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Meditate
che questo è stato!
Se questo e' un uomo
di
Francesca Santucci
Il filosofo napoletano Benedetto Croce, ad un
professore tedesco che nel 1934 si era recato in visita per spiegargli
come il Fürher stesse forgiando l’Uomo tedesco, così rispose: - “All’umanità importa l’uomo e non l’uomo tedesco e se
nell’uomo persiste o di nuovo si forma l’animale, l’umanità dovrà
lavorare a dissolverlo e risolverlo in sé”.
Questo commento sembra proprio un’anticipazione della domanda cruciale
che si pose Primo Levi intitolando “Se
questo è un uomo” il suo drammatico libro nel quale, strutturato
come l’inferno di Dante, attraverso 17 capitoletti che, simili ai
gironi infernali scandiscono la sua vicenda ( pur non mancando
descrizioni paesaggistiche e degli interni, come la neve, le baracche,
l’infermeria, l’ufficio delle SS), domina incontrastato l’Uomo, la
figura umana s’impone da sola in qualche personaggio di rilievo o
nella miriade di personaggi simili ai dannati danteschi, privati di
tutto, persino della loro dignità, annientati spiritualmente e
fisiologicamente, che spinge appunto a chiedersi se siano ancora uomini.
Erano già nella follia di Hitler fin da quando aveva scritto il Mein
Kampf, “La mia battaglia”,
fra il 1925 il 1927, l’antisemitismo, cardine della sua ideologia, e
l’idea dello sterminio, convinto dell’assoluta superiorità della
razza ariana, destinata da Dio a dominare il mondo per il bene di tutti
i popoli, e della necessità di salvaguardare da qualsiasi elemento non
puro.
Per Hitler la grande e spietata battaglia da condurre era quella contro
la razza semita, giudicata inferiore e accusata di voler trascinare il
mondo verso la corruzione, perciò il popolo ebraico andava distrutto.
L’antisemitismo si sviluppò allora, in atroce e progressiva
drammaticità, attraverso una serie di leggi che riguardò prima gli
ebrei tedeschi, togliendo loro i diritti civili, poi si estese agli
ebrei di tutta Europa, ma anche ad altre “categorie di diversi”,
slavi, zingari, oppositori politici, fino ad arrivare allo sterminio
sistematico nelle camere a gas.
“Per mia fortuna sono stato
deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo
tedesco, data la crescente scarsità di mano d’opera, aveva stabilito
di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo
sensibili miglioramenti nel tenore di vita e sospendendo temporaneamente
le uccisioni ad arbitrio dei singoli…Non si tratta di forza ma di
fortuna, non si può vincere con le proprie forze un lager. Sono stato
fortunato per essere stato chimico, per aver incontrato un muratore che
mi dava da mangiare, per aver superato le difficoltà del linguaggio…non
mi sono mai ammalato, mi sono ammalato una sola volta alla fine, e anche
questa è stata una fortuna, perché ho evitato l’evacuazione dal
lager: gli altri, i sani, sono morti tutti, perché sono stati
rideportati verso Buchenwald e Mathausen, in pieno inverno”…Sono
diventato ebreo in Auschwitz. La coscienza di sentirmi diverso mi è
stata imposta. Qualcuno, senza nessuna ragione al mondo, stabilì che io
ero diverso e inferiore: per naturale reazione io mi sentii in quegli
anni diverso e superiore…Devo dire che l’esperienza di Auschwitz è
stata tale per me da spazzare qualunque resto di educazione religiosa
che pure ho avuto. C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio”.
Così dichiarò Primo Levi a proposito del suo libro- testimonianza sul
periodo che aveva trascorso rinchiuso come ebreo nel lager di Auschwitz
dove sopportò sofferenze incredibili, libro unico e prezioso, scaturito
dall’esigenza di raccontare la sua tragica esperienza e di comunicarla
agli altri non soltanto per liberarsene, ma soprattutto per esortare gli
uomini a vigilare sempre sulla pace, sulla libertà, sulla fratellanza e
sulla tolleranza, e dove la brutale verità dei fatti s’impone pagina
dopo pagina, senza nessuna concessione alla retorica, e si trasforma in
occasione per riflessioni generali sulle vicende di cui fu testimone e
vittima.
