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Il lògos critico nel teologo Senofane |
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Senofone di Colofone, l'iniziatore della cosiddetta scuola degli eleati, visse nel secolo che corre da 580 al 480 avanti Cristo. Non si conosce con esattezza né la data della sua nascita né quella della sua morte, ma si sa che è vissuto a lungo, girovagando in tutto il mondo greco e per un certo tempo anche in Sicilia, a Zancle e Catania. Nasce a Colofone, illustre città della Lidia, e muore ad Elea, in Basilicata, dove iinsegnava. Come tutti i grandi sapienti del tempo, egli scrive in versi. E' un poeta insomma, più che un filosofo (a differenza di altri, come Empedocle o Parmenide), anche se la storia della filosofia lo ricorda per alcune importanti intuizioni che egli ebbe nel campo della metafisica. D'altra parte, è risaputo (anzi, questi autori lo stanno proprio a dimostrare) che la poesia in quel tempo era il solo modo di trasmettere una conoscenza "carismatica": se nessuno avrebbe scritto qualcosa di letterario se non in poesia: non esisteva la "prosa creativa" e neppure quella disciplinare. Scrive lo stesso Plutarco:
“Dapprima i filosofi esposero in versi le loro dottrine e i loro pensieri, come hanno fatto Orfeo, Esiodo, Parmenide, Senofane, Empedocle, Talete” [1]).
Conosciamo di lui solo pochi frammenti riportati nelle citazioni di autori successivi, quasi nulla sappiamo dei suoi versi, ma molto interessanti invece ci sembrano, come indicatore culturale e insieme come novità teoretica, le sue dottrine teologiche, e pertanto lo considereremo, qui, come filosofo. "Indicatore culturale" perché tali teorie ci fanno capire come la sensibilità del lògos filosofico stesse velocemente progredendo ed acquisendo nuovi strumenti concettuali e "novità teorica" perché l'insegnamento di Senofane, pur non deviando dalla tradizione, la mette in discussione con una criticità molto sottile ("critico" è forse l'aggettivo che meglio si attaglia a questo battagliero pensatore). Gli antichi infatti lo ricordano per la critica radicale che egli avanza alle cosmogonie di Omero e di Esiodo. Egli attacca senza mezzi termini i due grandi poeti dell’antichità, prendendoli anche un po’ in giro; in questo senso concordano tutte le maggiori fonti. Scrive nei Silli, una delle sue opere:
“Omero e Esiodo hanno attribuito agli dèi tutto quanto presso gli uomini è oggetto di onta e di biasimo: rubare, fare adulterio e ingannarsi reciprocamente” [2]).
Un secondo frammento che useremo per delineare il suo pensiero teologico, è riportato da Clemente Alessandrino, un filosofo cristiano vissuto fra il II e il III secolo d.c.:
“ma se i buoi < e i cavalli > e i leoni avessero mani e potessero con le loro mani disegnare e fare ciò appunto che gli uomini fanno, i cavalli disegnerebbero figure di dèi simili ai cavalli e i buoi simili ai buoi e farebbero corpi foggiati così come <ciascuno> di loro è foggiato” [3]).
Ancora Clemente Alessandrino cita un passo dal l libro “Sulla Natura”, di Senofane, che dice:
“Uno, dio, tra gli dèi e tra gli uomini il più grande, né per aspetto simile ai mortali, né per intelligenza”. [4])
Dunque Senofane tenta, per intuizione e per ragionamento, di dimostrare che l’antica cosmogonia è quello che noi chiameremmo una “proiezione” della mente, non una caratteristica reale della divinità ma in qualche modo, dopo questa “pars destruens”, il suo pensiero tenta anche una “pars construens” ma in questo le testimonianze degli antichi sono piuttosto difformi e spesso viziate dalle loro personali concezioni. Riportiamo, quella che ci sembra più didascalica e asettica, ossia la versione che ne fa Diogene Laerzio, un grande erudito contemporaneo di Clemente Alessandrino, al quale dobbiamo molte informazioni, soprattutto cronologiche, sui sapienti dell’antichità:
“< Senofane dice> che la natura di dio è sferica e che non ha nulla di simile all’uomo; che tutto intiero ode, però non respira; che è tutto mente e sapienza e che è eterno”. [5])
Anche Sesto Empirico riporta il medesimo frammento:
“tutto intiero vede, tutto intiero pensa, tutto intiero ode” [6]) e Sesto empirico così spiega: “Senofane ha sostenuto in opposizione alle concezioni comuni che uno è tutto e che dio è connaturato col tutto e che è sferico e impassibile e immutabile e razionale” [7])
Che cosa precisamente intendesse Senofane, cerca di spiegarlo Aristotele, che nella sua Metafisica riassume e critica il pensiero dei filosofi che lo precedettero:
“Senofane, che prima di loro [Parmenide e Melisso] ha sostenuto la tesi dell’unità (si dice infatti che Parmenide sia stato suo scolaro), non disse nulla di preciso e non pare che abbia toccato né dell’una né dell’altra specie di unità, ma, guardando all’universo nel suo complesso, dice che l’uno è dio”.
