Francesca Santucci

 Due presepi

      

Il presepe del

 Banco di Napoli

 

“Quanno nascette Ninno a Bettalemme
era nott’e pareva miezojuorno
ma le stelle-lustre e belle
se vedettono accossì”…

(Sant’Alfonso Maria de’ Liguori) 

 

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 Antichissima è la rappresentazione scenica del misterioso evento della nascita del Bambin Gesù, addirittura risalente all’arte cristiana delle catacombe ed effigiata sui sarcofagi sin dal IV secolo, continuata poi nel tempo per tutto il Medioevo, fino al famoso presepe di Greccio voluto da San Francesco, e un po' in tutta Italia. Particolare, però, fino ad assumere carattere e dignità di vera e propria arte,   è la tradizione presepiale napoletana, di cui si ha notizia a partire dal 1205, che ebbe il suo trionfo nel ‘700, per merito di quel grande mecenate che fu Carlo III di Borbone, sovrano a cui si deve la splendida fioritura culturale ed artistica del tempo.
Fu a partire dal XV secolo che s'imposero i figurarum sculptores, specializzati nelle sacre rappresentazioni in chiese e cappelle napoletane, ai quali, poi, si affiancarono artisti famosi che crearono i pastori artistici, stupende statuine in legno o in ceramica, in stucco o in creta, vestite di poveri panni o di preziosi broccati, considerate veri e propri capolavori.
Questi artisti, attivi soprattutto a Napoli (dove l’arte presepiale ha sempre trionfato  in  rappresentazione festosa come il suo popolo), devoti ed interpreti dello spirito religioso e del misticismo della Natività, affiancarono alle sacre figure una galleria di personaggi umili e popolari, come l’arrotino, la castagnara, il pezzente, lo storpio, la zingara, il bettoliere, la lavandaia, in fondo i veri destinatari del messaggio cristiano.
Esempio superbo dell’arte presepiale napoletana è il presepe del Banco di Napoli, esposto presso la Cappella Reale dell’Appartamento storico di Palazzo Reale.
Realizzato secondo i moduli tipici della tradizione settecentesca napoletana, in commistione tra sacro e profano, pur rappresentando personaggi e scene tipiche popolari, è ispirato alle pagine del Vangelo, e dunque è essenzialmente rappresentazione religiosa, però, mentre le statuine di ispirazione popolare ed orientale sono prettamente di stampo realistico, quelle dei personaggi religiosi, cioè la Natività e gli angeli, sono maggiormente idealizzate.
Collocata tra i ruderi di un tempio profano, secondo i dettami settecenteschi, la scena della Natività vuole allegoricamente rappresentare il trionfo della spiritualità sul materialismo, del cristianesimo sul paganesimo.
Ai piedi del Bambin Gesù, coronata da una schiera di angeli e puttini,   nella cosiddetta scena della “Gloria”, nella posizione genuflessa dell’atto di adorazione,   troviamo il re giovane (probabile opera di Salvatore Franco, a cui è attribuita anche la statuina del “Circasso”, uno degli orientali presenti nella scena della fontana), il re vecchio (dello scultore e architetto Francesco Viva, che la creò nel 1797) e l’umile zampognaro. Nella scena dell’Annuncio abbiamo una folla di personaggi e animali, pure attribuiti ad illustri artisti che operarono a Napoli tra il ‘700 e l ‘800, quali il Sammartino, il Celebrano, il Viva e il Franco.
Anche nella scena della Taverna è visibile il genio di due grandi artisti: dei due pastori seduti a tavola, e volgarmente denominati “sciacquanti”; la donna è opera del Sammartino e l’uomo è stato attribuito al suo allievo Gori.
Presenza frequente nei presepi è quella del Vesuvio che anche qui compare e s’intravede in uno scorcio tra un passaggio nelle montagne, sul lato sinistro della taverna; lungo il passaggio una coppia di ricchi contadini, la donna con un realistico cesto di frutta sul mulo e l’uomo a piedi, si avvia con i  doni verso la Natività. 
Tra gli altri personaggi presenti in questo splendido presepe ritroviamo figure tipiche della vita popolare napoletana, come l’arrotino, il pescivendolo e la castagnara, attribuiti rispettivamente al Franco, al Cappiello e al Mosca.
Insomma, questo presepe è davvero un piccolo capolavoro, scultoreo e pittorico nel contempo, e chiunque lo ammiri non può che restare affascinato dal suo valore artistico e dalle suggestioni poetiche che emana, che restituiscono intatte, a credenti e non, l’incanto del Natale e il mistero del sacro evento della nascità di Gesù.
  

