Marco Scalabrino

                      Nannaparola, di Vito Tartaro

                                   Ediz. Accademia dei Palici, 1999

 

 

 

 

  

 

         Vito “Jack Frusciante” Tartaro è tornato!

         Le sue nuove armi - le armi che questo Efesto ramacchese forgia nell’ipogeo della propria fucina - una volta più denotano, sin dal primo scontro in campo aperto, la fierezza del fuoco, la sferza del vento, la carezza del sole. In buona sostanza la tempra, aspra e dolce al contempo, della Sicilia. Della sua Sicilia. Della Sicilia come egli, a più riprese nel tempo, ce l’ha figurata: un prezioso ordito lirico sul quale insiste il cardine zurricusu della storia. La grande Storia e le piccole storie. Insistono, quindi, i fatti del mondo.

         E per conseguenza, insiste l’aspetto che più sta a cuore al Nostro: la lingua che (Wittgenstein asserisce nel suo Tractatus logico-philosophicus) tali fatti è deputata a rappresentare.

         Abbiamo appreso (giacché egli ce ne ha reso pienamente partecipi) il movente del suo ritorno: il timore - di questi tempi non del tutto infondato - che la lingua decanti in favore di uno spiccio gergo standardizzato, che essa elegga dimora essenzialmente nel villaggio globale commerciale, che sposi il deleterio processo di omologazione in corso; lo sgomento ancora al pensiero che, se mai ciò dovesse accadere, il dialetto siciliano - al pari della lingua nazionale - rimarrebbe stritolato dai cingoli di questo orrido caterpillar.

         E no! Vito Tartaro non ci sta.

         Ed ecco egli sfodera e brandisce, con rinnovato vigore, un diverso registro linguistico. Un registro linguistico che (contrariamente a quanto taluni falsi profeti da svariati lustri vanno annunciando) egli sa niente affatto povero, niente affatto scaduto, niente affatto anacronistico.

No! Vito Tartaro non può permettere che tale nefaria ipotesi si verifichi.

         Non può permettere che “accàttitu” e “sbrinnuri” cedano il passo a” shopping” e sun” ; non può permettere che chiedendo “pospiri” e “canigghia” gli si risponda “non ce n’è / pirchì non capiscinu.” ; non può permettere che appellando i propri nipoti “çiatu” ecurina” questi gli si rivolgano con espressioni del tipo “ma come parli nonno ?!” .

         No! Egli ... è un baluardo.          Egli si erge - erge la sua poesia - ad argine, a roccaforte. Ancora una volta, questo Pasionario della poesia siciliana accorre in difesa del dialetto siciliano o per meglio dire (secondando il suo temperamento e ottemperando a un noto motto) passa all’attacco.

Vito Tartaro è un appassionato cultore; uno scrupoloso ricercatore.

         Egli attinge a piene mani dalla nostra langue regionale, dal nostro “derelitto” idioma, ne perlustra ogni remoto andito, ne ricava, con esiti che sanno di prodigio, la propria individuale formulazione, la propria sintesi, la propria parole.

         Certa sua terminologia (terminologia che egli assai graziosamente ci” impone”) sembra tirata fuori dal suo cilindro della memoria.          E tuttavia - da Mastru quale egli è - riesce a piazzarla in un contesto di attualità, in uno scenario di cronaca, in un percorso di storicizzazione.

         Per di più, in una cornice di rigorosa coerenza ortografica, di rara ricchezza semantica, di speciale figurazione metaforica.

         E nondimeno, NANNAPAROLA, non si ferma lì.

         Perché se da un canto il Siciliano - il dialetto siciliano - è oggi più vitale che mai, d’altro canto esso è relegato (faticosamente resistendo a contaminazioni, a italianismi, a beghe di ogni sorta) al ruolo pressoché esclusivo di lingua letteraria, lingua dei poeti; di lingua, ovverosia, rivolta alla conservazione di un patrimonio di cultura che altrimenti, rischia, seriamente, di soccombere.

         Nella presunzione allora di by-passare tale ventura, NANNAPAROLA (ciascuno di noi avrà modo di appurarlo direttamente dai versi) suggerisce, tra speranza e provocazione, il dialetto quale parola del divenire.

         Una parola che, per esplicita ammissione, è sinallagma di Poesia:

         “ricca di tempu e biddizzi” , “ognuna ammugghiata ... di prufumu di zagara / canzuni / puisia”  “na manu nta lu stomacu / e l’avutra supra lu cori / pi non falli scuppiari ... chianciri / rìdiri / sunnari senza dormiri ... finacquannu … veni ... sta puisia” .

