Francesca Santucci

                        Grazia Deledda (1871 - 1936)

 

 

 

Francesca Santucci ha ripubblicato recentemente la seconda edizione rivista e ampliata dell'antologia Donna non sol ma torna musa all'arte, per i tipi de Il Foglio , di Piombino (LI), della quale abbiamo già scritto su questo sito.  Su nostra richiesta, l'autrice ci ha consentito di inserire in Poiein questo ritratto di Grazia Deledda, una grande scrittrice troppo dimenticata dalla nostra cultura. Peraltro sono già presenti ritratti di altre scrittrici, sul nostro sito, che si possono leggere accedendo alla pagina personale di Francesca [n. di r.]

 

Uomini siamo, Elias, uomini fragili come canne…

Grazia Deledda, ” Canne al vento”

 

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Figura tra le più notevoli della narrativa italiana del primo Novecento, sicuramente la più grande scrittrice sarda, la cui opera ebbe contrastanti valutazioni da parte dei critici, continuatrice del verismo sul quale, quando già quell’esperienza trascolorava nel panorama letterario italiano, seppe innestare una personale sensibilità, Grazia Deledda è l’unica scrittrice italiana ad essere stata insignita del premio Nobel per la letteratura. Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano, così, fra l’altro, alla consegna del premio, motivò il Prof. Henrik Schuck dell’Accademia Svedese.

Nacque a Nuoro nel 1871, in una famiglia alquanto agiata, e compì studi irregolari, studiando fino alla quarta elementare, ripetendo due volte l’ultimo anno per poter restare più a lungo nei luoghi del sapere, proseguendoli poi privatamente con un professore, ospite di una sua parente, e approfondendoli in seguito da sola.

Fin da bambina si rivelò lettrice accanita di libri di narrativa contemporanea, ereditati da uno zio prete, e avida di storie di vita locale apprese oralmente dalla gente del posto; appassionata di scrittura ( ma quella che più interessa la nostra scolaretta è la libreria del signor Carlino, dove si vendono i quaderni, l'inchiostro, i pennini; tutte quelle cose magiche, insomma, con le quali si può tradurre in segni la parola, e più che la parola il pensiero dell'uomo, “Cosima”) scrisse fino alla fine dei suoi giorni, riversando e trasfigurando i suoi sogni  ed ideali romantici nel mondo pastorale- contadino della sua terra.

Scrittrice prolifica, la Deledda iniziò la sua attività collaborando con una rivista romana, “L’ultima moda”, che nel 1888 pubblicò il suo primo  racconto “Sangue sardo” (E dunque alla nostra Cosima salta nella testa chiusa ma ardita di mandare una novella al giornale di mode, “Cosima”), proseguì, poi, con la stesura di novelle, racconti, romanzi, fiabe, drammi per musica e per teatro; a soli tredici anni pubblicò i suoi primi bozzetti di vita sarda,  fra il 1882 e il 1890 diede alle stampe altri racconti, che risentivano fortemente dell’influenza dai sentimentalismi dei feuilleton dell’epoca, come i best - sellers del conterraneo Salvatore Farina, dei romantici francesi e del De Amicis (anche se, sorprendentemente, tradusse anche i versi del simbolista francese Camille Mauclair), e a partire dal 1892 cominciò a produrre i suoi romanzi, da “Fior di Sardegna”, del ’92, a  “Cosima”, del 1936.

Sposatasi con un impiegato romano, Palmiro Madesani, lo seguì a Roma dove visse stabilmente, conducendo un’esistenza tranquilla ed appartata con il marito e i due figli,  dedicandosi solo alla famiglia e all’attività letteraria, suscitando il favore del pubblico e l’interesse della critica, conquistando la stima di personaggi autorevoli come Ruggero Borghi, Luigi Capuana, Giovanni Verga, Enrico Thovez, Giuseppe Antonio Borghese e Renato Serra (che, però,  alle novelle preferì  i romanzi della Deledda, apprezzando soprattutto la sincerità e l’umanità che li permeavano).

Nel 1916 il soggetto del suo romanzo  “Cenere” fu adattato per un film che venne diretto dal regista Febo Mari e interpretato da Eleonora Duse. Nel 1927 le fu conferito il premio Nobel per la letteratura. Morì a Roma nel 1936.

