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Un sestetto per Senghor |
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su Notte d'Africa mia notte nera, a cura di Antonella Emina L'Harmattan, Paris, Torino, 2004
Bel colpo, mi viene da dire sfogliando la
recente pubblicazione Notte d'Africa mia notte nera, edita da L'Harmattan
italiano (torino) e francese (Paris), una casa editrice che pubblica
volumi che fanno davvero cultura. Léopold Sédar Senghor è un
personaggio noto a livello mondiale, soprattutto perché è stato il primo
presidente del Senega L'intelligenza di questa pubblicazione antologica del grande poeta africano - che scrive in lingua francese - sta nel comprendere non uno, ma ben 6 traduttori, ognuno con le sue particolari visioni della traduzione e il suo particolare retroterra culturale. Vi sono tre poeti: Valerio Magrelli, che non ha bisogno di presentazioni, Alfredo Rienzi, che a Poiein è di casa, e Giorgio Favaro, che ha pubblicato anche sulle nostre pagine. Vi sono poi tre cantautori: Luca Ghielmetti, Isa e Alessio Lega. Scrive Antonella Emina, curatrice del volume, nella sua splendida introduzione della quale vogliamo riportare alcuni brani: "Si tratta di tre poeti e tre cantautori, le cui traduzioni dimostrano in che misura i due codici linguistici, quello della poesia e quello della canzone, si discostino l'uno dall'altro, rispondendo ad esigenze per certi versi opposte. Il poeta-traduttore si concentra in uno sforzo centripeto di penetrazione sempre maggiore del testo; mentre il cantautore-traduttore si riconosce in un movimento centrifugo, che implica a priori un progetto di oralità e di trasmissione". La traduzione stessa dunque, al di là dei testi e del poeta tradotto, presenta al lettore degli aspetti davvero interessanti e si presta a rilevare quello che la Emina sottolinea con la citazione che qui abbiamo proposto. Un libro quindi denso di stimoli, di rara intelligenza editoriale, che riceve il nostro plauso per l'intelligenza di questa intuizione, perché la traduzione, così concepita è un evento culturale rilevante già di per se stessa. Infine i testi di Senghor, densi di mito, di archétipi, formulati con un linguaggio intenso e lontano. E' un poeta, Senghor, ma anche una porta, una scrittura da leggere attentamente per entrare nella luminosa mentalità africana, così intensa e aperta al mistero, così pervasa da un vento di natura. Il poeta è davvero, in questi versi, un tramite per il suo popolo, così come nella concezione primitiva era considerato la voce del popolo che si levava agli dèi, il depositario di un codice linguistico degno della divinità. Per noi, che abbiamo perduto tutto questo da molti secoli, questi versi risuonano come un qualcosa che ricorda a noi stessi alle nostre radici poetiche, dei testi di Omero, dei testi biblici, dei testi fenici e Assiro-babilonesi: la grande stagione della poesia epica insomma, quella poesia che interpretava una civiltà intera, una "koinè". Versi di alto contenuto emozionale dunque, che nella loro primitività (non certo espressiva, poiché Senghor è un grande e coltissimo letterato, e lo si capisce da come tratta la sua materia) offrono un esempio di grande verità e insieme di grande vitalità culturale alla nostra stanca poesia della cerebralità, degli sperimentalismi filosofeggianti, della nevrosi del "già detto". Non vogliamo dilungarci oltre, ma proporre alcuni testi tradotti da Giorgio Favaro e Alfredo Rienzi, anteponendo le acute note che Emina ha scritto sul loro modo di tradurre nella prefazione al volume. E siamo certi che molti apprezzeranno la ricchezza di questo volume.
