David Maria Turoldo

La mia vita per gli amici

Mondadori, Milano, 2002

Nota di G. Lucini

 

 

 

 

 

 

Molto opportunamente la casa editrice Mondadori pubblica, in occasione del decennale della morte di David Turoldo (il 6 febbraio), questo importante libro che ci aiuta non soltanto a conoscere la magnifica avventura esistenziale di quest'uomo straordinario, ma soprattutto il contesto nel quale egli operò, segnato da profonde ambiguità, insidie, vicende di potere, di dogmatismo e di chiusura (ma insieme di profondi sentimenti umani e solidali, di libertà e di dialogo), che è la Chiesa cattolica e le gerarchie.  Come scrive Turoldo stesso (pag. 126): "Ma la Chiesa è imprevedibile, è fatta di tutti, di materiale d'ogni genere: fatta perfino di me.  Fatta di bene, di meno bene, e anche di male.  Ma è certo, come del resto risulta che sia per tutta la storia del mondo, che il bene la vince: «Dove abbonda il delitto, ivi sovrabbonda la grazia»". Il testo non è del tutto sconosciuto: ampi brani si trovano ad esempio in G. Mattana, Turoldo, l'uomo, il frate, il poeta, e soprattutto nel lavoro di Maria Nicolai Paynter, curatrice del volume che presentiamo in queste note, insegnante di letteratura italiana all'Hunter College City University of New York, Perché la verità sia libera.  Memorie, confessioni, riflessioni e itinerario poetico di David Maria Turoldo, Rizzoli, 1994.  La Paynter, di cui diremo anche inseguito, sottopose il poeta a uno «scroscio di domande» che spaziavano lungo l'arco della sua vita.  Turoldo, quando ormai si sentì prossimo alla fine, partendo da quel materiale compose questo testo, consegnandolo a Marco Garzonio: evidentemente come "testamento spirituale", non tanto come racconto autobiografico.  Il racconto, ovviamente c'è, per frammenti e per riprese, senza un filo conduttore spazio-temporale - non importava al poeta raccontare la sua vita - ma con l'idea fissa, mi sembra, di "chiarire" alcune sue posizioni, di rendere conto (soprattutto agli amici) di quanto di ancora da dire c'era, fra di loro, su di sé medesimo.

La lettura del libro dà insieme tutto questo "ambiente", come si diceva, delle "gerarchie" (davvero interessante è, dal punto di vista anche sociologico, lo spaccato che Turoldo offre di un mondo del quale, tutto sommato, non molto si parla) e un percorso di senso nel quale è possibile rintracciare anche alcuni elementi utili anche per l'interpretazione della sua poesia che, a ben vedere, è un tutt'uno con la sua vita.  Altrove ho scritto che la poesia di Turoldo è concepita come alla presenza del Trascendente ma nello stesso tempo è poesia aderente alla vita, quasi un diario interiore: questo libro lo conferma, anche per alcuni esempi (in verità non molti) inseriti nel libro stesso, laddove si dice che una certa poesia è nata da un certo fatto o da una certa esperienza.  D'altra parte, anche in altri documenti risalenti all'ultimo periodo della sua vita, quello segnati dal male fisico (ho in mente ad esempio l'audiovisivo della casa editrice Sampaolo, del 1992 - vedi illustrazione più avanti) il poeta spesso intercalava le risposte all'intervistatore con la lettura di poesie che si riferivano ai fatti narrati.

E' possibile inoltre scoprire anche alcuni aspetti della personalità dell'uomo e dell'artista, soprattutto in ordine al suo sistema di pensiero.  Si può  (e, credo, si debba) parlare, in questo caso, di un vero e proprio sistema, estremamente complesso, basato su poche e basilari convinzioni interiori, capaci però di dare tanti spunti e soprattutto tanta forza, da caricare la parola, pur soggettiva e mai presentata come "verità" indiscutibile, di straordinaria lucidità  e, nello stesso tempo, di vibranti risonanze, di profondi sentimenti e di profonda coesione.  La traccia che raccoglie tutte queste convinzioni è senza dubbio l'interpretazione radicale del Vangelo, un'interpretazione capace di dare scandalo, ma verso la quale il poeta si sentì sempre profondamente responsabile.  Attraverso la parola di questo frate testardo ed appassionato, il Vangelo assumeva i suoi toni più laceranti, divenendo davvero quel "segno di contraddizione" e di divisione che caratterizza la scoperta di una verità, che è sempre accompagnata da dolore.  E di dolore padre Turoldo, per difendere la parola  del Vangelo, ne provò senza interruzione, dall'esperienza di Milano in poi; dolore causato dalle persone verso le quali egli si rivolgeva sempre con una sorta di radicalità ingenua, con la fronte alta dell'umile, che sa di doverla tenere alta non per sé, ma per qualcosa di molto più importante della sua stessa vita.  Lo si sente, questo dolore, sprigionare da certe pagine appassionate e pur mai con un cenno di risentimento, di rancore: sempre con fermezza, a volte anche con sdegno, questo sì, dando "pane al pane e vino al vino", ma talvolta è il fatto stesso, l'evento, pur raccontato nella sua schematica essenza, a gridare più di mille sentimenti.  E, alla fine del libro, cercando di mettermi nello stato d'animo di chi lo ha scritto, mi è nata una profonda tristezza nel ripensare a vicende di torti subiti, interdizioni, esilio forzato, divieto di parlare con amici, censure, cattiverie a livello personale (non si pubblicano gli Inni o i Salmi tradotti con anni di fatica - si immagini, anche solo l'immenso lavoro di ricerca filologica e l'ermeneutica dei testi, oltre alla traduzione, che pur consciamente Turoldo sapeva essere un tradimento del testo- , non per questioni dottrinali, ma semplicemente perché scritti da Turoldo...).  Una vicenda meschina ha sempre circondato questo straordinario uomo, certo non fortunato da questo punto di vista - perché, come egli diceva, la verità bisogna guadagnarsela e pagarla, sempre.  Personaggio complesso e profondo, egli che si serviva sempre di una logica semplice, senza cavilli o concetti complessi.  Ma forse la semplicità è la qualità più difficile da capire - e forse per questo l'uomo Turoldo esercita un fascino, almeno su chi scrive. 