L’opera di Grazia Deledda fu ispirata da un profondo amore verso la sua terra, verso il suo paesaggio, di cui conosceva suoni, colori, profumi (Quel giorno Cosima imparò più cose che in dieci lezioni del professore di belle lettere. Imparò a distinguere la foglia dentellata della quercia da quella lanceolata del leccio, e il fiore aromatico del tasso barbasso da quello del vilucchio. E da un castello di macigni sopra i quali volteggiavano i falchi che parevano attirati dal sole come le farfalle notturne dalle lampade, vide una grande spada luccicante messa ai piedi di una scogliera come in segno che l'isola era stata tagliata dal continente e tale doveva restare per l'eternità. Era il mare che Cosima vedeva per la prima volta, “Cosima”), verso la sua gente di cui con vigore, incisività ed espressività, con uno stile sobrio, talvolta drammatico, così bene descrisse i costumi ed i problemi.

La sua formazione fu nutrita di letture dai generi più disparati, la Bibbia, Omero, Verga, Dumas, De Amicis, Dostoevskij, e mosse sicuramente dal verismo, ma più che sulla mera descrizione delle vita e della condizione isolana, la Deledda concentrò la sua attenzione sulla condizione dell’umana fragilità, “l’uomo come una canna al vento” (Uomini siamo, Elias, uomini fragili come canne; pensaci bene, ” Canne al vento”), sul senso del peccato e della colpa (il mito di una giustizia sovrannaturale, l'eterna storia dell'errore, del castigo, del dolore umano), mutuate probabilmente dalle concezioni dostoiewskiane così bene assimilate, sulla ricerca delle corrispondenze fra stati d’animo e paesaggio, sicché nelle sue opere prevalsero un’accesa coloritura romantica ed una problematica morale.

D’impronta verista fu, sicuramente, la documentazione sociologica della  Sardegna, l’attenzione con cui ne ritrasse tipi ed aspetti, ma, sollecitata dai problemi religiosi e morali, la Deledda evitò sempre accuratamente il regionalismo, non aderendo eccessivamente alla sua isola (come, invece, aveva fatto Verga con  “I Malavoglia”), caratterizzandosi proprio per la mitizzazione della sua terra, in cui fece muovere  figure patriarcali di un mondo quasi fuori del tempo,  non in impersonalità naturalistica, ma, essendo  scenario di passioni primitive ed antiche credenze,  trasfigurandola in un luogo favoloso, e sono queste le suggestioni simboliche e liriche che l’avvicinano ad una sensibilità di tipo “decadente”.

Il male, l’inevitabilità del male, il rimorso, il sacrificio, il riscatto, le passioni familiari, la crisi della famiglia patriarcale, sono i temi fondamentali dei suoi romanzi, in cui i protagonisti, pur immersi nella vita comune e paesana,  si muovono in un’inquietante atmosfera leggendaria.

La Sardegna descritta dall’autrice, così  immersa nelle antiche tradizioni e nei valori familiari e religiosi, pure sfugge al reale; trasfigurata dall’animo dell’autrice da mito dell’isola diviene isola del mito, e gli stati d’animo dei personaggi sono sempre in suggestiva  simbolica corrispondenza con il paesaggio (basti pensare alla notte incombente quando più pressante diviene l’angoscia di Elias Portolu, attanagliato dalla passione per la stessa donna amata dal fratello, o al  rumore del vento che accompagna la passione peccaminosa nel romanzo “La madre”, così simile al vento di brughiera delle “Cime tempestose” di Emily Brontë).

Nell’opera della Deledda i personaggi finiscono, così,  per perdere i connotati regionali, pure tanto marcati (vivono nelle tancas, si esprimono in dialetto, sono fortemente legati alle tradizioni e alle credenze della loro terra), divenendo  emblemi della condizione umana; tumultuosamente, fatalmente consapevoli di errare, pure essi non riescono ad evitare il peccato e, spinti  verso il male, infrangono i valori tradizionali, sono indotti nell’errore, alla colpa che li attanaglia, che li tormenta, che suscita poi il rimorso, cui seguono necessariamente il pentimento e l’espiazione purificatrice.

Particolarmente significativi nella produzione di Grazia Deledda, pur nella diversità del genere, sono i due romanzi  “La via del male” e “Cosima”: il primo, che la proiettò definitivamente nel mondo letterario, con una recensione favorevole  di Luigi Capuana,  che segnò il passaggio dalla sua produzione ispirata ai feuilleton, cosi in voga all’epoca, ai grandi romanzi, perché vi sono delineate le sue tematiche fondamentali; il secondo, suo ultimo romanzo, perché,  scopertamente autobiografico, ripercorre  il cammino personale, di formazione emotiva ed intellettuale, e vi si rinvengono tutte le caratteristiche salienti della sua opera.

