Francesca Santucci

                      L'amore nei versi di A. Napoli

                                   Lettura della silloge Da quod amem, di Adriano Napoli

 

 

 

 

 

 

…una lenta pioggia d’autunno batte nelle vetrate delle mia finestra,

la fiamma crepita nel caminetto,

la notte è fredda ed oscura…ed essa è con me;

il mondo ha cessato di esistere intorno a noi.-

 Vi è qualche cosa fuori di noi, fuori del nostro amore?...

Noi siamo qui soli e felici

(I. U. Tarchetti, Storia di un ideale)

 

 

L’Amore: tema universale, antico quanto nuovo, forza irragionevole, inquietudine ebbrezza ed, dolore e gioia,  naufragio ed approdo; da secoli i poeti dedicano versi splendidi alle donne amate, amate nella realtà o soltanto nella fantasia, ma non sempre, pur se sinceramente ispirato,  è autentico l’uomo che scrive versi d’amore, non sempre le sensazioni, le emozioni che prova, sono reali, spesso sono esaltazione, esagerazione, addirittura pura illusione.

Capita, infatti,  al poeta, di entusiasmarsi ( e sincero è poi il dettato poetico che ne deriva)  non per la donna in se stessa, ma per il miraggio di lei, per l’immagine che ne ha costruito nella sua mente,  per un dettaglio esteriore, una sfumatura (un ricciolo d’oro, gli occhi del colore del mare, l’incedere, il sorriso), innamorandosi d’un aspetto particolare; addirittura l’uomo/poeta  inventa la donna ed ama una sua sembianza, un fantasma, un’illusione: ma quale gioco, quale illusione più grande dell’Amore?

Ricordo un racconto dello scrittore ottocentesco Iginio Ugo Tarchetti, “Storia di un ideale”, in cui il protagonista, Alfredo, impossibilitato a vivere l’amore nella realtà,  s’ inventa un amore ideale, inventa una donna che non esiste, se non nella sua immaginazione, Perla (…una donna da cui era riamato, una creatura sublime, un essere celeste e perfetto…) e per lei apparecchia una stanza, e la correda di oggetti ( un piccolo mobile, un cofanetto intarsiato a figurine cinesicesti da lavoro ripieni di stoffe, di nastri, di gomitoli, un telaio da ricamo…una pettiniera…mille boccette ripiene di profumi…un pianoforte), e con lei vive la sua grande felicità, il supremo degli inganni: l’illusione d’amore. L’illusione, sì, illusione davvero, perché poi il sogno sfuma, e, tristemente, alla fine si rende conto che l’ideale non può esistere e che soverchiante è il peso della realtà.

Ma differente è il verso d’amore maschile da quello femminile, conservando intatti, uomo e donna, le loro specificità anche nell’espressione poetica; l’uomo investe totalmente col suo desiderio l’oggetto amato, di sogno o sognato, usando parole e parole (…più giuramenti, più parole usiamo noi uomini; ma invero i nostri gesti son maggiori dei nostri sentimenti; ché molto noi, a parole, professiamo, ma ben poco in amore…, W. Shakespeare, La dodicesima notte) per descrivere, incantare, sublimare, trasfigurare la donna amata, e la paragona ad un giglio o ad una rosa o ad un angelo, tanto che più che donna forse è, come Perla, appunto,  illusione, sogno (…i poeti ti tessono una rete con fili di dorate fantasie…, Tagore,  Donna),  esaltando il sentimento a dismisura e superando l’autentico sentire.

Le donne, invece, non elaborano l’illusione, nelle loro composizioni riversano lo strazio reale d’un amore vero e, pur se allineano tacite  parole, quanto più lacerante perché più autenticamente “sentito” è il loro canto d’amore amando le donne  solo per Amore, e non per altro; e ben espresse questo concetto la poetessa inglese Elizabeth Barrett Browning quando scrisse: “E se mi devi amare per null’altro sia/che per amore. Non dire “L’amo per il /suo sorriso, il suo sguardo, il modo/ gentile di parlare, per le sue idee/ che si accordano alle mie e che un giorno/ mi resero sereno”. Queste cose possono, /Amato, in sé mutare o mutare per te./ Così fatto un amore può disfarsi…

***

 

Non è facile poetare oggi su un tema tanto abusato, l’amore, anzi, si rivela impresa ardua soprattutto in tempi in cui tanti (troppi!) ne scrivono, con leggerezza, facilità, retorica, avendo forse, però, smarrito la piena comprensione della profondità di questo sentimento; sorprendono, perciò, piacevolmente i versi di Adriano Napoli, perché si percepiscono autentici, sinceramente ispirati, ed ogni donna, sia l’abituale fruitrice di versi che la lettrice occasionale,  ama leggere versi d’amore maschili scattando inevitabilmente il meccanismo d’identificazione, sicché, alla fine, è come se leggesse versi a lei dedicati.