Eppure, anche nei momenti di più nero scoramento, fino alla fine, il grande valore (che poi discende esso stesso, così come egli lo intendeva, dal Vangelo) che gli diede conforto, fu l'amicizia.  E' il motivo stesso per il quale questo libro ha preso vita, nella forma che oggi conosciamo (colloquiale, diretta, quasi da "Confessione" agostiniana).  Scrive, (pag. 148): "No, non mi sono mai mancati gli amici; e quando pensavo di sentirmi solo, ecco che mi trovavo ad essere una moltitudine: un popoloso deserto.  Pensavo di essere solo a combattere, invece c'era tutta una Chiesa sommersa che inconsapevolmente ti imponeva di essere fedele, di non cedere: una Chiesa di credenti e di non credenti. [...] Pensavo di essere io a durare, invece erano loro a farmi durare: perché non si può tradire chi crede anche per te".  Ecco allora che, ogni tanto nel libro, parlando della sua "avventura", si sente fortunato; scrive ancora (pag. 137): "Se ho un rimprovero da farmi - e questo me lo faccio giorno e notte con piena convinzione - è quello di non essere stato, di non essere riuscito a essere coerente fino in fondo: su questo non ho difese da avanzare.  Per tutto il resto continuerei con la stessa carica, nella stessa direzione.  Contento anche di avere lasciato la strada universitaria per sentirmi ancor più popolo, uomo di marciapiede".

Al di là dei meriti letterari, alla poesia italiana quest'uomo lascia un grande insegnamento, forse non ancora raccolto: l'arte, la poesia, non è nulla se perde di vista il sentimento dell'umano (lo si chiami amore, agàpe, carità, pietas, umanismo...).  La poesia di Turoldo si nutre di vicende vissute, di passione, di un alto senso del proprio ruolo, anche se non vuole mai essere una poesia che "serve" a qualche scopo.  La prima cosa che si deve chiedere a un poeta è in cosa crede, e come crede, al fine di sentire cosa e come canti! (pag. 150).  E' la poesia che nasce dalla vita, e non viceversa, da un soprav-vivere con la poesia.  "La mia poesia vorrebbe essere insieme parola e azione (pag. 160).  "E' la parola il mio personaggio più vero.  Naturalmente una parola che si espande su tutti gli spazi, attraversando tutti i sensi («O sensi miei...»), fino a insanguinarsi; e inseguendo una sua felicità cui non può rinunciare: la felicità di farsi preghiera, voce del mistero" (pag. 161).  Purtroppo in troppi autori il sentimento della poesia è totalmente distaccato dal sentimento della vita e della storia, la loro opera sta ad indicare lo scollamento che esiste fra mondo ed emozioni e sentimenti personali, fra ragione e senso, fra spirito e corpo (fra sensi e interiorità).  L'esperienza di molta poesia contemporanea è quella della scissione, della psicosi.  L'opera di Turoldo invece è profondamente integrata, e lo si intuisce da questo libro, dopo aver ovviamente letto anche le poesie.

 

Il volume è completato, alla fine, da una Postfazione di Maria Nicolai Paynter, che si concentra sulla poesia di Turoldo e cerca di contestualizzarla, a grandi linee, in riferimento alla Bibbia.  Ovviamente, come spiega l'autrice stessa, un lavoro di esegesi dei testi turoldiani, dovrebbe prima di tutto cercare questi riferimenti alle sacre scritture e metterli in luce.  L'autrice però, con l'analisi di alcuni testi, ci mostra non solo come questo sia possibile, ma soprattutto quanto profondo sia il legame della poesia di Turoldo con i testi sacri.  Il riferimento ad essi non è casuale, come a volte accade in altri autori, ma costante, anzi, il più importante riferimento di cui tener conto.

L'autrice accenna e documenta con parole del poeta, pur non potendo sviluppare molto l'argomento (che sarebbe tema esso soltanto di un saggio a parte) della evoluzione del linguaggio poetico di Turoldo dalle prime raccolte all'ultima (più sintetica e anche letterariamente più matura), non perdendo mai di vista l'obiettivo di farsi intendere dal lettore - elemento che già avevo sottolineato nel breve saggio In memoriam, pubblicato su questo sito poco tempo fa.  Il che, lo ripeto, costituisce un tentativo quasi unico nella poesia del secondo novecento, così segnata dagli eccessi dello sperimentalismo.  E pertanto, mi indigna anche il fatto che NESSUNA ANTOLOGIA DI POESIA CONTEMPORANEA, a tutt'oggi, abbia inserito Turoldo fra i suoi autori e lo abbia collocato nel panorama culturale del secondo novecento - me lo faceva notare, alcuni giorni or sono, il critico Tiziano Salari, che, spero, in futuro manderà anch'egli un suo contributo per Poiein, sull'opera del nostro autore.

Infine abbiamo un saggio di Marco Garzonio, che spiega le ragioni per cui il libro è stato scritto, ossia come passaggio di "testimone" della generazione che ha combattuto il fascismo in gioventù, ad una gioventù che voglia raccoglierlo e proseguire il discorso.