In “La via del male”, pubblicato nel 1896, l’autrice, suggestionata dal verismo, abbandonò  le imitazioni degli autori romantici e gli eccessivi  sentimentalismi,  mutuati dalle letture di autori come Dumas, Balzac e Carolina Invernizio, a favore di un’elaborazione maggiormente aderente alla realtà, con descrizioni di situazione concrete in cui far muovere personaggi più autentici.

Fu appunto  in questo romanzo che comparvero gli elementi tipici della produzione della Deledda: gli uomini, abitatori della sua “misteriosa” Sardegna, primitivi e taciturni, in ascolto solo delle voci della natura, chiusi nelle loro credenze e tradizioni, in lotta contro un destino avverso che li piega o li costringe a ripiegare in se stessi, che, agitati da passioni violente, guidati dall’amore, vissuto sempre  come esperienza passionale, o dall’odio,  sono indotti al peccato, ma poi travagliati dal senso di colpa  che li condurrà ad espiare perché, secondo le concezioni sarde del tempo, derivate dal Vecchio Testamento, chi ha sbagliato deve pagare qui e subito  giacché, come ricorda la Deledda: …il giudizio universale è sulla terra, a tutte le ore!... (La via del male).

In  “Cosima, quasi Grazia”, romanzo palesemente autobiografico, scritto alla fine della sua vita e pubblicato postumo, nel 1936, ambientato in Sardegna e scritto al passato  in terza persona, l’autrice rievocò, in pagine struggenti ed intense, la sua infanzia e la sua formazione, descrivendo la famiglia e gli eventi rovinosi, le nascite ed i lutti (Ebbrezza di dolore, di disinganno, di spavento della vita, che, come tutte le ubriachezze violente, le lasciò un fondo di amarezza, anzi di terrore; un terrore che non l'abbandonò mai più, sebbene accuratamente sepolto da lei in fondo al cuore come il segreto di una colpa misteriosa e involontaria: l'antica colpa dei primi padri, quella che attirò sul mondo il dolore e ricade indistintamente su tutti gli uomini.), le gioie e le perdizioni, il paesaggio della terra natale ed i suoi abitanti, le storie banditesche e meravigliose narrate dai servi (Queste fantasie barbariche non le mancavano nella mente; ma erano gli stessi servi e gli altri paesani che frequentavano la casa, e spesso anche i borghesi, i parenti, gli amici del babbo, gli ospiti che venivano dai paesi dei monti e delle valli, a seminarle nei fanciulli curiosi e sensibili coi racconti delle avventure brigantesche che allora fiorivano come un residuo di imprese e di guerriglie medioevali).

Rievocò anche la religiosità inculcatale dalla madre (La educazione materna, tutta religione e austerità, smorzava fin che poteva la vivezza interiore dei figli), la sua tendenza a fantasticare su uomini ed eventi (La bambina sul portone, sa queste cose, e considera i suoi vicini di casa come personaggi straordinari. Tutto, del resto, è straordinario per lei: pare venuta da un mondo diverso da quello dove vive, e la sua fantasia è piena di ricordi confusi di quel mondo di sogno, mentre la realtà di questo non le dispiace, se la guarda a modo suo, cioè anch'esso coi colori della sua fantasia), la sua attrazione per i quaderni, l’inchiostro, i pennini, tutte quelle cose magiche, perché con quelle si può tradurre in segni la parola).

E ricordò anche  i difficili esordi della sua attività letteraria, quando, per poter inviare all’editore a Roma il suo manoscritto, fu costretta a rubare l’olio dalla cantina di casa per venderlo e poter, così, guadagnare il denaro sufficiente alla spedizione del plico, e l’incomprensione dei suoi conterranei di fronte alla sua affermazione come donna che si esponeva e come scrittrice (si figuri dunque il mio dolore, il primo dolore che provai allorché, comparsi alla luce quei racconti, per poco non venni lapidata dai miei conterranei. Si pretese di conoscere i tipi…Mi coprivano di maldicenze, di ingiurie, di ridicolo…) ben comprensibile se si ricorda che la Barbagia allora era quasi del tutto analfabeta, che apprezzava la poesia estemporanea in dialetto sardo ma non il romanzo, considerato estraneo, che alla donna era riconosciuto un posto rilevante solo in seno alla famiglia, e che  l’ufficialità era consentita solo all’uomo, fino all’affermazione letteraria con il  viaggio finale che l’avrebbe condotta prima a Cagliari e infine a Roma.

