Francesca Santucci

   

Dall'ombra alla luce: 

Elizabeth Barrett Browning

   

 

 

 

"I love your verses with all my heart, dear miss Barrett…"Era il 10 gennaio del 1845 quando il poeta Robert Browning scrisse la prima ardente lettera, nella quale dichiarava tutta la sua ammirazione, ad Elizabeth Barrett, la poetessa inglese definita in patria la Shakespeare al femminile. Cominciò così la loro romantica storia d’amore, che sembra uscire direttamente dalle pagine di un romanzo ottocentesco, con la corrispondenza durata un anno, l’opposizione del padre ostile e severo, il matrimonio celebrato segretamente, la fuga in Italia, la nascita del figlio.

Fino ad allora, per circa quarant’anni, la vita di Elizabeth, nata a Coxohoe Hall, Durham, nel 1806, da una famiglia arricchita grazie al lavoro degli schiavi nelle piantagioni giamaicane, dopo un’infanzia felice, da lei sempre ricordata con amoroso rimpianto in molte delle sue più belle poesie, trascorsa in campagna, in quotidiano contatto con la natura, e nutrita di studi classici, appassionandosi soprattutto alla poesia e alle teorie estetiche, in seguito a una malattia di cui mai ben chiarite furono le cause, forse fisiche, dovute ad una lesione alla colonna vertebrale subita nell'infanzia per una caduta da cavallo e ad una malattia polmonare, forse psicologiche, per la tragica morte per annegamento dell'adorato fratello Eduard, era trascorsa in modo grigio ed immobile.

Le sue prime composizioni poetiche, The Battle of Maraton (1820), e An Essay on Mind and Other poems (1826), erano state pubblicate dal padre, Edward Moulton Barrett, e grande apprezzamento aveva riscosso la sua traduzione, nel 1833, del Prometeo incatenato di Eschilo, poi rielaborata e riproposta in seconda versione nel 1850, perché giudicata fredda da Elizabeth.

Nel 1844 aveva pubblicato un libro di poesie con un'introduzione di E.A. Poe nell'edizione americana, comprendente Lady Geraldine's Courtship, uno dei suoi primi tentativi di fondere la struttura della poesia e quella del romanzo; questi versi poi riscossero un tale apprezzamento che, nel 1850, alla morte di William Wordsworth, fu indicata come poetessa ufficiale d'Inghilterra.

Nonostante non abbandonasse mai la scrittura, Elizabeth viveva, dunque, sotto la tirannia paterna, in una strana dimora fiabesca, fra pareti silenziose, in una stanza buia dalle imposte ben serrate, tra medicine e libri impolverati, sostenuta nelle sue lunghe convalescenze unicamente dall’appassionato bisogno di leggere e studiare, approfondendo soprattutto lo studio dei grandi tragici greci (in particolare Euripide, “ Il nostro Euripide, l'umano, dalle vive e calde lacrime, che se tratta di cose comuni, le inalza fino alle sfere!"), che poi confluì nello splendido saggio "I poeti greci cristiani", studio curiosamente incoraggiato e consentito dall’austero padre, e con la sola compagnia dell’inseparabile cagnolino Flush.  Commoventi le strofe dedicate da Elizabeth al suo compagno di sventura:

"Di te si dirà: Questo can vegliava giorno e notte accanto a un letto, in una camera chiusa, dove mai raggio di sole non rompeva l'oscurità intorno alla malata, all'afflitta. Le rose colte per metter nei vasi, in quella camera morivano visibilmente, prive di luce e di brezza: questo cane solo aspettava e vegliava, sapendo che quando manca la luce, rimane a splender l'amore.  Altri cani fra le rugiade ed il timo cacciavan le lepri, inseguendole per prati e per fratte, nell'aria libera al sole... questo cane solo si distendeva, si strisciava presso una languida gota, convivendo nel buio. Altri cani, franchi e allegri animali, saltavano al suono acuto del fischio che gli raccoglie nel bosco... questo cane solo vigilava in attenzione di una parola mormorata appena, o di un più forte sospiro.  E se due mie lacrime scendevano improvvise sui suoi lisci orecchi, se il mio respiro si faceva a un tratto convulso, egli saltava su in fretta e con ansia, facendomi le feste, carezzandomi, respirando affanoso nella sua tenera commozione. 

Quando giunse la prima lettera di Robert fu, dunque, come un’esplosione di luce in quella casa tetra, in quella stanza buia, in quel cuore avvezzo all’ombra e alla solitudine: la passione s’innescò e brillò fino ad esplodere, e così la poetessa ammalata, famosa eppure chiusa nel cerchio del suo isolamento, uscì alla luce e assaporò la felicità inattesa ed improvvisa.

Così scriveva Elizabeth:

       

Le mie lettere! Carta morta, bianca, muta!

Ma vive e vibranti tra le mani che

Trepide stanotte il nastro sciolgono

Lasciandole cadere giù, sulle ginocchia.

Questa dice:- un tempo lui desiderò

Avermi per amica; qui fissava un giorno

In primavera, per venire a toccarmi la mano.

Un nulla, ma io piansi. Qui - il foglio splende -

Diceva: Cara, ti amo; ed io tremai e caddi come

Se il futuro di Dio tuonasse sul mio passato.

Qui: sono tuo! E restando sul mio cuore

Affannato, l’inchiostro è scolorito.

Questa…Oh, amore, le tue parole non avrei

Capito, se adesso rivelassi quanto dice.