Ora, ai nostri fini, che non sono teologici, non interessa molto ricostruire l’esatta visione teologica di Senofane, né chiarire che cosa intendesse egli con l’immagine della sfera né come concepisse questa “mente” onnipresente e onnisciente, né perché egli si sia premurato di specificare che “non respira”. Il punto che ci interessa è capire che, in quel periodo a cavallo tra il sesto e il quinto secolo a.C., la straordinaria lucidità e capacità dialettica di Senofane inizia a mettere alcuni paletti ai ragionamenti, a dividere cioè il pensiero mitico dal pensiero razionale, la teologia filosofica dalla teologia mitica. Ovviamente Senofane non può sapere che i due concetti di dio, quello filosofico e quello mitico, sono su differenti piani, non poteva insomma fare ancora la distinzione fra dio “filosofico” e dio “rivelato”, e pertanto capire che il suo attacco ad Omero e ad Esiodo era, per molti aspetti, almeno fuori luogo: non esisteva insomma qualcosa che si chiamava “filosofia” così come noi la intendiamo, non c’era ancora la riflessività del lògos. Però è importante sottolineare che il pensiero razionale viene introdotto da Senofane con un procedimento critico, cioè un rendere evidente che un fatto non è reale, perché questa realtà sarebbe contraddittoria in se stessa: è contraddittorio infatti che gli dèi siano ladri e adulteri, perché la legge degli dèi dice il contrario. Viene intuita insomma la legge della dialettica e in qualche modo viene preannunciato il sillogismo, che ne è in fin dei conti il segno logico. Non siamo ancora nel campo della filosofia, perché manca ancora quella che diciamo “riflessività del lògos”, ossia la capacità del pensiero di riconoscersi come tale riconoscendo le sue regole (che avverrà solo nel V secolo, con Socrate e Platone), ma dobbiamo registrare in queste vere e proprie “tesi” ben argomentate di Senofane, un indubbio progresso rispetto al pensiero di Talete e di Anassimandro. Un modo di argomentare che sarà sviluppato enormemente in Parmenide e nel suo perentorio “L’essere è e il non-essere non è”, che però si imbatte in un’aporia che sarà risolta solo da Platone. Peraltro anche Eraclito sembra debitore, nei suoi frammenti che riguardano dio (ricordiamo che si parla sempre di un dio “filosofico” non di un dio “rivelato”, come nelle religioni), dei quali già abbiamo scritto, e in modo particolare rispetto ai frammenti 32, 79 e 93, così come sembra derivare da Senofane l’idea di unità del tutto, che però in Senofane non è argomentata, mentre Eraclito tenta in qualche modo un fondamento a questa idea con il frammento 67 e con gli altri numerosi frammenti che si riferiscono alla dialettica degli opposti. In tutti questi Filosofi che noi chiamiamo “eleati” (Senofane, Parmenide, Zenone), è forte l’impulso che viene dato all’argomentazione di tipo razionale, tanto che si ha l’impressione a volte, specie in Parmenide e Zenone, che la ragione spinta alle sue estreme conseguenze contraddica se stessa e si stacchi dalla realtà, o perché viaggia su binari separati non accogliendo tutti i dati della realtà in se stessa (come in Parmenide che non valutava la differenza fra “essere” nel senso di verbo, di copula, ed “essere” nel senso di “esistere”) o semplicemente rifiutando di ammettere i suoi limiti (come in Zenone e il suo paradosso del piè veloce Achille: la realtà contraddice il paradosso di Zenone, ma la ragione non ammette il suo limite e profila una realtà astratta, non esistente: la ragione insomma si concilia con la natura e la realtà solo se riesce a “spiegare” una certa regola, fisica in questo caso). In ogni caso, di questo filosofo, è notevole la vivacità intellettuale e il senso critico, che lo distingue nettamente dai precedenti.
[1] ) Plutarco, de Pythiae oraculis, in G. Giannantoni, I presocratici, Laterza, Bari, 1986, vol. I, p. 152 [2] ) Sesto Empirico, in Adversus mathematicos, in G. Giannantoni, cit., p. 171 [3] ) Clemente Alessandrino, in Stromata, in G.Giannantoni, op. cit., p. 172 [4] ) ibid., p. 174 [5] ) Diogene Laerzio, in G. Giannantoni, cit., p. 148 [6] ) Sesto Empirico, in Adversus mathematicos, in G. Giannantoni, cit., p. 174 [7] ) In G. Giannantoni, op. cit., p. 163
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