____________________________________ Dalla prefazione di Antonella Emina
Così Giorgio Favaro, medico, poeta, ricercatore dagli interessi molteplici, affronta un cospicuo pacchetto di poemetti e componimenti brevi che diventano una vera e propria sfida per il versatile artista torinese, latore di una concezione del fare poetico antitetica, sotto molti aspetti, rispetto a quella senghoriana. La condensazione dell'uno, alla ricerca della parola originaria, entra in rapporto dialettico con la dilatazione dell'altro che filosoficamente intende spiegare la sua visione del mondo, olismo forse imperfetto ma commovente. Ed è proprio sul filo dell'emozione e della partecipazione che i due poeti s'incontrano. Il traduttore si appropria del versificare senghoriano attraverso operazioni di spostamento e di soppressione, in parte suggerite dalle consuetudini della lingua italiana e in parte proprie del poeta Giorgio Favaro, per restituire un ordine che si allinea più ai principi del sentire che ai dettami della sintassi. Ogni parola e ogni verso sono interrogati a diversi livelli, fino a che l'italiano non arriva a concorrere alla pari con la lingua originale. Così nel suo percorso, che va dalle più antiche e forse meno originali Joal e Donna nera, tratte dalla prima raccolta di Léopold Sedar Senghor, fino all'opera della maturità, Elegia per la Regina di Saba, Giorgio Favaro restituisce, attraverso una serie di scelte felici, la complessa bellezza del verso senghoriano all'intenzione del lettore italiano. Esemplari sono la rara armonia del doppio ottonario, «Non turbarti amica mia se il mio canto si fa d'ombra», primo verso di uno dei Canti per sognare, e la giustezza di scelte lessicali inconsuete che promettono la presenza di tesori da scoprirsi a poco a poco.
(per khalam)
Hai tenuto a lungo, a lungo tra le mani il volto nero del guerriero Come già lambito da un crepuscolo fatale. Dalla collina, ho visto il sole tramontare nelle baie dei tuoi occhi. Quando rivedrò il mio paese, l'orizzonte puro del tuo viso? Quando siederò ancora al desco del tuo seno d'ombra?
Ed è nella penombra l'alcova delle dolci parole.
Vedrò altri cieli e altri occhi Berrò alla fonte d'altre bocche più fresche di limoni Dormirò sotto il tetto d'altre chiome al riparo dalle tempeste. Ma ogni anno, quando il rum della Primavera accende la memoria Rimpiangerò il paese natale e la pioggia dei tuoi occhi sulla sete delle savane.
(per khalam)
Non turbarti amica mia se il mio canto si fa d'ombra Se abbandono il legno dolce per khalàm e per tamà E l'odore verde di risaie per ritmo rombante in tabalà.
Cogli la minaccia dei veggenti, la tonante collera di Dio. Forse domani per sempre tacerà la voce porpora del dyâli. Ecco perché il mio ritmo si fa pressante, le dita ora arrossano il khalàm.
Forse domani amica mia, cadrò in terra mai placata Rimpiangendo i tuoi occhi di tramonto, il tam-tam brumoso dei mortai laggiù. E tu rimpiangerai in penombra quella voce ardente che la nera bellezza cantava.
(per ritì)
- Sorella mia, queste mani di notte sulle mie palpebre! - Indovina la musica dell'Enigma.
- Oh! non è la bestia bruta non è il Bufalo, non le zampe sorde del pachiderma Non il riso dei bracciali alle caviglie della lenta serva Non i battenti ancora pesanti di sonno, non il clangore delle strade affaccendate.
Ah! il balafong dei suoi piedi e il cinguettio degli uccellini! Le note acute delle kora, la musica sottile dei suoi fianchi! È la melodia del bianco Méhari, il passo regale dello Struzzo.
- E tu hai riconosciuto la tua Dama, la musica che rende le mie mani le tue [palpebre così trasparenti. - Ho nominato la figlia di Arfang di Sigà.
(per kalam)
E c'immergeremo amica niia in una presenza africana. Mobili della Guinea e del Congo, solidi e lucidi scuri e sereni. Maschere primordiali e pure alle pareti, distanti ma così presenti! Sedili d'onore per gli ospiti ereditari, per i principi del Paese Alto. Profumi selvaggi, spesse trecce di silenzio Cuscini d'ombra e d'ozio, il suono d'una sorgente di pace. Parole classiche: lontano, cori alternati come i pagne del Sudan. E poi lume amico, la tua bontà per cullare l'ossessione di quella presenza de Nero bianco e rosso oh! rosso come il suolo d'Africa.