Tra “La via del male” e “Cosima” si collocano, poi, i capisaldi della produzione deleddiana, come  “Elias Portolu”, definito dal Momigliano forse il libro di più alta e insieme di più solida moralità che sia mai stato scritto in Italia dopo “I promessi sposi”, pubblicato in volume nel 1903, che svolge, in una Sardegna aspra e selvaggia, tra peccato e rimorso,  la passione violenta fra i due giovani cognati, Elias e Maddalena; come “Cenere”,  pure pubblicato in volume nel 1904, incentrato sui tipici temi deleddiani dell’amore come peccato, e della morte come espiazione suprema, anche se il libro termina all’insegna della speranza con la battuta di Anania egli ricordò che fra la cenere cova spesso una scintilla, seme della fiamma luminosa e purificatrice, e sperò, e amò ancora la vita; come “L’edera”, del 1908, in cui la protagonista, oppressa dal rimorso per l’omicidio commesso, deciderà di espiare tornando nel luogo dal quale era fuggita; come  “Canne al vento”, pubblicato nel 1913, considerato il suo capolavoro, in cui, in un intreccio di  realismo e lirismo paesaggistico, nella famiglia dei Pintor si dipana il conflitto fra i valori tradizionali degli antichi e le aspirazioni al progresso dei giovani.

Del 1915 è “Marianna Sirca”, romanzo che riconferma il tema indagato dalla Deledda, la crisi della famiglia patriarcale contadina con gli smarrimenti dei personaggi, il  conseguente indebolimento dell’autorità maschile e i tentativi di emancipazione femminile. Anche qui a muovere l’azione è la passione, fra Marianna  e il bandito, passione vissuta, come sempre nelle opere della Deledda, in modo più totale dalla donna, che infrange schemi e tabù; l’autrice, infatti, affermava: Io penso che gli uomini siano per natura cattivi, e le donne un po’ peggio, intendendo  con ciò che la donna vive nell’interezza la passione.

Da ricordare anche “La madre”, del 1920, sintesi dei vari motivi ispiratori dell’arte della Deledda, pubblicato in Gran Bretagna subito dopo l’assegnazione del Premio Nobel, la cui prefazione all’edizione inglese fu curata dallo scrittore D. H. Lawrence, che rilevò anche certe analogie  tra i moduli narrativi della nostra autrice e di Emily Brontë, e che così concluse la sua analisi: L’interesse del libro non risiede nell’intreccio o nella rappresentazione dei caratteri, bensì nell’illustrazione della pura vita istintiva…L’antico violento istinto dell’ambizione materna per il proprio figlio sconfigge l’altro istinto violento del rapporto sessuale.

Lontana dai complicati intrecci e dalle atmosfere decadenti della sua produzione precedente, nel  romanzo “La madre”,  dove altalenano sentimenti ancestrali narrati con tono quasi scarno,  la Deledda predilesse l’introspezione e l’essenzialità, ed anche la passione amorosa, tema  pur presente, tacque a favore di un tipo di sentimento ben superiore: l’amore materno.

Ciò che all’autrice interessò in questo romanzo fu, dunque, soprattutto l’aspetto religioso; attraverso la morte della madre, che alla fine del romanzo s’immola pur di salvare il figlio, intese consegnare un messaggio spirituale: oltre le inquietudini, le passioni, i peccati (il peccato è una malattia peggiore di ogni altra perché intacca l'anima), i tormenti ed i travagli, che con tanta partecipazione e sincerità aveva fino ad allora descritto, sopra il ballo degli uomini) esiste una superiore forza pacificatrice, la presenza di Dio: Signore, salvaci tutti. Anche me, anche me. Tu che sei pallido, senza sangue, col viso, sotto la corona di spine, dolce come la rosa nel rovo: tu che sei sopra le passioni nostre, salvaci tutti.

Nelle intenzioni di Grazia Deledda  probabilmente doveva essere l’autobiografico “Cosima” a consegnare ai posteri, insieme alla cronaca e all’analisi degli eventi e degli avvenimenti più importanti della sua vita, e alla ricostruzione della sua carriera letteraria,  il messaggio della sua reale interiorità, che, invece, forse pure involontariamente, già per intero aveva affidato al romanzo “La madre”, approdo finale di uno scavo interiore che l’avevano condotta, pur restando fedele ai temi insulari dai quali era partita, ad affinare il suo stile, proiettandola in una dimensione europea che le valsero, appunto, il prestigioso riconoscimento.