Francesca Santucci

Contro la pena di morte

 

 

 

"Quale può essere il diritto, che si attribuiscono gli uomini, di trucidare i loro simili?Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo fra tutti i beni, la vita?" (C. Beccaria, Dei Delitti e delle pene)
Questo l’interrogativo fondamentale posto già dal Beccaria, convinto assertore delle riforme giuridiche e assolutamente contrario alle arbitrarietà delle leggi, nel trattato "Dei delitti e delle pene", pubblicato nel 1764, espressione piena dell’Illuminismo lombardo che, in ossequio ai dettami del secolo dei lumi, proponeva il rinnovamento civile e letterario della società, il riesamino di tutti gli aspetti della civiltà, compreso quello della procedura penale, sotto la guida della ragione. 
Il Beccaria, che sentiva fortemente i diritti dell’uomo, sosteneva il diritto alla vita e alla dignità dell’individuo e condannava l’uso e l’abuso della tortura e della pena di morte, nell’ottica di una trasformazione del diritto penale. Basilare il concetto di pubblica protezione: la società garantisce la protezione dei suoi componenti attraverso le leggi, ciascun cittadino rinuncia ad una piccola parte di libertà affinché sia tutelata la libertà della collettività, ma è impossibile che, in quella parte piccolissima di libertà alla quale si rinuncia, sia compresa anche la delega a disporre della vita altrui. La legge non può ignorare il dovere morale e religioso per cui non bisogna uccidere.
In tutto il libro sono espressi argomenti a favore della certezza del diritto, della necessità di riformare il diritto penale non vendicandosi attraverso l’omicidio legalizzato ma prevenendo i delitti piuttosto che reprimendoli, contro la tortura e la pena di morte che non solo è inutile ma dannosa per lo stato.
Ancora oggi, pur volendo esulare da un coinvolgimento solo emotivo, dalla pura indignazione per l’uso consentito di un simile strumento punitivo, che non esita a sacrificare donne, invalidi e malati, volendo semplicemente prenderlo in esame, come trecento anni fa, guidati esclusivamente dal lume della ragione, non può non indignare e non può che porre contro la morte di Stato.
Caino è il carnefice, ha sbagliato, va punito; lo Stato, eletto in volontà democratica, in rappresentanza di tutti (gli stati non democratici come quelli islamici arrivano addirittura a considerare la pena di morte volontà sovrannaturale, "precetto divino") si pone come repressore della criminalità, paladino della vittima, difensore di Abele, dunque esso stesso Abele, ma può essere Abele chi si macchia dello stesso crimine?
Attuale più che mai risulta essere, dunque, il discorso contro la pena di morte nel nostro secolo dove molti stati, pur proclamandosi democratici, e pur essendo stato ormai ampiamente dimostrato che tale strumento non funziona nemmeno come deterrente contro il crimine, continuano a tollerare e a consentire l’esecuzione capitale, attraverso camere a gas, iniezioni letali, impiccagioni, fucilazioni, lapidazioni e decapitazioni, violando sistematicamente e con premeditazione il più elementare dei diritti umani: il diritto alla vita!