E ancora:

La prima volta che lui mi baciò,

baciò solamente le dita della mano che scrive

che si fece così più delicata e bianca,

restìa al mondo ma non coi suoi. “Senti?”,

al brusio degli angeli. Ora io non vorrei

un anello di ametista alla vista più puro

di quel bacio. Fu più in alto il secondo,

e, cercando la fronte, si perse una metà

sopra i capelli. O dono supremo! Crisma

d'amore che con benefiche dolcezze

precede la vera ghirlanda d'amore.  Il terzo fu

deposto, perfetto, sulla mia bocca, e fin d'allora,

superba, io ripeto: Mio unico, mio amato!”

      

Si sposarono segretamente Elizabeth e Robert, poi, nel 1846, fuggirono in Italia , dimorando prima a Pisa, poi stabilendosi definitivamente a Firenze;e così la poetessa, all'età di 43 anni, riacquistò la salute e assaporò le gioie della maternità, dando alla luce un figlio, Pen.

La coppia trascorse insieme 15 anni, in splendida armonìa, scrivendo entrambi, lei prendendo molto a cuore la causa indipendentista dell’Italia, amata come una seconda patria, e componendo diverse poesie in tema, con il proposito di far conoscere anche nella sua terra d’origine la situazione italiana.

Elizabeth morì a Firenze, in casa Guidi, nel 1861,e fu seppellita con tutti gli onori nel cimitero degli inglesi, dove ancora riposa.  Il municipio fece apporre questa iscrizione, dettata da Niccolò Tommaseo: “ Elisabetta Barrett Browning che in cuore di donna conciliava scienza di dotto e spirito di poeta e fece del suo verso aureo anello fra Italia e Inghilterra, pone questa lapide Firenze grata”. (1861)

      

Il mio cuore ed io fu la sua ultima desolante poesia, scritta poco prima di morire:

      

Basta! noi siamo stanchi il mio cuore ed io.

Seggo presso questa lapida sepolcrale,

e vorrei che quel nome fosse inciso per me....

Si sono scritti dei libri, abbiam fidato negli uomini,

e intinta la penna nel nostro sangue,

come se un tal colore non potesse morire...

Camminiamo troppo diritti per arrivare

alla fortuna, amammo troppo sinceramente

per serbare un amico...

Come ci sentiamo stanchi, il mio cuore ed io!

Il mondo è fatto indifferente alle nostre

     

illanguidite fantasie; la nostra voce,

un giorno sì penetrante, vi farebbe oggi

dormire.... Oh che cosa ci facciamo più qui,

il mio cuore ed io?

        

Scrisse molto Elizabeth, cominciando addirittura ad 8 anni, pubblicando per la prima volta a 13 e collaborando a riviste e circoli letterari; scrisse ballate, poesie ispirate al quotidiano, un poema-romanzo, Aurora Leigh, insieme dichiarazione di ars poetica e bandiera dei diritti femminili, appassionati componimenti d’impegno sociale, con i quali voleva incidere sui costumi del tempo, proteste ardenti contro l’oppressione straniera in Italia come “Casa Guidi Windows”, in un bisogno intimo di espressione, di comunicazione, di denuncia, ma i suoi versi più belli restano quelli dedicati al suo amore per Robert.

Vale davvero la pena leggere e rileggere i suoi “Sonetti dal portoghese" (così chiamati perché portoghese era il poeta cinquecentista a lei tanto caro, Luis Vaz de Camõens), dedicati al marito e scritti in segreto prima del matrimonio, 44 sonetti, scritti parallelamente alle lettere scambiate con Robert (che chiamò poi sempre la moglie "my little portuguese") e da lei conservati fin dopo il matrimonio, ispirati al Petrarca, in cui la poetessa coniuga una forma arcaica di poesie d'amore con un'ambientazione contemporanea, versi d’amore intensi e rivoluzionari, perché per la prima volta la donna diveniva in poesia soggetto attivo e dominante e l’uomo era trasformato in oggetto d’amore al quale indirizzare con audacia le pulsioni e i desideri, e di fronte al quale affermare e rivendicare il proprio diritto all’amore.

Con un linguaggio colto eppure semplice, che ben coniuga eleganza e raffinatezza, in preziosa alchimia di classicità e suggestioni romantiche, i versi di Elizabeth, estremamente musicali anche a scapito delle regole metriche, esprimono al meglio ancora oggi l’immaginario femminile, riuscendo a trasmettere con intatta efficacia l’amore che sbocciò nel suo cuore oppresso dalla lunga solitudine e i desideri che pulsano nei cuori delle donne.       

      

Francesca Santucci è nata a Napoli, ma vive a Bergamo.

Nella città natale ha compiuto studi classici, insegnato e collaborato al periodico "Campania oggi “.

Ha conseguito diversi premi e riconoscimenti per la narrativa e per la poesia, ed un suo racconto, " Al Liceo Garibaldi", è stato pubblicato nel 1998 sul  Corriere della Sera nell’ambito del concorso letterario " Nuovi talenti ".

Sempre nel 1998 è stata vincitrice ex-aequo della III edizione di  “Ribalta d’autori " per la sezione poesia, con tre componimenti poetici, ed ha ricevuto la medaglia d’argento alla II edizione del Premio di Poesia e Narrativa “ MELIUSUM “ di Patti ( Me).

Nel 1999 ha vinto il primo premio del concorso "Osio scrive" - "Tornare a scuola emozionati da un ricordo " (Osio sotto, BG) con un racconto, " Il ratto del liceo ". Nel 2000  il quotidiano "l'Eco di Bergamo"  ha pubblicato un suo commento "Da Napoli a Bergamo".

Alcune sue poesie sono edite in antologie collettive (case editrici Book, Seledizioni, CE.AR.C., Centro Incontri, Ursini, ecc.) ed una raccolta di versi, "La vana attesa", è stata pubblicata dall’A.L.I.  PENNA D’AUTORE

Collabora con la rivista letteraria “Il notiziario per i soci italiani della Brontë Society” ed in rete con alcuni siti letterari.