Fonte ispiratrice e  destinataria  di questa  piccola preziosa silloge poetica dai toni notturni, anche Caterina emerge come creatura di sogno ( “Poesie per Caterina” recita la dedica introduttiva, e poco importa che Caterina sia donna di sogno o sognata, che sia lei l’unica o che emblematicamente significhi tutte le donne amate, che la storia d’amore perduri oppure che  sia già stata consegnata al passato, vale ciò che  in quest’istante si legge, ed ora quest’amore esiste ed invade ogni anfratto insinuandosi dappertutto… come il vento).

Donna vera, viva, diviene simile a Perla, la creatura tarchettiana, perché immersa nell’atmosfera onirica che  l’Autore,  poeta pure non nuovo a composizioni in cui celebrato è il sentimento amoroso, ha saputo sapientemente tratteggiare, dipingendola con  tocco impressionista, conferendole un’aura d’indefinitezza che la consegna alla dimensione astratta, ideale.

Fluttuante figura in sospensione, Caterina assomiglia, infatti, ad una fantasticheria; pur se ritratta con la chitarra fra le mani (Avevi tra le mani la chitarra, Ricciolidoro, /Le punte delle ginocchia ti premevano/Il cuore e carezzandola ad occhi chiusi) non suona lo strumento, ma arpeggia il silenzio, e il fiato della sua pelle è un incantesimo  e dentro i suoi occhi la luce danza, e questo tono vago, inafferrabile come l’immagine tremolante nell’acqua, pur alludendo ad “oggetti” concreti, il Poeta mantiene in tutte le sue composizioni.

Ondeggiando tra sonno e veglia, tra sogno e realtà, tra ricordo e quotidianità, tra ombra e luce, fra tramonto e aurora, in un continuo gioco di chiaroscuri, con versi lievi e delicati, che  non mancano di stupire per la semplicità e l’immediatezza, nonostante tradiscano il dotto retroterra culturale dell’Autore, l’io lirico si muove fra i silenzi, il buio, il ricordo sonnolento, le sfumate similitudine.

E’ come se il Poeta avesse scelto il silenzio per urlare ed imporre  il suo amore, fatto di certezze (e nell’inferno stridente dei binari l’amore, che è dappertutto, come il vento, spalanca impareggiabili aurore,  perché basta così poco agli amanti per farsi una religione), di bisogno di protezione (la casa, la stazione, il ventre), di cupi presagi e disincanti (promettersi promesse che poi verrano disattese),  d’esitazioni (sbanda come un levriero sfuggito al guinzaglio del padrone il cuore di chi ama), di  smarrimenti  (Mi chiede se sono felice, non so - dico -Non ho parole adesso, non so se sto svanendo), di piccola, tenera bastevole gioia (Mi basta sfiorarti per sentire il calore… Basta solo sfiorarsi per essere felici), ma anche di timori, soprattutto quella  di perdere la sua felicità, di perdere quell’amore così dilagante  che è dappertutto…come il vento), per una donna che appare incorporea, eterea, impalpabile, sfuggente.
L’ esperienza di vita confluisce nella poesia, e il poeta guarda a tutto nella prospettiva della donna amata, investendo ogni oggetto del suo sentimento amoroso, e così l’amore diviene  vita e luce, la morte  buio e tenebra perenne, anche se talvolta le due dimensioni paiono incontrarsi e camminare insieme (Era buio e voci assenti/.  Ma io ho visto in sogno una luce più vera) per correre incontro all’unica salda certezza del momento che, luminosa, riverbera lontano i suoi bagliori: l’Amore.

Ed avvince l’atmosfera romantica  e la serpeggiante dimensione sotterranea, quasi claustrofobia ( ma l’amore si nutre anche della dimensione tenebrosa) che permea i versi, il paesaggio crepuscolare entro cui fluiscono e  s’incastonano  le  emozioni (il buio, la notte, l’arpeggiare dei silenzi, la sera, la cometa nervosa, le ombre esauste), ed anche convince  lo stile puro ed elegante, il linguaggio terso, limpido, semplice, felice sintesi della poesia del Novecento (che  il Nostro ben dimostra di conoscere) e d’elaborazione personale, con cui, sommessamente, quasi con pudore,  come in una sorta di diario intimo,  tra timido desiderio e quieta gioia, Adriano Napoli, con grazia e dolcezza, in suggestiva levità, parla d’amore, in tempi in cui nel mondo cupamente sembra prevalere l’opposto sentimento.