“Reportage della morte” qualcuno ha definito così la schiettezza
con cui Primo Levi racconta con vivezza sconvolgente il dramma della
vita e l’esperienza dell’internamento nei campi di lavori tedeschi
durante la seconda guerra mondiale, sorti per sfruttare ebrei, slavi,
oppositori politici, delinquenti, ragazzi, giovani e vecchi, uomini e
donne, che ne avevano la forza, in lavori che servivano al Reich: “Arbeit
macht frei”, il lavoro rende liberi, era l’ironica scritta
campeggiante all’ingresso dei lager, ma che erano organizzati con lo
scopo premeditato di distruggere ogni parvenza dell’umanità.
Nel suo libro Primo Levi indaga dolorosamente sul processo di
annientamento premeditato e sistematico dell’individuo, attuato
subito, fin dall’inizio, costringendo i prigionieri a viaggiare in un
vagone piombato, in uno spazio piccolissimo, su di un pavimento sempre
bagnato, a vivere nei cameroni come uomini- vermi ignudi, obbligandoli
al lavoro forzato, torturandoli con la frusta e con la forca,
annullandoli psicologicamente, piegandoli fisicamente, fino ad
eliminarli definitivamente nelle camere a gas.
“Vivere” nel lager significava entrare in un mondo nuovo, primitivo,
dove, come per applicazione della legge darwiniana dal mondo animale
all’uomo, il forte sopravviveva e il debole soccombeva (ma questo
faceva parte della “scienza pedagogica” di Hitler che diceva “il
debole deve essere spazzato via”).
La disciplina del lager ben presto annientava i prigionieri, li
trasformava in stanchi automi, che si muovevano spinti esclusivamente
dal primitivo istinto della sopravvivenza, abbrutiti dalla fame, privi
di ogni parvenza di umanità e civiltà, ridotti a pura entità
numerica.
E poi c’era l’approdo finale nella camera a gas dove, prima di
entrare, venivano invitati a lavarsi sotto il monito di scritte come” Lavatevi
bene perché la pulizia è salute”, “Non
fate economia di sapone”, “Non
dimenticatevi qui il vostro asciugatoio”; appena tutti erano
dentro la “camera della doccia”, le porte a tenuta d’aria venivano
chiuse e attraverso valvole del soffitto veniva lanciata la preparazione
di cianuro, contenuta in scatole che portavano la scritta “Per la
distruzione di parassiti animali”, che nel giro di pochi minuti li
sterminava tutti. Prima d’introdurre le salme nei forni crematori,
poi, appositi incaricati recidevano i capelli a chi ancora li aveva, cioè
ai cadaveri di quelli che non erano passati per i campi di lavoro ma
erano stati portati subito al macello, ed estraevano i denti d’oro a
chi ne aveva; le ceneri dei cadaveri, com’è noto, venivano sparsi nei
campi e negli orti come fertilizzanti.
Gli inganni, le astuzie più umilianti, le atrocità, sono descritte in
questo libro che vuole essere la testimonianza diretta di chi ha subito
nell’animo e nella carne quelle crudeltà, ma anche una riflessione
sul problema capitale, quello dell’uomo che vive ad arbitrio
dell’uomo. Tutti gli ignari, gli incoscienti, tutti coloro che con
leggerezza e superficialità farneticano di stragi civili e guerre,
perché hanno dimenticato, oppure sottovalutano, dovrebbero leggere
questo libro, perché la storia potrebbe ripetersi, e dovrebbero
scolpirsi bene nella mente il versetto che apre il volume dell’autore:
“Meditate che questo è stato”.
…Primo Levi morì suicida nel 1987; pochi mesi prima aveva preso
posizione in seguito alla polemica sul revisionismo storico, che negava
l’esistenza dei lager. Forse non sopportò che qualcuno negasse la
verità storica della
drammatica esperienza che aveva personalmente vissuto.
SHEMA’
(Ascolta)
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
(Primo Levi, 10 gennaio 1946)
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