____________________________________ Dalla prefazione di Antonella Emina
La sezione dedicata alle traduzioni di Alfredo Rienzi, a differenza delle altre del presente volume, non rispetta rigidamente l'ordine di pubblicazione delle poesie dell'antologia senghoriana di riferimento, ma adotta un criterio misto, ponendo in primis i componimenti della raccolta Poèmes inédits, con i quali egli ha cominciato il suo lavoro di traduzione. A dire il vero il traduttore pensava di sopprimerli nel testo a stampa perché in essi non ha trovato quella corrispondenza che invece si è in seguito manifestata, fin dalla Preghiera alle maschere. Poeta egli stesso del metafisico e delle segrete leggi che abbracciano il significato del mondo e delle cose, Rienzi ha riconosciuto in Senghor una lettura del mondo imperniata sull'elemento esoterico che altro non è che un complesso sistema di conoscenza. Il processo di avviamento alla poesia senghoriana, attraverso la traduzione di poesie meno fortemente connotate in questo ambito, mi è sembrato di per sé significativo, in quanto anche la prassi, il mestiere si vanno ad inscrivere in un sistema ontologico di cui l'oggetto finito è una rappresentazione. L'apprendistato del traduttore diviene quindi icona, forse sbiadita ma comunque eloquente, del processo iniziatico che ritorna, in modo esplicito, in almeno due poesie scelte da Rienzi: Canto dell'Iniziato e Elegia dei Circoncisi. Tuttavia il fascino del mondo pre-moderno, che ispira la poesia di Senghor, non deriva probabilmente tanto dall'ordine finalmente stabilito nel caos oscuro dei primordi, quanto dal fiat fiat lux, dal processo stesso oltre che dall'evidente testimonianza di secretum, di separato e, soprattutto, di ineffabile, in una visione pre-cristiana, anzi pre-giudaica, dove non vi è nulla di incomprensibile, semmai di indicibile o incomunicabile. La traduzione è quindi il logico esito dell'affinità di percezione fra i due poeti, affinità che tuttavia non ha significato immediatezza di versione, che, al contrario, è scaturita da un'attenta riflessione. È significativa al riguardo la lunga riflessione sul termine «personne» - tradotta con «l'essere» - del verso «KAYA-MAGAN je suis ! la personne première», di cui testimonia una corrispondenza privata. Scrive Rienzi: «assolutamente non mi piace persona; Kaya-magan è il nostro adamo-eva gnostico, l’uomodonna platonico del Simposio, l'Androgino ermetico: persona mi sembra troppo basso ed’entità, troppo poco umano; bene andrebbe come senso l'Umano primordiale, ma la sostantivazione dell'aggettivo genera un inceppo che, proprio all'inizio del testo, non ci vorrebbe». Tutto questo lavoro sotterraneo rivela sia il livello di ricerca per un'appropriazione del testo prima di una sua restituzione sia la sensibilità del poeta a ciò che al suo orecchio suona come bello, cioè senza intoppi. Anche su questo piano Rienzi incontra Senghor, che proprio in M'accompagnino kora e balafong, sopra citata, parlando della notte africana assimilata alla donna, recitava: « O Bellezza classica armoniosa, linea elastica elegante slanciata!».
ELEGIA DEI CIRCONCISI
Notte d'infanzia, Notte blu Notte bionda o Luna! Quante volte ti ho invocata o Notte! piangendo sul ciglio delle strade Sull'orlo dei dolori della mia età di uomo? Solitudine! e dune tutt'intorno. Era una notte di remota infanzia, densa come la pece. La paura curvava le schiene [al ruggire dei leoni Curvava le erbe alte il silenzio sornione di quella notte. Fuoco di rami tu fuoco di speranza! pallida memoria del Sole che rincuorava la mia [ innocenza Appena - dovevo morire. Mi portavo la mano al collo, come la vergine che trema [all'orrore della morte. Dovevo morire alla bellezza del canto - tutto va alla deriva sul filo della morte. Guardate il crepuscolo dalla gola di tortorella, quando tubano azzurre le palombe E i gabbiani del sogno volano con gridi dolenti.
Moriamo e danziamo gomito a gomito in una ghirlanda intrecciata La veste non imprigioni i nostri passi, ma s'infiammi il dono della promessa, lampi [sotto le nubi. Il tam-tam scandisce woi! il silenzio sacro. Danziamo, il canto incendia il sangue Il ritmo scaccia questa angoscia che ci stringe la gola. La vita tiene a distanza [la morte. Danziamo al ritornello dell'angoscia, salga la notte del sesso sulla nostra ignoranza [sulla nostra innocenza. Ah! morire all'infanzia, muoia la poesia, si disintegri la sintassi, s'inabissino tutte [le inutili parole Il peso del ritmo è sufficiente, non occorrono parole-cemento per costruire sulla [roccia la città di domani. Sorga il Sole dal mare delle tenebre Sangue! I flutti son color d'aurora. Ma Dio, tante volte ho pianto - quante volte? - le notti trasparenti d'infanzia. Mezzodì-il-Maschio è l'ora degli Spiriti, quando ogni forma si spoglia della carne Come gli alberi in Europa sotto il sole d'inverno. Ecco dunque, le ossa non hanno più nome, non servono che ai calcoli del regolo [del compasso del sestante. Come sabbia la vita sfugge dalle dita dell'uomo, i cristalli di neve rinchiudono [la vita dell'acqua Il serpente d'acqua scivola dalle mani vane delle canne. Notti care Notti amiche, e Notti d'infanzia, fra i tann fra i boschi Notti palpi tanti di presenze, e di palpebre, così popolate di ali e d'aliti Di silenzio vivente, dite quante volte vi ho rimpianto nel mezzo della mia età?
