre di una lingua capace nello stesso tempo di chiarezza e di rigore espositivo e, per quanto lo consenta peculiarità della disciplina trattata, di un linguaggio semplice che faciliti la comprensione dei concetti.  Ed è questo un compito particolarmente difficile per uno scrittore, molto più difficile che lasciar correre creativamente la penna ed affidarsi alla potenza evocativa o suggestiva – ma insieme anche ambigua - delle parole (vizio, purtroppo, facilmente riscontrabile in certi critici, che invece di criticare si mettono a parafrasare i testi, infiorandoli qua e là di metafore e altre figure retoriche, a volte di pessimo gusto, che l’estro del momento suggerisce loro – e facendo un pessimo servizio all’autore e al lettore).  

Niente a che fare quindi con l’arte, intesa come invenzione dove “l’esatto si unisce all’allusione” (cito a senso un verso di Verlaine).  Qui abbiamo invece una buona tecnica espositiva, la capacità di rendere il linguaggio duttile e adatto ad esprimere compiutamente i concetti, che devono essere il più possibile nitidi nei loro contorni.  Il pensiero corre a un grande di questa prosa, il Machiavelli, e non scrivo questo nome a caso.  Il periodare di Sacchi infatti richiama quello del grande fiorentino, che è a sua volta di immediata derivazione dagli autori della prosa latina classica.  Ed è appunto il periodare classico che troviamo in questo libro.  E talvolta – in verità raramente - anche nel saggio di Sacchi troviamo, come in Machiavelli, frasi che potremmo definire “lunghe”, ma di tale lunghezza il lettore non si lamenterà, perché con una ferrea e nitida costruzione dei rapporti fra le diverse principali, secondarie, derivate, ecc., l’autore lo conduce agevolmente, per le vie più facili che non usando frasi brevi, a com-prendere quel concetto che, in altro modo, si sarebbe con più difficoltà compreso.  Non è eccessivo considerare con attenzione queste qualità, ed augurarsi di possederne almeno un poco, specie se ci si interessa (per rimanere nel campo della letteratura) di critica letteraria o di ricerca linguistica; e a maggior ragione se ci si occupa di scienze umane o discipline umanistiche.  Tutte discipline dove, più che l’artificio retorico, è necessaria la solida costruzione del periodo, la validità dei sillogismi, la chiarezza e la completezza delle premesse, la precisione del linguaggio, il rigore delle conclusioni, la capacità insomma di problematizzare e insieme lasciare aperto il discorso, pur senza rinunciare, ovviamente, alla personale interpretazione dei dati presi in esame e alle conseguenti deduzioni logiche (di cui il libro è fitto, ed è appunto in questa re-interpretazione di alcuni nodi fondamentali del pensiero di Nietzsche, come si diceva, il suo maggior pregio).  Ad esempio, opere come il Trattato di psicoanalisi di Cesare Musatti, sono importanti non solo per quello che dicono, ma anche per come lo dicono; e spesso è appunto questo “come“ a decidere sulla fortuna dell’opera.  Noi crediamo che il lavoro di Dario Sacchi possa essere considerato in questa prospettiva.

Nel senso delle considerazioni appena avanzate, questo libro può essere un buon esempio di come può essere affrontata la prosa argomentativa, esempio che qui non abbiamo spazio di analizzare in modo più approfondito (e, d’altra parte è questa solo una presentazione dell’opera e non un’analisi testuale), anche perché i nostri lettori lo possono agevolmente fare nel corso della lettura personale.

Segnaliamo inoltre, perché si tratta di un elemento particolare, l’esiguità del prezzo, non “in linea” con altre pubblicazioni dello stesso Editore: il prezzo infatti è stato il più possibile contenuto, appunto per permettere una maggior diffusione dell’opera che, a nostro avviso, ha tutti i numeri per diventare un buon successo editoriale (pur facendo i conti con il rapporto non particolarmente idilliaco fra filosofia italiana e la rimanente cultura italiana – a scapito ovviamente di quest’ultima).

G. Lucini – maggio 2000