Il Museo del Presepio di

 Brembo

  

“Io faccio il presepio perché quando avevo i figli piccoli lo facevo…Sapete era un’allegrezza…Ed anche adesso che sono grandi, io ogni anno debbo farlo…Mi sembra di avere sempre i figli miei piccoli…Sapete…anche per religione…E’ bello fare il presepio.”
E’ così che si esprime sul presepio Eduardo De Filippo, attraverso il personaggio di Luca, nella sua famosa commedia “Natale in casa Cupiello”, legando subito indissolubilmente il fascino del Natale e del presepio al significato religioso, con la nascita del Bambino, e al mondo magico dell’infanzia, perché il Natale è davvero la festa più piena di poesia, e la poesia risiede proprio nel mistero del divino che si fonde all’umano con la nascita del Bambin Gesù.
La rappresentazione della scena della Natività ha origini antichissime e si è fondata sin dal principio sullo schema primitivo della grotta o della capanna, con la Sacra famiglia, il bue e l’asinello, alla quale poi, nel tempo, si sono aggiunti tutti gli altri elementi.
Sia a livello artistico, sia a livello artigianale, la produzione del presepio è sempre stata molto fiorente in Italia, dando origine alla caratterizzazione regionale che, ciascuna a suo modo, ha interpretato il mistero della natività. Anche nelle famiglie, ancora oggi, resta intatta la tradizione del presepio che, o da solo, o affiancato all’albero, proprio non può mancare nelle case.
A Brembo, una piccola località in provincia di Bergamo, esiste “Il Museo del presepio”, voluto fortemente da Giacomo Pezzoli.Questo signore da ragazzo era apprendista intagliatore, ed in generale amava scolpire il legno, poi entrò in Seminario e diventò prete; memore della passione giovanile per l’intaglio e per il legno, ma anche desideroso di sensibilizzare i suoi parrocchiani al valore religioso, storico ed artistico del presepio, nel 1966 fondò la sezione “Amici del presepio”, e nel 1974 inaugurò il “ Museo permanente del presepio”, realizzando personalmente presepi e ambientazioni in gesso o in polistirolo.
Il museo è collocato in un capannone di 1200 metri quadri, con un archivio, una biblioteca, una fototeca ed una nastroteca che documentano la storia del presepio, e raccoglie opere donate da privati e da artisti viventi, provenienti da ogni regione d’Italia ma anche dall’estero, infatti, recentemente si è arricchito dell’ opera di una scultrice giapponese.
A questo Museo hanno offerto la loro opera di restauro anche Antonio Greco e i suoi tre figli di Castellammare di Stabia, napoletani, che l’arte del presepio possono ben dire d’averla nel sangue considerata la grande tradizione di cui può andar fiero il popolo partenopeo.
Il Museo raccoglie vari presepi regionali, innanzitutto quello bergamasco, con lo sfondo
del paesaggio bergamasco, della sua pianura disseminata di rustiche cascine, con l’aia, il cortile, lo spiazzo.

L’arte presepiale è sempre stata molto diffusa nella zona, a partire dal ‘700, spesso con la collaborazione dei conventi di clausura, con l’aiuto specifico di una suora responsabile detta “reliquarista”. Fra i tanti troviamo il presepio dell’800 inserito in una stella a otto punte e, in tempi più recenti, a partire dagli anni ’80, uno in biscuit con personaggi pensosi, un mini presepio in conchiglia ed uno storico- archeologico con la riproduzione fedele delle scene di vita e dei costumi del tempo di Gesù.
Nel Museo del presepio troviamo poi quello pugliese, con statue in pietra, in terracotta e in cartapesta (tecnica quest’ultima tipica pugliese); quello siciliano, con la presenza di presepi particolari, uno musicale, un altro in cui si cerca di coniugare l’ambientazione del nord con quella del sud, ora la masseria siciliana, ora la cascina bergamasca, ed altri ancora in cui è evidente la tecnica tipicamente siciliana del “cachert”, che consiste nel fissare con molta colla le pieghe degli abiti in tela.
Presenti anche il presepio ligure, con Natività dai tratti tipici del luogo come i famosi “machachi d’Arbissoa”, figure rozze ma affascinanti; quello calabrese, con la coppia che balla la tarantella e persino il personaggio del brigante; il sardo, con Gesù che nasce tra i nuraghi e i pastori della Barbagia; il piemontese in cartapesta; quello del Trentino e del sud del Tirolo (che risente degli influssi austriaci e tedeschi), e c’è anche il presepio elettronico, con statuine in terracotta e cartapesta approntato anche con l’aiuto di ignoti amici del Museo.
Naturalmente non poteva mancare il presepio napoletano, che ha alle spalle una storica tradizione; ben rappresentato è quello del ‘700, con una costruzione, di autore ignoto, di grandi dimensioni, con 79 personaggi e 32 animali, inseriti tra le piazzette, nelle botteghe, negli interni delle case, con
un’accurata rifinitura degli abiti e una precisa attenzione ai particolari, in rappresentazione allegra e festosa, com’è da sempre peculiarità del popolo napoletano, che mescola insieme sacro e profano, ma che nulla toglie alla sacralità della rappresentazione.