La poesia appassisce al sole di Mezzodì, si nutre della rugiada della sera E il tam-tam ritma il battito della linfa al profumo dei frutti maturi. Maestro degli Iniziati, ho bisogno, lo so, del tuo sapere per scoprire la cifra delle cose Prendere conoscenza delle mie funzioni di padre e di lamarca Misurare giustamente il campo dei miei doveri, spartire la messe senza dimenticare [né lavorante né orfano. Il canto non è solamente incanto, nutre le teste lanose del mio gregge. La poesia è uccello-serpente, nozze d'ombra e di luce all'alba. Fenice che s'alza! canta con ali spiegate, sull'eccidio delle parole.
ELEGIA DELLE ACQUE
Tu Estate tu ancora Estate, Estate del Regno d'infanzia Eden di mattini roridi d'alba e di splendenti meriggi, sospesi come aquila in volo. Silenziosa estate di questo tempo, di così grave pena sotto l'occhio geloso di Dio Eccoti sul nostro destino, duramente scolpito nel quadrante del secolo. Le città arroganti giacciono e gemono sotto un cielo senza speranza Trafitte da velenosi lampi, i fiumi non hanno più fonte né affluenti Non uno stanco bicchiere di vino! non un bicchiere d'acqua da terrazze di trasparenza Dove solo l'acqua estingue la sete d'innocenza! Fuoco! Fuoco! muri ardenti di Chicago, Fuoco! Fuoco! muri ardenti di Gomorra Fuoco su Mosca. Dio è muto per i popoli senza dio, che non masticano la Parola - O neve manna per gli Eschimesi, o voi tornadi mani fresche sulla fronte delle foreste [ vergini. L'Occidente l'Oriente i popoli estremi sono stesi sulla sabbia, prue di pietra affossate [dall'Atleta. E' il Faraone d'Egitto per la barba e la verga di Mosè. Signore, pietà per i dieci giusti, e pietà per la Cina per cui da fanciullo tanto ho pregato Pietà per te che fai fiorire il Verbo, che adorni di ghirlande l'avvento dì Maggio [ come un nobile collo.
Io vi invoco, Acque del Terzo Giorno Acque mormorii delle fonti, acque pure delle altitudini, nevi! acque dei torrenti [e delle cascate Acque giuste, e voi Acque di misericordia, io vi invoco con un grido ritmato e [senza appello Acque dei grandi fiumi e del mare più vasto e del mare più fasto. E tu Sole e tu Luna, che governate le acque del moto contrario in cui si confonde [l'Unità
Io vi imploro Acque lustrali per l'espiazione. Che la notte si dissolva nel suo contrario, che la morte rinasca Vita, come brillante [d'aurora Come il Circonciso quando, svelata la notte, risorge Maschio, Sole! Anche voi Acque impure, perché il mio verbo vi renda pure - La poesia fa trasparente ogni cosa ritmata. Acque dei miasmi e delle cloache, voi Acque delle capitali, che trasportate tanti [dolori tante gioie tante speranze oh! tanti sogni svaniti Acque scorrete scorrete andate andate verso il mare. Lavi il sale tutte le acque versate tutte le acque pentite.
Signore, voi mi avete fatto Maestro-di-lingua Io il figlio del mercante, nato grigio e così gracile Che mia madre mi ha chiamato l'Impudente, tanto offendevo la bellezza del giorno. Mi avete concesso potenza di parola nella vostra giustizia disuguale Signore, ascoltate bene la mia voce. PlOVA! piove E voi avete aperto con braccia di folgore le cateratte del perdono. Piove su New York su Ndyongolôr su Ndyalakhâr Piove su Mosca e su Pompidou, su Parigi e le sue banlieue, su Melbourne su Messina [su Morzine Piove sull'India e sulla Cina - quattrocentomila Cinesi sono annegati, dodici milioni [di Cinesi sono scampati, i buoni e i cattivi Piove sul Sahara e sul Middle West, sul deserto sui campi di grano sui campi di riso Sulle teste di paglia sulle teste di lana. E rinasce la Vita colore di presenza.
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