         E cos’è, in definitiva, la poesia se non ... creazione? E questo straordinario evento - la creazione - non ci avvicina, forse, al Creatore per antonomasia?

         Bizzarra asserzione questa, considerato che viene riferita a un uomo, a un autore, che ebbe a titolare Ateismu prim’e tuttu la sua prima raccolta poetica datata 1990 e che, ancora oggi, ammicca a una “minzogna di vinti seculi” .

         Tommaso Ceva, nel XVIII secolo, definì la poesia” un sogno fatto in presenza della ragione” . Il poeta è, dunque, un sognatore:

         “sonnu sunnaturi / ca nsigna a curtivari ... paroli scurdati” , “Liccunarìi ... d’antichi pueti ... rispiru di nannavi.”, “ca sannu di capicchiu di matri” .

         Un sogno che il Poeta per primo esperisce ma col quale incombe comunque l’obbligo di cimentarsi. Tanto più che, avvertendone l’urgenza di rinnovamento, Vito Tartaro, in una sorta di ideale staffetta, s’appresta a passarne il testimone ai giovani: “servunu lestu picciotti ... pronti a mpunirisi millenni / e farisi ammaistrari / a sapiri ascutari lu ventu” .

         Ma chiudiamo - desistendo da ogni ulteriore frenesia di commento - e abbandoniamoci allo spleen del Nostro.

 

Con questo suo lavoro, Vito Tartaro si candida fra i migliori autori della attuale stagione della poesia siciliana.

 

 

VECCHIA MASSARIA

 

 

Mura disfizziati

suspiranti

amurusa vintata ca li curca.

 

Bagghiu nfrasciamatu

spassu di surgiazzi

allocu di carusi.

 

Furnu çiaccariatu

dilizia di fulìnii

senza mimoria e spiranza

di sarmenti addumati.

 

Paroli senza parola

                            saliati stanzi stanzi.

 

                            Jisterna accupusa

                            d’acqua ramata

                            picca p’affucaricci

                            catasti d’amarizzi

                            o ristatizzi di vita.

 

 

Muri disgustati / anelanti / amorosa ventata che li stenda. / Cortile infrascato / spasso di topacci / invece che di bimbi. / Forno tutto crepe / delizia di ragnatele / senza memoria e speranza / di sarmenti infuocati. / Parole senza parola / sparse in ogni stanza. / Cisterna soffocante / per acqua verdognola / poca per annegarvi / cataste d’amarezze / o rimasugli di vita.

 

SICILIARI

 

Siminari accàttitu sbrinnuri

                            e ricogghiri shopping e sun.

                            Dumannari pospiri canigghia

                            e sintirisi diri” non ce n’è”

                            pirchì non capiscinu.

                            Jucari niputi

                            chiamannuli çiatu curina

                            e sapiri di lèsina

                            “ma come parli nonno” ?!

                            E circari d’agghiuttiri

                            trenta seculi di storia

                            tippa di paroli duci

                            ca chiantu cuddatu

                            e cutugna pilusi

                            fannu aggruppari.

                            Siminari

allura

e dormiri

dormiri cu Duceziu

Japicu di Lentini

Santu di Linguarossa.

Rusbigghiarisi

(rusbigghiari vivi-morti e morti- vivi)

quannu di criscimugna

spuntunu Siculi di vaglia:

Erykeni mafiuisi

Minioli risuluti

Palikeni ardimintusi.

 

E siciliari.

 

Seminare accàttitu sbrinnuri / e raccogliere shopping e sun. / Domandare pospiri canigghia / e sentirsi rispondere “non ce n’è” perché non capiscono. / Giocare con nipoti / chiamandoli çiatu curina / e sapere di lèsina / “ma come parli nonno” ?! / E cercare di ingerire / trenta secoli di storia / pregna di dolci parole / che pianto ingoiato / e cotogne acerbe / non fanno ingurgitare. / Seminare / allora e dormire / dormire con Ducezio / Iacopo da Lentini / Santo da Linguaglossa. / Svegliarsi / (svegliare vivi-morti e morti- vivi) / quando da lievito / nasceranno Siculi di vaglia: / Erykeni baldanzosi / Mineoli risoluti / Palikeni ardimentosi. / E siciliare.