DALL’OBLIO: NEERA

di Francesca Santucci

  

  

  

      

      

      

Anna Radius Zuccari, scrittrice milanese che, con lo pseudonimo oraziano di “Neera” pubblicò saggi, novelle e romanzi, tradotti anche in francese, tedesco ed inglese dagli stessi traduttori di D’Annunzio e di Fogazzaro, in vita fu una scrittrice molto amata, annoverata, insieme a Matilde Serao e a Grazia Deledda, fra le più note dell’epoca, lodata persino da Benedetto Croce che, per la lucida analisi della condizione femminile, sorprendentemente moderna in molti aspetti, e per la sua carica di umanità, così si espresse: “ Quant’abbondanza di pensieri e di affetti nei libri di Neera: a lei bastava aprire le chiuse dell’anima perché ne prorompesse un’onda copiosa e calda…sentiva e meditava come respirava e scriveva allo stesso modo, senza sforzo”.
Nata a Milano nel 1846, Neera trascorse lunghi periodi felici a Caravaggio (paese del bergamasco, dove vivevano i nonni materni, chiamato affettuosamente Caro-viaggio e sempre ricordato ed amorevolmente descritto nelle sue opere) poiché qui la madre, donna bellissima ritratta anche dal pittore Giovanni Moriggia, trovava il giovamento negato a Milano per la sua salute cagionevole.
Neera dimostrò fin da bambina poca propensione allo studio ed insofferenza alla scuola, il cui insegnamento da adulta poi mise in discussione in modo critico, ma profonda sensibilità e fervida immaginazione.
Ben presto, a causa della prematura morte della madre,e del tracollo finanziario della famiglia materna, fu impossibilitata a continuare gli studi, e ciò spiega certe sue imprecisioni formali. Costretta a vivere con due zie nubili, sorelle di suo padre, severe ed affatto espansive, zia Margherita e zia Nina, la seconda a lei fortemente ostile, che ebbero un ruolo decisivo nella formazione della sua personalità schiva ed appartata, maturò autonomamente (“Non apparterrò mai a nessuna scuola, non seguirò mai nessun metodo”),distaccandosi dalle figure di donna comuni al suo tempo e ripiegando in se stessa. Diceva”Leggere, scrivere, pensare: ecco il riassunto della mia giovinezza. Erano le gioie che avevo alla mia portata e le prendevo avidamente”.
E molto scrisse Neera, romanzi come Un romanzo, 1876, Addio, 1877,   La Regaldina, nel 1884, Il marito dell’amica, 1885, Teresa, nel 1886, Lydia, nel 1887, L’indomani, 1890, Fotografie matrimoniali, 1898,   La vecchia casa, Nel 1900, Una passione, nel 1903, Duello d’anime, 1911”; novelle, pubblicate su riviste come Il Pungolo, Il Fanfulla della Domenica, L’Illustrazione italiana, Il Marzocco, Il Corriere della Sera; saggi, come L’amor platonico, nel 1897, L’indomani, 1890, Fotografie matrimoniali, 1898,   Battaglie per una idea, nel 1898, Le idee di una donna, nel 1903 e, in collaborazione col Mantegazza, un Dizionario d’igiene per le famiglie, nel 1881.
Notevoli anche gli epistolari, comprendenti le lettere scambiate con i personaggi più illustri del suo tempo, come Verga, Mantegazza, Marinetti, e il libro di memorie, eccezionale documento autobiografico, “Una giovinezza del secolo XIX”, iniziato a scrivere nel 1917, quando era costretta a letto inferma, e lasciato incompiuto, sospeso solo qualche giorno prima della morte, avvenuta a Milano nel 1918.
Teresa, Lydia, Marta, Myriam, Anna, le sue eroine letterarie, furono tutte donne profondamente radicate nello spirito del tempo, vittime degli uomini, della loro noncuranza e della loro indifferenza, spose e zitelle costrette sovente a vivere senz’amore, a nascondere la loro indifferenza, ma “Nessuna vera donna sottoscrive a questa rinuncia senza soffrire; talvolta la sofferenza è spasimo e disperazione , tal altra è profonda mestizia o rassegnazione malinconica od anche fierezza di silenzio”, eppure, attraverso questi personaggi, Neera seppe essere a tratti rivoluzionaria, esprimendo, anche se mai fu femminista, certe inquietudini di sorprendente modernità, come in Teresa, dove per prima affrontò il tema del desiderio femminile, asserendo: “L’amore, il vero,nasce da un complesso di circostanze, di affinità intime e continue. E’ un certo modo di guardare, di sentire, di esporre le idee; è una piega del labbro, la voce, il gesto, la forma della mano, l’odore della pelle. E’ l’attrazione prolungata dei corpi, per cui più si sta vicini e più si starebbe”.
Lucidità di analisi, partecipazione emotiva, fine introspezione psicologica, sono le qualità che caratterizzano le opere di Neera, autrice che, a lungo dimenticata, recentemente è stata riscoperta, grazie anche alla ripubblicazione del suo romanzo più famoso ormai introvabile, “Il castigo” , ad opera proprio del comune del paese da lei tanto amato: Caravaggio.
Tacciata a lungo di antifemminismo, causa non estranea all’oblio in cui è scivolata, ad un’attenta rilettura dimostra invece intuizioni moderne ed eternamente valide, come quando, nel brano che segue, sottolinea il prepotente bisogno d’amore delle donne e il loro straordinario potere di perpetuare la specie, affermazione, quest’ultima, che molto somiglia a quella in voga negli anni di acceso femminismo e più che mai valida in questi tempi in cui continuano a soffiare venti di guerra, e cioè che, di contro agli uomini che sono quasi sempre portatori della morte, le donne sono sempre portatrici della cultura della vita.

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…Dunque dico che piacere è l’istinto più importante che il fattore dell’universo ha messo nella donna. Non importa se lungo la corruzione dei secoli e dei costumi deviò dallo scopo fino a sopprimere lo scopo stesso; esso è la voce del Creatore che affida con questo mezzo alla donna l’alto dovere di imporre all’uomo la continuazione della specie, al quale il suo egoismo lo sottrarrebbe immancabilmente se non vi fosse l’esca di un diletto. La più frivola delle donne, che si illude di infiocchettarsi e di civettare per seguire la propria vanità, ubbidisce senza saperlo a questa legge suprema; ma la donna che sente nobilmente di sé, che è pronta a tutti i doveri del suo sesso, ne esige pure i diritti e vuole amare ed essere amata, perché le sue labbra non devono chiudersi per sempre senza aver conosciuto il bacio dell’uomo, né il suo grembo isterilirsi prima di avere comunicato i misteri del suo essere alle generazioni future. Nessuna vera donna sottoscrive a questa rinuncia senza soffrire; talvolta la sofferenza è spasimo e disperazione , tal’altra è profonda mestizia o rassegnazione malinconica od anche fierezza di silenzio, o vertigine di oblio; ma qualunque sia il velo pudico che cela la sofferenza, guardatele bene queste vergini canute e, salvo rare eccezioni, sollevando un lembo di quel velo, troverete la lagrima, congelata fra ruga e ruga…

(da “Una giovinezza del secolo XIX”, Neera)